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Gli agricoltori sostituiscano l’eternit con il fotovoltaico

Molte coperture risalenti agli anni ’60-’70, sia nelle campagne che nelle città, contengono ancora eternit, dunque amianto. Se si pensa ai danni per la salute e per l’ambiente provocati da materiali fortemente a rischio di rilascio di fibre d’amianto, risulta evidente che la sostituzione di queste coperture è assolutamente necessaria.

Fino ad oggi, tramite la sostituzione dell’eternit con il fotovoltaico sono stati installati 99,5 MW. Oggi l’eternit si può sostituire direttamente con pannelli fotovoltaici, i quali oltre ad assicurare una copertura sicura e un impatto ambientale bassissimo, sono dei preziosi strumenti per iniziare a produrre energia e, di conseguenza, nuovo reddito. Sono inoltre stati prorogati e potenziati gli incentivi speciali per questa operazione. Il dato summenzionato è dunque destinato ad aumentare ancora, anche perché l’installazione degli impianti fotovoltaici, oltre a beneficiare degli incentivi speciali introdotti dallo Stato con il Decreto Ministreriale del 19.2.2007, ha diritto ad un potenziamento dell’incentivo stabilito con il nuovo Decreto sul Conto energia pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 24 agosto 2010.

Per gli impianti fotovoltaici realizzati invece su edifici ad uso civile, è previsto un incremento sulla tariffa incentivante del 10% che però non è cumulabile con altre agevolazioni.Questo provvedimento sarà valido dal 1 gennaio 2011 fino al 31 dicembre 2013. Secondo una elaborazione dell’Osservatorio Agri & Food di CremonaFiere su dati Legambiente, Azzero CO2, GS, la classifica per mq delle regioni che hanno già approfittato di questi incentivi per sostituire l’eternit con pannelli fotovoltaici su dati stimati sino a fine agosto 2010 vede in testa la Lombardia come regione con mq di coperture in eternit sostituite con fotovoltaico. Prima la Lombardia (165.676 mq); seguono Emilia-Romagna (146.756) e Piemonte (114.673). Poi Veneto (112.315), Toscana (74.628), Marche (58.560), Umbria (43.326), Calabria (2.358), Valle d’Aosta (1.472), Molise (335).

Una grande opportunità da sfruttare, quindi, non solo per le aziende agricole – spiega lo studio – con grandi coperture, ma anche per i Comuni (si pensi a tutti gli stabili di loro proprietà che potrebbero accogliere impianti fotovoltaici), e certamente per l’industria. Per chi vuole approfittare di questo grande sviluppo del fotovoltaico, l’appuntamento giusto è a Cremona in occasione di BioEnergy Italy, in programma dal 18 al 20 marzo 2011, dove si potranno scoprire le tecnologie più moderne e innovative presentate dalle più qualificate aziende internazionali del settore.
(fonte Agi.it)

Vino novello come simbolo di ripresa economica

“Avevamo deciso di mantenere il profilo basso rispetto all’alluvione, che ha allagato Vicenza ed ampie zone della sua provincia, dato che, questa volta, sono soprattutto i centri urbani ad essere colpiti. Il mondo agricolo si è messo immediatamente a disposizione per collaborare nel limitare le conseguenze di eventi drammatici ed esprime solidale vicinanza alle migliaia di persone, che hanno visto le loro case e le loro attività invase dall’acqua. Eppure, già in queste ore, le zone allagate hanno riacquistato un aspetto decoroso, segno di quella vitalità veneta che, paradossalmente, rischia di essere un limite nella “società del piagnisteo”.

E’ amaro il commento di Paolo Sordo, Direttore di Confagricoltura Vicenza, agli eventi di questi giorni. “Noi, invece, siamo orgogliosi di questa voglia di “rialzarsi” senza elemosinare ed è con questo spirito, con la capacità di guardare al futuro chiedendo però la dovuta attenzione ai drammi presenti, che vogliamo ricordare come, da sabato 6 novembre, sia possibile consumare il vino novello, che ci piace pensare, quest’anno, come simbolo della rinascita dopo l’alluvione. Infatti il Novello, pur essendo un settore minoritario nella produzione di vino vicentino, ne rappresenta comunque un ottimo strumento di promozione.

Dal 6 novembre, si potranno immettere in commercio le produzioni vinicole ottenute dalla macerazione carbonica dei grappoli interi, pratica che rende questo vino aromaticamente molto ricco, rispecchiando il vitigno dal quale deriva. “A questo punto della stagione – conclude Sordo – è possibile effettuare un primo bilancio a consuntivo della vendemmia 2010. Complessivamente si può riscontrare un bilanciamento tra le zone, con un andamento di raccolta delle uve e di trasformazione in vino nella media degli ultimi anni. La migliore qualità si sta registrando nei vini provenienti dalla trasformazione delle uve di collina e, in particolar modo, sono esaltate le qualità dei vini bianchi”.

(fonte Confagricoltura Vicenza)

Al Vega Park di Marghera (VE), sala stampa regionale a disposizione gratuita dei giornalisti del Veneto

E’ a disposizione di tutti i giornalisti del Veneto la sala stampa aperta dall’Ordine regionale al Parco scientifico e tecnologico Vega di Marghera (VE), in via della Libertà, sulla strada che collega Mestre a Venezia, in una posizione strategica, facilmente raggiungibile anche in bus e in treno, oltre che con l’auto. La struttura, che sarà disponibile anche di tutti i giornalisti italiani e stranieri che si trovino Venezia per lavoro, consiste in un ufficio con quattro postazioni, su modello dell’ufficio co-working, con scrivania, sedia, collegamento wi-fi, e una postazione con pc fisso. Sarà aperta da lunedì a venerdì dalle 8 alle 20 e al sabato dalle 8 alle 13.

Come prenotare la sala stampa. I giornalisti interessati ad accedere alla Sala stampa dovranno prenotarsi on line nel sito www.vegapark.ve.it alla voce “Sala stampa regionale”, preferibilmente entro le ore 17 del giorno precedente. In caso di necessità, è’ possibile accedere anche registrandosi fino a mezz’ora prima dell’arrivo. Per i giornalisti l’utilizzo della Sala stampa regionale è gratuito, grazie ad una convenzione siglata dal presidente dell’Ordine regionale dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori, e dal direttore generale di Vega Parco scientifico tecnologico di Venezia, Michele Vianello. L’iniziativa ha l’obiettivo di mettere a disposizione uno spazio di lavoro per tutti i giornalisti della regione, nonché per i giornalisti italiani e stranieri inviati nel Veneto, anche alla luce del crescente numero di free-lance che svolgono l’attività professionale al di fuori delle redazioni. L’Ordine dei giornalisti del Veneto sta valutando la possibilità di siglare altre convenzioni per offrire spazi analoghi a disposizione dei giornalisti anche in altre città del Veneto.

(fonte Ordine Giornalisti Veneto) 

Giovani imprenditori: spopola l’“Erasmus agricolo”

Andare da 1 a 6 mesi in un’azienda agricola europea, oppure ospitare  nella propria qualche giovane imprenditore “in erba” straniero. Questo format, grazie ad un processo virtuoso di passaparola, attivato spontaneamente anche sui principali social network del web, sta facendo decollare il progetto. A rilevarlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori che sottolinea come stia prendendo molto piede l’iniziativa voluta dall’Unione Europea e denominata “Eye”, ovvero “Erasmus per i giovani imprenditori”.

Per gli stranieri, voglia di scoprire il made in Italy rurale. Si tratta -afferma la Cia- di una formula ben riuscita finalizzata a creare relazioni costruttive tra centinaia di giovani imprenditori europei. Il programma si rivolge a giovani imprenditori (ovvero ad imprenditori in essere da meno di 3 anni) e a nuovi imprenditori (quindi coloro che aspirano a diventarlo). Non solo. Il programma si rivolge anche ad imprese avviate e con esperienza che scelgono di partecipare in qualità di aziende ospitanti. L’“Eye” offre la possibilità ai giovani/nuovi imprenditori di trascorrere un periodo di lavoro, presso un’azienda di successo, in uno dei 27 Paesi dell’Unione Europea, inclusi i nuovi stati membri. Le aziende del comparto vitivinicolo italiano -evidenzia la Cia- sono in testa alle liste di preferenza degli stranieri, ma vanno molto forte anche gli agriturismi e le aziende multifunzionali. I giovani sono attratti dalla curiosità di scoprire le alchimie che portano al successo del “made in Italy rurale”.

Per gli italiani, desiderio di attivare link utili a “costo zero”. Gli italiani, invece, scelgono prevalentemente di essere ospitati in aziende del Nord Europa, ma l’Est sta diventando un orizzonte appetito, in particolare per attivare sinergie per nuovi business nel settore zootecnico e del “turismo verde”. Come organizzazione agricola -prosegue la Cia- monitoriamo costantemente questo progetto, perché è una grande e costruttiva opportunità che ci permette di analizzare le aspettative e le tendenze dei giovani imprenditori. Non ci limitiamo a questo: suggeriamo le mete degli scambi, con criteri precisi e utili. Altro aspetto da non snobbare è quello legato al portafoglio. Difficilmente i giovani riescono a fare esperienze del genere a “costo zero”: con questo “Erasmus” ciò, invece, avviene. La Commissione Europea ha infatti stanziato delle borse di studio per supportare economicamente gli imprenditori in partenza durante il periodo di permanenza nell’azienda del paese prescelto.

Borse di studio ancora disponibili. Il programma -conclude la Cia- viene curato dal nostro ufficio di Rappresentanza a Bruxelles. Scrivendo all’indirizzo cia.bxl@skynet.be è possibile ricevere supporto e maggiori informazioni sull’iniziativa, mentre per partecipare occorre iscriversi on-line al sito. Sono ancora disponibili borse di studio per imprenditori che intendano trascorrere un periodo all’estero ed intendano farlo entro giugno 2011.

(fonte Cia)

Commissione Europea: per Ogm, libertà di scelta agli Stati membri

La Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo che prevede che siano gli Stati membri a consentire, restringere o proibire le coltivazioni OGM su tutto o parte del proprio territorio. Questa procedura non comprende la scelta di vietare coltivazioni OGM per ragioni dovute alla salute e alla protezione dei consumatori. Le procedure di autorizzazione rimangono infatti competenza della Commissione, e continueranno a basarsi su valutazioni di tipo scientifico.

Di cosa si tratta. Il pacchetto consiste in una Comunicazione, una Raccomandazione sulla coesistenza delle colture OGM con quelle tradizionali e biologiche e una Proposta di regolamento per la modifica di parte della legislazione relativa agli OGM. La Raccomandazione consente un’ampia libertà in capo agli Stati membri, tendendo conto delle loro specificità. Il Regolamento, su cui è necessaria la co-decisione tra Consiglio e Parlamento, propone la modifica della Direttiva 2001/18/CE in modo da permettere agli stati di autorizzare, restringere o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati entro i propri confini. Le linee direttive non vincolanti della Raccomandazione sulla coesistenza delle colture intendono dare la possibilità agli Stati membri di evitare la presenza accidentale di OGM nelle colture convenzionali e biologiche. Inoltre permettono di implementare misure che mantengano i quantitativi di OGM nei prodotti alimentari convenzionali e biologici al di sotto della soglia di etichettatura dello 0,9%. Gli Stati potranno anche instaurare delle aree “OGM free”. La Commissione propone quindi l’inserimento di un nuovo articolo alla Direttiva 2001/18/CE, il 26ter, che sarebbe applicabile all’insieme degli OGM la cui coltura sarà autorizzata nell’UE, ai sensi della Direttiva 2001/18/CE e del Regolamento n. 1829/2003. Gli Stati quindi non dovranno più richiedere l’autorizzazione alla Commissione per quanto riguarda la questione delle coltivazioni OGM, ma dovranno solamente informarla (insieme agli Stati membri) delle misure prese a riguardo. (Fonte: ue)

Il parere di Confagricoltura. “Il nuovo quadro legislativo comunitario sugli Ogm finirà per aumentare la confusione, creando disparità di trattamento tra gli agricoltori dei vari Stati membri e disorientando i consumatori”, lamenta Confagricoltura. “Non ci è piaciuto l’atteggiamento pilatesco della Commissione che se ne lava le mani e non decide su un tema su cui andava fatta chiarezza. Attendevamo da Bruxelles soluzioni univoche per tutti gli Stati membri. “Alla fine – sottolinea ancora Confagricoltura – si è acuito il ‘paradosso degli Ogm’ che li vuole importati dall’estero ma non coltivati, come avviene oggi in Italia e in Europa”.

E quello della Cia. “Il presidente della Cia – Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi, ha commentato l’azione della Commissione Europea come “estremamente positivo il fatto che  il governo comunitario non abbia voluto imporre la coltura del biotech in Europa e, invece, abbia voluto riconoscere l’autonomia dei singoli Stati. Una proposta che non è azzardato definire storica e che prende atto della forte opposizione dei cittadini europei agli Ogm, dimostrata più volte. Una proposta, quella Ue, che rafforza la posizione del nostro Paese, dove – rimarca Politi- c’è una precisa legge che impedisce di seminare prodotti biotech e che, quindi, ogni violazione, va perseguita e condannata”.

Il parere di Luca Zaia e Franco Manzato. Dal canto suo, il presidente della Regione Veneto, nel rispondere all’azione di un gruppo di contadini friulani che nei mesi scorsi ha annunciato la semina di un campo con mais Ogm, fa sapere che porterà “in tribunale e chiederemo il risarcimento danni a chiunque minacci la biodiversità dell’agricoltura veneta“. “I cittadini veneti, come dal resto oltre il 70% degli italiani – ha continuato Zaia – sono contrari agli Ogm. Una contrarietà motivata dal punti di vista tecnico dall’assenza di condizioni che garantiscano la coesistenza fra coltivazioni Ogm e coltivazione Ogm free. come previsto dalla legge”. L’assessore all’Agricoltura della Regione Veneto Franco Manzato ha detto che “proporrà il Veneto Ogm Free scritto in chiaro nello Statuto della Regione“, aggiungendo che formalizzerà la richiesta al presidente della Commissione Carlo Alberto Tesserin.

(fonte Veneto Agricoltura Europa/Regione Veneto)

Pesca: le nuove opportunità per il settore in Sicilia arrivano dalla tradizione

foto Prodotti Ittici Tradizionali

Promuovere prodotti della pesca poco noti ma che fanno parte della tradizione culturale e gastronomica siciliana: questo l’obiettivo del progetto “Promozione dei prodotti ittici tradizionali”, proposto da Agci Sicilia, Associazione Generale Cooperative Italiane, e finanziato dal Dipartimento degli Interventi per la pesca dell’Assessorato Regionale alle Risorse Agricole e Alimentari. Lo scorso 9 giugno, durante il convegno che si è tenuto al Circolo Telimar di Palermo, sono stati presentati i risultati finali del progetto. Tra i presenti Salvino Roccapalumba, Salvo Manzella, Maria Galante e Patrizia Vinci del Dipartimento degli Interventi per la pesca della Regione Siciliana.

foto Prodotti Ittici Tradizionali

Comparto pesca Sicilia: 21% del totale nazionale. Un’occasione per mettere sotto la lente il comparto, che in Sicilia conta circa 3000 pescherecci che rappresentano il 21% del totale nazionale. Prevalentemente si tratta di piccola pesca, molto forte la componente dello strascico d’altura a Mazara del Vallo, anche se la marineria è concentrata anche a Milazzo e nella provincia di Palermo, la trasformazione è localizzata per l’80% nel Trapanese, nel Palermitano e in provincia di Agrigento.

Pesca in Italia non competitiva causa costi. Le recenti novità introdotte dalla normativa internazionale, rischia però di mettere in ginocchio i pescatori dell’Isola. “È necessario che le norme siano omogenee in ogni Paese e la loro applicazione venga vigilata”, ha spiegato Michele Cappadona, presidente regionale dell’Agci, che ha proseguito: “i costi ai quali sono assoggettati i pescatori italiani anche per il rispetto delle normative, sono ingenti e non consentono loro di competere sul mercato”. Secondo il presidente, “l’obbligo della tracciabilità può essere il valore aggiunto per le produzioni d’eccellenza come sono quelle del comparto ittico nazionale”.

Biso, foto Prodotti Ittici Tradizionali

Necessario il ritorno al pescato di un tempo. Una riflessione anche sul nuovo regolamento mediterraneo sulla pesca entrato in vigore il primo giugno: “La recente normativa si propone come obiettivo quello di tutelare le specie ittiche a rischio di estinzione, di garantire il nutrimento dei pesci adulti attraverso l’imposizione, tra l’altro, di limitazioni sulle distanze di pesca dalla costa”. Tra le specie tutelate, il tonno e il pesce spada. Una soluzione? Secondo Giovanni Basciano, responsabile regionale dell’Agci settore agroittico alimentare, “una piccola risposta può essere quella di spostare l’attenzione su altre specie pelagiche”. “L’obiettivo del progetto che abbiamo sponsorizzato anche attraverso il sito web è, infatti, quello di studiare e promuovere alcuni prodotti della pesca poco noti ai cunsumatori come l’Alalunga, la Palamita, il Biso e l’Alletterato che da sempre fanno parte della tradizione siciliana ma che i consumatori devono riscoprire, soprattutto perché i nostri pescatori hanno bisogno di fare reddito e se da un lato la normativa comunitaria impedisce loro di pescare quanto gli servirebbe, d’altra parte hanno bisogno di bilanciare vendendo di più e meglio le altre specie”.

Cambiamento necessario ma lento. “Il problema è che questo passaggio non è così immediato”, spiega Adriano Mariani, biologo del consorzio Unimar, “perché le barche attrezzate fino ad oggi per un determinato tipo di pesca non si possono utilizzare tal quali per pescare altre tipologie di prodotto”. “Ma i pescatori non hanno alternative visto che tutte le circuizioni che costituiscono il 90% della pesca del tonno sono state bloccate: oggi si può pescare solo con palangari e tonnare fisse”. Un problema forse anticipato dalla riduzione delle quote che Iccat fissa per ogni Paese e dei periodi di pesca. “In Italia le quote di tonno sono passate dalle 5264,60 tonnellate del 2003 alle 3100 del 2009”, ha spiegato l’esperto, “inoltre per il 2010 il periodo di pesca era stato fissato in due mesi, poi ridotto a un mese e poi praticamente abolito: adesso si dovrà aspettare l’anno prossimo per saperne di più”.

Pronte linee di credito. Nel frattempo i pescatori siciliani dovranno adeguare le loro strutture alla nuova realtà e per farlo dovranno ricorrere al credito, non sempre facile da ottenere, soprattutto quando si ha poco da dare in garanzia. A venire incontro è l’Ircac, Istituto Regionale per il Credito alla Cooperazione. “Serve certamente un maggiore coordinamento nella cooperazione siciliana: nel 2009 per esempio avevamo previsto un fondo speciale di 500 mila euro e non è stata presentata neanche un’istanza”, ha spiegato il commissario, Antonio Carullo, “però siamo pronti a dare una mano al comparto e alle coop, attraverso le nostre linee di credito per progetti di filiera, innovazione tecnologica, logica di mercato”.

Palamita, foto Prodotti Ittici Tradizionali

I tunnidi non rientrano nelle militazioni imposte al tonno rosso. Tra le professionalità messe in campo per la realizzazione del progetto dell’Agci e del Dipartimento degli Interventi per la pesca dell’Assessorato regionale alle Risorse Agricole e Alimentari, Bio&Tec, una cooperativa trapanese di ricerca applicata alla biologia marina, alla pesca e all’acquacoltura. Tra gli studi quello sugli altri tunnidi, ovvero tonni di piccole dimensioni che non rientrano nelle limitazioni imposte sul tonno rosso. “Ci sono regole da seguire per quanto riguarda gli attrezzi e le taglie minime di pesca”, spiega Francesco Bertolino, “ma sono specie poco considerate, non perché siano meno pregiati ma perché sono meno apprezzati dai consumatori per via della carne un po’ più scura, ad esempio, ma che vanno rivalutate anche per la trasformazione”. Tra questi, l’Alalunga, la Palamita, l’Alletterato e il Biso. “Il periodo di pesca è la primavera e l’estate, ma sia sulla loro biologia che sulle catture abbiamo pochi dati”, ha spiegato l’esperto, “di alcuni tunnidi si parla ad esempio di 100 tonnellate pescate in Sicilia in un anno, numeri molto bassi e certamente sottostimati, poiché queste specie sono accessorie alla pesca del tonno e del pesce spada e spesso non vengono neanche censiti”.

(fonte Agci Sicilia)

Giovani e ricerca, il sostegno di Veneto Agricoltura

Veneto Agricoltura, l’Azienda della regione per i settori agricolo, forestale e agroalimentare, sostiene da anni, con proprie risorse, il connubio ricerca universitaria-giovani, uno dei punti dolens del nostro sistema tecnico-scientifico, che sembra non riuscire a valorizzare le nuove leve interessate a mettere a disposizione dell’innovazione e della conoscenza i loro talenti.

Le borse di studio finanziate da Veneto Agricoltura. Di concerto con le strutture accademiche, Veneto Agricoltura assicura alle Scuole di Dottorato di Ricerca dell’Università degli Studi di Padova in Agripolis (Facoltà di Agraria e di Medicina Veterinaria) il finanziamento di tre borse di studio all’anno, per complessivi 153.000 €. Si tratta di lavori di alta specializzazione, importanti per lo sviluppo di tutto il settore primario, che necessita di queste attività e contribuzioni, all’estero molto più avanzate e certe che da noi.

Dottorandi e Dottorati presentano alcuni risultati finanziati con le borse di studio. Martedì 18 maggio Veneto Agricoltura e le Scuole di Dottorato, alla presenza dei massimi responsabili (l’Amministratore Unico dell’Azienda Paolo Pizzolato, i Presidi Giancarlo Dalla Fontana e Massimo Castagnaro rispettivamente di Agraria e Medicina Veterinaria, i Direttori dei Dottorati, etc), organizzano un incontro nel quale i Dottorandi presentano le attività svolte o in corso. Si parlerà per fare qualche esempio, di “Qualità e caratteristiche nutrizionali dei prodotti ottenuti da allevamento biologico di bovini in area montana(Silvia Miotello) e “Meccanismi di protezione della sostanza organica nel suolo e potenzialità di sequestro del carbonio” (Gianluca Simonetti); di “Conversione di residui agricoli in bioetanolo: il ruolo chiave dei microorganismi” (Lorenzo Favaro) e di “Distribuzione ottimizzata dei fitofarmaci nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente” (Daniele Bondesan) e di “Gestione dell’acqua di fronte a scenari di cambiamento climatico” (Flavia Tromboni).

(fonte Veneto Agricoltura)

La grappa del Trentino strega la Germania e vola verso l’estero

foto Istituto di Tutela Grappa del Trentino

“Grappa: soprattutto Trentino”. Recita così la copertina di aprile di Merum, blasonata rivista in lingua tedesca letta in tutta la mitteleuropa e riferimento per appassionati e operatori di mercato, tra cui buyers ed enotecari. Un titolo che viene ripreso dall’ampio servizio che il direttore della rivista, Andreas Marz, ha dedicato alla grappa italiana.

Su 130 campioni di grappa provenienti da tutta Italia 68 sono state quelle ritenute alla fine “pubblicabili”. Di queste 48 sono marchiate dal tridente, ovvero provengono dal Trentino. “Un successo che è il risultato dell’intensa attività di promozione dell’Istituto – spiega il presidente dell’Istituto di Tutela Grappa del Trentino, Beppe Bertagnolli – e che conferma l’interesse sempre crescente verso i nostri prodotti, segno evidente che anche il consumatore si sta avvicinando in maniera sempre più consapevole alla grappa”.

A far la parte del leone, le piccole distillerie. Da considerare che la maggior parte delle grappe selezionate e “premiate” dalla rivista Merum, provengono da piccole distillerie che fanno della tradizione trentina il loro cavallo di battaglia.  Oltre alla qualità della materia prima a distinguere il prodotto del Trentino è infatti proprio la tradizione che da tempo ha portato i distillatori a non guardare alla quantità, ma alla qualità attraverso l’impiego del sistema  trentino “bagnomaria” che consente di riscaldare le vinaccia in modo indiretto.  Si utilizzano alambicchi discontinui caricando nella cucurbita (il paiolo) la vinaccia insieme ad acqua e proprio qui sarà riscaldata lentamente. Fu proprio un trentino a progettare questo tipo di alambicco, Tullio Zadra. Oggi quello del “bagnomaria” è il sistema più utilizzato in Trentino perché nonostante sia più costoso e più impegnativo a livello di lavorazione, esalta la morbidezza e rende migliori profumi e aromi delle grappe.

Nel Trentino, prodotto il 10% della grappa nazionale. Buone anche le notizie relative al mercato che vedrebbero una crescita delle richieste da registrare già nei primi 3 mesi dell’anno. Dati quindi che confermano l’importanza della grappa del Trentino la cui produzione annua rappresenta circa il 10% di quella nazionale, vale a dire circa 4 milioni di bottiglie equivalenti (da 70 centilitri). Nel 2009 sono stati prodotti in Trentino circa 10mila ettanidri di grappa distillando 16mila tonnellate di vinaccia. Tre le tipologie principali di grappa prodotta: quella da uve aromatiche (40% del totale), quella destinata all’invecchiamento (circa il 35%) e quella da vinacce miste (circa il 25% della produzione). Il fatturato medio annuo che la grappa genera in Trentino è calcolato intorno ai 15milioni di euro per l’imbottigliato e 2milioni di euro per quanto riguarda la materia prima.

L’Istituto di Tutela della Grappa del Trentino. Nato nel 1960 con l’obiettivo di tutelare e promuovere il prodotto, oggi l’Istituto conta 29 soci dei quali 21 sono distillatori e rappresentano la quasi totalità della produzione trentina e ha il compito di valorizzare la produzione tipica della Grappa ottenuta esclusivamente da vinacce prodotte in Trentino e di qualificarla con un apposito marchio d’origine e qualità: il tridente con la scritta “Trentino Grappa”.

(fonte Istituto Tutela della Grappa del Trentino)

Ritorno alle origini per il Soave: bye bye Chardonnay e Pinot Bianco

Trebbiano di Soave

E’ un vero e proprio ritorno alle origini per il Soave, in seguito alla recente modifica del disciplinare, approvata a fine gennaio dal Comitato Nazionale Vini. Il Soave Superiore Docg ed il Recioto di Soave dalla vendemmia 2010 potranno essere prodotti esclusivamente con vitigni storici quali la garganega e il trebbiano di Soave, vengono quindi esclusi lo Chardonnay ed il Pinot Bianco. Quest’ultimo non potrà inoltre essere utilizzato come vitigno base del Soave Doc. In vigna vengono ridefiniti i sistemi di allevamento con il recupero della pergola soavese con la tradizionale apertura nell’interfilare.

Forte identità territoriale con un marcato orientamento ai gusti di oggi. Le nuove tendenze di consumo più orientate a vini freschi e fruttati hanno suggerito una ridefinizione degli estratti fissandoli a 17 grammi/litri per il Soave Classico e Colli Scaligeri e a 19grammi/litro per il Soave Superiore Docg. Nell’ambito del Soave Superiore è anticipata l’immissione al consumo al 1° aprile mentre per la tipologia Riserva la data di commercializzazione è stata individuata nel 1° novembre. In entrambi i casi è stato tolto l’obbligo dell’affinamento in bottiglia. Le nuove regole vanno quindi sostanzialmente a ridefinire un prodotto dalla forte identità territoriale ma con un più marcato orientamento alle moderne tendenze di consumo.

Dati 2009: sostanziale equlibrio tra domanda e offerta
. «Le nuove regole – afferma Arturo Stocchetti, presidente del Consorzio di Soave –  giungono in un momento particolarmente significativo per la denominazione. Sul fronte produttivo i dati vendemmiali 2009 confermano un sostanziale nuovo equilibrio tra domanda ed offerta, dovuto sia alla costante azione di monitoraggio delle produzioni in vigna, sia alla decisione di ridurre a 130 quintali per ettaro le rese per il Soave Doc e per il Soave Classico. Per quanto riguarda la commercializzazione, nonostante un contesto internazionale difficile, soprattutto per i mercati inglese e tedesco dove nell’ultimo anno tante denominazioni italiane hanno mostrato segni di sofferenza, il Soave rimane un vino di riferimento». In merito all’imbottigliato i dati si riconfermano in linea con il 2008 – un risultato molto positivo in relazione al generale andamento dei mercati – diretta conseguenza questa dei contratti di vendita confermati per quanto riguarda il comparto della distribuzione moderna tedesca e inglese. Situazione analoga anche per il Soave sfuso che raggiunge le grandi centrali di imbottigliamento del Nord Europa e che, come per l’annata appena chiusa, si attesta intorno ai 50.000 ettolitri.

Nota positiva dal mercato interno. E mentre si rimane in attesa dei dati sul fronte statunitense, arriva una importante nota positiva dal mercato interno, spesso sottovalutato dai produttori del Soave. In base ai consuntivi relativi alla grande distribuzione e recentemente rilevati, si conferma infatti un’ulteriore crescita in volume e valore delle vendite pari ad +14% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con una generale tenuta dei prezzi medi a bottiglia. In questo contesto di confortanti notizie il Consorzio ha avviato un’ importante azione promozionale che interessa nel 2010 soprattutto Stati Uniti e Canada, con numerosi progetti tesi alla valorizzazione e al sostegno delle aziende socie.

(fonte: Consorzio per la tutela vini Soave e Recioto di Soave)

Dalla rete alla zappa, la vita in campagna fa tendenza anche tra i giovani

E’ boom per la campagna negli orti coltivati dal numero crescente di hobbisti ma anche su internet, dove gli italiani si posizionano al quarto posto, dopo Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia, tra i 72 milioni di visitatori mensili di Farmville, il videogame che trasforma gli utenti in agricoltori virtuali e che sta spopolando in tutto il mondo. Il dato è emerso dall’incontro, promosso da giovani impresa della Coldiretti alla Fieragricola di Verona appena conclusasi,  per la presentazione dell’edizione 2010 dell’Oscar Green, il riconoscimento che premia gli imprenditori agricoli più innovativi (iscrizioni aperte fino al 5 aprile 2010).

La popolazione degli agro-internauti. Farmville (prodotto da Zynga) sta sostituendo tra le giovani generazioni i tradizionali giochi di guerra, è gratuito, si sviluppa nel tempo e consiste nella gestione di una azienda agricola con allevamenti, semine e raccolti da eseguire, nei tempi previsti e in modo imprenditoriale, per evitare la perdita di denaro. Obiettivo è quello di ampliare la propria attività con disciplina, creatività e strategia, premiati i comportamenti virtuosi come la collaborazione con i vicini con i quali si interagisce. In Italia a giocare a Farmville sono per lo più giovani ma vi si cimentano anche molti professionisti che lo considerano una forma di svago “nella natura” rispetto alla routine quotidiana, oltre a veri agricoltori che alternano la propria attività reale con quella virtuale su internet.

foto viniesapori.net

Crescente anche il numero di agricoltori per hobby. Dalla ricerca presentata a Fieragricola 2010 condotta da Nomisma in collaborazione con il mensile Vita in Campagna, emerge che la compagine degli hobby farmer è molto variegata: impiegati, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti pubblici, operai, pensionati. Tutti sono accomunati dalla passione di coltivare e praticare l’attività agricola per consumare prodotti più sani e genuini (62,5%), per praticare attività all’aria aperta (61,7%), per valorizzare un terreno ereditato (39,3%) o appositamente acquistato (35,7%), ma anche per risparmiare nell’acquisto di prodotti alimentari (25,1%). Le dimensioni medie dei terreni coltivati si aggirano mediamente tra 0,6 e 1,2 ettari di superficie, spesso comprendenti anche parti a bosco. Si tratta essenzialmente di terreni in proprietà (oltre il 90%) localizzati per la maggior parte in collina e montagna (61,6%), cioè in aree maggiormente sensibili dal punto di vista del mantenimento e presidio territoriale; rispetto a questi ambiti la consapevolezza degli hobby farmer è massima, al punto che circa il 70% dichiara che le attività praticate contribuiscono al mantenimento/valorizzazione del paesaggio e il 58% in favore della tutela ambientale degli spazi rurali.

Cosa coltivano. La destinazione produttiva riguarda prevalentemente ortaggi (88,6%), frutta (65%), vite (34,3%) e olivo (32,3%) e, molto spesso, sono completate da processi di trasformazione per l’ottenimento di conserve vegetali (49,5%), olio (27,5%) e vino (23,7%). In qualche caso poi (circa il 40%) vi sono anche piccole attività di allevamento (in particolare di avicunicoli).  I prodotti ottenuti dall’attività di coltivazione e trasformazione sono destinati in via quasi esclusiva all’autoconsumo familiare (81,8%) o a regali ad amici e parenti (7,4%), evidenziando in questo modo l’assenza di rapporti di mercato, a conferma del fatto che l’attività di coltivazione di un fondo agricolo è fortemente legata a motivazioni di carattere extraeconomico (gratificazione personale, benessere derivante dall’attività agricola svolta nel tempo libero, ecc.) e non è guidata dalla volontà di ottenere un reddito, seppur solo integrativo: infatti, circa il 90% dichiara che non ottiene nessun reddito dall’attività di coltivazione che svolge. Il tempo dedicato all’attività produttiva sul terreno, che in media viene coltivato da circa venti anni, mostra come il 55% degli interessati dichiara di riservare oltre 10 ore a settimana a tali attività, mentre la quota restante impiega fino a 10 ore/settimana (equivalenti a circa 2 ore al giorno).

Agricoltura amatoriale, non un fuoco di paglia. In sostanza dalla ricerca emerge che in Italia esiste una parte di territorio agricolo, rurale e forestale che non è in capo ad agricoltori e che viene gestito secondo criteri non funzionali all’attività produttiva e mercantile (all’hobby farmer non interessa ottenere reddito dal terreno), ma secondo logiche rivolte soprattutto al mantenimento ambientale e paesaggistico e più in generale della tutela territoriale. Si tratta di benefici (o, più tecnicamente “esternalità”) sottostimati o addirittura non riconosciuti dal punto di vista collettivo – alla luce della mancanza di rilevazioni statistiche ufficiali – che però permettono, assieme al contributo preponderante dell’attività propriamente agricola, una conservazione degli spazi rurali i cui vantaggi finiscono con il ricadere sull’intera popolazione.

(fonti: Coldiretti- Nomisma)