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14 ottobre 2010: la “Giornata della vista” si tinge di arancione con “Occhio alla carota”, il miglior cibo per la ricerca

Buona, sana, ricca di vitamina A, da oggi la carota non è solo il miglior cibo per gli occhi, ma è anche il miglior cibo per la ricerca. Un prodotto oggi a disposizione dei cittadini della provincia di Venezia grazie ad “Occhio alla Carota!”, la campagna promossa da Fondazione Banca degli Occhi del Veneto Onlus e da Coldiretti Venezia per il sostegno alla ricerca contro le malattie oculari.

Il ricavato di 20 mila confezioni di carote per la ricerca sulle patologie oculari. Dal 14 ottobre al 19 ottobre 2010, Giornata Mondiale della Vista, in cinque mercati settimanali di Campagna Amica situati a Mestre, Mirano, San Donà, Venezia e Dolo e fino al 17 ottobre 2010 in tutti i supermercati Alìper del Veneto, saranno disponibili 20 mila confezioni di carote a chilometri zero. Un prodotto del territorio e di qualità, proveniente dall’Azienda Agricola Garbin di Chioggia, messo gratuitamente a disposizione da Coldiretti Venezia per un fine altrettanto “salutare”: il ricavato della distribuzione verrà infatti interamente devoluto a Fondazione Banca degli Occhi, Centro regionale di riferimento per i trapianti di cornea e Centro Ricerche sulle cellule staminali oculari, per sostenere la ricerca medica sulle patologie oculari oggi senza risposta e illuminare la vita di migliaia di persone.

Carote buone per i cittadini e buone, dunque, anche per la ricerca. «I fondi raccolti attraverso questo progetto – afferma il direttore di Fondazione Banca degli Occhi, Diego Ponzin – saranno utilizzati dai nostri ricercatori per sconfiggere patologie oculari per cui un semplice trapianto di cornea non basta». In particolare, il ricavato del progetto sarà utilizzato per l’acquisto di un importante strumento per i laboratori di Fondazione: «Una cappa a flusso laminare – conferma il responsabile della Ricerca Stefano Ferrari – strumento necessario per la ricerca e il controllo microbiologico delle cellule staminali, che verrà posizionato all’interno di una delle camere sterili presenti nei laboratori di Fondazione». E le carote, per sostenere la ricerca, si fanno anche “virtuali”: sul sito di Fondazione Banca degli Occhi chiunque potrà donare una CAROTA VIRTUALE attraverso una donazione on line.

(fonte Fondazione Banca degli Occhi del Veneto onlus)

24 settembre 2010: anche a Trento va in scena “La Notte dei Ricercatori”

In contemporanea con le altre città europee che hanno aderito all’iniziativa, venerdì 24 settembre anche a Trento va in scena “La Notte dei Ricercatori”, un evento dedicato a tutti coloro che desiderano conoscere da vicino il mondo della scienza.
Promosso dalla Commissione europea e organizzato in Trentino dalla Fondazione Bruno Kessler, dall’Università degli Studi di Trento, dalla Fondazione Edmund Mach – Istituto Agrario di San Michele all’Adige e dal Museo Tridentino di Scienze Naturali, il ricco programma delle attività propone ad adulti e bambini la possibilità di entrare nei laboratori, fare domande direttamente agli scienziati, vedere in anteprima nuovi prototipi tecnologici, partecipare a esperimenti e visite guidate, ma anche a giochi, merende e caffè scientifici, fino alla grande festa finale.

Il programma. Si parte alle 16.00 con la tavola rotonda “Comunicare la Ricerca: la voce dei protagonisti”, presso la Sala Belli della Provincia autonoma di Trento, in Piazza Dante, 15. Al dibattito, condotto dal giornalista Luca De Biase, parteciperanno il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, il presidente della Fondazione Bruno Kessler, Andrea Zanotti, il rettore dell’Università di Trento, Davide Bassi, il direttore del Museo Tridentino di Scienze Naturali, Michele Lanzinger e il presidente della Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige, Francesco Salamini. A seguire saranno proiettati i video e premiati i vincitori del concorso “Science is in the air”, svolto in collaborazione con il team de “La Lunga notte della Ricerca” di Bolzano.

I ricercatori ciceroni per una sera. Le attività, libere e gratuite per tutti, si susseguiranno dalle 17.00 alle 22.30 nelle diverse sedi dell’evento: a Povo presso la Fondazione Bruno Kessler, a Villazzano nella Villa Tambosi, e a Trento presso il Museo Tridentino di Scienze Naturali, le facoltà di Giurisprudenza e Sociologia dell’Università di Trento e in alcuni bar del centro storico. Le iniziative sono indicate anche per chi non ha alcuna preparazione scientifica di base ma desidera conoscere in modo diretto alcuni aspetti della ricerca e vedere da vicino come lavorano gli scienziati. Non mancheranno attività adatte anche ai più piccoli. E per il gran finale della “Notte”, la festa danzante con DJ set “Balla con i ricercatori”, dalle 22.30 alle 2.00 alla Facoltà di Sociologia di Trento (quest’ultima iniziativa non sarà in programma in caso di forte maltempo).

(fonte Provincia di Trento)

Nuovi strumenti di ricerca all’ateneo bolzanino per la salvaguardia dell’ambiente

La Facolta’ di Scienze e Tecnologie della Libera Universita’ di Bolzano ha acquistato di recente un nuovo spettrometro di massa isotopica. Si tratta di una strumentazione altamente innovativa e di elevata precisione, con applicazioni in diversi settori di interesse per il territorio, tra cui l’ecologia, la fisiologia vegetale ed animale, l’idrologia, le scienze degli alimenti. Lo strumento sarà disponibile anche per altri enti di ricerca ed aziende e sara’ utile ai ricercatori per instaurare nuove collaborazioni con istituti di ricerca internazionali. Al centro della ricerca della Facolta’ di Scienze e Tecnologie, la piu’ giovane dell’Universita’ altoatesina, ci sono l’acquisizione ed il trasferimento del sapere scientifico nei settori agrario, ambientale, energetico e nell’ingegneria logistica  e dei materiali.

(fonte Ansa)

La “ricetta” di San Michele per salvare gli squali

L’Istituto Agrario di San Michele all’Adige ha messo a punto un metodo che identifica l’origine, vegetale o animale, dello squalene contenuto nei prodotti cosmetici. Una scoperta che si rivela molto importante per combattere le frodi commerciali, la pesca illegale e l’estinzione degli squali.

Cosa succede al momento. Lo squalene è utilizzato come adiuvante nei vaccini e sotto forma di derivato (squalano) come agente emolliente e idratante nei prodotti cosmetici. E’ prodotto principalmente dall’olio di fegato di squali di profondità, appartenenti a specie spesso protette, a rischio di estinzione, che ogni anno vengono uccisi a migliaia solo per la produzione di questo idrocarburo. Dal 2006 l’Unione Europea ha limitato la pesca di squali nel Nord Est Atlantico e dal 2008 le più importanti ditte cosmetiche internazionali hanno dichiarato di non utilizzare più squalano da fegato di squali ma di preferire l’alternativa vegetale. Lo squalene può infatti essere prodotto anche dal distillato di olio d’oliva, anche se con rese molto basse e con processi molto lunghi e quindi a costi più alti.

Sicurezza per ditte cosmetiche e consumatori. Fino ad oggi le ditte cosmetiche non potevano verificare per via analitica se lo squalene in acquisto fosse di origine animale o vegetale. Il nuovo metodo sviluppato dai ricercatori del Centro Ricerca ed Innovazione dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige – Fondazione Edmund Mach rende possibile distinguere l’origine (animale o vegetale) di questo importante ingrediente. Questo nuovo metodo analitico consentirà quindi di proteggere sia le ditte cosmetiche che i consumatori da frodi commerciali e promuoverà la produzione di squalene da olio d’oliva. Inoltre contribuirà a limitare la pesca illegale di squali di profondità e a proteggerli dall’estinzione.

La metodologia. “Il metodo è basato sulla misura del rapporto tra isotopi stabili del carbonio (13C/12C) mediante spettrometria di massa isotopica interfacciata ad un analizzatore elementare e a un gas cromatografo. Sono stati analizzati 13 campioni autentici da olio d’oliva (provenienti da Spagna, Italia, Francia e Turchia) e 15 da olio di fegato di squalo (da Spagna, Portogallo, Giappone e Corea), rappresentativi dell’area di produzione dello squalene. Il rapporto isotopico del carbonio è risultato molto più basso nello squalene da olio d’oliva rispetto che in quello da squalo. Il metodo può essere utilizzato anche per determinare l’origine dello squalano presente nei prodotti cosmetici posti in vendita” spiega Federica Camin ricercatrice dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige.

(fonte Istituto Agrario di San Michele all’Adige)

Api: Galan, richiesta conferma sospensione impiego insetticidi

“Allo scopo di salvaguardare il patrimonio apistico nazionale e la sicurezza per gli operatori,  è stato chiesto al Ministero della Salute di confermare la sospensione dei neonicotinoidi e del fipronil, insetticidi utilizzati per la concia del mais.La richiesta è motivata dal fatto che le modifiche apportate alle macchine seminatrici non hanno fornito sufficienti garanzie per la salvaguardia delle api, che hanno manifestato una serie di effetti non letali, come disorientamento e perdita di memoria olfattiva, soprattutto in corrispondenza della semina di ampie superfici di mais”.

I risultati del progetto ApeNet. Così il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Giancarlo Galan ha commentato i risultati ottenuti dal progetto di ricerca ApeNet, finanziato dal Ministero ed attuato da una serie di istituti di ricerca coordinati dal Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra). Il progetto Apenet ha infatti confermato una serie di evidenze sperimentali, emerse già nel corso del 2009, i cui elementi essenziali possono essere così riassunti: 1. la rete di monitoraggio nazionale istituita grazie ad Apenet non ha rilevato, nella primavera 2010, anomali fenomeni di mortalità delle api; 2. i test di polverosità sul seme conciato hanno confermato i progressi compiuti con le più moderne tecniche di concia; 3. la modifica apportata alle seminatrici di mais attraverso l’istallazione di un “deflettore” ha generato un abbattimento medio delle concentrazioni delle sostanze attive rilevate del 50% circa rispetto alle macchine tradizionali; 4. le prove con le macchine seminatrici in pieno campo hanno evidenziato che con l’aumentare dell’estensione della superficie seminata, aumenta anche il livello di contaminazione delle zone limitrofe.

Ancora insufficienti le garanzie per la salvaguardia delle api. I dati di ApeNet hanno dunque evidenziato che le modifiche apportate alle seminatrici per ridurre la dispersione delle polveri durante la fase di semina non hanno fornito sufficienti garanzie per la salvaguardia delle api – che, come è noto, rappresentano delle vere cartine di tornasole sulle condizioni reali dell’ambiente -, le quali hanno manifestato una serie di effetti non letali, soprattutto in corrispondenza della semina di ampie superfici di mais. “Proprio per intervenire con maggiore efficacia sulle macchine seminatrici, ho chiesto al Cra, conclude il ministro Galan, di potenziare la parte ingegneristica della ricerca, in modo da ridurre al minimo il rischio di contaminazione a seguito della dispersione delle polveri durante la semina”.

(fonte Agricoltura italiana on line)

La Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario ha sequenziato il genoma del melo

Dopo la decodifica del genoma della vite, la Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige consegue un altro importante risultato. I ricercatori del Centro ricerca e innovazione hanno effettuato, infatti, l’intera sequenza del genoma del melo, per l’esattezza della varietà Golden Delicious. I risultati del progetto, durato due anni e finanziato dalla Provincia autonoma di Trento, sono riportati in un articolo scientifico firmato da 85 autori pubblicato su Nature Genetics, prestigiosa rivista scientifica che all’importante risultato di portata mondiale dedicherà anche la copertina della versione cartacea di ottobre.

Il progetto. Nel corso del 2007 e 2008 sono state prodotte le sequenze del DNA di melo (circa 13 miliardi di nucleotidi sequenziati) e nel 2009 i ricercatori hanno effettuato l’assemblaggio e la ricostruzione del contenuto ordinato dei geni dei 17 cromosomi del melo. Le sequenze coprono 17 volte il genoma del melo con oltre l’82% del genoma assemblato nei cromosomi ed oltre il 92% dei geni ancorati ad una precisa posizione dei cromosomi. Le sequenze del DNA saranno disponibili da lunedì 30 agosto sulle banche dati internazionali, liberamente consultabili da parte della comunità scientifica.

Le scoperte.  Il sequenziamento del genoma del melo ha consentito di fare nuove scoperte e aumentare il grado di conoscenza sulla pianta del melo e sulla sua storia. In particolare:
– il melo coltivato è stato addomesticato 3-4000 anni fa a partire da un progenitore selvatico recente, Malus sieversii, specie ancora diffusa nei boschi tra il Kazakistan e la Cina;
-il genoma del melo ha subito una duplicazione databile a circa 50 milioni di anni fa, che ha portato i suoi cromosomi dai 9 dell’antico progenitore americano ai 17 attuali;
-il numero dei geni, 57 mila, è il più elevato riportato per i genomi di piante finora considerate. Tra questi geni la pubblicazione individua il completo assetto dei 992 geni responsabili della resistenza alle malattie: un arsenale potenzialmente molto utile al miglioramento genetico;
– è disponibile un elenco di tre milioni di posizioni del genoma (marcatori molecolari) utilizzabili come riferimento per orientarsi nel genoma e scoprire le funzioni dei suoi geni;
– sono state identificate alcune famiglie di geni correlabili con lo sviluppo del pomo, nome botanico del frutto del melo e dei suoi parenti stretti (ad es. pero, cotogno, sorbo).

Le ricadute. Il risultato è di portata mondiale. Si potranno ottenere in tempi rapidi nuove varietà di melo, accelerando i tempi del miglioramento genetico convenzionale e ottenendo piante che si autodifendono dalle malattie e dagli insetti e in grado di produrre frutti più salubri e gustosi. L’obiettivo è costituire varietà di mele che riducano gli interventi agrotecnici, realizzando così una frutticoltura più sostenibile: un filone di ricerca che l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige persegue da alcuni anni. Il sequenziamento del genoma del melo amplifica di almeno mille volte le nostre conoscenze relativamente a questa importante pianta agraria, in particolare le sue proprietà nutrizionali, l’impatto ambientale, l’esplorazione della biodiversità, gli studi filogenetici ed evolutivi.

Una mela su cinque in Italia è trentina. La mela è il frutto più importante delle regioni temperate. Delle 3000 varietà note circa dieci coprono oltre il 70 per cento della produzione mondiale. L’Italia è il sesto produttore al mondo, il secondo il Europa, con 2,2 milioni di tonnellate di mele prodotte. La scelta di sequenziare il genoma di Golden Delicious è stata dettata dall’importanza che questa varietà, originaria della Virginia, riveste a livello mondiale (è la seconda più diffusa al mondo) e, in particolare, in Trentino. Che, territorio tra i più vocati per la frutticoltura di qualità, dedica alla produzione della mela una superficie di circa diecimila ettari per un totale di circa 450 mila tonnellate (2009), rappresentando il 21 per cento del mercato nazionale (una mele su cinque consumate in Italia è trentina) ed raggiungendo assieme all’Alto Adige oltre il 60 per cento della produzione italiana.

Le collaborazioni. Il progetto coordinato dal Centro Ricerca e Innovazione di San Michele è stato realizzato in collaborazione con altre istituzioni internazionali: Myriad Genetics inc., Salt Lake City, Utah (USA), 454/Roche, Branford, Connecticut (USA), Amplicon Express, Pullman, Washington (USA), Washington State University, Pulllman, Washington (USA), University of Washington, Seattle, Washington (USA), INRA Anger (Francia), Plant and Food Research (New Zealand), Università di Gent, Gent, (Belgio), Parco Tecnologico Padano, Lodi (Italia), Università di Padova e Milano (Italia).

(fonte: Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige)

Task force anti-Ogm: Galan esca dall’ambiguità

”Il Ministro delle Politiche Agricole Giancarlo Galan deve chiaramente dire da che parte sta nella vicenda degli Ogm e uscire dalle sabbie mobili dell’ambiguita”’. Lo sostiene la ”Task force per una Italia libera da Ogm” composta da 27 organizzazioni del mondo produttivo, del consumo e dell’ambiente, come riporta una nota della Coldiretti.

Un vuoto politico che ostacola lo sviluppo delle filiere Made in Italy
. ”Questa – prosegue il comunicato – e’ la domanda a cui Galan sfugge: gli Ogm sono un modello economicamente vantaggioso per la valorizzazione del nostro patrimonio agroalimentare oppure una soluzione incompatibile all’affermazione di prodotti competitivi? Se Galan e’ favorevole agli Ogm si assuma, da Ministro, la responsabilita’ di modificare la legge in Parlamento altrimenti cominci ad occuparsi dei problemi veri e smetta di alimentare confusione, come sulla ricerca che, come si a bene, in Italia non e’ stata mai vietata. I sotterfugi e le ipocrisie a cui il Ministro ha fatto continuamente ricorso nascondono un vuoto politico che rischia di compromettere gravemente la direzione e la coerenza dei progetti di sviluppo delle filiere autenticamente Made in Italy”.

Il rispetto della legge. ”Nel caso dei campi di mais seminati illegalmente in Friuli le omissioni – conclude la Task force – si sono tradotte in una grave responsabilita’ politica, e a pensare che qui neanche si e’ trattato di Ogm si’ o no, ma semplicemente di pronunciarsi sul rispetto di una legge dello Stato”.

(fonte Asca)

A Fusina (VE) la prima centrale a idrogeno al mondo da 16 MW

La centrale a idrogeno Enel di Fusina

Elettricita’ per 20mila famiglie ad emissioni zero. Sono i numeri principali del primo impianto di produzione di energia da idrogeno di dimensioni industriali inaugurato il 12 luglio scorso dall’Enel a Fusina (VE). L’impianto ha richiesto un investimento di 50 milioni di euro, ha una potenza elettrica totale di 16 Megawatt e un rendimento di circa il 42%. Viene alimentato con 1,3 tonnellate di idrogeno all’ora che provengono come residuo di produzione dal petrolchimico di Porto Marghera, produce 60 milioni di kw/h all’anno e consente di evitare il rilascio in atmosfera di 17.000 tonnellate di CO2.

Unico impianto di produzione di energia da idrogeno di queste dimensioni al mondo. L’impianto e’ stato inaugurato alla presenza del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, del presidente della provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto, dal sindaco del capoluogo veneto, Giorgio Orsoni, e dall’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti. La centrale a idrogeno di Fusina, ha sottolineato Conti, ”e’ una perla ingegneristica, l’unico impianto di produzione di energia da idrogeno di queste dimensioni al mondo. Ma per produrre idrogeno in maniera competitiva non esiste ancora una tecnologia. Oggi infatti produrre energia con idrogeno costa 5-6 volte in piu’ rispetto alle tecnologie tradizionali”.

60 mila tonnellate all’anno in meno di CO2. L’impianto ad idrogeno sorge all’interno della centrale Enel ”Andrea Palladio” di Fusina che e’ in grado di utilizzare 70.000 tonnellate di CDR, combustibile derivato dalla raccolta differenziata e dal trattamento dei rifiuti solidi urbani. ”E’ l’equivalente – sottolinea l’Enel – dei rifiuti prodotti da 300.000 persone: usando al posto del carbone il CDR per alimentare le caldaie della centrale, ne viene recuperato il contenuto energetico ed evitata la messa in discarica, risparmiando emissioni di CO2 pari a circa 60.000 tonnellate all’anno”.

(fonte Asca)

In Trentino più di 1000 grandinate negli ultimi 35 anni

Negli ultimi 35 anni, in Trentino, le grandinate sono state 1007, con 41.564 chilometri quadrati di superficie agricola cumulata colpita in tutto il periodo (il dato include ovviamente una stessa area colpita più volte dai chicchi). In questo arco di tempo è aumentata l’intensità delle grandinate, in particolare l’energia cinetica dei chicchi e la loro capacità di provocare danno alle aree agricole, mentre sono diminuite il numero di giornate con grandine e l’estensione della superficie coperta.

Grandine: fenomeno irregolare, nel tempo e nello spazio. A rilevarlo è la rete di monitoraggio dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, una tra le più complete al mondo, che conta 35 anni di età e 271 siti per oltre mille chilometri quadrati di estensione. I risultati dei rilievi eseguiti dal 1975 ad oggi con pannelli impattometrici che conservano la “memoria” della grandinata in forma di tacche misurate poi in laboratorio, sono stati presentati nei giorni scorsi a San Michele nell’ambito di un seminario organizzato dal  Centro Trasferimento Tecnologico sui risultati del monitoraggio degli eventi grandinigeni in provincia di Trento. “La grandine è un fenomeno irregolare, nel tempo e nello spazio –spiega il ricercatore Emanuele Eccel –  dunque la sua manifestazione è fortemente variabile da un anno all’altro. Lo studio delle grandinate più intense è particolarmente importante: basti pensare che, nella media, la grandinata di maggior importanza di una stagione raccoglie in sé quasi la metà dell’energia cinetica di tutte le grandinate misurate nello stesso anno. Le serie dei dati raccolti ed analizzati indicano che la tendenza in questi 35 anni è stata di un aumento dell’energia della grandine, che si manifesta in modo chiaro in alcune misure, soprattutto quelle che si riferiscono agli eventi di maggiore intensità”.

L’anno 2003 ai primi posti per la grandezza di grandine misurata in Trentino. Lo studio apre la via a rilevanti considerazioni che coinvolgono il cambiamento climatico in atto e gli sviluppi attesi. Per quanto i modelli climatici indichino che le precipitazioni estive siano destinate a diminuire, il caso dell’estate estremamente calda e siccitosa del 2003 è emblematico: tale anno risulta ai primi posti in tutte le classifiche delle grandezze di grandine misurate in Trentino. Pare dunque che la presenza prolungata dell’anticiclone estivo – generalmente prevista dai modelli climatici per le estati del 21° secolo – non sia in grado di risparmiare il nostro territorio da questa minaccia, così impattante sul reddito agricolo delle colture sensibili come il melo e la vite.

(Istituto Agrario di San Michele all’Adige)

Ricerca: sinergia tra Veneto Agricoltura e Università

Agripolis

Nove dottorandi che guardano al futuro con ricerche che spaziano dalla “qualità e caratteristiche nutrizionali dei prodotti ottenuti da allevamento biologico di bovini in area montana”, al sequestro del carbonio, alla “conversione in bioetanolo dei residui agricoli”, per fare qualche esempio. Un incontro, quello di presentazione delle borse di studio finanziate da Veneto Agricoltura, tenutosi lo scorso 18 maggio ad Agripolis, che verrà ripetuto con cadenza annuale. E’ bene sapere infatti che l’Azienda regionale destina oltre centocinquantamila euro all’anno in questa iniziativa.

Tre le scuole di Dottorato coinvolte: Scienze animali e Scienze veterinarie, Scienze delle produzioni vegetali e Territorio, ambiente, risorse e salute. “Credo che il rapporto con l’università – ha sostenuto Paolo Pizzolato, Amministratore Unico di Veneto Agricoltura – debba essere riscoperto e rilanciato per puntare al futuro del settore primario in maniera fattiva. C’è la necessità di sviluppare tutte le sinergie utili ad incrementare la competitività del nostro comparto agricolo nei mercati europei e mondiali”. Dopo i saluti del Prof. Giancarlo Dalla Fontana, Preside della facoltà di Agraria e del dott. Giustino Mezzalira, Direttore della Sezione Ricerca e Sperimentazione di Veneto Agricoltura che ha coordinato la giornata, è stata la volta dei dottorandi: Silvia Miotello, Enrico Zanetti, Silvia Zanutto, Gianluca Simonetti, Lorenzo Favaro, Claudia Alzetta, Daniela Bondesan, Chiara Canesin e Flavia Tromboni.

Bioetanolo dalla crusca di grano.
In particolare Lorenzo Favaro, considerato il bioetanolo una delle alternative più importanti ai carburanti fossili, e la disponibilità limitata di materie prime (colture cerealicole e zucchero da canna) impiegate anche per il settore zootecnico e la nutrizione umana, ha analizzato le prospettive di produzione del combustibile partendo dalla biomassa lignocellulosica, circa il novanta per cento della produzione globale della biomassa vegetale, substrato più economico e largamente disponibile. Si tratta infatti per lo più di residui silvocolturali, sottoprodotti di origine agricola e scarti agro-industriali. Il progetto di Favaro ha permesso di avviare un programma di selezione e miglioramento genetico di ceppi microbici al fine di sviluppare un microrganismo adatto, secondo il modello di produzione CBP (Consolidated BioProcessing), di bioetanolo da biomassa. Da sottolineare il sistema sviluppato per la conversione in etanolo di crusca da grano, scelto come modello di residuo agro-industriale a basso costo. “Le rese in etanolo – sostiene Favaro – sono promettenti”.

Curiosa la ricerca di Silvia Miotello sulle “qualità e caratteristiche nutrizionali dei prodotti ottenuti da allevamento biologico di bovini in alta montagna”. Latte, formaggi e carne di bovini provenienti da allevamenti biologici e convenzionali analizzati per le caratteristiche chimiche, tecnologiche e nutrizionali. Sul latte, al di là della similitudine nella composizione chimica, da rilevare il profilo acido del grasso più favorevole da un punto di vista nutrizionale in quello proveniente da allevamenti biologici. Lo stesso dicasi per il profilo acidico dei formaggi. Nessuna sostanziale differenza tra questi da un punto di vista del gusto.Interessanti le conclusioni sulla carne di vitello. Quella ottenuta con metodo biologico è risultata più magra, rossa e con un più basso contenuto di colesterolo rispetto alla carne di vitello convenzionale. Il quantitativo di ferro eminico nella carne biologica è risultato quasi il doppio rispetto alla carne convenzionale. Significativo anche il lavoro di Enrico Zanetti sugli aspetti che contribuiscono alla conservazione ed alla differenziazione di sei razze locali italiane di pollo e per lo studio dei prodotti che da esse derivano per un loro diverso sfruttamento commerciale. Gli esemplari sono stati scelti a caso alla schiusa, allevati assieme nelle stesse condizioni e macellati a 190 giorni di età.

(fonte Veneto Agricoltura)