
(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). Gridare al lupo non aiuta la verità, per il semplice fatto che il lupo fa il lupo. Casomai, spetta all'uomo sforzarsi di comprenderne il comportamento, visto che negli ultimi due decenni il lupo “si è permesso” di tornare a frequentare alcuni territori del nostro Paese che in passato aveva sempre abitato, ma che - secondo il modo di pensare degli umani - avrebbe dovuto evitare in quanto una convivenza “uomo-lupo” oggi non è più possibile.
Su questo tema, in molti Paesi europei e anche nel Veneto, negli ultimi anni si sono aperte discussioni infinite che hanno visto confrontarsi le tante parti chiamate in causa (amministrazioni nazionali e locali, associazioni animaliste, allevatori, biologi, giornalisti, ecc.), ma che fin qui poco hanno chiarito, complice anche un'azione di informazione e divulgazione spesso confusa e distorta.
Attorno a questi interessanti argomenti si è sviluppato un corso di formazione per giornalisti svoltosi ad Arzerello di Piove di Sacco (Pd),nel Circolo di Campagna Wigwam, organizzato da Wigwam e Argav in collaborazione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti. All'evento sono intervenuti due relatori d'eccezione: la biologa della conservazione Paola Peresin (autrice, tra l'altro, di “Bestiario – Piccolo dizionario per grandi bioequivoci” e il più recente “Il viaggio di Slavc – Errori, bugie, falsi miti e leggende sul lupo”); e il biologo esperto in grandi carnivori Renato Semenzato, abituale ospite della trasmissione di Rai3 Geo sui temi della fauna selvatica.
Cosa significa per il lupo fare il lupo? Per capirlo è sufficiente conoscere quello che è stato lo straordinario viaggio di Slavc (si pronuncia Slauz), un giovane lupo radiocollarato sulle Alpi Dinariche (in Slovenia) nel 2011 che, l'anno seguente, lasciato il branco di origine (la naturale “dispersione” che spinge i soggetti di 1-2 anni a cercare un nuovo territorio e un partner), percorse ben 1.176 chilometri in tre mesi, attraversando un pezzo di Slovenia, Austria e Italia, fermandosi sui monti della Lessinia, in provincia di Verona, dove il lupo mancava da oltre 130 anni.
Come scrive Peresin nel suo libro “Il viaggio di Slavc”: “…..attraversando il confine di tre Stati, Slavc non sta semplicemente cambiando territorio geografico, ma entrando in un universo culturale stratificato da millenni di trasformazioni simboliche, normative, amministrative. Ogni sua impronta sui sentieri alpini riattiva echi di narrazioni ancestrali, ogni predazione documentata riaccende conflitti che affondano le radici in concezioni diverse della natura, della zoologia, della coesistenza”.
In altre parole, Slavc ha semplicemente fatto il lupo, e la biologia, altrettanto semplicemente, ha seguito il suo corso naturale, vale a dire: al momento opportuno il giovane lupo ha lasciato il suo branco d'origine; ha girovagato tra mille pericoli, attraversando nel suo lungo cammino strade e autostrade; ha cacciato e predato quello che gli serviva per sfamarsi; si è fermato quando ha incontrato quella che presto sarebbe diventata la sua partner (e nel veronese il nome affibbiato a questa giovane lupa non poteva che essere Giulietta), una femmina di origine appenninica che aveva raggiunto la Lessinia anch'essa per naturale dispersione. Slavc, il lupo sloveno migrato in Italia, e la sua compagna Giulietta, nel corso di dieci anni (fino al 2022) hanno generato almeno 42 cuccioli, divenendo per alcuni “autentici eroi della natura selvaggia che riconquista i suoi diritti”, e per altri “una minaccia per la civiltà, l'avanguardia di un'invasione che avrebbe messo a rischio la sicurezza delle comunità rurali”.
Non volere il lupo nei paraggi delle malghe alpine dove d'estate si pratica l'allevamento è più che legittimo, ma sorprendersi che questo splendido animale sia tornato ad abitare le nostre montagne è poco plausibile. Non solo. Siccome il lupo fa il lupo e considerato che da animale molto adattabile e resistente quale è riesce a percorrere anche oltre 50 chilometri in una notte, è più che naturale che siano sempre più frequenti le segnalazioni di avvistamenti di lupi in dispersione o di micro branchi anche in pianura (recenti avvistamenti sono stati segnalati nel Veneziano, nel Bbassanese, sui Colli Euganei, sui Monti Berici, nelle golene del Po), dove non mancano le prede da cacciare, a partire dalle nutrie e i cinghiali, responsabili rispettivamente dei ben noti danni alle arginature dei corsi d'acqua e alle colture.
Educare alla selvaticità. Saper gestire la complessità dei sistemi socio-economici in rapido mutamento, dovuti per esempio ai cambiamenti climatici in corso, ma anche a fenomeni specifici e circoscritti come quelli di cui abbiamo fatto cenno in questo articolo, rappresenta per chi amministra il territorio una grande responsabilità. La presenza dei grandi carnivori (quindi non solo lupi ma anche orsi) nei territori antropizzati dev'essere gestita attraverso la conoscenza scientifica, la formazione e una corretta informazione, proprio per cercare di ridurre al minimo le conflittualità, considerato che nella società della conoscenza, una comunicazione scientifica efficace ed efficiente rappresenta un dovere civico.
La fauna selvatica, che ovviamente comprende anche i grandi carnivori, è stata ormai inglobata in un territorio in rapida e continua trasformazione. Appare pertanto inevitabile dover imparare a conviverci mettendo in campo tutte quelle misure capaci di salvaguardare gli interessi della collettività nel rispetto della fauna selvatica. Per fare questo si deve operare delle scelte oggettive basate sulle evidenze scientifiche, ovvero su quel concetto il cui principio fondamentale è dato dal fatto che tutte le decisioni riguardanti la gestione della fauna selvatica dovrebbero essere prese sulla base di studi fondati sulla ricerca scientifica, selezionati e interpretati secondo criteri ben definiti. Questo perché la presenza diffusa dei grandi predatori necessità appunto di conoscenza, pianificazione, azioni coordinate di prevenzione, di un'efficiente comunicazione e di concreti interventi sul campo.
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Un lupo femmina, del peso di 34 kg, è stato catturato la scorsa settimana nel versante bellunese del Massiccio del Grappa dal gruppo di lavoro del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Sassari, nell’ambito del Progetto per la gestione proattiva della specie mediante telemetria satellitare, approvato e finanziato dalla Regione del Veneto con specifica delibera di giunta. L’esemplare, in ottime condizioni di salute, una volta completate le operazioni di monitoraggio sanitario e biometrico e i prelievi per la genetica, è stato immediatamente rilasciato munito di radiocollare satellitare.