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West Nile in Veneto: la sorveglianza integrata rileva una circolazione virale superiore al 2025

La sorveglianza entomologica condotta dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) indica per il 2026 una circolazione del virus West Nile (WNV) superiore a quella registrata nel 2025 e negli anni precedenti, con un tasso di positività dei pool pari al 4% in Veneto e allo 0,5% in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di un dato che viene monitorato in modo continuativo da anni: individuare precocemente la circolazione virale è esattamente l’obiettivo del sistema di sorveglianza.

I dati della sorveglianza entomologica e veterinaria. Secondo i dati del Laboratorio di entomologia sanitaria – SCS3 Ecosistemi, nelle due regioni i pool positivi sono 73 (71 in Veneto, 2 in Friuli Venezia Giulia) su 2.131 analizzati, corrispondenti a circa 168 mila zanzare catturate. I siti positivi sono 46 su 86 trappole installate (41/57 in Veneto, 5/29 in FVG). Le province interessate sono Venezia (9), Rovigo (8), Verona (8), Padova (7), Vicenza (5), Treviso (4), Udine (4) e Pordenone (1).

Sul fronte veterinario, in Veneto sono risultati positivi 33 uccelli selvatici nelle province di Verona, Padova, Venezia, Treviso e Vicenza, e 5 equidi (famiglia a cui appartengono cavalli e asini) con positività sierologica nelle province di Padova, Verona e Vicenza. Anche queste rilevazioni rientrano nel normale funzionamento del piano di sorveglianza e concorrono ad attivare le misure di prevenzione a tutela della popolazione.

“Rispetto al 2025 le zanzare positive al virus West Nile sono in aumento – dichiara Fabrizio Montarsi, biologo entomologo responsabile del Laboratorio di entomologia sanitaria dell’IZSVe. Le temperature elevate di questa estate e il prolungamento della stagione calda favoriscono sia la proliferazione dei vettori sia la circolazione virale. A questo si aggiunge un fattore ecologico: la nostra pianura è ricca di zone umide, ma le condizioni di siccità prolungata concentrano le poche riserve d’acqua disponibili, che diventano punti di aggregazione fra uccelli selvatici e zanzare (simpatria), con conseguente amplificazione del virus fra serbatoio animale e vettore. La fase di massima circolazione è attesa, come ogni anno, fino ai primi di settembre, con un andamento che dipenderà in larga misura dalle temperature”.

Come funziona la sorveglianza integrata ‘One Health’. In Italia è attivo un Piano nazionale di sorveglianza per la West Nile che integra il monitoraggio di insetti vettori, uomo, uccelli ed equidi secondo un approccio One Health. L’obiettivo è individuare precocemente la circolazione del virus nei vettori e nell’avifauna, in modo da attivare per tempo le azioni di mitigazione del rischio di trasmissione all’uomo, fra cui il controllo sistematico dei donatori di sangue e dei donatori di organi. Alla prima zanzara o al primo esemplare di avifauna positivo, lo screening per le attività trasfusionali e di trapianto viene attivato immediatamente: è la ragione per cui la sicurezza trasfusionale resta garantita anche nelle stagioni di maggiore circolazione.

Che cosa significano i numeri sui casi umani. Nella grande maggioranza dei casi l’infezione da WNV nell’uomo decorre senza sintomi: si stima che circa l’80% delle persone infette non sviluppi alcuna manifestazione clinica, che una quota minore presenti una sindrome simil-influenzale e che meno dell’1% sviluppi la forma neuro-invasiva. Il rischio di forme gravi si concentra nelle persone anziane, con patologie croniche o con ridotte difese immunitarie. Secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità (20 agosto 2026), in Italia i casi confermati nell’uomo sono 312, di cui circa la metà in forma neuro-invasiva, con 13 decessi notificati. Le Regioni interessate sono 12: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sardegna. La quota elevata di forme neuro-invasive fra i casi confermati riflette il fatto che la sorveglianza intercetta soprattutto i quadri clinici più gravi, e non la reale distribuzione dell’infezione nella popolazione. Nel confronto europeo pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC, 21 agosto), l’Italia riporta il numero più alto di casi, davanti a Grecia (157), Spagna (63), Macedonia del Nord (37), Romania (28) e Francia (17). Il dato italiano risente anche dell’ampiezza del sistema di sorveglianza nazionale, fra i più capillari in Europa, che aumenta la capacità di individuazione dei casi rispetto a Paesi con sistemi meno estesi. In occasione della Giornata mondiale delle zanzare del 20 agosto, l’ECDC ha ricordato che il WNV continua a interessare nuove aree del continente e che le specie di zanzare invasive si stanno stabilizzando in più Paesi europei, indicando nel rafforzamento delle capacità di controllo dei vettori la principale linea di intervento.

West Nile e altri virus trasmessi da zanzare. La West Nile è un’infezione virale trasmessa dalla zanzara comune (genere Culex). È bene ricordare che il virus non si trasmette da persona a persona, ma soltanto attraverso la puntura di una zanzara infetta. La zanzara si infetta pungendo uccelli infetti e può veicolare il patogeno a ospiti accidentali come il cavallo e l’uomo. Molte specie di uccelli domestici e selvatici fungono da serbatoio: l’infezione si mantiene e si amplifica nell’ambiente attraverso il ciclo zanzara-uccello-zanzara. Altri virus come dengue e chikungunya sono trasmessi dalla zanzara tigre (genere Aedes) e circolano soprattutto in aree tropicali e subtropicali. Una volta introdotti attraverso i flussi di viaggiatori possono essere acquisiti dalla zanzara tigre presente sul nostro territorio (Aedes albopictus), con possibilità di trasmissione autoctona. I casi di dengue (15) e chikungunya (5) finora registrati in Veneto sono tutti di importazione, associati a persone di rientro da viaggi all’estero.

Le misure di protezione individuale. Non sono previste limitazioni alle normali attività quotidiane. Accanto ai sistemi di prevenzione di sanità pubblica, la misura più efficace per ridurre il rischio resta l’adozione di semplici comportamenti individuali, in particolare da parte delle persone anziane o con patologie croniche: usare repellenti cutanei, soprattutto all’alba e al tramonto, quando le zanzare Culex sono più attive; indossare abiti coprenti di colore chiaro nelle ore serali; utilizzare zanzariere alle finestre; evitare ristagni d’acqua in vasi, sottovasi e contenitori esterni; impiegare prodotti larvicidi in tombini e pozzetti.

Fonte: servizio stampa ISVe

Granchio blu, minaccia o risorsa?

Il granchio blu atlantico (Callinectes sapidus) è una specie aliena introdotta nel Mediterraneo al di fuori del suo habitat naturale, che si estende lungo la costa occidentale dell’oceano Atlantico. Questo crostaceo è caratterizzato da un’elevata capacità di adattamento, fecondità e comportamento aggressivo, e oggi è considerato una delle specie più invasive presenti nei nostri mari. A partire dall’estate del 2023, infatti, il granchio blu ha invaso in modo massiccio il Delta del Po, mettendo in ginocchio la produzione di vongole veraci, settore in cui l’Italia detiene il primato europeo. In questo video della serie «100 secondi» realizzato dal Laboratorio comunicazione dell’IZSVe si può conoscere meglio il granchio blu e le attività che l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) sta conducendo relativamente a questa specie.

Fonte testo e video: servizio comunicazione IZSVe/credit foto Coldiretti Veneto

Aviaria: in Italia situazione sotto controllo, criticità in Polonia e Ungheria

In Italia l’ultimo report relativo all’influenza aviaria segnalava, a partire da settembre 2024, 97 focolai tra gli uccelli selvatici, 56 per quanto riguarda il pollame domestico e 3 focolai tra i mammiferi. Negli ultimi mesi, da febbraio 2025, si è registrato un unico focolaio in un allevamento di polli in Piemonte, e 5 isolamenti in uccelli selvatici, tutti limitati al mese di febbraio.

Una situazione di fatto sotto controllo, frutto di un lavoro sinergico tra Ministeri, Istituti Zooprofilattici, autorità sanitarie competenti e comparto avicolo. Nel resto d’Europa le condizioni purtroppo non sono le stesse.

Sempre nel periodo ottobre 2024-marzo 2025, nel Vecchio Continente il totale dei focolai è salito a 1.500, di cui 934 tra gli uccelli selvatici e 566 tra gli allevamenti, in 34 Paesi diversi. Gli stati maggiormente colpiti sono Germania e Paesi Bassi, per i volatili selvatici, mentre Polonia e Ungheria per quanto riguarda gli allevamenti. Difficile anche la situazione negli Stati Uniti, dove la malattia si è diffusa anche tra i bovini con oltre un migliaio di focolai attivi. Qui il prezzo delle uova, per riflesso condizionato, è volato alle stelle.

“Queste situazioni di criticità – precisa Antonia Ricci, direttrice generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie dove ha sede il Laboratorio di referenza europeo per l’influenza aviaria – sono sicuramente allarmanti e da tenere sotto stretto monitoraggio. Dimostrano come questa sia una malattia molto pericolosa per gli animali e che si diffonde con una rapidità enorme.”“Se non si è pronti a mettere in atto misure di controllo e contenimento efficaci la malattia diventa ingovernabile. In Italia abbiamo – purtroppo – un’esperienza di molti anni in questo campo, che ci permette di intervenire prontamente, lavorando in collaborazione con il Ministero della Salute e le autorità regionali, e che ci ha fatto diventare un riferimento a livello internazionale, non solo per l’Europa ma anche per l’Organizzazione mondiale della salute animale (WOAH) e per la FAO. La prossima settimana un team di nostri esperti sarà proprio in Polonia per aiutare i colleghi polacchi a controllare la diffusione della malattia.”

“È fondamentale ricordare – continua Ricci – che non c’è nessun rischio di trasmissione del virus attraverso il consumo di carne e di uova. È un virus che può diventare potenzialmente pericoloso per l’uomo attraverso la trasmissione respiratoria ma ad oggi non abbiamo evidenza che questo salto di specie stia avvenendo.”“In Italia opera un’industria avicola molto sviluppata, moderna e autosufficiente Nel nostro paese produciamo più carne di pollo di quanta ne viene consumata e dunque non c’è l’esigenza di importare. L’industria avicola nel corso del tempo ha saputo rispondere alle numerose sfide dal punto di vista sanitario, per esempio riducendo drasticamente l’uso di antibiotici, diventando dunque un modello anche per gli altri Paesi.”

“Su mandato del Ministero della Salute e assieme al comparto industriale, al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, agli Istituti Zooprofilattici e alle istituzioni sanitarie locali e regionali – conclude Ricci – stiamo lavorando a un piano strategico nazionale per il controllo dell’influenza aviaria che possa prevedere anche la vaccinazione come strumento di prevenzione, insieme a tutte le altre misure che abbiamo visto essere efficaci per il controllo della malattia.”

Fonte: servizio stampa Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezia

 

Pranzi e cenoni, 10 regole per evitare sprechi e rischi alimentari durante le festività (e anche durante l’anno)

Pranzo di Natale Argav 2019 La Bulesca

Le feste natalizie sono occasioni in cui spesso si acquistano e preparano pietanze in abbondanza. Anche in questi momenti, però, si possono evitare inutili sprechi e i rischi che potrebbero derivare dalla gestione scorretta dei piatti preparati in anticipo e degli avanzi. Vediamo quindi le dieci regole, preparate dagli esperti dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), per ridurre la possibilità di incorrere in questi rischi ed evitare allo stesso tempo lo spreco di cibo.

1. Non preparare troppe pietanze

Sembra banale, ma è la prima regola anti-spreco: per non dover gestire grandi quantità di avanzi, sforziamoci di non preparare più pietanze del necessario, commisurando la quantità del cibo al numero di commensali e considerando anche la loro età (bambini e anziani tendono a mangiare meno rispetto agli adulti).

2. Attenzione soprattutto ai cibi freschi

Ponderare bene le quantità da acquistare già durante la spesa, soprattutto per quanto riguarda gli alimenti freschi e deperibili, che per le loro caratteristiche costituiscono un terreno favorevole alla crescita dei microrganismi patogeni. Alcuni esempi? Latte e latticini, carne, pesce, uova, salse e creme a base di uova crude.

3. Non sovraccaricare il frigo

Evitare di riempire eccessivamente il frigorifero: se gli alimenti sono troppo vicini o ancor peggio compressi dentro l’elettrodomestico, si ostacola il circolo d’aria al suo interno, e di conseguenza il raffreddamento che permette la loro conservazione più a lungo.

4. Dopo la cottura, non lasciare i piatti a temperatura ambiente

Se si preparano in anticipo piatti cotti, è bene non lasciarli a lungo tiepidi a temperatura ambiente: è necessario raffreddarli velocemente e poi riporli in frigorifero. Per farlo, si può sciacquare sotto acqua corrente fredda la pentola in cui sono stati cotti i piatti, oppure i contenitori in cui sono stati inseriti gli alimenti porzionati. Per chi ne è dotato, è possibile utilizzare l’abbattitore.

5. Eliminare gli avanzi rimasti in tavola oltre le 4 ore

Non conservare avanzi di alimenti freschi o cucinati che siano rimasti a temperatura ambiente oltre le 4 ore: gli alimenti lasciati sulla tavola oltre questo tempo vanno eliminati.

6. Attenzione ai cibi più rischiosi

Le creme e le salse, specialmente quelle fatte in casa utilizzando uova crude, vanno conservate in frigorifero e consumate nel giro di poche ore. Per prepararle in sicurezza, utilizziamo solo uova extra fresche, e ricordiamo che non vanno mai lavate, per evitare di disseminare i batteri nelle pietanze o sulle superfici della cucina (lo stesso vale per il pollo!). La permanenza a temperatura ambiente di tartine o dolci con creme e salse non deve superare le 2 ore. Alcuni alimenti, quali i molluschi crudi o i formaggi freschi a base di latte crudo, vanno evitati dalle persone più fragili, come i bambini in età prescolare, le donne in gravidanza, gli anziani e le persone immunocompromesse.

7. Conservare correttamente gli avanzi in frigorifero

Dopo il pasto gli avanzi possono essere conservati in frigorifero per 2 o 3 giorni, ma vanno collocati in contenitori puliti e chiusi nei ripiani alti del frigorifero. Bisogna fare attenzione a tenere separati e non mescolare alimenti di tipo diverso. Nel caso di affettati, non conservarli oltre i 2 giorni.

8. Congelare in contenitori adeguati

Se si vogliono congelare gli avanzi, evitare l’utilizzo di carta, cartone o vaschette di alluminio. Preferire invece contenitori chiusi adatti al contatto con gli alimenti e al congelamento, come i sacchetti monouso specifici per il congelatore.

9. Scongelare gli avanzi in modo corretto

Lo scongelamento degli avanzi va fatto in frigorifero, oppure in acqua fredda all’interno di un contenitore chiuso, per non eliminare i nutrienti dall’alimento con l’azione dell’acqua. In alternativa si può cuocere direttamente l’alimento congelato.

10. Riscaldare in modo uniforme

Prima di consumare gli avanzi, riscaldarli uniformemente fino al cuore del prodotto.

Per approfondire la conoscenza sui rischi alimentari e le buone pratiche per ridurli, è possibile consultare il sito web http://www.rischialimentari.it. Il sito presenta le informazioni essenziali da sapere sui microrganismi patogeni e le sostanze chimiche dannose che possono essere presenti negli alimenti, oltre che ulteriori raccomandazioni per la preparazione e il consumo sicuro degli alimenti da parte degli esperti in sicurezza alimentare dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe).

Fonte: servizio stampa IZSVe/foto archivio pranzo di Natale Argav

Rischi alimentari. Lavarsi le mani, una prassi igienica importante ma spesso sottovalutata

Schermata 2024-12-20 alle 23.09.24Nel 2019 l’Osservatorio dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha svolto uno studio etnografico nelle cucine di alcune famiglie italiane per indagare i comportamenti e le abitudini delle persone durante la preparazione dei pasti, il loro consumo e il riordino successivo, così da individuare quali abitudini possono maggiormente esporre a rischi alimentari.
Dai risultati dello studio è emerso che la maggior parte delle persone osservate nello svolgimento delle loro pratiche quotidiane in cucina sottovaluta l’importanza di lavarsi le mani, un’operazione al contrario fondamentale per impedire che gli alimenti manipolati vengano contaminati da microrganismi potenzialmente patogeni. Molte delle persone coinvolte nello studio non si sono lavate affatto le mani prima di iniziare a preparare gli alimenti né prima di mangiare. Nei casi in cui ciò è avvenuto, spesso l’azione non è stata comunque svolta in modo efficace o al momento adeguato.

Le pratiche osservate dallo studio IZSVe

Ad esempio, spesso le persone coinvolte nello studio non si sono lavate adeguatamente le mani dopo aver toccato alimenti crudi (carne, pesce, pollame, uova, verdure). Oppure non le hanno lavate dopo aver toccato animali domestici o oggetti estranei alla preparazione degli alimenti, come sacchetti delle immondizie, pannolini, telefonini, telecomandi, pinze per capelli o la ciotola del cane, né dopo essere stati ai servizi igienici, aver starnutito o aver soffiato il naso. Oppure ancora, molti hanno vanificato l’igienizzazione delle mani immediatamente dopo averle lavate, utilizzando strofinacci sporchi per asciugarle. In alcune famiglie i bambini sono stati lasciato giocare con petti di pollo crudi, portando poi le mani sporche sul viso e sulla bocca e toccando altre persone, oggetti e superfici. Nella gran parte di casi, la pulizia delle mani durante la preparazione del pasto è stata eseguita passando frequentemente e velocemente le mani sotto il getto dell’acqua corrente del lavandino, ma senza l’utilizzo di detergente (compiendo quindi in modo distratto soltanto un risciacquo, scarsamente utile a fini igienici). Alcune delle persone osservate si sono lavate le mani soltanto a conclusione del pasto. Allo stesso modo, molto spesso i bambini sono stati invitati a lavare le mani solo dopo aver mangiato e non prima di iniziare. Il lavaggio delle mani in questi casi non era svolto per motivi igienici, ma piuttosto per evitare di sporcare o ungere i mobili e gli oggetti della casa. Infine, in alcuni casi, con le mani sporche le persone hanno manipolato anche gli avanzi del pasto e i contenitori puliti usati per la loro conservazione.

Il rischio derivante dalle mani sporche

Al contrario di tutto ciò, il lavaggio delle mani non è un’azione banale da sottovalutare: le mani infatti possono rappresentare un veicolo importante di contaminazione e/o cross-contaminazione degli alimenti. Per cross-contaminazione si intende il trasferimento non intenzionale di microrganismi o sostanze chimiche da un alimento a un altro, oppure da una qualsiasi fonte contaminata a un alimento. Questa può accadere per contatto diretto fra alimenti, ma anche in modo indiretto attraverso intermediari come appunto le mani di chi prepara gli alimenti, ma anche le superfici di lavoro, oppure gli utensili precedentemente toccati con le mani sporche. In particolare quando si manipolano alcune tipologie di alimenti crudi – come pollame, pesce e carne cruda – le superfici e gli oggetti che vi entrano in contatto vengono inevitabilmente contaminati dai microrganismi che sono naturalmente presenti su questi prodotti. Se successivamente lo stesso utensile viene utilizzato per alimenti pronti al consumo, come verdure o cibi cotti, questi ultimi vengono contaminati creando le condizioni che possono potenzialmente originare una malattia a trasmissione alimentare.

Quando lavarsi le mani per ridurre i rischi alimentari

Lavare correttamente le mani al momento giusto e nel modo corretto permette quindi di interrompere la trasmissione dei patogeni, ovvero la cross-contaminazione di alimenti e oggetti da cucina come strofinacci, utensili e stoviglie. Al fine di impedire la diffusione dei batteri patogeni e la loro proliferazione, ci sono dei momenti chiave in cui compiere il lavaggio delle mani. Innanzitutto, è necessario lavarsi adeguatamente le mani con sapone PRIMA di manipolare o consumare alimenti. In particolare, è fondamentale lavarsi le mani al rientro in casa dopo aver frequentato luoghi pubblici, come ad esempio uffici, mezzi di trasporto, stazioni, bar, ristoranti, ospedali ecc. Durante la preparazione e il consumo dei pasti, inoltre, le mani vanno sempre lavate DOPO: aver toccato alimenti crudi come carne, pesce, pollame e uova, ma anche verdura non lavata; aver tossito, starnutito o soffiato il naso; aver usato il bagno; aver cambiato un pannolino; essere stati a contatto con persone ammalate; essere stati a contatto con animali;aver maneggiato la spazzatura; aver maneggiato oggetti o utensili sporchi e/o estranei alla preparazione degli alimenti come per esempio telecomandi, telefonini, soldi, pinze per capelli, ciotole per il cibo degli animali domestici ecc.

Come lavarsi le mani in modo efficace

Sciacquare le mani continuamente sotto l’acqua corrente senza l’utilizzo di un detergente non ha l’efficacia di un lavaggio appropriato. Anzi, si rischia che le mani mal lavate ancora sporche contaminino gli strofinacci con cui ci si asciuga in seguito, creando proprio quelle condizioni che favoriscono le contaminazioni crociate. Il lavaggio delle mani deve quindi prevedere sempre l’utilizzo di SAPONE, che deve essere sufficiente a coprire tutta la superficie delle mani. L’operazione di lavaggio deve durare come minimo 40-60 secondi. Le mani vanno prima bagnate, va applicato il sapone frizionando palmo contro palmo, avendo cura successivamente di raggiungere con il detergente anche le zone in mezzo alle dita e il dorso della mano. Dopodiché le mani vanno risciacquate fino a completa eliminazione del detergente, e vanno asciugate preferibilmente con carta a perdere monouso, o quantomeno con panni o asciugamani puliti. In assenza di acqua corrente è possibile igienizzare le mani con appositi prodotti disinfettanti, come ad esempio gel a base alcolica. Anche con l’uso di questi prodotti sono richiesti 30-40 secondi per il lavaggio delle mani; l’azione va fatta inoltre con mani asciutte, altrimenti ne viene ridotta l’efficacia. Ricorda infine che questi prodotti, se usati frequentemente, possono provocare secchezza della cute.

Fonte: servizio stampa IZSVe

I fondi Pnrr per la ricerca sulle zanzare promuovono la scienza partecipata attraverso l’app Mosquito Alert

MosquitoAlertArriva la primavera e con essa tornano le zanzare. Dopo un inverno così mite e le piogge di questi ultimi giorni si teme che nei prossimi mesi la loro presenza possa essere maggiore degli anni scorsi. Ma non si tratta solo di un fastidio: le zanzare infatti possono trasmettere virus – come quelli del West Nile, del Chikungunya e del Dengue – capaci di causare gravi malattie all’uomo. Per questo è importante sapere dove, quando e quante specie abbiamo sul nostro territorio, dove si raggiungono maggiori densità e maggiori rischi e dove è più opportuno concentrare gli interventi di disinfestazione.

Già dal 2021, la task force di Mosquito Alert Italia – capitanata dal Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive di Sapienza con il contributo dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, di Muse – Museo delle Scienze di Trento e dell’Università di Bologna – ha puntato sulle segnalazioni fotografiche dei cittadini per ottenere dati a livello nazionale. In due anni, l’app Mosquito Alert è stata scaricata da oltre 18.000 utenti, che hanno inviato oltre 8.000 foto da 103 su 107 province italiane. La maggior parte di queste appartengono alla specie più diffusa in Italia – la zanzara comune Culex pipiens – e alla specie invasiva Aedes albopictus, la famosa zanzara tigre che è approdata in Italia ormai da oltre 30 anni e diffusa in tutto il territorio, condizionando la possibilità di godere appieno delle attività all’aperto da maggio a ottobre. Ma i cittadini hanno anche inviato fotografie anche di specie più rare, come la zanzara coreana (Aedes koreicus) e quella giapponese (Aedes japonicus) – specie invasive giunte più recentemente nel nostro paese e in espansione soprattutto nel nord Italia.

Grazie alle segnalazioni dei cittadini effettuate all’interno delle loro abitazioni, si è cominciato a capire quali specie pungono maggiormente all’aperto e quali al chiuso, un dato che può sembrare banale per chi di noi è frequentemente vittima delle punture, ma che finora non era stato possibile valutare scientificamente per la difficoltà di fare campionamenti e posizionare trappole negli ambienti domestici. Il successo dell’iniziativa ha portato i ricercatori a un salto di qualità nel 2023, anche grazie ai finanziamenti ricevuti da gruppi di ricerca di 10 Università, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Associazione degli Istituti zooprofilattici sperimentali e della Fondazione Bruno Kessler grazie al progetto “INF-ACT – One Health Basic and Translational Research Actions addressing Unmet Needs on Emerging Infectious Diseases” finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca su fondi PNRR Next Generation EU. Da maggio e per tutti i prossimi mesi dell’anno, verranno avviate attività di promozione dell’app Mosquito Alert nelle università, nei musei, nelle scuole e nei comuni con alcuni dei quali è già iniziata una proficua collaborazione. L’obiettivo è quello di ottenere un maggior numero di segnalazioni attraverso l’ulteriore sensibilizzazione dei cittadini al progetto, ma anche quello di sfruttare questa occasione per creare una maggior consapevolezza sui rischi sanitari associati alle punture di zanzare, sulla necessità di sorvegliare la possibile introduzione della specie più pericolosa – la Aedes aegypti, non presente in Italia ma segnalata l’anno scorso per la prima volta da molto tempo nel Mediterraneo, nell’isola di Cipro – e, infine, sul ruolo essenziale di ognuno di noi nell’evitare di fornire alle zanzare luoghi per la riproduzione.

È importante sottolineare che le larve di zanzara vivono e si sviluppano in acqua, e che molte volte, specialmente in caso di stagioni poco piovose, sono le stesse persone a mettere a disposizione siti idonei per la loro riproduzione, dalle vasche ai bidoni ai sottovasi e una miriade di altri piccoli contenitori spesso pieni d’acqua, non di origine piovana, utilizzati per le attività di innaffiamento e irrigazione. Riferimenti: www.mosquitoalertitalia.it Info: Alessandra della Torre, coordinatore Research Node 2, progetto INF-ACT, Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive, Sapienza Università di Rom alessandra.dellatorre@uniroma1.i Beniamino Caputo, coordinatore di Mosquito Alert ITALIA, Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive, Sapienza Università di Roma beniamino.caputo@uniroma1.it

Fonte: Servizio stampa ISVe

Che informazioni troviamo nelle etichette dei prodotti confezionati? 100 secondi per saperlo.

In questo video della serie «100 secondi» realizzata dal Laboratorio comunicazione della scienza dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie si scoprono quali sono le informazioni che si trovano sulle etichette dei prodotti alimentari confezionati che devono essere specificate dai produttori secondo il Regolamento UE 1169 del 2011.

Fonte: IZSVe

Sicurezza alimentare. Come funzionano i controlli veterinari alle frontiere? La risposta in 100 secondi.

Ogni anno l’Italia importa animali e prodotti di origine animale dall’estero, un volume commerciale in continua crescita. Quanto sono sicuri questi prodotti? E chi fa i controlli? A vigilare ci pensano veterinari e personale dei Posti di Ispezione Frontaliera (PIF) e degli Uffici Veterinari Adempimenti Comunitari (UVAC), stazioni periferiche del Ministero della Salute. I PIF si occupano delle importazioni dai Paesi Terzi, gli UVAC si occupano degli scambi all’interno della Comunità Europea.

 

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Sicurezza alimentare, differenza tra “consumare entro” e “consumare preferibilmente entro”

Il termine shelf-life significa letteralmente “vita di scaffale” e nell’ambito della sicurezza alimentare viene utilizzato per indicare la vita commerciale del prodotto, ovvero il periodo di tempo che intercorre fra la produzione e il consumo dell’alimento senza che ci siano rischi per la salute del consumatore. Ma da cosa dipende la durata del prodotto? Chi la stabilisce e come? E quale differenza c’è fra le varie diciture sulla scadenza che troviamo nelle confezioni dei prodotti alimentari? Scoprilo in questo video della serie «100 secondi» realizzata dal Laboratorio comunicazione della scienza dell‘Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

 

Fonte: Servizio stampa IZSVe

Influenza dell’alimentazione sulla salute di onnivori, vegetariani e vegani, nessuna differenza se la dieta è ipercalorica e ricca di grassi

Il microbiota intestinale di vegani, vegetariani e onnivori è identico se la dieta è ricca in grassi. È questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) e finanziato dal Ministero della Salute. La ricerca, pubblicata su Frontiers in Microbiology, aveva l’obiettivo di valutare l’impatto sul microbiota intestinale (l’insieme di tutti batteri presenti nell’intestino) derivante dal consumo di alimenti di origine animale.

Nessuna netta differenza. Sono stati coinvolti 101 volontari normopeso, che seguivano una dieta onnivora, vegetariana o vegana, a cui è stato chiesto di fornire il proprio diario alimentare, per la valutazione della composizione della dieta, e un campione fecale, per lo studio della composizione del microbiota. “Lo scenario osservato è stato sorprendente, in quanto ci aspettavamo di vedere delle differenze nette fra persone che si alimentano in modo così diverso. È apparso evidente invece che l’”etichetta” di vegano, vegetariano o onnivoro non è sufficiente a dare conto dell’impatto della dieta sulla salute”, ha dichiarato Antonia Ricci, direttore sanitario dell’IZSVe e responsabile scientifico della ricerca.

Dieta tipica dell’Occidente. I ricercatori, infatti, utilizzando diverse metodologie hanno provato a differenziare il microbiota degli onnivori da quello dei vegetariani e dei vegani senza ottenere risultati statisticamente significativi. I tre gruppi erano perfettamente sovrapponibili e tra i vegani e i vegetariani non si evidenziava prevalenza di popolazioni microbiche tipiche di un’alimentazione ricca in fibra. L’analisi dei diari alimentari ha rivelato la soluzione del caso. Tutti i partecipanti, indipendentemente dagli alimenti consumati (di origine animale o vegetale), presentavano una dieta ricca in grassi e povera in carboidrati e proteine. Questa tipologia di dieta, tipica dell’Occidente e ritenuta responsabile della planetaria pandemia di obesità, da quanto emerge dalla ricerca provoca cambiamenti del microbiota intestinale che fanno assomigliare i vegani e i vegetariani agli onnivori. Nessuna delle tre tipologie di dieta, per il momento, ha vinto la sfida della salute.

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie