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Gestione dell’acqua, alcune chiavi di lettura fornite da Argav su cosa potrebbe succedere in futuro

Venerdì 15 maggio scorso si è svolto il primo webinar Argav dedicato a “Le guerre dell’acqua in Italia e in Europa“. Protagonisti del virtuale incontro, moderato dal presidente Argav Fabrizio Stelluto, Francesco Vincenzi, presidente Associazione Nazionale Consorzi Gestione Tutela Territorio ed Acque Irrigue (ANBI), Massimo Gargano, dg ANBI, Alessandro Battilani, segretario generale Irrigants d’Europe. Di seguito, il video della conferenza web realizzato dal consigliere Mauro Poletto.

 

A questo link, potete invece leggere l’articolo al riguardo scritto da Alessandro Maresca per Terraevita.it

Efficenza energetica degli edifici, secondo la Corte dei conti europea nell’impiego dei fondi UE manca l’analisi costo/benefici

Posti di fronte alla sfida di mitigare i cambiamenti climatici, i leader dell’Unione europea si sono impegnati a ridurre il consumo energetico previsto degli Stati membri dell’UE del 20% entro il 2020 e del 32,5 % entro il 2030. L’edilizia è il settore che consuma la quota più consistente di energia e che offre il maggior potenziale di risparmio energetico. Tale settore riveste pertanto un ruolo cruciale nel conseguimento degli obiettivi dell’UE in termini di risparmio energetico.

Fondi destinati. Per il periodo 2014‑2020, l’UE ha destinato circa 14 miliardi di euro al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, di cui 4,6 miliardi sono destinati agli edifici residenziali. A questa somma si aggiungono 5,4 miliardi di euro di cofinanziamenti nazionali stanziati dagli Stati membri per miglioramenti relativi ai vari tipi di edifici, compresi 2 miliardi di euro circa per gli edifici residenziali.

Controllo. La Corte dei conti euopea ha esaminato i programmi finanziati dall’UE in cinque Stati membri (Bulgaria, Cechia, Irlanda, Italia e Lituania), i quali hanno destinato 2,9 miliardi di euro a progetti volti ad accrescere l’efficienza energetica degli edifici. Di norma, i progetti cofinanziati dall’UE comprendono l’isolamento degli edifici, l’installazione di finestre ad alta efficienza energetica, sistemi di controllo termico e l’ammodernamento dei sistemi di riscaldamento.

Risultato. Stando a una nuova relazione della Corte, nonostante gli orientamenti forniti dalla Commissione europea siano migliorati, i progetti finanziati dall’UE non puntano ancora a conseguire il maggior risparmio energetico possibile per ogni euro investito. Secondo la Corte, il contributo globale dei finanziamenti UE agli obiettivi di efficienza energetica dell’Unione non è chiaro. “Migliorare l’efficienza energetica degli edifici è fondamentale affinché l’UE onori l’impegno assunto di ridurre il consumo energetico”, ha dichiarato João Figueiredo, membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Ciò significa che le risorse dell’UE devono essere destinate, in via prioritaria, a progetti che apportano risparmi energetici e altri benefici all’insegna dell’efficienza.”

La Corte critica le autorità nazionali degli Stati membri per non aver destinato i fondi dell’UE ai progetti più idonei a realizzare risparmi energetici. Non sempre esse valutano il consumo energetico iniziale, il potenziale risparmio energetico e gli investimenti necessari al momento di stabilire i programmi finanziati dall’UE. Inoltre, le autorità nazionali non incentivano ristrutturazioni profonde concedendo, ad esempio, a queste ultime tassi di aiuto più elevati. Al contrario – osserva la Corte – erogano perlopiù sovvenzioni al 100 %, indipendentemente dal risparmio energetico atteso. Ne consegue che, per alcuni progetti, il finanziamento dell’UE è stato utilizzato per semplici miglioramenti (come l’installazione di un sistema di illuminazione LED) che avrebbero potuto essere realizzati anche senza il sostegno dell’UE.

Le autorità nazionali richiedono spesso audit energetici e attestati di prestazione energetica per valutare gli investimenti. La Corte osserva, tuttavia, che non se ne avvalgono per selezionare i progetti. Nella maggior parte dei casi, assegnano sovvenzioni ai progetti in base all’ordine di ricevimento degli stessi, senza confrontarne i costi e benefici relativi. Ciò aumenta il rischio di finanziare progetti in grado di generare risparmi energetici limitati in proporzione ai costi, specie quando non viene applicato alcun massimale al costo per unità di energia risparmiata. Non essendo misurato il rapporto costi-benefici degli investimenti, la Corte conclude, inoltre, che non è possibile sapere quanta energia sarà risparmiata investendo negli edifici residenziali un totale di 6,6 miliardi di euro della spesa pubblica relativa al periodo 2014‑2020.

Raccomandazioni. Per quanto riguarda la prossima generazione di programmi, la Corte formula alcune raccomandazioni per accrescere l’efficienza della spesa dell’UE in questo settore. La Corte raccomanda di pianificare gli investimenti e renderli più mirati; attuare procedure di selezione dei progetti; monitorare i progressi compiuti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’UE in materia di efficienza energetica. La relazione speciale 11/2020, intitolata “Efficienza energetica degli edifici: permane la necessità di una maggiore attenzione al rapporto costi-benefici”, è disponibile in 23 lingue dell’UE sul sito Internet della Corte (eca.europa.eu). L’audit svolto ha verificato il seguito dato a una precedente relazione speciale, pubblicata nel 2012, intitolata “Efficacia in termini di costi/benefici degli investimenti della politica di coesione nel campo dell’efficienza energetica”. Nel gennaio di quest’anno, la Corte ha pubblicato una relazione speciale sull’azione dell’UE per la progettazione ecocompatibile e l’etichettatura energetica.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Al via un nuovo progetto per l’agroecologia, capofila VeGAL, collabora anche il Biodistretto Venezia

Si è tenuto mercoledì 22 aprile scorso  in videoconferenza l’avvio del progetto di cooperazione ECOVINEGOALS (acronimo di: Ecological Vineyards Governance Activities for Landscape’s Strategies), finanziato nell’ambito del Programma Interreg ADRION 2014-2020. Il progetto è stato presentato nella IIª call del programma di cooperazione ADRION (28 marzo – 4 luglio 2018), nell’ambito della quale sono state candidate 186 proposte di progetti, risultando uno dei 9 progetti finanziati per l’obiettivo specifico 2.2 “Rafforzare la capacità di affrontare la vulnerabilità ambientale, la frammentazione e la salvaguardia dei servizi ecosistemici”.

Il progetto, coordinato da VeGAL in qualità di ente capofila, sarà attuato con un partenariato internazionale di 10 enti (Enti pubblici e locali, Associazioni di categoria, Centri di ricerca) provenienti da 6 paesi (Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Serbia, Grecia), oltre ad ulteriori nove partner associati (Agrinsieme e Biodistretto Venezia in particolare chiamati da VeGAL alla partecipazione). Il progetto, (che si concluderà il 31 agosto 2022 e con un budget totale di €1.939.505.59), intende sviluppare strategie in tutti i Paesi coinvolti sugli effetti negativi dei sistemi di gestione intensiva della viticoltura, favorendo una transizione agro ecologica della stessa, conciliando le diverse esigenze tecniche di produzione, sociali e di protezione dell’ambiente. All’avvio del progetto hanno partecipato i rappresentanti dell’intero partenariato e i referenti del Segretariato Congiunto del Programma Interreg-Adrion Regione Emilia Romagna.

Fonte: Servizio stampa VeGal

Oggi il primo webinar Argav dedicato a “Le guerre dell’acqua in Italia e in Europa”

Il tema della gestione dell’acqua in Italia e in Europa sta acquisendo una sempre maggiore importanza a causa dei mutamenti climatici in atto e dei conseguenti periodi siccitosi sempre più frequenti e lunghi.

Vista l’attualità di questa emergenza – il problema della siccità ha sicuramente caratterizzato questo inizio d’anno (pur se in secondo piano per l’emergenza sanitaria) – abbiamo deciso di organizzare il webinar su piattaforma Zoom dedicato a “Le guerre dell’acqua in Italia e in Europa“. 

Oggi, venerdì 15 maggio, dalle ore 16.30 alle ore 18, interverranno:
Francesco VINCENZI, presidente Associazione Nazionale Consorzi Gestione Tutela Territorio ed Acque Irrigue (ANBI), Massimo GARGANO, dg ANBI, Alessandro BATTILANI, segretario generale Irrigants d’Europe.

Per collegarsi, sarà sufficiente copiare il sottoriportato link sulla barra di Google (o altro motore di ricerca) su computer, tablet o smartphone
https://us02web.zoom.us/j/88309291917?pwd=a0dzKzRmVnZNemxaeWU2djI3b0lGdz09
poi dare invio e si dovrebbe riuscire a partecipare automaticamente all’incontro (eventualmente fare clic su Apri Zoom Meeting).

Export vino, dazi e Covid19 decisivi nel primo trimestre 2020

Marzo spartiacque per il commercio mondiale del vino, con l’Italia protagonista in positivo nei primi 2 mesi del 2020 ma in ritirata a marzo, dopo la fine delle scorte anti-dazi statunitensi e in corrispondenza con l’inizio del lockdown da Coronavirus. È quanto rileva l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor nel focus sulle vendite di vino nei Paesi extra-Ue nel primo trimestre 2020.

Luci e ombre. Nel complesso, le elaborazioni svolte su base doganale segnano un andamento globale a due facce tra i top buyer mondiali. Con gli Stati Uniti che, in previsione dell’aumento dei dazi aggiuntivi, fanno precauzionalmente incetta di prodotto e chiudono il trimestre con le importazioni dal resto del mondo a +10,9% a valore, mentre la Cina – in piena emergenza Covid-19 – segna un decremento delle importazioni che sfiora il 20% rispetto al pari periodo 2019. Segue, stabile, la domanda mondiale di vino da Canada e Giappone e, in rosso, dalla Svizzera (-10,8%). In tutto ciò l’Italia perde di meno in Cina (-13,3%) e guadagna di più negli Usa (+16,8%), con le vendite in Canada e Giappone ancora in terreno positivo dopo gli exploit del 2019, e con la domanda svizzera stabile.

Primi a ripartire in Cina? “Nei prossimi mesi l’impatto della pandemia sui mercati internazionali sarà ancora più evidente, ma auspichiamo che questo autunno l’Italia possa essere la prima a ripartire proprio in Cina, laddove è iniziato con effetto domino il lockdown sull’on-trade del vino. In programma, la prima edizione del Wine to Asia di Shenzhen (9-11 novembre), oltre agli eventi di Vinitaly Hong Kong (5-7 novembre), e Chengdu”, ha dichiarato Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere. Per il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Le vendite di vini fermi italiani nell’off-trade (gdo e liquor store) statunitense hanno raggiunto i 94 milioni di litri, che rappresentano solo il 40% delle importazioni totali della tipologia. Ora il quesito si pone su che fine farà l’altro 60% di vino fermo italiano e soprattutto se l’on-trade sarà in grado di ripartire con i ritmi precedenti. Da qui la necessità, specie per la fascia premium che è maggiormente penalizzata, di lavorare su un mix di canali che vedano protagonisti anche quelli dell’e-commerce, in forte crescita non solo negli Usa”.

Fascia premium penalizzata. E sono proprio i vini di qualità superiore che sembrano accusare maggiormente la variazione negativa di marzo: in Svizzera il lockdown della ristorazione ha infatti portato a una contrazione del prezzo medio all’import del 14,6% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, negli Stati Uniti un calo del 10,5%, nella Cina del 9,5%, in Norvegia dell’11,5%. Una tendenza al ribasso, come riscontrato anche nella gdo italiana con la recente analisi voluta da Vinitaly, che vede in crescita i vini di fascia medio-bassa allo scaffale ma un progressivo ridimensionamento del valore medio alla bottiglia. Quanto ai competitor, se l’off-trade è un terreno di agguerrita concorrenza con i vini australiani, cileni e statunitensi, la market leader Francia sembra accusare la congiuntura con maggiori difficoltà rispetto all’Italia, complice l’acuirsi delle difficoltà in Cina (-37,2% nel trimestre), la forte perdita in Svizzera (-24,6%) e la virata in negativo del Giappone. Bene invece, grazie agli sparkling, negli Usa, dove il timore dei dazi al 100% ha fatto lievitare le importazioni di Champagne a +93%.

Fonte: Servizio stampa Veronafiere

Agribusiness in Africa, dal potenziale inespresso agli scenari futuri: i dati dell’International Market Watch di Nomisma

L’economia dell’Africa è caratterizzata da un potenziale produttivo inespresso: è questo uno degli aspetti principali messi in luce dal Report “Agribusiness in Africa e le relazioni commerciali con UE e Italia” realizzato nell’ambito dell’Osservatorio Nomisma – Veronafiere – Fieragricola. Come evidenziato dal rapporto coordinato da Chiara Volpato, project manager ed esperta dell’area Agrifood di Nomisma, e presentato da Denis Pantini, responsabile del settore agroalimentare, lo scenario africano è dominato da un ritardo strutturale che si esprime anche in campo agricolo e genera una crisi di sistema della filiera. Da qui deriva un’economia che, pur rappresentando il 24% della superficie agricola utilizzabile a livello mondiale, in termini di valore non va oltre il 6%.

Africa – resto del mondo: il gap è ancora ampio. Lo studio di Nomisma evidenzia che, nonostante i trend della ricchezza prodotta siano positivi, il gap tra Africa e resto del mondo rimane ampio. Le origini di questo gap sono da attribuire a  un quadro economico-demografico ancora in via di sviluppo in molte aree del continente, che è all’origine di problemi come la denutrizione (in Africa raggiunge un tasso del 20%, mentre nel resto del mondo si ferma a quota 11% sul totale della popolazione) e a un’agricoltura che in molte aree del continente non va oltre la sussistenza e fa crescere il deficit commerciale dell’agroalimentare, elementi a cui paradossalmente si aggiunge l’aumento dello spreco alimentare (a causa delle perdite lungo la filiera produttiva e distributiva, arriva a toccare il 15%). Lo scenario delineato da Nomisma evidenzia, inoltre, che nel prossimo futuro a livello globale l’Africa avrà un impatto decisivo in termini ambientali, commerciali e demografici (entro i prossimi 30 anni sarà africano 1/4 della popolazione mondiale).

Il potenziale di sviluppo agricolo del continente africano. I dati espressi dall’Osservatorio dedicato all’Agribusiness in Africa evidenziano che, nonostante un quadro economico – demografico ancora in via di sviluppo, il continente africano è l’area geografica con le maggiori potenzialità di sviluppo agricolo: la sua produzione, che tocca un valore di 232 miliardi di dollari, deriva per la maggior parte da colture a seminativo (l’Africa è l’epicentro mondiale delle coltivazioni di sorgo, seconda coltura nel Continente dopo il mais). Le colture a maggior valore aggiunto, come frutta e ortaggi, invece, si sviluppano solo sul 3% della superficie coltivata.
Sul fronte dell’allevamento l’Africa contribuisce al 20% della produzione mondiale di carne ovina e bufalina ma, per far fronte al fabbisogno legato al fortissimo incremento demografico, dovrà comunque mantenere canali di approvvigionamento esterno, restando di fatto un importatore netto di alimenti di origine animale. In base alle proiezioni sviluppate dall’Osservatorio, la domanda di prodotti zootecnici in Africa raggiungerà quota +145% (in volume) per quanto riguarda nello specifico il mercato della carne entro il 2050.

Lo scenario delle importazioni di derrate agricole. Sul fronte delle importazioni di derrate agricole l’ultimo decennio ha fatto registrare cambiamenti sostanziali a causa dell’entrata in scena di nuovi attori. Emblematico il caso della Russia che è diventata il principale fornitore, con una quota di mercato salita dal 5% del 2008 al 12% del 2018. Restano indietro gli Stati Uniti, la cui quota è passata dal 13% al 9%, e la Francia scesa al 7%. Tra i nuovi fornitori guadagna terreno l’India che in dieci anni ha aumentato la quota di 4 punti percentuali. Con il 64% del totale, i cereali sono in testa ai prodotti importati. Pesci e crostacei raggiungono il 13%, l’ortofrutta l’11%, mentre semi e frutti oleosi si fermano all’8%.

Macchinari agricoli: il ruolo dei nuovi player orientali. Per quanto riguarda l’import di macchinari agricoli, la storica posizione di leadership dell’Italia è stata ridimensionata dall’avvento di nuovi player orientali. Tra i protagonisti principali nel mercato delle trattrici c’è l’India, che nel giro di un decennio è passata in testa incrementando del 15% la propria quota di mercato sul fronte delle trattrici, mentre l’Italia pur restando il secondo fornitore di trattrici per il continente africano ha registrato un decremento del 2% della sua quota (ora al 15%). Sul fronte delle macchine agricole ha un ruolo di leadership anche la Cina, la cui quota di mercato è passata, nel giro di un decennio, dal 14% al 27% e oggi domina la top 5 dei fornitori, seguita ancora una volta dall’Italia, che resta al 9%. Nel complesso, il settore dei macchinari agricoli è quello che presenta la prospettiva più promettente nel breve periodo: la domanda complessiva di queste forniture è passata da 1,4 miliardi del 2008 a 2,3 miliardi nel 2018, con una crescita che ha toccato quota +65%.

Interscambio Italia – Africa e scenari futuri. Sul fronte dell’interscambio di prodotti agricoli e alimentari tra Italia e Africa, si registra un saldo negativo della nostra bilancia commerciale. Nello specifico: per le derrate agricole siamo a quota -580 milioni, mentre per quanto riguarda il settore alimentare la bilancia commerciale segna -62 milioni, per un saldo negativo complessivo di quasi 650 milioni. Questo dato è determinato soprattutto dagli acquisti di derrate agricole africane che comprendono prevalentemente pesci, verdura e frutta, (per oltre un terzo si tratta di agrumi provenienti in gran parte dal Sud Africa). Per l’Africa, lo sviluppo del proprio settore primario sarà un’esigenza sempre più stringente per dare risposta al progressivo aumento demografico e la crescente domanda alimentare. Come ha spiegato Denis Pantini, per il continente africano lo sviluppo deve basarsi sull’aumento della produttività in chiave sostenibile, elemento strettamente connesso a un incremento della dotazione tecnologica e meccanica. Per maggiori informazioni e approfondimenti sugli osservatori Nomisma o sulla piattaforma dedicata all’Agribusiness italiano si può scrivere a osservatori@nomisma.it o visitare il sito di Agrifood Monitor.

Fonte: Servizio stampa Nomisma

 

 

 

 

Fase 2 emergenza nuovo coronavirus, via libera agli agriturismi per l’alloggio

Foto Coldiretti Veneto (Fattoria Danietto)

Il servizio di alloggio ora è possibile anche negli agriturismi. Lo hanno annunciato Coldiretti e Confagricoltura Veneto, dopo il chiarimento riportato da una Faq (domande frequenti) sul sito della presidenza del Consiglio dei ministri del Governo che recepisce le sollecitazioni degli operatori agrituristici. Anche se per ora, in questa Fase 2, riguarderà come tutte le strutture ricettive solo le persone autorizzate a spostarsi, vale a dire i lavoratori.

Ampi spazi verdi per operare in sicurezza. Leonardo Granata, presidente di Agriturist di Confagricoltura Veneto dichiara: “Ora anche noi possiamo cominciare a riprendere la nostra attività e a cominciare a guardare con più fiducia al futuro, dal momento che disponiamo di ampi spazi all’aperto, che facilitano la possibilità di operare in sicurezza, nel rispetto di tutte le normative relative al distanziamento sociale dettate dall’emergenza coronavirus”.

Anche servizio d’asporto in attesa di riapertura del servizio di ristorazione. “Si tratta di una buona notizia – spiega Diego Scaramuzza presidente regionale e nazionale di Terranostra di Coldiretti Veneto – ora è necessaria la riapertura anche per la ristorazione agrituristica. In attesa di un protocollo da concordare con la Regione del Veneto per procedere alla piena operatività abbinando anche la ristorazione procedono le consegne dei menù a domicilio dei cuochi contadini e il take away in azienda per sostenere il turismo rurale che in questo periodo ha sopportato una crisi senza precedenti”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti e Confagricoltura Veneto

 

Trento. Cambio al vertice per Co.Di.Pr.A., arriva Marica Sartori

Monica Sartori

Il Consiglio di amministrazione di Co.Di.Pr.A. – Condifesa Trento, nella seduta del 5 maggio scorso, ha nominato ad unanimità Marica Sartori come nuovo direttore del Consorzio che, a partire dal primo giugno, subentrerà ad Andrea Berti, chiamato a dirigere Asnacodi, l’associazione nazionale dei Condifesa.

Chi è. Marica Sartori, nata a Rovereto (Trento) è dottore commercialista, vanta esperienza in diversi ambiti economico-finanziari e dal 2017 ha coperto il ruolo di responsabile regionale dei servizi di assistenza e consulenza fiscale di Coldiretti. Ricopre incarichi istituzionali tra i quali è sindaco effettivo in Trentino Digitale S.p.A. e membro del Comitato Incentivi Imprese Legge 6/1999 della Provincia Autonoma di Trento.

Gestione del rischio valore aggiunto. “Alla base della scelta – spiega Giorgio Gaiardelli, presidente Co.Di.Pr.A. – un progetto condiviso con la nuova direttrice. Progetto che porterà avanti in armonia con l’attuale visione del Consorzio, solide basi sulle quali far crescere una stima reciproca”. “Credo fortemente nei valori dell’agricoltura – esordisce Marica Sartori – e nel ruolo che gli agricoltori giocano a livello provinciale, regionale e nazionale, specialmente in momenti di difficoltà come quelli che stiamo vivendo a causa dell’emergenza Covid-19. In questo scenario la Gestione del Rischio sarà sicuramente un valore aggiunto per le imprese agricole del nostro territorio, resta a noi proseguire l’ottimo lavoro svolto sino ad oggi per far crescere ulteriormente gli strumenti innovativi a disposizione come i fondi mutualistici, i fondi per la stabilizzazione del reddito, le polizze parametriche senza tralasciare quelle tradizionali il tutto sfruttando, in senso positivo, le potenzialità delle nuove tecnologie, specialmente in vista della nuova programmazione comunitaria”. Andrea Berti passa le redini di un Consorzio che gode di ottima salute per approdare ad Asnacodi dove avvierà un progetto nazionale che, tra l’altro, mette al centro le peculiarità dei diversi territori “sicuramente il Trentino – evidenzia Berti – sarà uno dei pilastri sui quali verrà costruito il piano di lavoro nazionale e, assieme alle altre realtà importanti italiane, porterà le competenze necessarie per far crescere tutto il sistema della gestione del rischio nazionale”.

Fonte: Servizio stampa Condifesa Trento

 

Studio Arpav-Cnr, rilevate tracce di nuove sostanze perfluorate in acque superficiali del tratto veneto del Po

Sono stati resi noti dalla regione Veneto i primi riscontri relativi ad una ricerca, iniziata lo scorso novembre, alla quale partecipa ARPAV in collaborazione con Cnr Irsa sulla presenza di nuove sostanze iperfluorate nel territorio veneto.

In particolare è stata ricercata la presenza di sostanze acido carbossilici – cloro perfluoroeteri (Cl-PFPECA (n,m) – la cui presenza era stata segnalata da EPA New Jersey nelle acque a valle di impianto Solvay negli USA, usati per la produzione del PVDF (polivinilidenfluoruro). Sulla base delle indicazioni fornite  – per tali sostanze, infatti, non esistono gli standard analitici di riferimento – e dei campioni concentrati inviati da Cnr, Arpav ha effettuato delle primissime analisi, del tutto indicative, per la ricerca delle stesse sostanze nelle acque del fiume Po nel tratto Veneto. In due campioni di acqua superficiale, sono state rilevate due delle sostanze, Cl-PFPECA 1,0 e in tracce la sostanza 2,0, che corrispondono a quelle con risposta analitica maggiore rinvenute in altre regioni, in fiumi nel bacino del Po.

Dall’analisi delle acque potabili in territorio veneto tali sostanze non risultano presenti. Si ricorda che il Veneto, rispetto alle altre regioni, però ha posto dei filtri a carboni attivi che garantiscono la qualità delle acque potabili. È stato disposto un approfondimento attraverso campioni rilevati sul sito ex-Miteni a Trissino (Vicenza) e a valle dello stabilimento. Gli approfondimenti disposti hanno riguardano la verifica della possibile presenza di diversi microinquinanti, in particolare fitofarmaci e sostanze organiche persistenti, tra i quali: nuove sostanze perfluorurate (oltre a c6O4 e GenX), in particolare il nuovo Adona (sostituto del PFOA); diversi fitofarmaci (Cipermetrina, Chinossixifen, Aclonifen, Bifenox, e Eptacloro, Etofumesate, Flufenacet, Penconazolo, ecc.); glifosato; la DACT un metabolita degli erbicidi triazinici; residui di prodotti ritardanti di fiamma (Polibromo difenileteri o Difenileteri bromurati, meglio noti come PBDE).

Tra gli approfondimenti richiesti era stato indicato uno studio preliminare relativo ai PBDE. Si tratta di sostanze sottoposte da anni a restrizione d’uso, la maggior parte delle quali vietate, ma ancora ampiamente diffuse in tutta Europa. “La Regione del Veneto ribadisce di ritenere che ne vada studiata la diffusione nell’ambiente, anche nel caso in cui i dati preliminari siano in linea con quelli europei e mondiali – ha affermato l’assessore regionale all’Ambiente Bottacin – il monitoraggio di tali composti, infatti, rientra nell’ambito della direttiva comunitaria per definire gli standard di qualità ambientale nelle acque”.

La Cultura del Fosso/3. Uno spaccato di vita rurale nella campagna dell’Ottocento a sud di Padova.

Ecco il terzo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Gianni Xodo, è tratto dal suo libro “Rosmini a Correzzola. Dialogo in quattro scene”, ed in particolare tratta del “ripristino idraulico dei terreni paludosi, compresi fra Adige e Bacchiglione e Bacchiglione e Brenta, voluti dal duca Lodovico Melzi d’Eril“.

Il libro “Rosmini a Correzzola. Dialogo in quattro scene” nasce dal fatto storico che “Le cinque piaghe della Santa Chiesa”, il capolavoro ecclesiologico di Antonio Rosmini Serbati, fu composto in gran parte nel novembre del 1832 alla Corte Benedettina di Correzzola, nel Padovano. Da qui le notizie storiche sulle condizioni di vita delle popolazioni che vivevano in zone paludose e malsane. Esseri umani che abitavano in capanne e tuguri in zone acquitrinose, causa prima di febbri malariche. Così, nell’opera, ne parla il parroco don Giobatta Mozzato, che resse la parrocchia di San Leonardo a Correzzola dal 1813 al 1834: “Per cercare di comprendere la situazione sociale ed economica di questo territorio credo sia opportuno fare una distinzione abbastanza netta fra il nord e il sud della provincia di Padova. Al nord c’è la pianura alta, costituita da campagne antiche, densamente popolate, coltivate da tempi remoti e quindi assai sfruttate; al sud si estende la zona di bonifica, più fertile e meno abitata, che copre quasi la metà dell’intera provincia padovana. Questa situazione è caratteristica anche delle province vicine e questa diversità di terreni comporta una differenza fra il nord e il sud nelle colture, nell’estensione delle proprietà, nel tipo di popolazione agricola, tutti elementi strettamente connessi tra loro e interdipendenti. Per quanto riguarda le coltivazioni più diffuse al nord il granoturco eguaglia o supera il frumento, a causa del frazionamento notevole delle proprietà e della conduzione e sono diffusi la vite e gli alberi da frutto. Nei fertili terreni del sud di Padova è possibile effettuare una coltura estensiva e quindi il frumento supera il granoturco e i campi sono divisi da rari filari di viti.

La popolazione agricola della nostra provincia è molto varia, va dai mezzadri e dai coloni ai piccoli proprietari e coltivatori diretti del nord, dai medi proprietari o dei medi e grossi fittavoli, chiamati qui da noi “massariotti”, ai braccianti, detti “obblighi”, che sono contadini legati con contratto al proprietario del fondo e a sua completa disposizione, più diffusi qui nel sud della provincia, dove le proprietà sono molto più ampie. La condizione degli “obblighi” è tuttavia migliore rispetto a quella dei braccianti avventizi, perché per lo meno, godono di una relativa sicurezza rispetto alle oscillazioni dei prezzi, anche se spesso sono ridotti in servitù. I braccianti obbligati inoltre sono spesso anche piccoli fittavoli, i cosiddetti “chiusuranti”. Esistono poi i salariati fissi, che nella nostra area vanno sostituendo i coloni parziari e al gradino più basso ci sono infine i braccianti avventizi, pagati a giornata, chiamati “opere”. Sono costoro che conducono un’esistenza grama e stentata, perché lavorano ogni giorno solo nei momenti di più intensa attività agricola: all’aratura, alla semina e al momento del raccolto; ma devono passare lunghi periodi di inattività, arrabattandosi alla meglio con lavoretti saltuari di tipo artigianale (seggiolai, calzolai, “sgalmarari”, produttori di sbalzi), o dedicandosi addirittura alla caccia e alla pesca di frodo, per sfamare se stessi e le famiglie.

Per tutti questi gruppi sociali, esclusi forse i “massariotti”, le condizioni economiche sono assai infelici e addirittura tragiche quelle dei braccianti, sia per le abitazioni sia per l’alimentazione e le condizioni igieniche. Infatti le boarie sono in muratura, col tetto di coppi, le masserie sono anch’esse in muratura, pur mancando di fondamenta e col pavimento di terra battuta, le abitazioni dei braccianti sono nei casi migliori dei casoni alla cavarzarana col tetto coperto da canne palustri o da paglia, ma anche delle povere capanne, veri e propri tuguri, prive di finestre e di camino. L’alimentazione nelle nostre campagne è prevalentemente a base di polenta di granoturco (mais), di conseguenza la pellagra continua a mietere vittime e la denutrizione è assai diffusa diffondendo rachitismo e debolezze congenite, specie fra i bambini. La disoccupazione grava come un incubo, specie fra i braccianti che, nonostante un diffuso flusso migratorio verso altre zone, sovrappopolano ancora le terre del Padovano, per cui i salari non aumentano e c’è una concorrenza spietata per procurarsi posti di lavoro, anche i più disagiati e incerti. La Chiesa soccorre come può, ma le necessità e il bisogno sono diffusissimi.

Cenni sulla bonifica. Quanto auspicato da Rosmini e Mellerio nei loro dialoghi nella tenuta di Correzzola sin dal novembre del 1832 trovò piena attuazione nel 1857 con l’inizio dell’opera di ripristino idraulico dei terreni paludosi, compresi fra Adige e Bacchiglione e Bacchiglione e Brenta, voluti dal duca Lodovico Melzi d’Eril; egli fece venire a Correzzola l’esperto agronomo Luigi Alfieri (cugino del celebre drammaturgo Vittorio), che fece installare in località San Silvestro a Civè una macchina idrovora a vapore della potenza di 50 cavalli vapore; Alfieri in seguito fece istallare una seconda grande idrovora vicino a Brenta d’Abbà. Nei vent’anni successivi i Melzi d’Eril fecero installare altre 6 piccole macchine idrovore, dislocate in vari punti del tenimento, dove era convogliata l’acqua dagli scoli minori, esse la mandavano agli impianti più grandi di Brenta d’Abbà e di Civè , i quali attraverso la Chiavica Melzi la riversavano nel Canal Morto. Grazie all’installazione delle idrovore nel territorio di Correzzola si verificò un autentico salto di qualità e i problemi di bonifica furono in gran parte risolti, riscattando dalla millenaria condizione di degrado i terreni più bassi, tutto ciò comportò anche il miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione di queste zone sia sul piano economico come su quello sociale.