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La tutela dell’ambiente è un principio costituzionale

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Foresta del Cansiglio – Riserva Naturale Bus della Genziana (foto http://www.uniurb.it)

La Proposta di legge costituzionale approvata dal Parlamento l’8 febbraio scorso inserisce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi fra i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana. Il provvedimento, votato in via definitiva alla Camera dei deputati, modifica gli articoli 9 e 41 della Costituzione e incide direttamente sullo Statuto delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano in materia di tutela degli animali.

L’Articolo 9 fa parte degli articoli “fondamentali” della Costituzione. In esso era già contenuta la tutela del patrimonio paesaggistico e del patrimonio storico e artistico della Nazione, con la riforma si attribuisce alla Repubblica anche la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi e viene specificato esplicitamente un principio di tutela per gli animali. La modifica all’articolo 41, invece, sancisce che la salute e l’ambiente siano paradigmi da tutelare da parte dell’economia, al pari della sicurezza, della libertà e della dignità umana. E lo stesso articolo modificato sancisce anche come le istituzioni, attraverso le leggi, i programmi e i controlli, possano orientare l’iniziativa economica pubblica e privata non solo verso fini sociali ma anche verso quelli ambientali.

Gli articoli della Costituzione modificati (in MAIUSCOLO le modifiche approvate)Articolo 9– La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. TUTELA L’AMBIENTE, LA BIODIVERSITÀ E GLI ECOSISTEMI, ANCHE NELL’INTERESSE DELLE FUTURE GENERAZIONI. LA LEGGE DELLO STATO DISCIPLINA I MODI E LE FORME DI TUTELA DEGLI ANIMALI. Articolo 41– L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, ALLA SALUTE, ALL’AMBIENTE. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali E AMBIENTALI. Le modifiche introdotte dal Progetto di legge costituzionale approvato, infine, stabiliscono una clausola di salvaguardia per l’applicazione del principio di tutela degli animali negli Statuti speciali delle Regioni Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta e delle Provincie del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia.

Fonte: Ministero della Transizione Ecologica

Energia da fusione: ricercatori europei e italiani – tra i quali i ricercatori del Consorzio RFX, gruppo di Padova per ricerche sulla fusione -, ottengono quantità di energia record, un grande passo in avanti sulla strada verso una fonte sicura, efficiente e a basso impatto ambientale 

Spider Consorzio Rfx

Risultato record ottenuto da fisici e ingegneri di EUROfusion a dimostrazione delle potenzialità della fusione nella produzione di energia: presso l’impianto europeo JET (Joint European Torus), l’esperimento leader a livello mondiale situato a Culham (Regno Unito), sono stati prodotti 59 megajoules di energia, un risultato pienamente in linea con le previsioni teoriche e che conferma le motivazioni alla base del progetto ITER per garantire energia sicura, sostenibile e a bassa emissione di CO2.

Il risultato è stato ottenuto dal più grande e potente tokamak in funzione al mondo, che ha sede presso la UK Atomic Energy Authority (UKAEA), raddoppia e supera il precedente record di 21,7 megajoules stabilito sempre al JET nel 1997. Arriva come risultato di una campagna sperimentale, progettata da EUROfusion per mettere a frutto oltre due decenni di progressi nella fusione e per prepararsi al meglio in vista dell’avvio della sperimentazione sul progetto internazionale ITER. Il record e i dati scientifici ottenuti durante questa cruciale campagna sperimentale sono una grande conferma per il successo di ITER, la versione più grande e avanzata di JET. ITER è un progetto di ricerca sulla fusione in corso di realizzazione a Cadarache a sud della Francia, sostenuto da sette partner – Cina, Unione Europea, India, Giappone, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti d’America – che mira a dimostrare la fattibilità tecnica e scientifica dell’energia da fusione.  Proprio mentre aumenta a livello globale la richiesta di affrontare efficacemente gli effetti del cambiamento climatico attraverso la decarbonizzazione della produzione di energia, questo successo rappresenta un grande passo avanti sulla strada verso la fusione quale fonte sicura, efficiente e a basso impatto ambientale per combattere la crisi energetica globale.

I vantaggi della fusione termonucleare. La fusione è il processo che alimenta le stelle, come il nostro Sole, e promette, nel lungo termine, di essere una fonte di elettricità quasi illimitata, utilizzando piccole quantità di combustibile reperibili ovunque sulla terra, da materie prime poco costose. Il processo di fusione unisce, fino a fondersi ad altissima temperatura, nuclei di elementi leggeri come l’idrogeno, che si trasformano in elio, rilasciando una quantità enorme di energia sotto forma di calore. La fusione è intrinsecamente sicura perché per sua natura non può innescare processi incontrollati.

L’importanza strategica di JET. L’esperimento a fusione Joint European Torus (JET) – che è in grado di generare plasmi che raggiungono temperature di 150 milioni di gradi Celsius, 10 volte la temperatura al centro del Sole – è un banco di prova di importanza vitale per ITER, uno dei progetti di collaborazione più grandi della storia. JET può raggiungere condizioni simili a quelle di ITER e dei futuri reattori a fusione ed è l’unico tokamak in funzione nel mondo ad usare come combustibile il mix di deuterio e trizio (D-T), isotopi dell’idrogeno, previsto per questi impianti.

Megajoules e megawatt. Con il suo recente record sperimentale, JET ha prodotto complessivamente 59 megajoules di energia termica da fusione in un tempo di 5 secondi (la durata dell’esperimento a fusione). Durante questo esperimento, JET ha raggiunto una potenza di fusione media (ovvero, energia prodotta per secondo) di circa 11 megawatt (megajoule per secondo). Il record precedente ottenuto dal JET, durante un esperimento di fusione nel 1997, è stato pari a 22 megajoule di energia termica. Il picco di potenza pari a 16 MW raggiunto brevemente nel 1997 non è stato sorpassato nei recenti esperimenti perché l’obiettivo era finalizzato a ottenere energia da fusione in un arco di tempo di alcuni secondi.

La fusione termonucleare. La ricerca sulla fusione mira a replicare il processo che alimenta il Sole per una nuova fonte di energia a basse emissioni di carbonio su larga scale. Quando atomi leggeri si fondono insieme per formare atomi più pesanti, si genera una grande quantità di energia. Per fare ciò, si riscaldano pochi grammi di idrogeno a temperature estreme, 10 volte più elevate che nel Sole, formando un plasma in cui avvengono reazioni di fusione. L’impianto a fusione commerciale utilizzerà l’energia prodotta da reazioni di fusione per generare elettricità. La fusione ha una enorme potenzialità come fonte di energia a bassa emissione di carbonio. È eco-sostenibile e sicura e il combustibile che utilizza è abbondante e sostenibile. In termini di resa, a parità di quantità, la fusione genererà circa 4 milioni di volte più energia rispetto a quella prodotta bruciando carbone, petrolio o gas.

EUROfusion. E’ un consorzio composto da 30 organizzazioni di ricerca e, dietro di esse, da circa 150 entità affiliate, incluse università e aziende, di 25 Paesi Membri dell’Unione Europea, del Regno Unito, della Svizzera e dell’Ucraina. Insieme, lavorano per la realizzazione di un impianto in grado di produrre e immettere in rete elettricità da reazioni di fusione in linea con la European Research Roadmap to the Realisation of Fusion Energy. Il programma di EUROfusion ha due obiettivi: preparare la sperimentazione di ITER e sviluppare i le soluzioni tecnologiche per il futuro impianto a fusione dimostrativo europeo DEMO. Il programma EUROfusion sostiene diversi progetti di ricerca in laboratori europei attraverso attività di Enabling Research.

ITER. Progettato per dimostrare la fattibilità scientifica e tecnologica della fusione, sarà il più grande impianto sperimentale a fusione al mondo. ITER è anche una collaborazione globale senza precedenti. L’Europa contribuisce per quasi metà dei costi di costruzione, mentre gli altri 6 partner di questa joint venture internazionale (Cina, India, Giappone, Repubblica di Corea, Russia e Stati Uniti d’America) contribuiscono equamente al rimanente costo.

Cofinanziato dalla Commissione Europea, il consorzio EUROfusion vede la partecipazione di 4.800 tra esperti, studenti e personale in staff da tutta Europa, con una forte presenza di ricercatori italiani. Maria Chiara Carrozza, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha detto: I risultati che oggi vengono annunciati attestano il raggiungimento di un obiettivo estremamente importante, la conferma sperimentale su JET che in una configurazione tokamak è possibile ottenere elettricità da fusione, e sono un passo cruciale verso la produzione in futuro di energia abbondante ed eco-sostenibile. Il record di 59 megajoule di energia da fusione ottenuto su JET è un successo tutto europeo, un risultato chiave che dà forza a ITER e alla Roadmap europea sulla fusione. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche svolge ricerche sulla fusione fin dagli anni ’60, pienamente inserito nel Programma Europeo, e ha contribuito a questo successo principalmente con l’attività dell’Istituto per la Scienza e Tecnologia dei Plasmi – CNR-ISTP – e con la partecipazione al Consorzio RFX, conducendo esperimenti su temi chiave dei plasmi igniti e implementando essenziali sistemi diagnostici”. Tony Donné, EUROfusion Programme Manager (CEO), ha detto: “Se riusciamo a mantenere la fusione per cinque secondi, potremo farlo per cinque minuti e poi per cinque ore, se scaliamo al funzionamento delle future macchine a fusione. Questo è un grande momento per ciascuno di noi e per tutta la comunità della fusione”. Francesco Romanelli, direttore del JET dal 2006 al 2013, attualmente presidente del Consorzio DTT, ha detto: “JET è stato l’esperimento che più si è avvicinato alle condizioni fisiche che studieremo su ITER ed ha contribuito in maniera fondamentale a formare una nuova generazione di giovani ricercatori“. Francesco Gnesotto, presidente del Consorzio RFX, ha detto: “ È un enorme successo di tutta la comunità scientifica europea, cui i ricercatori padovani del Consorzio RFX hanno dato un importante contributo, in termini sia di realizzazione di sistemi di controllo e di diagnostica, che di progettazione di campagne sperimentali e di analisi dei dati in esse raccolti. La notizia è di ottimo auspicio per ITER, il successore di JET, che entrerà in funzione tra pochi anni”.

Fonte: Servizio relazioni esterne Consorzio RFX

Consorzio RFX - Gruppo di Padova per ricerche sulla fusione

Zanzare ed epidemie: premiato dalla Commissione Europea un modello per mappare il rischio alla cui realizzazione hanno contribuito Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, Fondazione Edmund Mach e UniTrento 

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Controllare le zanzare (anche) dallo spazio. Sembra un paradosso e invece è il fulcro di Eywa (EarlY WArning System for Mosquito-borne diseases), il sistema avanzato di allerta precoce per le malattie trasmesse dalle zanzare. Un progetto multidisciplinare coordinato dall’Osservatorio Nazionale di Atene al cui sviluppo partecipano l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), la Fondazione Edmund Mach (FEM) e l’Università di Trento.  Il sistema EYWA è in fase di attuazione operativa in nove regioni europee e, da quest’anno, sarà trasferito nei paesi extra UE, Costa d’Avorio e Thailandia.

Oggi l’80% della popolazione mondiale vive in aree dove è presente almeno una delle principali malattie trasmesse dalle zanzare, territori dove patologie come malaria, Chikungunya, dengue, febbre gialla o Zika causano oltre 700.000 morti all’anno. Per contribuire a prevenire e mitigare l’impatto di queste malattie, la Commissione europea ha indetto un premio per finanziare il miglior prototipo che, basandosi su dati geo-spaziali, consentisse di monitorarle e prevenirne la trasmissione all’uomo. Una selezione nella quale il sistema Eywa è risultato il migliore, conquistando il primo premio e ricevendo una sovvenzione di 5 milioni di euro. Basato sulla combinazione di attività di campionamento e sorveglianza sul campo, su analisi di laboratorio, sviluppo di modelli matematici e mappe dinamiche, l’obiettivo di Eywa è quello di combinare i big data derivanti dall’osservazione della Terra e parametri ambientali, climatici, meteorologici, socioeconomici, demografici raccolti sul campo, definendo così un’infrastruttura capace di disegnare modelli predittivi di diffusione affidabili.

L’approccio interdisciplinare di Eywa – che incrocia i dati spaziali del portale Geoss, quelli raccolti dal programma di osservazione satellitare terrestre Copernicus e quelli ottenuti con attività sul campo – è stato possibile attraverso l’incrocio di varie competenze e professionalità. Una sinergia tra diversi attori che potrà ora beneficiare di un importante finanziamento per crescere e perfezionarsi, un percorso di affinamento al quale saranno chiamati anche i partner italiani del progetto, a cominciare dal Laboratorio di parassitologia, micologia ed entomologia sanitaria dell’IZSVe. “Il progetto ha visto la collaborazione fra vari paesi, e il suo successo si basa sull’incontro di professionalità molto diverse, dagli entomologi ai matematici” dichiara Gioia Capelli, direttore sanitario dell’IZSVe “Ancora una volta le malattie trasmesse da vettori ci insegnano quanto l’approccio multidisciplinare settoriale alla salute unica sia oggi necessario. Il ruolo del nostro Laboratorio è stato quello di fornire i dati derivanti dal sistema di sorveglianza entomologica della West Nile Disease. Il dataset è stato utilizzato per confrontare e validare i dati predittivi sviluppati dai modelli matematici del sistema Eywa con dati reali di presenza e densità di zanzare Culex pipiens e del genere Anopheles in Veneto, vettori rispettivamente di West Nile virus e malaria”.

Tra i numerosi dati che compongono il sistema Eywa e partecipano alla definizione di un modello accurato, quelli ottenuti attraverso l’attività di campionamento entomologico in Trentino, un’azione svolta dalla Fondazione Edmund Mach con particolare attenzione per le specie di zanzare di maggior interesse per la sanità del territorio. “L’attività di ricerca della FEM che coordina il tavolo provinciale sul monitoraggio della zanzara tigre e di altre specie di vettori di interesse sanitario – spiega Annapaola Rizzoli, responsabile dell’Unità Ecologia applicata alla salute del Centro Ricerca e Innovazione – prevede di effettuare campionamenti sulle specie di zanzare di maggior interesse per la sanità, ma anche analisi di laboratorio finalizzate allo studio dei parametri vitali delle specie, incluso lo studio delle preferenze alimentari, e lo sviluppo di modelli matematici di previsione. Questa iniziativa senz’altro permetterà nuove collaborazioni scientifiche dalle potenziali importanti ricadute per la salute pubblica, non solo locale ma anche internazionale”.

Quanti più sono i dati raccolti, e più ricca è la loro provenienza, tanto più sono necessari modelli matematici capaci di leggerli. “Il nostro gruppo – chiarisce Andrea Pugliese, matematico di UniTrento – lavorava da tempo sulla modellizzazione dell’infezione del virus West Nile, una delle malattie trasmesse dalle zanzare. Cercavamo di capire come il clima, le temperature o altri fattori rendessero tali epidemie alcuni anni più pesanti e altri meno. Una expertise che abbiamo messo al servizio di Eywa per creare un sistema che avesse buoni livelli di predittività, per studiare le incidenze dei virus nelle varie zone. Un sistema che funziona abbastanza bene e che, con i nuovi fondi della Commissione europea, dovremo ora affinare ulteriormente”.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

Siccità: scarse riserve idriche, non più rinviabile la realizzazione di nuovi invasi secondo Anbi Veneto

Siccità

Campagne a secco, scarse nevicate, acquiferi in calo. Il prolungarsi del periodo siccitoso che si sta registrando in Veneto configura all’orizzonte la tempesta perfetta. Una tempesta molto secca, in verità. A destare particolare preoccupazione, soprattutto in previsione della stagione delle irrigazioni, è la mancanza di acqua immagazzinata sottoforma di depositi nivali in montagna e i bassi livelli delle falde acquifere. “Poca neve in montagna oggi significa, in mancanza di piogge, poca acqua in pianura nei prossimi mesi. Paghiamo le scarse precipitazioni in bassa quota come in alta quota e soprattutto il disfacimento prematuro del manto nevoso a causa delle alte temperature – spiega Francesco Cazzaro, presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce gli 11 consorzi di bonifica e irrigazione regionali -. Questi depositi rappresentano solitamente un serbatoio d’acqua ancora più prezioso in primavera quando, con l’apertura della stagione irrigua, iniziano i prelievi nella rete idraulica secondaria che innerva il territorio e porta acqua alle campagne”.

Il dato più significativo proviene dal bellunese, sul bacino del Piave, dove in questo inizio d’anno il manto nevoso ammonta a 140 milioni di metri cubi d’acqua contro i 600 milioni di metri cubi di un anno fa. I primi a risentirne – dati Arpav – sono ovviamente i serbatoi montani, con un riempimento medio dei laghi alpini sul bacino del Piave pari a circa il 50% del volume invasabile e appena del 30% per i laghi alpini del bacino del Brenta, entrambi abbondante sotto la media storica (-40%). Ma i segnali d’allarme arrivano anche dal sottosuolo “la mancanza di precipitazioni anche nel mese di autunno ha comportato un abbassamento dei livelli degli acquiferi. I rischi maggiori si registrano nei territori costieri dove la mancanza d’acqua dolce nelle falde lascia spazio all’intrusione del sale marino”.

Il perdurare della siccità ha aggravato una situazione che già a dicembre segnava, sempre secondo Arpav, un 47% in meno di precipitazioni rispetto alla media del periodo, che scendevano al -63% nel bacino dell’Adige e al -60% nel bacino del Piave. Sempre a dicembre i principali fiumi regionali segnavano portate nettamente sotto la media: -51% per il Bacchiglione, -41% Brenta, – 33% Po, -20% Adige. A fine anno, l’indice SPI che misura la siccità nelle campagne, indicava un quadro di siccità da moderata ad estrema sul Polesine, nella Bassa Padovana e nella parte centro meridionale della provincia di Venezia “il quadro, a gennaio, è sicuramente peggiorato e a fine febbraio sarà già tempo di semine e trapianti e fioriranno gli alberi da frutto.” “La situazione che stiamo attraversando – conclude Anbi Veneto – ci ricorda che non è più rinviabile la realizzazione di infrastrutture per conservare l’acqua. Serve ampliare la capacità degli invasi e servono nuovi bacini per l’acqua, soprattutto in media pianura. Ma alla base di tutto serve soprattutto una pianificazione che si accompagni a dotazioni finanziare adeguate, soprattutto in questo periodo dove possiamo attingere dal Pnrr. I consorzi di bonifica del Veneto stanno già realizzando opere finanziate tramite Psrn per 150 milioni di euro e hanno pronte opere per altri 300 milioni di euro.”

Fonte: Servizio stampa Anbi Veneto

 

La foresta di Bugoma, in Uganda, a rischio distruzione. Le associazioni che la difendono chiedono un aiuto.

Uganda

La socia giornalista Argav Beatrice Tessarin informa della campagna fondi organizzata dalle associazioni turistiche e di volontariato per la salvaguardia della foresta di Bugoma, nel sud-ovest dell’Uganda, minacciata dalla multinazionale Hoima Sugar che la sta estirpando per coltivare canna da zucchero (a questo link è possibile avere un’idea dell’argomento trattato). È una campagna molto coraggiosa di poche lungimiranti associazioni. I fondi servono per proseguire l’azione legale contro la multinazionale, che si è appropriata della foresta demaniale grazie a delle manovre contrattuali. Non lasciamoli soli. È una rovina enorme per l’habitat terrestre, per la biodiversitá, per gli animali che ci vivono, per i cambiamenti climatici, per l’intelligenza umana schiacciata sotto l’ottusitá del profitto. Per contribuire alla campagna fondi:

https://www.gofundme.com/f/save-bugoma-forest-2020?fbclid=IwAR3y64Rz9PpB2m5maXSojSj_6Q6t6WrMI_iSSMwUmdPVv0qNtgghkPKGCb4

Parco Regionale dei Colli Euganei, candidato a Riserva della Biosfera Unesco, premia i fautori della legge che fermò nel 1971 l’attività estrattiva sui colli

Foto 2_Parco Colli Euganei

Lo scorso 22 dicembre, nella sede del Parco Regionale dei Colli Euganei, in occasione del consuntivo delle attività svolte nel corso del 2021, si è svolta la cerimonia di consegna delle targhe commemorative all’onorevole Carlo Fracanzani e al figlio di Giuseppe Romanato, Giampaolo, firmatari della legge 1097 del 1971 che fermò l’attività estrattiva sui Colli Euganei. Tra i premiati anche Gianni Sandon, al tempo coordinatore dei comitati ambientalisti e tra i primi a denunciare lo scempio che il territorio stava subendo. La piccola cerimonia, con le targhe consegnate dal presidente del Parco Riccardo Masin, dal vicepresidente Antonio Scarabello e dall’assessore regionale Roberto Marcato, è stata anticipata dall’intervento del giornalista Renato Malaman, socio Argav, che ha curato il libro pubblicato da Banca Patavina “I Colli ritrovati”, dedicato alle vicende e ai fatti che portarono all’approvazione della legge Romanato/Fracanzani (nella foto, da sinistra il vicepresidente Antonio Scarabello, il presidente Riccardo Masin, l’on. Carlo Fracanzani, Gianni Sandon, il figlio di Giuseppe Romanato, Giampaolo, e l’assessore regionale Roberto Marcato).

Obiettivi raggiunti e futuri. Dopo l’intervento di Marcato, dedicato all’istituzione della Giornata dei Colli Veneti, che verrà festeggiata ogni anno, a partire dal 2022, nella prima domenica di marzo, l’incontro è proseguito con la relazione di Scarabello sullo stato di avanzamento della candidatura del territorio del Parco a Riserva della Biosfera Unesco. Ad ottobre scorso, infatti, è stata formalmente manifestata al Comitato Nazionale Tecnico “Uomo e Biosfera”, presso il Ministero della Transizione Ecologica, l’intenzione di avviare un percorso che porterà il territorio a far parte della grande rete internazionale delle aree inserite nel Programma “L’uomo e la biosfera” per la promozione di un rapporto equilibrato tra uomo e ambiente, attraverso la tutela della biodiversità e le buone pratiche dello Sviluppo Sostenibile. Il Parco, inoltre, prolungherà la collaborazione con il Comando Regione Carabinieri Forestale “Veneto”. A parlarne è stato il tenente colonello Federico Corrado, che ha rinnovato la disponibilità dell’arma a continuare il servizio di vigilanza e difesa a favore della conservazione e tutela del patrimonio naturale, per il contrasto degli illeciti e la prevenzione dei rischi di dissesto idrogeologico. Marco Pavarin, responsabile dell’Ufficio Educazione Naturalistica e Comunicazione del Parco, ha presentato la conclusione del progetto di digitalizzazione di parte dei tracciati ciclo-pedonali direttamente su Google Maps Bike.

Fonte: Servizio stampa Parco Regionale dei Colli Euganei

Cavallino Treporti (VE) sperimenta la coltivazione di piante alofite per vincere il degrado e migliorare la località

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Giardino Botanico di Porto Caleri, limonium

Coltivare piante alofite, dotate di adattamenti morfologici o fisiologici che permettono l’insediamento su terreni salini o alcalini, oppure in presenza di acque salmastre, come ad esempio la salicornia o il limonium (quest’ultimo, foto in alto, presente nel giardino botanico di Porto Caleri, a Rosolina) per fermare il degrado e migliorare dal punto di vista paesaggistico e ambientale la località. E’ quanto si prefigge il comune di Cavallino Treporti, nel veneziano, che ha invitato il consulente Lorenzo Barbasetti e Marco Bozzato, quest’ultimo agricoltore di piante innovative, a presentare il progetto di innovazione e riqualificazione dei terreni incolti in occasione della seduta del Tavolo Verde al quale siedono i rappresentanti di categoria.

Obiettivi. Afferma il sindaco Roberta Nesto: “Questa tipologia di coltivazione si inserisce perfettamente tra le finalità della “Blue&Green Community”, valorizza l’aspetto ambientale del litorale ma soprattutto recupera quelle aree oggi incolte e abbandonate, senza destinazione. Potrebbe diventare anche parte integrante del percorso di riqualificazione dei terreni incolti dell’Interreg CREW capitanato dallo IUAV, che coinvolge anche le Università Ca’ Foscari e Padova, oltre ad un numero di enti locali, associazioni e amministrazioni pubbliche”.

Piante di barena. “I nostri terreni per tipicità e posizione non sempre sono coltivabili, o non c’è l’interesse di farlo. Il problema dell’incolto è sempre più sentito e va data soluzione quanto prima per evitare nuove situazioni di degrado. Tra le proposte ricevute, quella della produzione di piante alofite, piante di barena, potrebbe essere una soluzione concreta – spiega Anna Valleri, conigliera comunale delegata all’Agricoltura -. Queste piante darebbero nuova vita a quei terreni che, a causa dell’alta salinità, sono stati abbandonati perché improduttivi. Darebbero altresì alla località un nuovo aspetto, una nuova accoglienza, cura e riordino. Innovazione e nuove prospettive sono quindi la strada per il cambiamento e le risposte a questo problema”.

Il mondo rurale. “Gli agricoltori hanno colto positivamente questa proposta che tiene conto della tradizione locale e dell’ambiente, ma altrettanto della necessità di riqualificare queste aree abbandonate – aggiunge il vicesindaco, assessore comunale alle Attività produttive, Francesco Monica -. Nei prossimi mesi avvieremo la sperimentazione di questa coltivazione, con il loro aiuto, per valutare come queste piante possano diventare parte integrante del nostro ambiente”.

Fonte: sevizio stampa comune di Cavallino-Treporti

 

Regione Veneto. Bottacin presenta in Commissione Consiglio l’aggiornamento piano rifiuti Veneto approvato dalla Giunta e afferma: “Non apriremo né discariche né termovalorizzatori” 

Rifiuti speciali

“Se già da anni nella gestione dei rifiuti il Veneto risulta essere la Regione più virtuosa a livello nazionale e tra le migliori a livello europeo, significa che la pianificazione in materia è stata di ottimo livello. Per questo, nell’aggiornamento del piano rifiuti, abbiamo voluto procedere in assoluta continuità con quello precedente”. A dirlo, l’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin a margine dei lavori della Commissione consiliare competente in cui, nei giorni scorsi, è stato presentato l’aggiornamento del piano regionale di gestione dei rifiuti già adottato dalla giunta regionale.

Cosa riguarda. “Un aggiornamento che, ovviamente, non nasce dall’interpretazione unilaterale della Giunta – sottolinea l’assessore -, ma è stato condiviso con i principali stakeholders ed è calibrato con puntualità sui dettami della normativa europea, che prevede l’autosufficienza regionale con unico ambito territoriale omogeneo per quanto riguarda i rifiuti solidi urbani e la libera circolazione da e verso il territorio regionale per quanto riguarda i rifiuti speciali. In tal senso l’aggiornamento del piano si è concentrato su entrambi i fronti, anche se con margini d’azione più ampi relativamente al primo”. Sempre seguendo i dettami del legislatore europeo è stata inoltre garantita in toto la gerarchia di gestione dei rifiuti che prevede innanzitutto la riduzione a monte del potenziale rifiuto e poi, in ordine, l’allungamento del ciclo di vita dei prodotti, il riciclaggio dei materiali, il recupero di energia, il conferimento in discarica.

Obiettivi. “Ci siamo preposti come ulteriore obiettivo di arrivare entro la fine del decennio a una raccolta differenziata pari all’84% – prosegue Bottacin -, performance che, va detto, oggi è già realtà in vari comuni della nostra Regione, ma anche a una riduzione della produzione di rifiuto urbano residuo pari a 80 chilogrammi, rispetto agli attuali 119, per abitante all’anno”. Il raggiungimento di tali obiettivi garantirebbe infatti, a caduta, ulteriori importantissimi risultati, che l’assessore declina e sottolinea con forza, sgomberando il campo da mistificazioni sul tema: “rispettando tali linee, che sono assolutamente alla portata, non ci sarà la necessità di aprire nessuna nuova discarica, nemmeno in ampliamento rispetto a quanto già autorizzato, e nessun ulteriore termovalorizzatore né incremento di potenzialità degli stessi rispetto a quanto già autorizzato oggi. Ma, con il raggiungimento degli obiettivi di piano, prima del 2030 ci sarà il totale abbandono del ricorso alla discarica“.

Nel piano inoltre si prevede di arrivare alla tariffa unica regionale di conferimento del rifiuto residuo, con l’introduzione di un contributo incentivante per i territori virtuosi e di un contributo per il disagio per i territori che ospitano impianti di smaltimento. Per quanto riguarda invece i rifiuti speciali, pur non potendo le Regioni vincolarne i flussi, vengono previsti degli specifici focus in particolare per quanto riguarda il fine vita dei pannelli fotovoltaici, delle batterie al litio, dei veicoli convenzionali, dei rifiuti contenenti amianto, dei Pfas e ancora altro. “Ho apprezzato lo stimolo di alcuni consiglieri che, sia in Commissione sia attraverso alcuni emendamenti presentati nei giorni scorsi in Consiglio durante le votazioni per l’aggiornamento del DEFR, hanno voluto sottolineare l’importanza di alcune tematiche, in particolare legate all‘economia circolare, che, per il vero, erano comunque già presenti sia nel nostro vecchio piano che in quello in itinere. Le considero pertanto come un rafforzativo e un segno di apprezzamento della nostra azione. D’altro canto in ogni materia del mio referato – conclude Bottacin – ho voluto fin da subito che fosse rispettato un approccio massimamente scientifico nell’affrontare le diverse problematiche. Cosa che si può ritrovare anche in una lettura puntuale del piano: in tal senso potrei ricordare che, in relazione ai siti da bonificare, abbiamo ad esempio introdotto una metodologia di priorità di intervento, attraverso analisi multicriteriali, definita con la collaborazione dell’Università di Padova”.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

Rifiuti urbani indifferenziati, sentenza della Corte di giustizia europea prevede che debbano essere smaltiti nell’impianto più vicino al luogo di produzione

Rifiuti speciali

Lo scorso 11 novembre,  la Corte di Giustizia Europea ha emesso una sentenza con la quale vengono dichiarate illegittime le spedizioni all’estero dei rifiuti indifferenziati sottoposti a trattamento meccanico che non ne abbia alterato la natura e le caratteristiche sostanziali.

Infiltrazioni mafiose. “E’ una sentenza, questa, che conferma come il Veneto sia un antesignano nella gestione ecologica e come sia stato capofila in una politica di autosufficienza dei rifiuti. L’organismo comunitario, infatti, legittima la delibera con cui la Regione ha dato un’interpretazione restrittiva alla definizione di rifiuto solido urbano. Un provvedimento importante dal punto di vista ambientale ma anche sociale perché previene infiltrazioni malavitose sempre in agguato”, commenta l’assessore veneto all’Ambiente, Gianpaolo Bottacin. “La legge prevede che questo tipo di residui debbano essere smaltiti all’interno dei confini regionali – spiega Bottacin – a meno che non ci sia uno specifico accordo tra la regione che li invia e quella che li accoglie. La nostra delibera dà un’interpretazione più corretta e stringente della classificazione. È un provvedimento grazie al quale diventa molto più difficile quello che poteva succedere in precedenza: che i rifiuti urbani fossero sottoposti a un trattamento, anche di relativo impegno ma sufficiente a cambiare il codice identificativo per dichiararlo rifiuto speciale. Con quest’ultimo escamotage, infatti, diventa libero di circolare per l’Europa e può essere inviato a qualsiasi destinazione”.

“La nostra delibera è stata impugnata e ha avuto un percorso complicato fino ad arrivare alla Corte europea che ci ha dato ragione – prosegue Bottacin -. Sono convinto che sia stato compreso come sia imperniata su due pilastri. Uno, quello di non lasciare spazio ad equivoci e situazioni in cui era sufficiente un trattamento al fine di rendere possibile qualsiasi destinazione, responsabilizzando le regioni a dotarsi degli impianti necessari. L’altro, favorire e difendere la legalità. È cronaca di qualche anno fa, infatti, quella che parla anche di arresti in un’altra regione perché era stato scoperto che rifiuti solidi urbani giravano sui camion, diretti in tutta Italia, senza nemmeno essere stati sottoposti a trattamento ma solo alla modifica del codice e della bolla di accompagnamento. Ora con il pronunciamento europeo è inequivocabile: indipendentemente dai codici di identificazione assegnati i rifiuti urbani indifferenziati restano tali e devono essere smaltiti nell’impianto più vicino al luogo in cui sono stati prodotti per limitarne al massimo il trasporto”.

Fonte: Servizio stampa regione Veneto

“Appello per la riconversione ecologica dei territori”, presentazione stampa il 23 novembre 2021, ore 11, nell’Auletta di Montecitorio a Roma

Bioarchitettura

Per salvare il nostro pianeta dalla pandemia virale e ambientale serve un rivoluzionario cambiamento di rotta dei nostri stili di vita e in particolare nel mondo dell’edilizia in termini di durabilità, economicità, ecologia, autosufficienza energetica e programmazione strutturale. Nel contesto del Pnrr (Piano nazionale di rilancio e resilienza), la Fondazione Italiana per la Bioarchitettura e l’Antropizzazione Sostenibile dell’Ambiente, vuole lanciare insieme ai firmatari l’ “Appello per la riconversione ecologica dei territori” nel corso della conferenza stampa che si svolgerà martedì 23 novembre 2021 alle ore 11 presso l’Auletta di Montecitorio a Roma. Obiettivo dell’incontro stampa, fare incontrare i media con i firmatari e la politica per dare concretezza ai postulati e alle proposte del documento.

L’Appello si inserisce nella lunga serie di attività divulgative, progettuali ed editoriali della Fondazione finalizzate alla sensibilizzazione e all’attuazione di iniziative concrete che contribuiscano ad innescare un processo di transizione resiliente del Paese. Diffuso da “Le Carré Bleu, feuille internationale d’architecture” con l’”instant magazine luglio 2021” francese/inglese/italiano e da “Bioarchitettura/ Abitare la terra” sul n. 129 e redatto in collaborazione la Fondazione Italiana per la Bioarchitettura e altri 12 soggetti di rilevanza nazionale e internazionale -, l’Appello è teso a definire una strategia di azione mirata a favorire la capacità di adattamento del territorio nazionale alle, ormai inevitabili, conseguenze dei cambiamenti climatici. L’incontro vuole essere un momento di confronto su questi temi in un tempo di svolta in cui il termine “ecologia” risuona nei discorsi politici ed economici più come uno slogan, che come un’intenzione concreta basata reali contenuti.

Parteciperanno alla conferenza stampa i rappresentanti delle organizzazioni firmatarie dell’Appello: Le Carré Bleu, feuille internationale d’architecture, Fondazione Italiana di Bioarchitettura e Antropizzazione Sostenibile dell’Ambiente, Università La Sapienza Roma – Prorettorato alla Sostenibilità, CNAPPC – Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori, IN-Arch Istituto Nazionale di Architettura, Greenaccord Onlus, Alleanza per il Clima, AzzeroCO2, Legambiente, Italian Institute for the Future, Civilizzare l’Urbano ETS, Unaga, OICE, AIQUAV – Associazione Italiana per la Qualità della Vita e gli stakeholder invitati: Roberto Cingolani, Ministro della Transizione Ecologica, Massimo Sessa, Presidente Consiglio Superiore LLPP, Manfred Schullian, Onorevole, Gilberto Dialuce, Presidente ENEA, Sabrina Alfonsi, assessore all’Ambiente e all’Agricoltura del Comune di Roma, Franco Gallerano, docente del Dipartimento di ingegneria dell’Università La Sapienza, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica, Ermete Realacci, Presidente Fondazione Symbola.

La Fondazione Italiana per la Bioarchitettura® e l’Antropizzazione Sostenibile dell’Ambiente, con sede a Firenze, Roma e Bolzano e delegazioni in tutte le regioni italiane, già ente terzo di formazione riconosciuto dal MIUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) e dal CNAPPC (Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori), dal 2012 è impegnata nella diffusione delle tematiche della Bioarchitettura. La fondazione opera da anni nell’analisi degli effetti delle emissioni di CO2 da consumi energetici e nello studio delle misure di contenimento in ambito architettonico e urbano. Possibile anche il collegamento on line, informazioni: arch. Laura Paladino T. 327 9743106 T. 336 453195, dott. Nicolas Spiess T. 338 6283413. 

Fonte: Fondazione Italiana per la bioarchitettura e l’antropizzazione sostenibile dell’ambiente