
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo da Marco Zambianchi (microbiologo vaccinatore, docente in Ispezione degli alimenti di origine animale all’Università di Milano, Auditor ISO e membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell’ONB), già pubblicato da Scienzaveneto.it, testata diretta dal consigliere Argav e giornalista scientifico Riccardo Panigada, e che affronta con oggettività scientifica problematiche scottanti dimostrando come possano essere risolte con l’applicazione di strumenti scientifici già a nostra disposizione.
Cosa stiamo facendo da anni con la scienza? Abbiamo preso la microbiologia, la chimica e la genetica — roba che se ne frega altamente dei partiti politici — e l’abbiamo buttata nel calderone dei dibattiti da bar e dei comizi elettorali. Il risultato? Una confusione memorabile in cui i virus, nel frattempo, continuano a fare il loro mestiere senza neanche chiedere la tessera elettorale. Serve invece urgentemente un patto di civiltà: i politici si occupino delle opinioni e dei valori, mentre i dati scientifici lasciamoli analizzare a chi passa la vita in laboratorio a fare esperimenti replicabili.
Prendiamo i vaccini. Il concetto di base è di una semplicità disarmante: si tratta di fare un “addestramento antifrode” alle nostre difese immunitarie. Si prende un antigene — che non è altro che la “carta d’identità” o la faccia del cattivo di turno (può essere una proteina o un pezzetto di mRNA, cioè la ricetta chimica per stampare quella faccia) — e lo si mostra ai linfociti, ossia i poliziotti del nostro corpo. Cellule specializzate prendono questa foto segnaletica e la mostrano ai linfociti T e B tramite una molecola chiamata MHC (immaginatevela come la bacheca degli avvisi di garanzia). I poliziotti imparano la lezione, creano cloni di se stessi e fabbricano gli anticorpi neutralizzanti, delle specie di manette molecolari che si incastrano perfettamente sull’antigene per bloccarlo. Da lì scatta la “festa”: il sistema del complemento (una squadra di demolizione chimica) distrugge l’intruso e le citochine (gli altoparlanti molecolari) urlano a tutto il corpo di stare in allerta. Tutto questo serve a creare l’immunità di gregge, che dipende solo da quanto è contagioso il patogeno (il famoso numero di riproduzione basale, o R0, che indica semplicemente quanti ignari passanti un singolo infetto riesce a inguaiare metaforicamente).
Quando la politica si intromette in questo meccanismo perfetto, inizia il circo. Si ingigantiscono rischi rari come miocarditi e trombosi o li si minimizza del tutto, dimenticando che un conto è l’immunità che ti impedisce di prendere il raffreddore e un conto è quella che ti salva dal finire all’ospedale.
Prendiamo il morbillo: ha un R0 compreso tra 12 e 18, il che significa che è un cecchino dell’infezione. Se la copertura vaccinale scende sotto il 95% perché qualcuno decide che i vaccini sono un complotto, il virus ringrazia e torna a fare stragi, provocando persino la panencefalite sclerosante subacuta, che detta in parole povere è una grave infiammazione che devasta il cervello.
Per la polio, la politicizzazione ha ritardato l’eradicazione al punto da far circolare ceppi derivati dal vaccino stesso. Con il COVID-19 e la tecnologia a mRNA — dove minuscole sferette di grasso consegnano alle cellule le istruzioni per stampare la proteina spike, l’arpione del virus — la zuffa politica su pass e mandati ha fatto perdere di vista il dato reale: i vaccini evitavano di finire in terapia intensiva mentre il virus mutava l’arpione per sfuggire ai controlli. Persino per il vaccino contro l’HPV, una barriera proteica che previene a manetta il tumore al collo dell’utero, le resistenze ideologiche hanno rallentato la prevenzione, regalando vantaggio al cancro.
Passando al clima, la storia non cambia. La CO2 e gli altri gas funzionano esattamente come i vetri di una serra o una coperta di lana in pieno agosto: assorbono la radiazione infrarossa e trattengono il calore. Il ciclo del carbonio è gestito da un’imponente fabbrica microbica. La fotosintesi usa un enzima star chiamato RuBisCO per catturare l’anidride carbonica, mentre batteri e funghi decompositori la rilasciano a suon di respirazione. Negli ambienti privi di ossigeno entrano in scena gli archei metanogeni, microrganismi che producono metano (in pratica le flatulenze del micro-mondo), controbilanciati dai metanotrofi che quel metano se lo mangiano. Quando troppa CO2 finisce in acqua, si forma acido carbonico che abbassa il pH degli oceani: in un ambiente acido, i coralli e i molluschi non riescono più a fabbricarsi la casa di calcare.
La politica però preferisce semplificare tutto in uno scontro da tifosi tra catastrofisti e negazionisti, ignorando la matematica dei bilanci energetici. Se il permafrost (il terreno perennemente congelato) si scioglie, i microbi si svegliano e iniziano a produrre metano a manetta: i microbi non aspettano i decreti legge. Nei suoli agricoli, i batteri che fissano o trasformano l’azoto possono liberare protossido di azoto (N2O), un gas serra che fa impallidire la CO2. Se fai leggi basate su slogan elettorali invece che sui bilanci chimici dell’azoto, distruggi la fertilità del campo e scaldi il pianeta. Lo stesso vale per gli eventi estremi: attribuirne uno al clima richiede modelli probabilistici complessi, ma la narrativa politica preferisce dire che è tutta colpa del destino o che è l’apocalisse imminente, mandando in vacanza la percezione del rischio reale.
Infine c’è la genetica, dove la politicizzazione tocca vette di pura fantascienza. Il DNA è quel famoso nastro a doppia elica che custodisce le istruzioni della vita. Per correggerlo oggi usiamo CRISPR-Cas, che non è altro che un paio di forbici molecolari che i batteri hanno inventato milioni di anni fa per difendersi dai virus. Con una molecola di guida a RNA gli diciamo dove tagliare e possiamo spegnere un gene difettoso o inserire una correzione. La microbiologia applicata usa questi strumenti per mappare patogeni o ingegnerizzare batteri trasformandoli in fabbriche di farmaci. Ma la politica tende a fare un minestrone unico tra editing somatico (curare le cellule malate di un paziente) ed editing germinale (modificare l’embrione e le generazioni future), o tra OGM e selezione tradizionale.
Pensiamo alla resistenza agli antibiotici: i batteri si scambiano i geni della resistenza tramite plasmidi, specie di chiavette USB molecolari che contengono la ricetta per neutralizzare i farmaci (come le beta-lattamasi) o per pomparli fuori dalla cellula. Se la politica regola l’uso degli antibiotici negli allevamenti in base agli umori e non alla biologia, selezioniamo super-batteri indistruttibili. Sugli OGM agricoli — come le piante capaci di produrre la tossina Bt per difendersi dagli insetti da sole — il dibattito ideologico ha ritardato soluzioni che avrebbero ridotto l’uso di pesticidi chimici. Sulle terapie geniche ci si blocca sull’accusa di “giocare a Dio”, e sugli screening genetici si confondono le semplici probabilità statistiche con il destino assoluto, usandole persino per strampalate teorie identitarie.
Se continuiamo a ignorare la realtà molecolare in favore degli slogan, le conseguenze saranno brutali e misurabili.
Nel breve termine, il calo delle coperture vaccinali farà tornare le epidemie di morbillo o pertosse, con cariche virali alle stelle e ricoveri evitabili. I feedback microbici del terreno continueranno a liberare gas serra seguendo i gradi centigradi e non i comunicati stampa, mentre la perdita di tempo sulla genetica farà circolare indisturbati i batteri resistenti agli antibiotici. Nel lungo termine, la perdita dell’immunità collettiva selezionerà patogeni sempre più aggressivi o abili a schivare le difese. I cicli del carbonio continueranno ad alterare gli oceani devastando la catena alimentare marina. E l’evoluzione andrà avanti spietata: i batteri impareranno a distruggere anche i nostri ultimi farmaci modificando i loro bersagli molecolari o le pareti cellulari, riportandoci a un’epoca in cui ci si poteva morire per un graffio di gatto.
Non finirà il mondo con un’esplosione da film hollywoodiano, semplicemente pagheremo un conto salatissimo in termini di vite, salute ed economia. Le molecole, gli enzimi e i virus se ne infischiano delle nostre opinioni politiche e continuano a rispondere solo ed esclusivamente alle leggi della fisica e della biologia. Separare i dati scientifici dalle decisioni politiche non significa far governare i laboratori, ma solo smettere di discutere se la gravità esista o meno mentre stiamo cadendo dal quinto piano.
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