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L’alimentazione EVOluta, l’importanza dell’olio extravergine d’oliva a tavola, se ne parla stasera a Padova

Un’occasione di confronto sull’importanza dell’olio extravergine di oliva nella dieta quotidiana, un prodotto di qualità che non dovrebbe mancare sulle nostre tavole. A proporlo sono Coldiretti Padova con Aipo, l’associazione veneta di produttori olivicoli, stasera, martedì 26 novembre a Padova, Caffè Pedrocchi, dalle 19 in sala Rossini, in collaborazione con i frantoi Colli del Poeta, Evo del Borgo e Valnogaredo.

Intervengono il direttore di Coldiretti Padova Giovanni Roncalli, il direttore del Sian dell’Uls 6 di Padova, Dipartimento di Prevenzione, Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione, Rocco Sciarrone, il direttore dell’Aipo -Associazione Interregionale Produttori Olivicoli Renzo Gambin, il responsabile Ufficio Catasto Olivicolo,Certificazioni Qualità e Normative Antonio Volani e Massimo Bressan, presidente Provinciale Coldiretti Padova.

Tanti i benefici, purché sia garantita la qualità e l’orgine. L’incontro vuole essere l’occasione per approfondire i benefici dell’olio EVO sull’alimentazione in una dieta equilibrata. Un olio extravergine di oliva (EVO) di qualità è alla base di una sana alimentazione e componente irrinunciabile della dieta mediterranea. Accanto ai principali alimenti che costituiscono la nostra dieta alimentare l’olio EVO costituisce un tassello indispensabile, purché sia garantita la qualità e l’origine. È risaputo, infatti, che l’olio extravergine d’oliva è ricco di sostanze polifenoliche antiossidanti, fondamentali per la salute. In Italia 9 famiglie su 10 consumano olio d’oliva tutti i giorni secondo uno stile alimentare fondato sulla dieta mediterranea. Negli Stati Uniti, inoltre, la Food and Drugs Administration (Fda) suggerisce di scrivere sulle bottiglie che il consumo di circa mezzo cucchiaio di olio, senza aumentare le calorie complessive assunte quotidianamente, garantisce un importante effetto di prevenzione per la salute, con benefici cardiovascolari quando sostituisce il grasso saturo dannoso per il cuore.

L’olivicoltura nel Padovano. “Gli olivicoltori sui Colli Euganei sono circa 650 – ricorda Bressan – e su oltre 450 ettari di terreno coltivano più di 100 mila piante di ulivo. L’anno scorso la produzione di olive aveva superato i 20.500 quintali, quest’anno invece si attesterà a poco meno di diecimila, anche se non è escluso che qualche uliveto possa rendere di più. Resa e qualità saranno comunque ottime. Le scorte di extra vergine d’oliva di alcuni oleifici del territorio, contribuiranno a limitare i danni di quest’annata di magra fisiologica”.

A favorire gli arrivi di olio dall’estero – ricorda la Coldiretti – è la mancanza di trasparenza nonostante sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009. Sulle bottiglie di extravergine ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati è quasi impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. La scritta è riportata in caratteri molto piccoli, posti dietro la bottiglia e, in molti casi, in una posizione sull’etichetta che la rende difficilmente visibile. Inoltre, spesso bottiglie con extravergine ottenuto da olive straniere sono vendute con marchi italiani e riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi che richiamano all’italianità fortemente ingannevoli. I consumatori dovrebbero fare la spesa con la lente di ingrandimento per poter scegliere consapevolmente. Ma c’è poca chiarezza anche sulle caratteristiche dell’olio di oliva con gli standard internazionali che permettono di etichettare come extravergine quello con acidità fino allo 0,8% mentre Coldiretti e Unaprol chiedono un intervento presso International Olive Council (OIV) per abbassare tale limite allo 0,5% per una giusta valorizzazione della qualità che possa incidere sul mercato. Il consiglio è quello di guardare con più attenzione le etichette e acquistare extravergini a denominazione di origine Dop e Igp, quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al 100 per 100 da olive italiane o di acquistare direttamente dai produttori.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Canapa ad uso industriale, regione Veneto ne incentiva la coltivazione finanziando corsi di formazione

La canapa potrebbe diventare una delle colture del futuro in Veneto. Non la canapa a scopo terapeutico, ma quella industriale, utilizzata nel tessile, nel settore cartario e nel packaging, nei cosmetici, in edilizia e nella produzione di biomateriali e biocarburanti. Così pensa l’assessorato regionale all’Agricoltura che ha messo a bando 30 mila euro, attraverso Avepa, per sostenere e incentivare progetti di divulgazione e formazione rivolti a tecnici e operatori agricoli e agroalimentari.

Mettere in moto processi di filiera. “L’obiettivo – spiega l’assessore Giuseppe Pan – è far conoscere la coltura e i suoi derivati e mettere in moto processi di filiera, perché si ritorni a coltivare, produrre e utilizzare la canapa sia come materia prima di nuovi processi produttivi e nuovi prodotti sia per le sue proprietà ambientali. Con questo primo bando avviamo un percorso di sensibilizzazione e di formazione, al quale dedicheremo ulteriori e più cospicui finanziamenti”.

Fino agli anni ’40 in Italia la coltura della canapa era molto sviluppata e arrivava a coprire oltre 80 mila ettari. Oggi la superficie coltivata non arriva ad un migliaio di ettari, di cui 405 ettari in Veneto. Negli ultimi anni si sta assistendo ad una ripresa di interesse verso questa coltivazione, per la versatilità di utilizzo e per i vantaggi che può arrecare all’agricoltore. “La canapa è una coltura di presidio ambientale – fa notare Pan – è competitiva rispetto alle piante infestanti, consente di evitare trattamenti chimici, non necessita di irrigazione, bonifica i terreni e contrasta il dissesto idrogeologico. E’ quindi una coltura pienamente sostenibile, che aiuta l’imprenditore a diversificare il rischio, e che va promossa in una logica di filiera, all’interno dello sviluppo del sistema agroindustriale regionale e delle biotecnologie”.

Il bando regionale si rivolge agli organismi di formazione del comparto agricolo, delle organizzazioni dei produttori e agli enti di ricerca del settore primario perché elaborino progetti di formazione utili a diffondere una maggior conoscenza dei benefici e delle potenzialità della canapa industriale.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

“Food&Wine, la comunicazione on e offline. Persone e imprese si raccontano”. Corso di formazione Ferpi venerdì 29 novembre in Valpolicella, nel Veronese

Saper comunicare le eccellenze agroalimentari venete e veronesi significa promuovere un settore che nel solo Veneto vale 6,3 miliardi di euro con quasi 65mila imprese agricole che occupano oltre 63mila addetti (dati Veneto Agricoltura, 2018) e un export che vale quasi 7 miliardi di euro a livello regionale, circa 1,8 miliardi di euro a livello veronese tra vino e alimentare nel 2018 (Elaborazioni Servizio Studi e Ricerca della Camera di Commercio di Verona su dati Istat). Significa, altresì contrastare fake news e falsi prodotti made in Italy che oggi valgono 100 miliardi di euro.

Ecco che i social network offrono una grande opportunità di comunicazione anche alle piccole e medie imprese del nostro territorio, ma gestire efficacemente e professionalmente Facebook, Twitter o Instagram non è semplice. Ferpi, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana, Triveneto per supportare i professionisti della comunicazione organizza venerdì 29 novembre alla Cantina Valpolicella di Negrar una giornata di formazione con la giornalista Barbara Sgarzi, una delle più accreditate esperte del settore social media in Italia, e testimonial del settore.
 Saranno presenti: Andrea Bagnolini, direttore Generale AssoBirra,
 Thanai Bernardini, communication advisor Villa Sandi, Natascia Lorenzi, responsabile comunicazione e marketing Cantina Valpolicella Negrar, Matteo Negro, responsabile comunicazione Tiramisù World Cup e
Ilaria Tabone, responsabile R&D e marketing Farina Istinta.

Conoscere per combattere l’improvvisazione nel comunicare. «Oggi non c’è più spazio per l’improvvisazione nel settore della comunicazione perché è necessario conoscere gli strumenti più efficaci e saperli utilizzare al meglio per far emergere le eccellenti produzioni nazionali e locali in un mondo sempre più connesso, globalizzato e spesso mal informato», evidenzia Filippo Nani, delegato Ferpi Triveneto che aggiunge: «Con questo corso, proprio in un territorio come la Valpolicella vocato e noto per i suoi vini, desideriamo far conoscere le novità in ambito comunicativo con casi di studio innovativi». Per informazioni e iscrizioni: www.ferpi.it oppure inviare una mail a: delegazione.triveneto@ferpi.it.

Fonte: Ferpi

Giuseppe Boscolo Palo riconfermato presidente del Consorzio di Tutela del Radicchio di Chioggia Igp

da sx Giuseppe Boscolo Palo dona all’Ambasciatore italiano a Helsinki Gabriele Altana il tipico “Bragozzo” chioggiotto in occasione della serata di gala con protagonista il radicchio di Chioggia IGP, organizzata nella residenza dell’Ambasciata d’Italia a Helsinki nell’ambito della Terza Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, 22 novembre 2018

Giuseppe Boscolo Palo è stato confermato per la terza volta presidente del Consorzio di Tutela del Radicchio IGP di Chioggia.

Nel triennio 2019-2021 sarà affiancato anche da un giovane vicepresidente: Mattia Perini, eletto in rappresentanza della Organizzazione Produttori OpoVeneto nel CdA, nel quale l’assemblea consortile ha confermato anche i produttori Vittorio Agostini, Emanuele Baldin, Michele Boscolo Nale, Roberto Boscolo Bacchetto e Claudio Ferro, presidente della Cooperativa CAPO di Conche e Roberto Pavan dell’azienda di confezionamento PEF Srl. «Credo che questo gruppo dirigente sia stato riconfermato – spiega Giuseppe Boscolo – in quanto costituito da persone e organizzazioni fortemente motivate e decise ad agire per l’affermazione sul mercato nazionale ed internazionale del Radicchio di Chioggia Igp. Proseguiremo assieme, caparbiamente, nella sua valorizzazione e diffusione con azioni ancora più stringenti per mantenere viva nei produttori e nell’intero comparto la fiducia nell’investire in questo prodotto espressione del nostro territorio, confidando nel valore aggiunto, in termini di tracciabilità e qualità, espresso nell’area a Indicazione Geografica Protetta. Sarà un lavoro impegnativo, specie in questi tempi difficili per il comparto ortofrutticolo e per l’economia in generale, e soprattutto dovrà riuscire là dove finora l’azione intrapresa dal Consorzio non si è tradotta in una piena affermazione, ossia nell’aumento delle produzioni certificate e in una ancor più marcata identificazione del Radicchio di Chioggia attraverso la sua storia, le sue peculiarità e le caratteristiche che lo rendono unico e irriproducibile».

Tutela e vigilanza. «Le azioni sviluppate in questi anni trascorsi – prosegue il riconfermato presidente – ci hanno fatto conseguire visibilità anche oltre i confini nazionali. Inoltre, il ruolo fondamentale del Consorzio è stato confermato anche dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, che proprio nelle scorse settimane (vedi Gazzetta Ufficiale n. 256 del 31/10/2019) ci ha rinnovato anche per il prossimo triennio l’incarico a svolgere le funzioni di tutela del prodotto e vigilanza in collaborazione con l’Ispettorato Centrale di tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari».

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela radicchio di Chioggia Igp

Commercio di pane e pasta, chi ci guadagna in Italia

I numeri, questa volta, li ha dati Ismea, cioè l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare che è un ente pubblico vigilato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Come tali possono essere considerati numeri indiscutibili e disegnano con precisione quella che è la ripartizione della ricchezza generata dal commercio di pasta e pane nel nostro Paese.

I dati. Per ogni euro speso in pasta dal consumatore, sulla base di una media calcolata nell’arco degli anni 2008/2018, 24,1 centesimi sono destinati al produttore agricolo; 6,4 centesimi al molino; 37,9 centesimi al pastificio; 31,6 centesimi alla distribuzione. Per ogni euro speso in pane dallo stesso consumatore, questa volta sulla base di una media calcolata tra il 2014 e il 2018, 8,6 centesimi sono destinati al produttore agricolo; 2,9 centesimi al Molino; 34,0 centesimi ai produttori di pane sfuso all’ingrosso; 54,5 centesimi alla distribuzione (vendita al dettaglio). A diffondere il risultato delleo studio condotto da Ismea è una nota di Italmopa, l’Associazione degli industriali mugnai d’Italia aderente a Confindustria e Federalimentare.

Il risultato appare sorprendente perché identifica chi ci guadagna di più sul pane (e la pasta): una filiera nella quale l’anello meno redditizio risulta essere quelli intermedio: ad essere maggiormente penalizzato nelle filiere frumento duro-pasta e frumento tenero-pane in termini di ridistribuzione del valore è l’industria molitoria. “Siamo certi – sottolinea immediatamente Cosimo De Sortis, presidente di Italmopa – che le conclusioni fornite da questo interessante quanto autorevole studio risulteranno inaspettate per la maggior parte dei consumatori che sono stati ormai convinti, attraverso una intensa attività di ‘condizionamento’, che esiste un forte squilibrio all’interno della filiera che penalizza la sola produzione agricola. Ed essendo i dati effettivamente inconfutabili, la catena del valore nella filiera prende una luce assolutamente diversa che non deve farci dimenticare quanto sia importante la pasta (più del pane) quando diventa uno dei prodotti più esportati nel mondo, alimento-simbolo di una dieta mediterranea che ha mai come oggi è diventata ‘globale’.

Fonte: Garantitaly.it

23 novembre 2019, a Vicenza la presentazione dello studio “Flora del Veneto, dalle Dolomiti alla laguna veneziana”

(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Sabato 23 novembre 2019, in piazza Duomo 2 a Vicenza, alle ore 17, si svolgerà la presentazione di “Flora del Veneto, dalle Dolomiti alla Laguna Veneziana“. A presentare l’incontro sarà Fabrizio Martini, già ricercatore al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste; moderatore, invece, sarà Leonardo Filesi, docente di Ecologia e Botanica all’Università Iuav di Venezia, presidente della sezione veneta della Società Botanica Italiana.

Si tratta di un corposo studio sulla flora veneta che “raccoglie, in due volumi di grande formato, oltre 3100 schede per quasi 4000 specie censite, complete di sinonimi e nomi dialettali, fotografie, cartine con la presenza delle piante nella regione, nonché dati su dimensioni, distribuzione per provincia e per altitudine, periodo di fioritura, habitat e longevità. Descrizioni dettagliate e la segnalazione delle specie protette completano le schede, dando forma a un’opera unica per originalità di contenuto, completezza di specie esaminate e ricchezza dei dati”.

Più della metà delle specie floreali d’Italia sono presenti in Veneto. Per dare l’idea dell’importanza dello studio, anche per i non addetti ai lavori, si deve tener conto che la “Flora d’Italia” (aggiornata recentemente da Sandro Pignatti, 2017) è composta da circa 7.600 specie, delle quali più di metà sono presenti in Veneto. Dobbiamo poi considerare che l’Italia, con la regione mediterranea, fa parte di uno dei 34 hotspot di particolare ricchezza di biodiversità distribuiti nel mondo (un hotspot comporta avere almeno 1.500 specie endemiche, cioè esclusive di quella regione). Se poi consideriamo che i nostri cugini del centro nord Europa hanno una ricchezza floristica ben inferiore alla nostra (circa 2.000-3.000 specie) i conti ci sono tutti. Le schede e i contributi sono di Carlo Argenti, Rizzieri Masin, Bruno Pellegrini, Giorgio Perazza, Filippo Prosser, Silvio Scortegagna, Stefano Tasinazzo. All’incontro saranno presenti gli autori e per l’occasione sarà possibile acquistare i volumi a un vantaggioso prezzo di lancio.

21 novembre 2019, in occasione della Giornata nazionale degli alberi, l’anello ciclabile dei colli Euganei diventa ancora più verde

Giovedì 21 novembre 2019, alle ore 10.45 a Montegrotto Terme (PD), la Strada del Vino Colli Euganei pianterà 80 nuovi alberi in località Turri, nell’area di sosta lungo l’anello ciclabile dei colli Euganei, in prossimità di via Catajo.
Impronta carbonica. L’iniziativa rientra nel progetto dell’Associazione per compensare le emissioni di anidride carbonica prodotte durante la manifestazione Calici di Stelle Euganei ad Arquà Petrarca (PD). Il progetto, realizzato con il supporto dello spin-off dell’Università di Padova Etifor, è stato realizzato grazie alla collaborazione del Comune di Montegrotto Terme che ha aderito con entusiasmo all’iniziativa. La piantumazione dei nuovi alberi sarà realizzata nella Giornata nazionale degli alberi, un’occasione in più per Strada del Vino Colli Euganei di rinnovare la propria mission di valorizzare il territorio euganeo attraverso attività ed eventi sempre più all’insegna della sostenibilità.
Fonte: Strada del vino Colli Euganei

PFAS, avviate opere da Regione e Consorzi di bonifica per assicurare acqua pulita all’agricoltura e all’allevamento nell’area contaminata

“Regione e consorzi di bonifica sono in prima linea per adeguare la rete irrigua a servizio di colture, imprese agricole e allevamenti del Veneto. L’obiettivo è duplice: risparmiare una risorsa sempre più preziosa, l’oro blu del nostro millennio, e garantire a tutti – ma soprattutto ai primi anelli della catena alimentare – acqua pulita e sicura”. E’ quanto ha sottolineato l’assessore all’agricoltura e alla bonifica Giuseppe Pan, concludendo il convegno a Lonigo tenutosi nei giorni scorsi, dedicato a fare il punto sulla progettazione e sullo stato di avanzamento dei progetti dei Consorzi di bonifica della pianura centro occidentale veneta, anche in relazione all’emergenza Pfas e ai rischi di contaminazione dell’acquifero e delle falde nell’area ‘rossa’ compresa tra Vicenza, Verona, Padova e Venezia, che vale oltre 310 mila ettari.

Valorizzare il Leb. L’idea forte, condivisa dai vari soggetti del tavolo regionale permanente e dai Consorzi di Bonifica, che presidiano 25 mila km di rete irrigua in Veneto è valorizzare la “colonna vertebrale del sistema irriguo veneto, il Leb, che porta l’acqua dell’Adige da Belfiore a Chioggia”, per garantire acqua ‘pulita’ ai campi veneti ed evitare prelievi dalla ‘terra dei Pfas’. La collaborazione strategica e progettuale tra Regione Veneto e i tre consorzi di bonifica del Veneto Centro-Occidentale ha consentito già di ottenere contributi per 70 milioni di euro, per cinque progetti già in fase esecutiva: 1) l’impermeabilizzazione di un tratto del canale LEB per evitare infiltrazioni e migliorare la portata irrigua di un sistema che serve più di 100 comuni che fanno capo alle province di Verona, Vicenza e Padova e Venezia (il contributo riconosciuto al consorzio di secondo grado Leb è di 20 milioni di euro); 2) la realizzazione di una condotta sotterranea di 19 km per fornire, in alternativa al fiume Fratta, acque non contaminate da Pfas ai distretti di Guà, Monastero e Fratta, all’area compresa tra Padova e Verona (42 milioni di euro dal Mipaaf al Consorzio di bonifica Adige Euganeo); 3) il risanamento dei canali a cielo aperto nei comuni di Cologna Venta, Zimella, Lonigo e Alonte (5 milioni di euro del Piano nazionale degli interventi nel settore idrico al Consorzio Alta Pianura Veneta); 4) il risanamento delle acque irrigue nei comun di Cologna veneta e Asigliano Veneto (progetto da 3,5 milioni elaborato sempre dal Consorzio Alta Pianura veneta); 5) piano esecutivo degli interventi volti al risparmio idrico e al risanamento delle acque contaminate da Pfas nei comuni dell’‘area rossa’, vale a dire Cornedo Vicentino, Brogliano, Castelgomberto e Trissino (500 mila euro sempre al Consorzio Alta Pianura veneta).

Altri interventi predisposti. Oltre a questi interventi già cantierati o cantierabili, il Consorzio Alta Pianura Veneta ha predisposto, con i propri uffici tecnici, ulteriori progetti per oltre 341 milioni di euro in modo da programmare una alternativa concreta all’utilizzo dei pozzi privati per la cosiddetta irrigazione ‘di soccorso’. I progetti in lista di attesa per l’ok definitivo e i relativi finanziamenti sono: riconversione rete irrigua del bacino Togna nei comuni di Arcole, Zimella, Arzignano, Lonigo, Montorso Vicentino (importo 31 milioni di euro); estensione della rete irrigua del bacino Togna nei comuni di Arcole, San Bonifacio, Zimella, Gambellara, Lonigo, Montebello Vicentino (90 milioni); riconversione della rete irrigua del bacino Fiumicello Brendola nei comuni di Brendola, Val Liona e Sarego (30 milioni); irrigazione della zona collinare compresa tra Palù e San Valentino di Brendola (5,1 milioni); opere connesse al canale LEB per l’irrigazione collinare nei comuni di Lonigo, Alonte, Orgiano, Sarego, Val Liona (42 milioni); riconversione della rete irrigua del bacino della Valle Agno a beneficio dei comuni di Arzignano, Brogliano, Castelgomberto, Cornedo Vicentino, Montecchio Maggiore e Trissino (17,5 milioni); estensione della rete irrigua della Valle Agno a beneficio dei comuni di Arzignano, Montecchio Maggiore e Trissino (10 milioni); riconversione della rete irrigua del bacino del Retrone nei comuni di Montecchio Maggiore e Sovizzo (7 milioni); estensione della rete irrigua del Bacino del Retrone nei comuni di Montecchio Maggiore e Sovizzo (500 mila euro); riconversione della rete irrigua del bacino del Ronego nei comuni di Cologna Veneta, Zimella, Alonte, Asigliano Veneto e Lonigo (102 milioni); estensione della rete irrigua nel Bacino del Ronego per i comune di Zimella e Lonigo (6 milioni di euro).

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

Agromafie, “piatto ricco mi ci ficco”, 5mila ristoranti in mano alla malavita

La malavita è arrivata a controllare almeno cinquemila locali della ristorazione con il business delle agromafie che è salito a 24,5 miliardi di euro nell’alimentare dal campo alla tavola. E’ quanto afferma la Coldiretti sulla base del rapporto agromafie nell’esprimere apprezzamento per l’ultima operazione della polizia di Milano contro il crimine organizzato con il sequestro di quote societarie di alcuni ristoranti e pizzerie per oltre 10 milioni di euro e l’arresto di 9 persone legate alla ‘Ndrangheta calabrese che riciclavano i soldi sporchi della criminalità organizzata nella grande ristorazione nel Nord Italia.

Agroalimentare area d’investimento per la malavita. La criminalità organizzata – sottolinea la Coldiretti – approfittando della crisi economica, penetra in modo massiccio e capillare nell’economia legale ricattando o acquisendo direttamente o indirettamente gli esercizi ristorativi in Italia e all’estero. L’agroalimentare è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone.

Nell’ultimo decennio aumentata del 70 per cento la produzione di falso italiano” commenta l’ex procuratore Gian Carlo Caselli e presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Agromafie” presente al convegno promosso nei giorni scorsi da Coldiretti Vicenza e Veneto, l’Associazione Libera, con il patrocinio del Comune, della Regione del Veneto ed il contributo della Camera di commercio di Vicenza. “La legalità conviene sempre, non è un fastidio avere delle regole, non è un optional e questo vale anche per l’intera filiera dell’agroalimentare. Il made in Italy tira, vale 340 miliardi di euro, con 2,5 milioni di persone impiegate al suo interno, ed è il migliore ambasciatore del nostro Paese all’estero. Ma questi numeri attirano anche fenomeni mafiosi, come appunto l’agromafia, una mafia cioè sempre più liquida, capace di inserirsi dovunque, dal campo agli scaffali fino alla distribuzione”. Grazie ad una collaudata politica della mimetizzazione, le organizzazioni criminali riescono a tutelare i patrimoni finanziari accumulati con le attività illecite muovendosi ormai come articolate holding finanziarie, all’interno delle quali gli esercizi ristorativi rappresentano efficienti coperture, con una facciata di legalità dietro la quale è difficile risalire ai veri proprietari ed all’origine dei capitali.

Riforma dei reati in materia agroalimentare. Le operazioni delle Forze dell’Ordine svelano gli interessi delle organizzazioni criminali nel settore agroalimentare ed in modo specifico nella ristorazione nelle sue diverse forme, dai franchising ai locali esclusivi, da bar e trattorie ai ristoranti di lusso e aperibar alla moda fino alle pizzerie. In questo modo la malavita si appropria – sottolinea la Coldiretti – di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy. “Le agromafie sono diventate molto più complesse e raffinate e non vanno più combattute solo a livello militare e di polizia ma vanno contrastate a tutti i livelli: dalla produzione alla distribuzione fino agli uffici dei colletti bianchi dove transitano i capitali da ripulire, garantendo al tempo stesso la sicurezza della salute dei consumatori troppo spesso messa a rischio da truffe e inganni solo per ragioni speculative- sostiene Coldiretti – gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare. L’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolose le frodi agroalimentari che per questo vanno perseguite con un sistema punitivo più adeguato con l’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate dall’apposita commissione presieduta dallo stesso Giancarlo Caselli”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Veneto

 

Radicchio di Chioggia Ipg, da immagine dell’agricoltura a quella del turismo

Si è tenuto nei giorni scorsi all’Ortomercato di Chioggia (VE il workshop sul tema “Gli itinerari del radicchio di Chioggia IGP, il prodotto promuove il territorio, prospettive per arricchire e diversificare l’offerta turistica locale”.

Trait d’union turistico tra 10 comuni di produzione in tre province venete. Grazie alla sua riconoscibilità internazionale, il radicchio di Chioggia Igp può diventare il trait d’union turistico di un territorio diviso tra: Venezia, Padova e Rovigo. Dieci Comuni, su tre differenti province in cui ricade l’area di produzione, che non sono mai stati uniti se non, appunto, dal colore rosso intenso degli orti. Il radicchio di Chioggia, insomma, potrebbe dare un nuovo nome a questa terra, il suo, proponendone le peculiarità non solo attraverso i valori organolettici, che la storia di produzione e le caratteristiche pedoclimatiche gli hanno conferito, ma anche attraverso sette percorsi che permetteranno di integrare all’offerta turistica già esistente con altre forme di visitazione, necessariamente lente quel tanto da permettere di scoprire, vivere e godere le tante bellezze artistiche e paesaggistiche della Laguna Sud e del Delta del Po.

Sette itinerari al di fuori dalle ordinarie vie di comunicazione, che portano nei luoghi più riposti della campagna, tra dune fossili, valli, casoni dal tetto di canna, giardini litoranei, musei e i tanti ristoranti che custodiscono le ricette del radicchio di Chioggia Igp e le tradizioni enogastronomiche locali. “L’area di produzione del nostro prodotto Igp – spiega il presidente del Consorzio di tutela del radicchio di Chioggia IGP, Giuseppe Boscolo Palo – è una terra ricca, generosa nel dare sapore e proprietà nutrizionali al nostro radicchio, ma può dare ancora molto in termini di fascinazione e qualità della vita. Così dopo 10 anni di incessante lavoro speso nella tutela e nella promozione del celebre “Principe Rosso”, oggi il nostro impegno si estende anche al suo regno”.

Una terra piena di fascino e di opportunità. I valori predominanti dell’area di produzione del radicchio di Chioggia Igp sono la bellezza e la vastità: la Laguna di Venezia con i suoi 550 chilometri quadrati è la più grande d’Italia, mentre il Delta del Po si estende su oltre 700 chilometri quadrati e si colloca tra i pochi apparati deltizi in Europa a raggiungere queste dimensioni. Il territorio del Delta, in alcune parti ancora integro, è di straordinario interesse naturalistico e rappresenta il più importante complesso di zone umide in Italia. Proprio per queste sue caratteristiche è anche fra i principali siti di interesse ambientale in Europa, paragonabile ad aree come la Camargue (Delta del Rodano) in Francia, il Delta del Danubio in Romania e Ucraina e il Parco Nazionale delle Doñana (foce del fiume Guadalquivir) in Spagna, tutte aree riconosciute come Riserve della Biosfera MaB UNESCO. L’area tuttavia finora ha conosciuto uno sviluppo turistico legato solo agli aspetti balneari, ma le mutate esigenze del turista italiano e internazionale verso il turismo lento offrono la possibilità di completare l’offerta con la visitazione di questo grande e affascinante territorio. Il turismo rurale, quello naturalistico e il cicloturismo, infatti, possono contribuire nell’integrare le presenze e gli arrivi degli attuali centri turistici: Rosolina con 142.000 arrivi e 1.055.000 presenze e Chioggia con 266.000 arrivi e 1.383.000 presenze. (Dati Sistema Statistico Regione Veneto 2018). Oppure rappresentare un’alternativa e un’integrazione al soggiorno dei più di 5 milioni di turisti che scelgono Venezia come luogo del loro viaggio o della loro vacanza.

Il turismo rurale e più in generale quello culturale, inoltre, possono rappresentare anche una concreta opportunità per aumentare la spesa media del turista. I dati contenuti in “Analisi del Sistema turistico del Veneto: la domanda, l’offerta, l’impatto economico, sociale e ambientale. Nov. 2018”, infatti, informano che la spesa più bassa si riscontra per la vacanza al mare (circa 67€ al giorno) mentre le vacanze per cui giornalmente si spende di più sono quelle culturali (134€ al giorno) e enogastronomica o green (circa 132€). In questo tipo di viaggi si evidenzia un maggiore coinvolgimento delle classi centrali della vita con una prevalenza della mezza età: circa il 20% ha 25-34 anni, circa il 30% ha 35-44 anni, quasi il 40% è tra i 45 e i 64 anni. È questa la fetta che potrebbe essere ampliata, proponendo al turista non solo le località più rinomate, ma attirandolo verso le altre preziose e molteplici destinazioni di cui l’area di produzione del radicchio di Chioggia Igp è punteggiata.

Il paesaggio del radicchio di Chioggia Igp. I secoli di orticoltura, in cui si inseriscono anche i quasi cento anni di storia che portano all’odierno radicchio di Chioggia Igp, hanno contribuito a creare un paesaggio del tutto originale. Non va dimenticato che la vocazione orticola della zona è documentata fin da 1700 con diverse “fraglie” ed istituzioni dedicate, tra cui la “Scuola di San Giovanni di ortolani” che, con i suoi 544 allievi, era seconda solo a quella dei pescatori. Dunque gli orti appartengono all’orizzonte antico del territorio e con i loro casoni e le pezze di terra sabbiosa variegata dalle stagionali colture sono un elemento del landscape di questa parte della costa adriatica. Luoghi del lavoro dell’uomo che perfettamente si inseriscono in quelli creati dalla natura: scanni, barene, valli da pesca, boschi e giardini litoranei, dune fossili, strade che oggi costituiscono elementi di fascino e di grande suggestività per il turista.

Un territorio vocato al turismo lento. Il territorio di produzione del radicchio di Chioggia Igp è naturalmente vocato al turismo lento. Il particolare paesaggio creato dai fiumi e dal mare, gli aspetti naturalistici in esso contenuti, il senso di pace, di salute e benessere uniti agli elementi culturali dei suoi principali centri urbani rende quest’area del Veneto estremamente affascinante per gli amanti del viaggio su due ruote. Tanto più che le principali ciclovie che attraversano il Nord Italia hanno come terminal proprio l’area tra la Laguna di Venezia e il Delta del Po. Da Ovest raggiungono l’Adriatico la Destra Adige, che collega il centro Europa con Rosolina, la B12 Ciclovia del Po, che dalle foci del grande fiume giunge nella zona meridionale del Delta veneto, la Ciclovia VenTo, che da Torino raggiunge Venezia e attraversa il centro di Chioggia, l’Itinerario Tartaro-Fissero-Canalbianco che dal Medio Polesine raggiunge Porto Levante. Da Nord invece scende il Corridoio Adriatico che da Trieste raggiunge Santa Maria di Leuca in Puglia.

I sette percorsi dedicati all’area di produzione del radicchio di Chioggia Igp sono stati pensati per collegare le importanti ciclovie presenti nella zona e per permettere al cicloturista di raggiungere i siti paesaggisticamente e culturalmente più interessanti dei dieci comuni, ovviamente tenendo sempre come riferimento gli orti del “Principe Rosso” e il suo particolare paesaggio fatto di piccoli casoni e del quotidiano lavoro dell’uomo. In via di sviluppo, una cartina in due lingue collegata al web da un Qr-Code, per le proposte di itinerario, roadmap e le schede di presentazione dei siti di interesse storico, architettonico e paesaggistico. Nonché le aziende disponibili per una visita e per conoscere le produzioni connesse al radicchio di Chioggia Igp e alla sua trasformazione. Si tratta di un strumento utile al turista, per muoversi è cercare nuove opportunità turistiche oltre all’offerta balneare.

Fonte: Con i piedi per terra