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Olio di oliva, Italia al secondo posto per l’export (ma produzione nazionale insufficiente), al primo per il prezzo medio di esportazione

Nel 2016, il valore degli scambi internazionali di olio d’oliva si è attestato intorno ai 6,9 miliardi di dollari, 400 milioni di dollari meno dell’anno precedente ma comunque in crescita del 41%, confrontando il 2009 con la media dell’ultimo triennio.

Le quote di mercato. L’Italia si conferma il secondo paese esportatore di olio d’oliva dopo la Spagna, precedendo con ampio margine gli altri principali esportatori, Grecia, Portogallo e Tunisia. Confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016, l’Italia ha perduto circa il 12% della propria quota di mercato; la Tunisia ha perduto il 7%; tutti gli altri concorrenti hanno invece incrementato la quota di mercato per valori compresi fra il 4% e il 9%, tranne il Portogallo che ha segnato un forte avanzamento (+78%). Complessivamente la quota di mercato dei principali paesi esportatori è cresciuta di circa il 4%.

Le quantità esportate. Per quantità esportate, nel 2016, la Spagna precede l’Italia di oltre due volte e mezzo (9,2 contro 3,5 milioni di quintali). Confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016, l’incremento della
Spagna (+41%) è pressoché doppio di quello dell’Italia (+21%). Anche per questo indicatore, il Portogallo segna il valore più alto con +208%. L’Italia, per far fronte ai consumi interni e all’esportazione, ha importato, nel triennio 2014-2016, olio
d’oliva in quantità comprese fra 3,2 e 3,8 milioni di quintali. Nel 2014 e nel 2016
l’esportazione è stata superiore alla produzione nazionale.

Il valore dell’esportazione. Il valore complessivo dell’esportazione di olio d’oliva spagnolo è, nel 2016, circa doppio di quello italiano. E la Spagna, confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016, ha registrato un incremento del 55% contro il 25% dell’Italia. Dunque il valore delle esportazioni spagnole è cresciuto di circa 14 punti percentuali più della quantità (55,5% contro 41,4%), mentre questa differenza per l’Italia è di 4,5 punti percentuali (25,1% contro 20,6%). Ciò significa che, nell’intervallo temporale considerato, il prezzo medio all’esportazione dell’olio spagnolo è aumentato più di quello dell’olio italiano.

I prezzi di esportazione. Il prezzo medio all’esportazione dell’olio d’oliva italiano è superiore, negli anni considerati, a quello di tutti i concorrenti. Dietro l’Italia si posizionano, nell’ordine, Grecia, Portogallo, Spagna e Tunisia. Ma confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016 vediamo che il prezzo italiano è cresciuto meno (+4%) di quello di Grecia e Tunisia (+18%) e dalla Spagna (+10%). Solo il Portogallo segna un andamento del prezzo negativo (-8%).

Conclusioni. Nell’ultimo triennio, rispetto al 2009, gli scambi internazionali di olio d’oliva sono cresciuti del 41% attestandosi intorno ai 7 miliardi di dollari. Nel 2016 i principali paesi esportatori (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo e Tunisia) hanno rappresentato una quota di mercato del 96%. L’Italia è il secondo paese esportatore di olio d’oliva dopo la Spagna e il primo per prezzo medio all’esportazione. Tuttavia la nostra esportazione è sostenuta in misura notevole dall’importazione essendo la produzione nazionale insufficiente a soddisfare il consumo interno e la stessa esportazione. Nel 2014 e nel 2016 la produzione nazionale è stata inferiore all’esportazione. Nel triennio 2014-2016 la quota media di mercato dell’Italia si è attestata intorno al 24% mentre quella della Spagna ha raggiunto il 47%. Confrontando il prezzo medio all’esportazione dell’ultimo triennio con quello del 2009, si evidenzia per il nostro Paese un incremento sensibilmente inferiore a quello dei concorrenti, con l’esclusione del Portogallo. Nel 2016 il prezzo all’esportazione dell’olio d’oliva italiano è stato superiore del 26% al prezzo medio all’esportazione dei paesi concorrenti.

Fonte: Centro studi Confagricoltura

 

 

 

 

Le antiche faggete italiane iscritte nella lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco

foto ilrestodelgargano.it

La 41° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco un insieme di dieci antiche faggete italiane per una superficie di 2127 ettari nel contesto del sito ambientale transazionale delle Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.Si tratta di foreste europee sviluppatesi a partire dalla fine dell’era glaciale che si sono adattate a differenti condizioni climatiche, geografiche e fisiche. L’ Italia si aggiunge a questo sito transnazionale che include ben 12 Stati.

Le dieci faggete ricche di piante secolari riconosciute come patrimonio dell’umanità si estendono dalla Toscana alla Calabria. Quasi tutte le faggete italiane fanno parte di parchi naturali, come quelle che si trovano sull’Appennino tosco-romagnolo e che fanno parte della riserva di Sasso Fratino, nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Scendendo nel Lazio, la provincia di Viterbo, che ospita ben due faggete secolari: quella del Monte Cimino, a Soriano del Cimino, e quella del Monte Raschio, nel Parco naturale di Bracciano-Martignano. Tra le altre faggete secolari riconosciute patrimonio dell’umanità ci sono quelle del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e, in Puglia, quelle della Foresta Umbra, con piante alte fino a 50 metri che si trovano nel cuore del Parco nazionale del Gargano. Tra Basilicata e Calabria c’è la Foresta vetusta di faggio di Cozzo Ferriero del Parco nazionale del Pollino, che si estende per circa 70 ettari, con piante di quattro secoli.

Le mura di difesa della Serenissima. Sono state inoltre iscritte le “Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: Stato di Terra – Stato di mare occidentale”, un sito seriale transnazionale presentato nel 2016 dall’Italia (capofila) insieme con Croazia e Montenegro all’Unesco a Parigi. Il sito raccoglie un insieme straordinario dei più rappresentativi sistemi difensivi realizzati dalla Repubblica di Venezia, progettati dopo la scoperta della polvere da sparo e dislocati lungo lo Stato di Terra e lo Stato di Mare. Per decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale, entrano a far parte del sito Unesco le opere di difesa presenti a Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda per l’Italia, Zara e Sebenico per la Croazia, Cattaro per il Montenegro. Salgono così a 53 i siti italiani iscritti nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Fonte: Ministero dei beni culturali/Unesco

Risorse idriche in Veneto, Anbi chiede 147 milioni di euro di investimenti

foto di repertorio, consorzio bonifica bacchiglione

Può una regione come il Veneto, il cui Pil sta trascinando l’economia italiana grazie soprattutto all’agricoltura, non investire in irrigazione?

Pronti 20 progetti per il risparmio idrico. Per superare i danni dei cambiamenti climatici ed efficientare l’irrigazione veneta, i consorzi di bonifica hanno pronti 20 progetti per un totale di 147 milioni di euro di investimenti. Si tratta di interventi prioritari come l’infrastrutturazione e la modernizzazione delle reti irrigue. Opere in grado di produrre un risparmio idrico che, rispettando l’obiettivo del bando del PSRN (Piano di Sviluppo Rurale Nazionale), va dal 5 al 25%.“Per un’agricoltura efficiente, la disponibilità idrica è il primo fattore di produzione. Riteniamo indispensabile agire in prevenzione anziché intervenire in emergenza. Per farlo serve un piano regionale pluriennale che soddisfi appieno la progettualità esecutiva manifestata dai Consorzi di bonifica, che vada a compensazione degli investimenti all’interno del PSRN”, commenta Giuseppe Romano, presidente di Anbi Veneto.

In tema di investimenti però, c’è un paradosso: l’agricoltura veneta traina l’economia italiana ma non si investe sulla rete irrigua, contribuendo a contrastare le frequenti annate siccitose. Stime preliminari sul Pil diffuse dall’Istat, il Nord Est ha il rialzo più alto: +1,2% rispetto alla media nazionale +0,9%; a favorire questo aumento è stata in particolare l’agricoltura con un complessivo +4,5%. Una situazione economica che ci ricorda che il cibo è irriguo e che solo grazie all’irrigazione si sono raggiunti livelli di produzione agricola lorda pari a 5,7 miliardi di euro.

Migliorare l’irrigazione del Veneto permetterebbe, inoltre, di contrastare annate siccitose come quella che stiamo affrontando, dove si è registrato un valore medio di piovosità primaverile tra i 3 più bassi degli ultimi 23 anni (-30%) con forte deficit su tutto il territorio veneto. Infine, si andrebbe a migliorare l’uso della risorsa e a mitigare il depauperamento delle falde. “Gli investimenti irrigui si devono tradurre in una progettualità ben definita e programmata, a partire dal bando del Piano di Sviluppo Rurale nazionale, ai Fondi di Sviluppo e Coesione, ad una pluriennale programmazione regionale”. Tuttavia dei 300 milioni di euro destinati dal PSRN solo 30/40 milioni saranno destinati al Veneto, mentre dei 295 dell’FSC, la cui ripartizione vede il 20% delle risorse indirizzate al centro nord ed il restante al sud, 10/20 milioni circa troveranno la strada del Veneto.

La proposta alla Regione Veneto. “Prevede che agli ipotetici 60 milioni di euro che finiranno in Veneto attraverso i piani nazionali ed europei, si affianchi una programmazione regionale decennale per l’irrigazione da 8 milioni di euro all’anno. Così, con altri 80 milioni di euro, riusciremo a coprire i costi degli interventi da noi considerati prioritari per l’irrigazione, che abbiamo quantificato in 147 milioni di euro”, conclude Romano.

La Regione. A questo proposito, interpellato da Romano, l’assessore all’Agricoltura reginale Giuseppe Pan ha promesso che alla prossima Commissione di bilancio proporrà un piano regionale per l’irrigazione da affiancare ai grandi piani nazionali.

Produzione agricola e zootecnica in Italia negli ultimi 25 anni: si produce di meno, ma con più rispetto dell’ambiente

In Italia, la terra da coltivare è in costante diminuzione. Dal 1990 ad oggi si è perduto quasi il 20% di superficie agricola utilizzata (SAU) per una media di circa 185 mila ettari annui fra il 1990 e il 2000, di 33 mila ettari annui fra il 2000 e il 2010, di 126 mila ettari annui fra il 2010 e il 2016.

La perdita di SAU è stata determinata soprattutto alla cessata coltivazione delle terre meno produttive, molte delle quali sono state occupate da boschi e aree rinaturalizzate, ed anche dall’espansione delle aree urbanizzate. Nel 1990 ad ogni abitante corrispondevano 2.650 mq di SAU; nel 2016 si stima che tale valore si sia ridotto a poco meno di 2.000 mq; fra il 1990 e il 2016 la SAU per abitante è diminuita del 25%. Questo fenomeno, combinato con l’incremento delle esportazioni di prodotti agricoli e agroalimentari, influisce negativamente sul grado di autosufficienza alimentare nazionale, pur attenuato dall’incremento di produttività di molte colture.

Meno seminativi, più coltivazioni legnose e foraggere permanenti. La riduzione della SAU ha determinato il ridimensionamento dei seminativi (fra il 1990 e il 2013 -16% per 1,3 milioni di ettari), delle coltivazioni arboree (-19% per 527 mila ettari) e delle foraggere permanenti (-19% per 790 mila ettari). La distribuzione percentuale dell’impiego della SAU ha dunque registrato, fra il 1990 e il 2015, sensibili variazioni, vedendo i seminativi perdere 5,1 punti percentuali (dal 54% al 48,9%) a vantaggio delle coltivazioni legnose (+0,6 punti %) e delle foraggere permanenti (+4,5 punti %).

Produttività delle colture. In termini produttivi, la riduzione della disponibilità di terra da coltivare è stata generalmente, sia pur in parte, compensata da un incremento delle rese medie delle colture. Per attenuare gli effetti sulle rese degli andamenti stagionali, sono stati confrontati, per le principali colture, i dati medi di tre quinquenni
(1991/1995, 2001/2005, 2011/2015). Per le colture erbacee, gli incrementi di resa media variano dal 12% (mais) al 24% (pomodoro). Per le colture arboree, le variazioni di produttività appaiono non omogenee. Sono nettamente positive per i fruttiferi (melo, pero, pesco, media +24%), modestamente positive per l’arancio (+2%),
negative per la vite (-2%) e soprattutto per l’olivo (-12%).

La produzione complessiva delle principali coltivazioni, per quanto influenzata dall’andamento del clima e dalle scelte colturali, evidenzia generalmente, fra il 1990 e il 2015, decrementi anche sensibili, consolidati soprattutto per cereali e leguminose da granella. Per tutte le categorie di coltivazioni, tranne l’olivo (che risente, nei diversi anni, di forti alternanze di produttività), la produzione del 1990 e/o del 2000 è, in misura più o meno rilevante, superiore a quella dell’ultimo triennio. In particolare, confrontando la media delle produzioni degli anni 1990 e 2000 con quella del periodo 2013-2015, si registrano sempre variazioni negative, più contenute per cereali e fruttiferi (intorno a -5%), e superiori per leguminose da granella, ortaggi e vite. La variazione complessiva, per quanto del tutto orientativa, è di -9%.

In prospettiva, un contributo significativo all’incremento delle rese delle colture, può venire dalla crescita delle superfici agricole irrigate che, dal 1990 al 2010, si sono ridotte di circa 200 mila ettari per poi aumentare nel 2013 di oltre 500 mila ettari, rappresentando il 23,5% della SAU nazionale complessiva.

La zootecnia. Dal 1990 al 2015, tutti i principali comparti della zootecnia hanno visto ridursi, sia pure in diversa misura e con differente tempistica, il numero di capi allevati. Il comparto dei bovini e bufalini ha perduto poco meno di due milioni di capi fra il 1990 e il 2000, rimanendo quasi stabile negli anni successivi (-46 mila nel 2016 rispetto al 2000); sia pure per valori assoluti contenuti, fra il 1990 e il 2016,
i bufalini, trainati dal consumo interno e dall’export della Mozzarella di Bufala Campana DOP, sono in costante crescita (+365%). Anche gli ovicaprini hanno subito un drastico ridimensionamento fra il 1990 e il 2000 (-4,4 milioni di capi) seguito da più contenute e contrastanti variazioni nel periodo successivo. I suini hanno segnato una crescita significativa fra il 2000 e il 2010 (+707 mila capi) per poi tornare, nel
periodo successivo, vicino alla consistenza ante 2010.

Per quanto riguarda la produzione di carne (peso morto di bestiame macellato), nel periodo 1990-2015 si registra una costante notevole contrazione per i bovini e bufalini e gli ovicaprini; questi ultimi evidenziano tuttavia una ripresa nel 2015. La produzione di carni suine segna un andamento crescente fra 1990 e il 2010, e un andamento decrescente negli anni seguenti, con una sensibile ripresa nel 2015. La produzione di latte è invece generalmente crescente per tutte le rilevazioni, tranne che nel 2013.

Agricoltura ed ambiente. L’agricoltura italiana è sempre più biologica. Dai circa mille di ettari del 1990, è arrivata, crescendo costantemente, vicino al milione e mezzo di ettari (compresi terreni in conversione) del 2015. Fra il 2000 e il 2015 la superficie delle coltivazioni certificate biologiche è più che raddoppiata (da 502 mila a 1.094 ettari). In generale, comunque, l’agricoltura italiana è sempre più attenta alla sostenibilità ambientale, riducendo la somministrazione di concimi e di prodotti fitosanitari. Per quanto riguarda i concimi, gli apporti di principio attivo per ettaro si sono costantemente ridotti negli ultimi 15 anni. Per quanto riguarda i prodotti fitosanitari si registra, per tutte le principali categorie, una diminuzione degli impieghi complessivi dal 2006-2008 (-30% nel 2012-2014 rispetto al 2000-2002)
mentre crescono in misura rilevante i principi attivi autorizzati per le coltivazioni biologiche. Si tenga tuttavia presente che, in parte, la riduzione della somministrazione di fitosanitari risente della contrazione delle superfici coltivate (nell’intervallo temporale considerato la SAU si è ridotta del 6,5%). La somministrazione di fitosanitari era di 6,34 kg/ha nel 2000-2002; nel 2012-2014 è diminuita a 4,75 kg/ha (-25%).

Conclusioni. La produzione agricola italiana evidenzia generalmente, dal 1990 ad oggi, una contrazione quantitativa, determinata dalla riduzione della superficie disponibile per le coltivazioni (SAU -19,5%), solo in parte compensata dall’incremento della produttività. Migliora l’impatto ambientale delle colture grazie all’espansione dell’agricoltura biologica e alla riduzione degli impieghi dei concimi e dei prodotti fitosanitari. La quota di SAU irrigata decresce fra il 1990 e il 2010 per poi aumentare nel 2013, attestandosi poco oltre il 23% della SAU complessiva. Il patrimonio zootecnico registra un notevole ridimensionamento fra il 1990 e il 2000, soprattutto per quanto riguarda bovini e bufalini e ovicaprini, seguito da una sostanziale stabilità negli anni successivi. Cresce la produzione di latte, a testimonianza di un aumento della resa per capo e decresce sensibilmente la produzione di carni bovine-bufaline e ovicaprine determinando una maggiore dipendenza dall’import. La consistenza e la produzione di carni degli allevamenti suini presentano andamento contrastato pur in un quadro di sostanziale stabilità.

Fonte: Centro studi Confagricoltura

 

Dal 12 al 16 luglio 2017, si tiene a Padova EcoFuturo, festival delle eco-tecnologie e dell’autocostruzione

Dal 12 al 16 luglio 2017 si terrà a Padova, nel Parco Fenice, la quarta edizione di EcoFuturo, il Festival delle EcoTecnologie e dell’Autocostruzione, organizzato con il patrocinio del comune di Padova da una community aggregatesi intorno all’impegno ecologista di Jacopo Fo, che punta a cambiamenti concreti attraverso innovazione tecnologica, scelte negli stili di vita personali e scelte politiche consapevoli e coerenti, a tutti i livelli. Una visione corroborata da un Comitato Scientifico e da un dialogo in rete che coinvolge tutti i Centri di ricerca italiani e alcuni istituti internazionali.

4 giorni di dibattito sulle ecotecnologie, incontri formativi e laboratori per bambini e famiglie gratuiti. EcoFuturo nasce dalla consapevolezza che in Italia esiste un patrimomio straordinario di idee, esperienze e progettualità che coinvolge l’ecologismo in tutte le sue diverse espressioni. Associazionismo, imprese innovative, amministrazioni virtuose, mondo della ricerca e dell’informazione spesso rappresentano delle vere e proprie eccellenze, a livello europeo e in alcuni casi addirittura mondiale. Eppure, paradossalmente, l’ecologismo nel suo insieme appare piuttosto debole, soprattutto perché ancora estremamente frammentato. EcoFuturo si pone dunque l’obiettivo di costruire ponti, di far incontrare fra loro queste eccellenze, dare loro voce e visibilità attraverso una imponente rete di comunicazione e la possibilità di confrontarsi – in una cornice conviviale, creativa e cooperativa – per fare nascere nuove idee e possibili collaborazioni. A questo link è visibile il programma della manifestazione.

Fonte: Parco Fenice

 

 

Martedì 11 luglio 2017 a Gorizia si parla del futuro dell’Unione Europea, possibilità di partecipare su prenotazione

Il consigliere Argav Renzo Michieletto, di Europe Direct Veneto ufficio stampa Veneto Agricoltura, ci rende partecipi di questa iniziativa organizzata dalla Commissione Europea con la collaborazione dei Centri Europe Direct del Nord Est: martedì 11 luglio 2017, dalle ore 18 alle 19,30, nell’ambito del “Dialogo con i cittadini, il futuro dlel’Europa“, si terrà a Gorizia una conferenza dedicata al Libro Bianco sul futuro dell’UEcon la Commissaria europea Violeta Bulc.
Disponibili ancora alcuni posti. L’incontro rappresenta un’opportunità per condividere il proprio punto di vista sui temi trasnazionali e sul futuro dell’Europa. Il Libro Bianco individua i fattori di cambiamento del prossimo decennio e presenta cinque differenti scenari per la possibile evoluzione dell’Unione Europea da qui al 2025. Per facilitare la partecipazione all’incontro, si sta predisponendo un pullman con partenza da Padova (ore 9) e Mestre (9.45). Sono disponibili ancora alcuni posti (viaggio e ingresso gratuiti). E’ necessaria la prenotazione scrivendo a infoeuropa@comune.venezia.it

Stasera al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (PD) laboratorio-degustazione di birre agricole

Oggi, venerdì 7 luglio 2017, alle ore 20, il Circolo di Campagna Wigwam Arzerello (via Porto 8) a Piove di Sacco (Pd) ospiterà un laboratorio-degustazione di birre agricole abbinate a formaggi, salumi e pasticceria secca.

Il laboratorio, proposto da Academia dea Pipamagna di Padova in collaborazione con Birrificio Antoniano, sarà composto da una’introduzione didattica sul percorso “dal seme al bicchiere”: l’orzo, l’acqua e il luppolo. I processi di lavorazione, gli stili e le gamme ed infine la storia di un’azienda che sta rilanciando il territorio padovano e le sue produzioni puntando all’alto di gamma per un prodotto, come la birra che sta rivivendo una stagione di copiosa fioritura di nuove imprese artigianali.

Interventi. Per le birre interverrà Paolo Bisso di Birrificio Antoniano, mentre l’abbinamento con formaggi, salumi e dolceria sarà a cura di Efrem Tassinato, socio Argav, giornalista enogastronomico e chef. Quota di partecipazione: euro 28,00 (Euro 22,00 per i soci con Wigwam Cheque), accettazione fino ad esaurimento posti disponibili con prenotazione obbligatoria a: arzerello@wigwam.it   Tel. 333-938555.

Fonte: Servizio stampa Wigwam Arzerello

Argav in viaggio in Europa, alla scoperta del futuro della PAC a Bruxelles, tra “porte verdi” olandesi, filari di ciliegino coltivati su lana di roccia e verdure bio coltivate con i trattori veneti

(di Marina Meneguzzi, vicepresidente Argav) Minata dagli effetti di una terribile crisi economica, l’Unione Europea sta attraversando uno dei peggiori periodi della sua storia sul piano istituzionale, morale e culturale.

Istituzioni UE aperte alla visita dei cittadini. Tuttavia, chi scrive è convinta che gli ideali di pace, unità e prosperità che hanno ispirato i padri fondatori all’indomani della seconda Guerra Mondiale (Konrad Adenauer, Joseph Bech, Johan Willem Beyen, Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Walter Hallstein, Sicco Mansholt, Jean Monnet, Robert Schuman, Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli) non siano parole vuote ma valori di grande attualità e necessità. Sono stata quindi lieta di partecipare lo scorso maggio, insieme ad altri giornalisti europei, ad un interessante viaggio studio organizzato dalla Commissione europea attraverso la Direzione Generale Agricoltura, per parlare del futuro della Politica agricola (PAC) e far conoscere alcuni aspetti del mercato ortofrutticolo europeo. Nel corso della due giorni, abbiamo avuto la possibilità di visitare le principali istituzioni UE: dalla Commissione (il “braccio esecutivo”), composta da un gruppo o collegio di commissari, uno per ciascun paese UE, al Consiglio dell’Unione Europea (composto dai ministri dei governi di ciascun Paese UE) al Parlamento europeo (organo legislativo, il prossimo sarà eletto dai i cittadini UE nel 2019). Istituzioni, queste, sempre aperte aila  visita dei cittadini UE.

La PAC del futuro, come sarà? Non sappiamo ancora l’ammontare del budget ad essa destinato, e dopo l’uscita del Regno Unito, la “coperta finanziaria” UE sarà decisamente più corta, ma certamente dovrà tener conto dei fattori sociali (ricambio generazionale in agricoltura) e ambientali (cambiamento climatico) che sempre più influiscono sui processi decisionali. E’ evidente anche la necessità di modernizzare (agricoltura di precisione)  e di semplificare, perché la troppa burocrazia soffoca l’innovazione e l’efficenza di una struttura che, in ogni caso, ha permesso finora agli agricoltori di fornire ai consumatori un’ampia gamma di alimenti di qualità a prezzi accessibili e prodotti in maniera sostenibile, promuovendo nel contempo le economie rurali. Una prima discussione sul processo di modernizzazione e semplificazione della Pac è stato avviata dalla Commissione europea “dal basso” attraverso una consultazione pubblica on-line, svoltasi dal 2 febbraio al 2 maggio scorso,  che ha ottenuto 322.912 contributi, e che ha visto l’Italia al terzo posto in termini di numero di risposte (38.425) dopo Germania (147.142) e Francia (40.390). Il questionario formulato per la consultazione, tradotto nelle 23 lingue ufficiali UE, consisteva in 28 risposte chiuse e 5 aperte, e dava la possibilità di allegare brevi testi a suffragio delle proprie idee. La maggioranza delle risposte sono state individuali (97 per cento), il restante 3 per cento è stato dato da organizzazioni (private, pubbliche, Ong, di categoria, associazioni). La maggior parte dei contributi individuali appartenevano a persone non coinvolte direttamente in agricoltura (93 per cento), mentre quelli arrivati dalle organizzazioni provenivano da aziende private (61 per cento) e che lavorano nel settore agricolo (77 per cento). L’analisi più approfondita nonché le conclusioni della consultazione pubblica saranno condivisi ufficialmente domani, venerdì 7 luglio, a Bruxelles, nella Conferenza sul futuro della PAC promossa da DG Agricoltura della Commissione europea, presieduta dal Commissario Phil Hogan.

Ortofrutta, in Europa se ne mangia sempre meno. Mentre la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), raccomanda un consumo di almeno 400 gr al giorno di frutta e verdura a persona, circa metà dei Paesi europei – tra cui non figura l’Italia – sono al di sotto di tale soglia. Il consumo di prodotti freschi registra in effetti un calo (-9,4 per cento per la frutta e -10.3 per cento per la verdura, dati 2010 rispetto alla media 2005/2009). Le cifre, fornite nel viaggio studio a Bruxelles da Ag-press-eu, piattaforma rivolta ai giornalisti europei che si occupano di tematiche legate all’agricoltura, spiegano le misure di sostegno elargite dalla Commissione alle organizzazioni di produttori di frutta e verdura europei, colpiti anche dall’embargo russo, vigente dal 2014. Una nuova legislazione che ne regola il mercato è entrata in vigore il 1 giugno 2017, pensata anche per incentivare l’adesione alle organizzazioni di produttori di frutta e verdura, che d’ora in poi beneficeranno di regole più semplici, di un onere amministrativo ridotto e di un maggiore sostegno finanziario. Misure importanti per un settore che vale in Europa 47 miliardi di euro, e che conta una produzione annua di 101 milioni di tonnellate di frutta (44 t) e verdura (57 t), destinati per oltre l’80 per cento al mercato interno, 5,5 milioni gli ettari coltivati, 3,4 milioni le aziende coinvolte, un quarto di tutte le aziende agricole europee.

Ed un bambino su 3 in Europa è sovrappeso. Una conseguenza dovuta a più cause, tra cui anche l’abitudine dei bambini a mangiare merendine confezionate, ricche  di “calorie vuote”. Nel corso del viaggio studio a Bruxelles, ci hanno informato che, per aumentare la quota di cibo sano nella dieta dei giovani, la Commmissione europea ha messo a disposizione per l’anno scolastico 2017/18 250 milioni di euro per il progetto “Frutta, verdura e latte a scuola,  che comprende, oltre alla somministrazione del cibo in questione (per l’Italia, 21.704.956 euro per frutta e verdura e 9.261.220 di euro per il latte), lezioni ai bambini (6-12 anni) sulla dieta salutare, nonché monitoraggio e valutazione dell’azione di sensibilizzazione intrapresa.

Cooperativa Zon Frutta e Verdura, peperoni smistati a seconda delle dimesioni, cambia il prezzo

Olanda, “porta verde” d’Europa. Una giornata del viaggio studio a Bruxelles è stata dedicata alla visite in “campo”, dapprima ad una delle più importanti cooperative ortofrutticole in EuropaZon fruit&vegetables, che si trova a Venlo, in Olanda. Fondata nel 1915, la cooperativa oggi conta 220 soci agricoltori, serve 30 milioni di consumatori europei – compresi i clienti di molti supermecati italiani – ed ha registrato nel 2016 un fatturato di 295 milioni di euro. Leader nella produziome di peperoni, cetrioli, asparagi e pomodori, la cooperativa serve soprattutto il mercato tedesco (80 per cento), quindi il resto d’Europa. Suddivisa in Frutta & Verdura (commercializzazione, vendita, logistica, imballaggio, controllo qualità e tracciabilità), Piccoli frutti (vendita e imballaggio), impressiona la realtà del Fresh Park Venlo, un moderno ed efficiente “parco” di 130 ettari che dà occupazione a 1500 persone (3000 nel periodo di picco), che ospita più di 130 aziende di produzione e servizi e che, grazie alla posizione strategica ed ai collegamenti con le principali vie di comunicazione, è tra i più importanti centri logistici in Europa per i prodotti freschi.

Filari di pomodori, tra bombi e lana di roccia. Abbiamo visitato anche uno dei soci della cooperativa Zon, Westburg BV , dei fratelli Bas e Ton val Leeuwen, che in 14 ha all’interno di 3 serre all’avanguardia producono da 25 anni pomodorini ciliegino rossi e gialli e pomodorini datterino per un totale di 4.500 tonnellate l’anno. I pomodori vengono coltivati a filari su un substrato di lana di roccia con ricircolo dell’acqua di irrigazione, il che consente di risparmiare acqua (10 litri per un kg di pomodori anziché 100 litri) e di gestire in maniera più semplice l’intero processo di crescita. Le piante vengono impollinate in modo naturale con i bombi, contro i parassiti viene usata la lotta integrata, e la raccolta viene fatta a mano (rappresenta il 50 per cento dei costi di produzione) sei giorni su sette da fine gennaio a novembre. L’energia necessaria per la produzione nelle serre è ottenuta da un sistema di cogenerazione che combina energia e calore. Un computer controlla le quantità d”acqua e di calore necessari, a seconda delle condizioni meteo. La maggior parte dell’elettricità generata è venduta alla società elettrica del posto, quando tutti i loro sistemi sono operativi, forniscono una produzione di energia sufficiente a coprire il fabbisogno elettrico di oltre 9 mila famiglie. Ho assaggiato i pomodorini, il gusto era saporito, forse non così persistente come quelli maturati al sole, un po’ impressionante la lunghezza e l’altezza dei filari, che fanno pensare ad una sorta di “catena di montaggio” verde, molto efficiente e adatta a soddisfare le esigenze di consumatori che vogliono trovare in tavola i pomodorini in qualsiasi periodo dell’anno.

da sx, Frank, la figlia Kim e la moglie Chris

Tra i fiamminghi, un po’ di Veneto. Infine, abbiamo visitato un produttore di porri, finocchi e cavolfiori bio, Frank Schelfhout, la cui azienda di dieci ettari, condotta con la moglie Chris e la figlia Kim, si trova  a Bornem, nelle Fiande, la parte fiamminga del Belgio. Frank ha iniziato a produrre bio nel 2008, ci ha spiegato che trapianta piantine “convenzionali”, che non tratta però poi con prodotti chimici di sintesi, e che osserva rigorosamente la rotazione agraria, vendendo il totale della produzione alla cooperativa belga Bel’Orta. Frank ha meccanizzato al massimo le varie fasi di coltivazione per ragioni di costo di manodopera, che altrimenti lieviterebbe. Tra i mezzi da lui utilizzati, in bella mostra c’era anche un trattore con un’attrezzatura Gaspardo, multinazionale con sede a Campodarsego, nel Padovano.

Inquinamento dell’aria, a Vicenza si fa “massa critica” per incentivare l’uso della bici a beneficio di ambiente e salute, ed ogni ultimo venerdì del mese si pedala tutti insieme

(di Alessandro Bedin, socio giornalista Argav) Il Corriere del Veneto dello scorso 10 giugno 2017 ha dato notizia – definendolo “un accordo storico” -, dell’alleanza siglata tra regioni “padane” e Ministero dell’Ambiente per interventi mirati, programmati e finanziati per ridurre l’inquinamento dell’aria nella Pianura Padana, una delle zone piiù inquinate del mondo.

Il problema dello smog da PM10 nelle regioni del Nord Italia riguarda 23 milioni di abitanti, ovvero il 40% degli italiani, ed è un problema che comporta costi di vite umane (nel 2000 l’OMS denunciava 3.500 morti all’anno in Italia per l’inquinamento dell’aria mentre, da uno studio del Ministero della Sanità del giugno 2015, cioè 15 anni dopo, tale mortalità è stata stimata in circa 30.000 unità all’anno) e costi sanitari enormi. E’ un problema accentuato da un fenomeno meteorologico denominato “inversione termica”, che d’inverno fa stazionare l’aria, con relativi inquinanti, in una fascia di 70-100 metri da terra.

Un finanziamento sostanzioso. Ci sono arrivate anche le Regioni, finalmente, e ora speriamo che ci arrivino anche i Comuni, visto che il piano finanziato è di 2 milioni di euro da parte di ogni regione coinvolta e di 16 milioni di euro da parte del Ministero. Un finanziamento che andrà a coprire interventi strutturali, come la realizzazione di piste ciclabili, e incentivi per il cambio di auto oramai obsolete.

mobilità dolce per trasportare la posta (foto Alessandro Bedin)

Basterebbe un’App. Sarebbe auspicabile, però, che una parte delle somme messe a disposizione fossero impiegate anche per incentivare i percorsi casa-lavoro (bike to work), come già attuato in Europa (Francia, Belgio…), ma anche come già stanno facendo alcuni comuni italiani, ad esempio Massarosa (LU) e Conegliano Veneto (TV). E’ meno complicato di quanto potrebbe sembrare: con una semplice App il cittadino può documentare all’amministrazione comunale i chilometri percorsi e il tragitto casa-lavoro effettuato in bicicletta, ricevendone un benefit economico. Con tale leva, potremmo vedere da un giorno all’altro le nostre strade trasformarsi in strutture viarie affollate di biciclette e cargo bike, come già succede nel resto d’Europa.

per le strade di Copenhagen, in Danimarca (foto Alessandro Bedin)

Ogni fine mese, a Vicenza si pedala tutti insieme. In attesa di una evoluzione civile ed intelligente, a Vicenza, un gruppo di convinti assertori della bicicletta ha lanciato l’invito a tutti i cittadini vicentini che hanno a cuore la loro salute e quella dei loro cari a fare massa critica con una pedalata ogni ultimo venerdì del mese con ritrovo alle 19,00 nel piazzale della stazione di Vicenza. Perché, ricordiamolo, ogni bicicletta in più sulla strada è un’auto in meno, ovvero meno inquinamento, meno pericolo per gli altri ciclisti, meno spese sanitarie, meno spese di carburante, meno spazio occupato nei parcheggi, ecc.

 

 

Aiuti UE ai giovani agricoltori, Corte dei conti Europea: “Da migliorare obiettivi perseguiti e misurazione dei progressi ottenuti per favorire il ricambio generazionale in agricoltura”

Nell’ultimo decennio il numero complessivo degli agricoltori dell’UE (Croazia esclusa) ha registrato un rapido declino, scendendo dai 14,5 milioni del 2005 ai 10,7 milioni del 2013. Nello stesso periodo, il numero dei giovani agricoltori è diminuito da 3,3 milioni a 2,3 milioni. Dato che il numero di agricoltori è calato in tutte le fasce di età, la percentuale di giovani agricoltori è rimasta relativamente stabile, appena al di sopra del 20%. Si notano però significative differenze tra gli Stati membri.

Aiutati circa 200 mila giovani agricoltori. Tra il 2007 e il 2020, l’UE ha stanziato 9,6 miliardi di euro in aiuti ai giovani agricoltori, allo scopo di promuovere la competitività delle aziende e il ricambio generazionale in agricoltura. Se si aggiunge il co-finanziamento, da parte degli Stati membri, a titolo della misura di insediamento prevista dal pilastro 2, il sostegno pubblico ammonta in totale a 18,3 miliardi di euro. Nel periodo 2007‑2013 quasi 200 mila giovani agricoltori hanno ricevuto, da parte dell’UE, aiuti per l’insediamento.

Favorire il ricambio generazionale. Stando a una nuova relazione della Corte dei conti europea, troppo spesso il sostegno dell’UE ai giovani agricoltori è definito in maniera inadeguata, senza specificare i risultati o l’impatto. La Corte dei conti europea invita, quindi, a rendere più mirato il sostegno per promuovere efficacemente il ricambio generazionale. L’audit si è incentrato sui quattro Stati membri dell’UE che registrano le spese più rilevanti a favore dei giovani agricoltori (cioè di età non superiore a 40 anni): Francia, Spagna, Polonia e Italia. La Corte ha rilevato differenze notevoli tra la gestione dei pagamenti del “pilastro 1”, che prevedono per i giovani agricoltori l’integrazione dei pagamenti diretti con un ulteriore 25%, e i pagamenti del “pilastro 2” versati ai giovani agricoltori al loro primo insediamento.

Nell’ambito del pilastro 1, l’aiuto non si basa su una valida valutazione delle esigenze, non rispecchia l’obiettivo generale di incoraggiare il ricambio generazionale, non è sempre erogato ai giovani agricoltori che ne hanno bisogno ed è talvolta fornito ad aziende in cui i giovani agricoltori svolgono un ruolo soltanto secondario. Gli Stati membri non coordinano i pagamenti del pilastro 1 con il sostegno del pilastro 2 ai giovani agricoltori. L’aiuto viene erogato in forma standardizzata, senza rispondere ad altre esigenze specifiche se non quella di fornire un reddito supplementare. Il quadro comune per il monitoraggio e la valutazione non comprende indicatori di risultato.

Il pilastro 2, pur essendo basato in linea generale su una valutazione vaga delle esigenze, persegue finalità che, in parte, rispecchiano di fatto l’obiettivo generale di incoraggiare il ricambio generazionale. L’aiuto risponde più direttamente alle esigenze dei giovani agricoltori in materia di accesso alla terra, al capitale e alla conoscenza. L’importo dell’aiuto è generalmente collegato alle esigenze e modulato per incentivare azioni specifiche (ad esempio, l’introduzione dell’agricoltura biologica o di iniziative per il risparmio idrico o energetico). I piani aziendali sono strumenti utili, ma la loro qualità variava da uno Stato membro controllato all’altro. Le autorità di gestione non sempre hanno applicato procedure di selezione atte a dare priorità ai progetti migliori. “È essenziale che il sostegno ai giovani agricoltori sia efficace, se si intende assicurare un’attività agricola sostenibile per le generazioni a venire,” ha affermato Janusz Wojciechowski, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Abbiamo però rilevato scarsi elementi che dimostrino l’effetto di queste misure e se aiutano davvero i giovani agricoltori, soprattutto a causa di una focalizzazione insufficiente e di indicatori di bassa qualità.”

I punti di debolezza. Nonostante la tardiva introduzione di criteri di selezione nel periodo 2007‑2013, questi non hanno consentito di assegnare la priorità ai progetti migliori in quanto le soglie minime erano troppo basse o inesistenti. In alcuni Stati membri, la dotazione finanziaria è stata subito esaurita all’inizio del periodo di programmazione, il che ha impedito agli agricoltori che si sono insediati successivamente di percepire fondi. “Per rendere gli aiuti efficaci, l’UE e gli Stati membri devono in primo luogo definire meglio chi intendono aiutare e quale risultato debba perseguire l’assistenza europea; in seguito, devono concentrarsi sulla misurazione dei progressi compiuti”, ha aggiunto Wojciechowski.

Le raccomandazioni. La Corte raccomanda alla Commissione europea e agli Stati membri di: 1) migliorare la logica di intervento, rafforzando la valutazione delle esigenze e definendo obiettivi che rispecchino l’obiettivo generale di promuovere il ricambio generazionale; 2) rendere più mirate le misure, migliorando la selezione dei progetti e utilizzando piani aziendali; 3) migliorare il monitoraggio e la valutazione attingendo alle migliori pratiche elaborate dagli Stati membri.

La relazione speciale n.10/2017 intitolata “Rendere più mirato il sostegno dell’UE ai giovani agricoltori per promuovere efficacemente il ricambio generazionale” è disponibile in 23 lingue dell’UE sul sito Internet della Corte.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea