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24 ottobre, al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova) il corso di formazione Org Veneto in collaborazione con Argav “Cambiamento climatico, quale futuro per l’agricoltura?”

Venerdì 24 ottobre p.v. al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova), dalle 18.30 alle 20.30 si svolgerà il corso di formazione per giornalisti “Cambiamento climatico, quale futuro per l’agricoltura?” organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav (iscrizioni su piattaforma, 2 crediti).

Partendo dalla condizione idrometeorologica, causata dalla crisi climatica sul Veneto, il corso analizzerà i possibili adattamenti colturali e le loro conseguenze economiche e ambientali. Saranno inoltre presentate due “best practises” legate alla gestione irrigua ed alla sperimentazione sulla rigenerazione dei suoli agricoli.

Relatori

Silvano Bugno, presidente del Consorzio di bonifica Bacchiglione, ricopre il ruolo di segretario di zona presso la Coldiretti Venezia dimostrando passione e interesse per il territorio e le sue criticità. Nazzareno Paganizza, laurea in Ingegneria Civile Idraulica, dal 2018 gli è stato assegnato l’incarico di Dirigente dell’area Tecnica Agraria Ambientale e Manutenzione e caposettore dell’ufficio Impianti Tecnici. A marzo 2024 è stato nominato direttore del Consorzio di bonifica Bacchiglione. Giannandrea Mencini, giornalista pubblicista e scrittore, laureato in Storia contemporanea si occupa di storia dell’ambiente e del territorio. Attualmente è responsabile dell’ufficio stampa e comunicazione nonché specialista ambientale presso l’unità studi e progetti per l’ambiente e territorio di Thetis SpA. Elisa Andreoli, laureata in Scienze ambientali, si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici e di permitting ambientale, coordina il progetto SALT per il recupero di terreni agricoli salinizzati attraverso l’integrazione di sensoristica e Nature-Based Solutions. Paolo Ferraresso, presidente del Consorzio di secondo grado Lessinio – Euganeo – Berico, h improntato il suo programma sulla creazione di un rapporto di sinergia e collaborazione con gli Enti che operano nel territorio, per risolvere le varie criticità presenti nella gestione territoriale. Giulia Sofia, ha conseguito un dottorato in Risorse idriche, Conservazione del suolo e Gestione dei bacini idrografici, la sua attività di ricerca si concentra sul telerilevamento, l’analisi digitale del paesaggio e la gestione dell’acqua da diverse prospettive.

Il corso sarà preceduto dalla riunione di Direttivo Argav. Questo l’ordine del Giorno: comunicazioni del Presidente, approvazione verbale precedente, cmunicazioni della Segretaria, domande iscrizioni nuovi soci, Premio ARGAV 2025, programmazione prossime attività, varie ed eventuali

Mamme No PFAS chiedono alla Regione Veneto di estendere lo studio epidemiologico (in ritardo di 10 anni) a tutta l’area rossa, insieme alla partecipazione della cittadinanza coinvolta

“La Giunta Regionale del Veneto ha di recente comunicato di aver deliberato l’avvio di un’indagine epidemiologica retrospettiva sulla popolazione residente nel territorio dell’ULSS 8 “Berica” esposta ai PFAS. È senza dubbio una buona notizia: si tratta infatti dell’accoglimento di una delle fondamentali richieste proposte con forza e insistenza dal gruppo Mamme NO PFAS, da diverse altre associazioni oltre che da molti cittadini, per conoscere il reale impatto sulla salute della popolazione residente nelle aree contaminate”, afferma il gruppo Mamma NO PFAS di Vicenza, Padova e Verona.

E continua: “Riteniamo però opportune alcune osservazioni in merito. Innanzitutto, questa iniziativa arriva con quasi 10 anni di ritardo: lo studio epidemiologico sulla popolazione esposta era infatti già stato deliberato dalla Regione Veneto nel lontano 2016, ma non era mai stato avviato nonostante le nostre pressanti richieste degli ultimi anni. Le ragioni del mancato svolgimento di quello studio non sono chiare malgrado fosse stato tutto predisposto per il suo avvio tempestivo, come testimoniato nel recente processo penale “Miteni” dall’alto dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità competente per questo studio. Se questa indagine fosse stata condotta nei tempi previsti, già da tempo avremmo conoscenze scientifiche importanti sugli effetti dell’esposizione a lungo termine di queste sostanze, con fondamentali ricadute anche sul piano della prevenzione. Siamo comunque lieti che, quantomeno sul finire della legislatura, la Giunta Regionale e l’assessore alla Sanità, siano riusciti a recuperare quelle risorse che, come riferito nella risposta ufficiale a una interrogazione consiliare, finora non erano state reperite per l’avvio di questa indagine epidemiologica (Interrogazione a risposta immediata n. 413 del 3 luglio 2023)”.

“In attesa di leggere la delibera regionale e la relativa documentazione tecnica, segnaliamo di seguito le due principali criticità che sembrano emergere dalle informazioni contenute nel comunicato stampa emesso dalla Regione Veneto, vale a dire l’ambito geografico limitato e il rischio di un’indagine sottodimensionata”.

“Per quanto riguarda l’ambito geografico delimitato, è stata esclusa gran parte dell’area contaminataLo studio epidemiologico sembra essere stato ristretto infatti alla sola ULSS 8 Berica (Vicenza), escludendo così ampie porzioni dell’Area Rossa di massima contaminazione che ricadono nelle province di Padova e Verona.Il danno non si ferma ai confini amministrativi. Come già dimostrato, la contaminazione si estende lungo le direttrici idriche e riguarda quantomeno il territorio di tutti i Comuni dell’Area Rossa delle tre Province venete Vicenza, Verona e Padova. Per quanto riguarda il rischio di un’indagine sottodimensionata, uno studio effettuato su tutta l’Area Rossa ha igià evidenziato un eccesso di quasi 4.000 morti tra il 1985 e il 2018, in particolare con correlazioni per alcuni tipi di cancro e malattie cardiovascolari. Segnaliamo quindi il rischio che un’indagine limitata possa fornire un quadro incompleto e non veritiero dell’impatto sulla salute di tutta la popolazione esposta”.

“Lo studio, poi, è a “porte chiuse”. Nel comunicato stampa non si menziona infatti il coinvolgimento delle associazioni, dei comitati e dei cittadini che da oltre un decennio si battono per la salute della propria comunità e che hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza, anche scientifica, del problema. Auspichiamo quindi che lo studio non sia gestito a “porte chiuse”: non solo è inopportuno, ma contravviene ai principi fondanti della Regione stessa, tra cui gli artt. 8 e 9 dello Statuto sulla partecipazione alle scelte amministrative e il diritto dei cittadini a essere informati sui rischi per la salute e sull’ambiente. C’è poi necessità di trasparenza.Un’iniziativa di tale importanza per la salute pubblica non può e non deve essere gestita a “porte chiuse”. La citizen science e il contributo delle associazioni sono essenziali per la credibilità stessa e la reale efficacia dello studio”.

“Inoltre, la Regione Veneto aveva già valutato la fattibilità di uno studio epidemiologico partecipato in merito alla contaminazione da PFAS (Delibera numero 1402 del 23 settembre 2020 del Servizio Sanitario Nazionale – Regione Veneto – Azienda Ulss numero 8 Berica, depositata nel processo penale “Miteni”)”.

“Detto ciò, il gruppo Mamme No PFAS chiede alla Regione Veneto l’estensione dello studio epidemiologico a tutti i comuni dell’Area Rossa e zone limitrofe contaminate, nonché la massima trasparenza sulle metodologie utilizzate. L’istituzione di un organismo di coordinamento dello studio epidemiologico che preveda un monitoraggio indipendente con la partecipazione attiva dei cittadini e delle associazioni coinvolte, come anche indicato nella recente sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’uomo. Chiediamo infine di poter incontrare i rappresentanti della Regione Veneto per poter discuterne di persona: non possiamo permettere che, dopo tanti anni di attesa, uno studio fondamentale per la salute dei nostri figli e della nostra terra rischi di nascere viziato da limiti geografici e da mancanza di coinvolgimento dei cittadini interessati”.

Mamme No Pfas Vicenza, Padova e Verona

Nel mondo, e in Italia, biodiversità straordinaria, in gran parte ancora sconosciuta, ma già in pericolo a causa dell’insostenibilità delle attività umane. I dati emersi nell’incontro di formazione Org Veneto/Argav

(di Riccardo Panigada, giornalista scientifico socio Argav) L’incremento della mortalità dovuto al riscaldamento globale, all’inquinamento e alla continua drastica riduzione della biodiversità in tutto il Pianeta sono i fattori che maggiormente minacciano gli equilibri che consentono la vita sulla Terra. Tali fattori evidenziano la gravità di quanto sta accadendo a causa della mancata gestione sostenibile delle attività umane.

Uno tra gli ultimi dati destinato a suscitare sconcerto, emerge da un recentissimo studio condotto in Auvergne (Francia), effettuato tra l’estate del 2023 e la primavera del 2024 da ricercatori del Laboratorio di Meteorologia Fisica dell’Università di Clermont-Ferrand, con il supporto di una collega italiana, che hanno prelevato campioni di “acqua di nuvola” sulla cima del Puy de Dôme (1.464 metri): ebbene, sono state rinvenute concentrazioni che hanno consentito di calcolare che vi fossero nel cielo locale dalle 6 alle 140 tonnellate di pesticidi – tra cui alcuni principi attivi vietati in Europa – che possono viaggiare e diffondersi in aree lontane attraverso la pioggia o la neve.

Sono state così identificate 32 sostanze chimiche, tra cui fungicidi, insetticidi, erbicidi, biocidi e poi prodotti di degradazione, ovvero molecole derivanti dalla trasformazione dei pesticidi nell’ambiente. E in due dei campioni prelevati, la concentrazione totale ha superato il limite di tolleranza europeo per l’acqua potabile.

Ma, ben prima di arrivare all’uomo, i fitofarmaci impattano sull’intero ecosistema, in cui tutti gli elementi naturali vegetali e animali sono collegati e interdipendenti. Lo hanno spiegato il 26 settembre scorso, in occasione del corso di aggiornamento per giornalisti organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav, e ospitato dal circolo Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova), Lorenzo Cogo, ornitologo, e Lorenzo Furlan, entomologo. L’incontro si è poi chiuso con l’intervento dello storico dell’arte Marco Marinacci, il quale ha rilevato come la lettura iconologica delle opere d’arte prodotte nel corso dei secoli riveli la diversa sensibilità dell’uomo nei confronti della natura, e quale sia l’importanza e l’efficacia comunicativa della bellezza ai fini della promozione affettiva e morale della salvaguardia ambientale (nella foto in alto la foto a ricordo dell’incontro, credits Efrem Tassinato).

Lorenzo Cogo ha osservato che, se le specie viventi (vegetali e animali) oggi censite sono 1,7 milioni, si calcola che quelle ancora sconosciute siano 10/13 milioni. Ciò può dare l’idea di quanto complesso e delicato sia l’equilibrio globale garantito solo dalla sussistenza di innumerevoli interdipendenze tra specie viventi che sono ancora sconosciute, mentre, dato il costante processo di estinzione, migliaia di specie scompariranno prima che i ricercatori siano per lo meno riusciti a censirle.

Il fatto ovvio che la biodiversità sia essenziale per la sussistenza anche dell’uomo, a partire dalla sicurezza alimentare, porta quindi all’evidenza di quanto sia assurdo aver aderito a un modello si sviluppo che tende alla crescita infinita, in un sistema planetario in cui risorse e spazi sono finiti.

E’ pertanto il momento di cercare soluzioni ragionevoli, potenzialmente trasportabili, come quella di un progetto realizzato in America meridionale, in un’area andina di alta quota  che era stata completamente spogliata dalle vegetazione. Si tratta del progetto “Otonga”, promosso da Bioforest, una Onlus che promuove nuovi sistemi di coltura finalizzati al ripristino e alla salvaguardia del territorio, creato da un gruppo di imprenditori del legno friulani, i quali, considerando che in Veneto il consumo del suolo (1,5 m2 al secondo, dati inferiori solo alla Lombardia), rappresenta una seria minaccia, un giorno ha deciso di comprare duemila ettari di terreno in Ecuador da restituire alla foresta equatoriale.

Se l’Ecuador può ancora vantare un eccezionale livello di biodiversità, ciò si deve alle caratteristiche del suo territorio, che si estende dalla costa oceanica alle vette andine, per non parlare delle Galapagos, che notoriamente tanta parte hanno avuto nel consentire al celebre scienziato Charles Darwin (1809-1882) scoperte fondamentali per elaborare e sostenere con piena solidità scientifica la teoria dell’Evoluzione. Tuttavia l’Italia risulta essere il Paese che, per quanto riguarda la biodiversità, possiede il primato europeo. Tale analogia indica che l’esperienza “Otonga” potrebbe risultare utilissima anche da noi, nonostante le notevoli diversità per quanto riguarda la densità di popolazione umana.

Solo per dare un’idea di quali possano essere i rapporti simbiotici tra specie diverse e anche lontanissime nella derivazione filogenetica (cioè la branca della biologia sistematica che studia la diversificazione delle forme viventi nel tempo attraverso lo studio del loro corredo genetico), nonché dei meccanismi di adattamento all’ambiente, Lorenzo Cogo ha citato la mirmecofilia della balsa, legno fragilissimo, che si avvale della collaborazione delle formiche per potersi sviluppare in altezza. Le formiche, infatti, puliscono costantemente il fusto della pianta da parassiti e da muschi che, col loro peso, farebbero crollare la pianta. Altre piante, invece molto possenti, sorprendono per il loro apparato radicolare, che si espande in direzione orizzontale, poiché il suolo su cui crescono è fertile solo in superficie, e già a quaranta centimetri di profondità c’è solo sabbia.

In Ecuador (Sudamerica) vi sono inoltre insetti mimetici dalle proprietà eccezionali:: alcuni imitano perfino un ramo spinoso, foglia parzialmente secca, per ingannare i predatori. Vi si trovano inoltre bruchi tossici che diventeranno farfalle; farfalle notturne trasparenti quanto basta per non venire individuate dai predatori, ma da poter venire riconosciute dal partner; altre presentano sulle ali ocellature terrifiche che imitano gli occhi del gufo. Per non parlare degli anfibi: vi sono rane trasparenti scoperte nel 2017, delle quali non si conosce il vantaggio evolutivo della loro incredibile caratteristica; e altre (Epipedobates anthonyi) dalla cui pelle si può estrarre la Epibatidina, sostanza analgesica ben duecento volte più potente della morfina. Vi sono inoltre ben 136 specie di colibrì.

Dal Rapporto sulla Biodiversità del 6 maggio 2019 formulato dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi, risulta che una specie su otto è già a rischio estinzione, e che ciò comporta un impatto diretto su ciascuno di noi, in particolare per quanto riguarda il cibo e i farmaci: due miliardi di esseri umani dipendono ancora dalla legna, e quattro miliardi di uomini si curano esclusivamente mediante la medicina naturale; inoltre il 75% delle colture dipende dalla impollinazione degli insetti, che sono i primi a estinguersi in seguito al cambiamento d’uso del territorio, allo sfruttamento intensivo, all’inquinamento, al cambiamento climatico, e al conseguente diffondersi di specie invasive. Non c’è più tempo da perdere.

A parlare invece di Vallevecchia (Venezia), un sito di importanza comunitaria della Regione Veneto, le cui caratteristiche sono uniche al mondo e in cui la biodiversità è stata salvata, è stato l’entomologo, nonché direttore del settore Innovazione e Sperimentazione di Veneto Agricoltura Lorenzo Furlan, ricercatore la cui notorietà va ben oltre i confini nazionali. A Vallevecchia, unico tratto della costa adriatica veneta non edificato, il mare ha continuato a formare dune di sabbia, che hanno consentito la sopravvivenza di specie vegetali e animali, che ormai è molto difficile incontrare altrove. L’ecosistema marino determina infatti la continua formazione di dune in movimento, e dune grigie, che sono invece maggiormente consolidate, dietro alle quali si trova oggi una pineta, piantumata al fine di consolidare il terreno.

Alle spalle della pineta c’era, fino alla fine degli anni Setttanta del secolo scorso, una grande laguna, oggi bonificata. Infatti, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, quando la Comunità Europea ha finanziato progetti di rinaturalizzazione del territorio, sono stati investiti 11 milioni di euro per ricreare una serie di habitat. La zona è quindi stata bonificata creando zone, umide e boschetti, e così – rileva il dottor Furlan – la natura, che ha la prerogativa di colonizzare qualsiasi habitat, è intervenuta colonizzando la nuova conformazione del sito, creando gli equilibri ideali per la complessità di tale biotopo, ovvero introducendo spontaneamente molte altre specie animali e vegetali. Per esempio, a Vallevecchia vi sono colture agrarie che si possono considerare anche dal punto di vista faunistico un habitat molto importante, se si considera che periodicamente accolgono le oche grigie che migrano compiendo 4.800 chilometri sempre sulla stessa rotta. Per atterrare gli spettacolari stormi di tali volatili hanno bisogno di spazi molto ampi. Così, nella programmazione agraria di Veneto Agricoltura “Natura 2000” viene calendarizzata una rotazione che prevede appunto la disponibilità di atterraggio delle oche grigie nella stagione della loro migrazione.

Ma Vallevecchia è anche molto di più: vi sono stati realizzati progetti tecnologici d’avanguardia, come quello per selezionare acqua piovana buona da raccogliere in un grande bacino, ed è una zona in cui si pratica con pieno successo l’agricoltura totalmente libera da fitofarmaci.

Cereali, secondo Ismea produrre 1 q di grano costa agli agricoltori dai 30,3 euro (Nord) ai 31,8 euro (Sud), ma viene loro pagato 28 euro

A pochi giorni dalle manifestazioni che si sono svolte per denunciare la situazione dei cereali, tra cui quella di Rovigo, Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) ha pubblicato il monitoraggio dei costi medi per il frumento. Ora con dati alla mano, sappiamo che produrre un quintale di grano duro per la pasta costa agli agricoltori del Centro Nord 30,3 euro (31,8 a quelli del Sud) ma al momento di venderlo se ne vedono pagare appena 28, finendo di fatto per lavorare in perdita.

“Si tratta di un passo avanti fondamentale per dare trasparenza e certezze nei confronti dei cerealicoltori – afferma il presidente di Coldiretti Veneto e Rovigo Carlo Salvan – e lo stabilisce un ente terzo come Ismea; questo è un primo tassello per impostare i futuri contratti di filiera. È l’inizio di un nuovo percorso, perché da oggi non si potrà più prescindere dai costi di produzione come riferimento minimo per garantire un prezzo equo e fermare le speculazioni che stanno strozzando le imprese agricole e salvaguarda i consumatori e il loro diritto a prodotti sani e locali”.

Coldiretti sottolinea, però, che i costi di produzione non possono essere però il prezzo: serve garantire un margine adeguato all’agricoltore, perché produrre sottocosto come sta avvenendo ora mette a rischio il futuro del Made in Italy. Sotto l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano le quotazioni pagate agli agricoltori sono calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%, mettendo a repentaglio le prossime semine e la tenuta economica delle aziende agricole, perché i ricavi non coprono più i costi di produzione.

Bene anche l’annuncio del Ministero dell’Agricoltura di 40 milioni da destinare ai contratti di filiera con aiuto de minimis di almeno 100 euro all’ettaro, che rappresentano oggi lo strumento più concreto per dare stabilità e reddito agli agricoltori, coinvolgendo anche il mondo dei pastai a cui viene garantito un credito d’imposta da 10milioni di euro. Grazie a questo strumento i produttori di grano potranno avere un ricavo di 40 euro al quintale, tra prezzo riconosciuto all’interno del contratto di filiera e contributi pubblici.

Il piano di Coldiretti chiede anche il blocco delle importazioni sleali di grano trattato con sostanze vietate in Europa, come il glifosate presente nel grano canadese “veleno” per le nostre tavole, garantendo la reciprocità delle regole e imponendo agli alimenti provenienti da Paesi terzi gli stessi standard richiesti agli agricoltori italiani ed europei. È fondamentale poi estendere a tutta l’Ue l’obbligo di indicare l’origine del grano sulla pasta, già in vigore in Italia, per garantire ai consumatori il diritto a una informazione trasparente su ciò che consumano. Al tempo stesso serve investire in ricerca, innovazione e transizione tecnologica anche con il supporto del Crea. Occorre poi un piano nazionale per i stoccaggi e infine serve una migliore gestione dell’acqua con un piano invasi anche in Veneto, dove sarà sempre più fondamentale la gestione della risorsa acqua per preservare la capacità produttiva della seconda regione d’Italia.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto

Florovivaismo in Veneto, nel 2024 produzione stabile, prezzi in aumento, aziende in calo

Il settore florovivaistico veneto si attesta su valori di produzione mai toccati prima. A evidenziarlo è il report pubblicato da Veneto Agricoltura sull’andamento congiunturale 2024 del comparto che, con 223 milioni di euro, ha raggiunto il valore più alto dell’ultimo decennio (+ 4,3% rispetto al 2023). A generare tale valore hanno contribuito in maniera preponderante le attività di sistemazione di parchi e giardini e la produzione di fiori e piante, che hanno generato rispettivamente un valore di 112 e 83 milioni di euro. L’incremento, tuttavia, è dovuto principalmente al tendenziale aumento dei prezzi in atto a livello economico.

Infatti, la significativa crescita dei valori non trova corrispondenza nella produzione florovivaistica veneta del 2024, che è stata pressoché identica a quella del 2023, con 1,98 miliardi di pezzi prodotti. Lo stesso vale per le superfici coltivate, in sostanziale stabilità: gli ettari dedicati al florovivaismo rimangono di poco superiori ai 2.400, confermando l’equilibrio instauratosi negli ultimi cinque anni, dopo una lunga fase di riduzione.  

La componente principale della produzione veneta continua a essere il materiale vivaistico (79,8% del totale) che, come per il 2023, viene destinata principalmente al circuito professionale (l’85,7% è stato venduto ad altri vivaisti e aziende agricole). La commercializzazione è avvenuta in larga parte entro i confini locali (39,3%) e regionali (17,5%), seppur i volumi destinati all’estero non siano da trascurare (8,6%, in leggera crescita rispetto al 2023). Il restante 34,6% delle vendite è invece avvenuto sul territorio nazionale. 

In questo contesto di sostanziale stabilità, il numero di aziende florovivaistiche operative in Veneto presenta un’ulteriore flessione, passando dalle 1.311 del 2023 alle 1.277 del 2024 (-4,8%). I cali più rilevanti sono attribuibili alla provincia di Rovigo (-14,3%), mentre Padova rimane la provincia con il maggior numero di aziende in Veneto (396 unità, -4,6% in confronto al 2023), seguita da Treviso (307 aziende, -2,5%) e Verona (197 unità, -6,2%). 

Distinguendo invece tra i vari comparti produttivi, il vivaismo ornamentale risulta essere il più numeroso, con 1.151 aziende, pari all’86,9% del totale (-4,7% rispetto al 2023). Seguono il comparto orticolo, a cui si dedica il 31,9% delle aziende (423 unità, -6,6%) e il comparto frutticolo, dove operano 203 imprese (il 15,3% del totale veneto, -4,7%). Più stabili le aziende del vivaismo viticolo e impegnate in altre produzioni di nicchia, mentre si segnalano i cali del numero di aziende che si dedicano alla produzione di fiori recisi (75 unità, -9,6%) e al vivaismo forestale (47 aziende, -6,0%).

Fonte testo e foto: servizio stampa Veneto Agricoltura  

Pioppo, il Veneto sottoscrive la nuova intesa intrregionale per lo sviluppo della filiera

Lo scorso 12 settembre, nella sede della Regione Lombardia, è stata sottoscritta la nuova Intesa interregionale per lo sviluppo della filiera del pioppo, alla presenza degli assessori all’Agricoltura delle principali Regioni italiane a vocazione pioppicola (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna).

La nuova intesa aggiorna e rinnova, a dieci anni di distanza, l’accordo di Venezia del 2014 e ha a sua volta validità decennale. L’obiettivo è di rafforzare il ruolo strategico della pioppicoltura per l’economia nazionale, la sostenibilità ambientale e la sicurezza delle forniture di legname.

Hanno firmato l’accordo, oltre agli assessori all’agricoltura delle cinque Regioni (Federico Caner – Veneto, Alessandro Beduschi – Lombardia, Stefano Zannier – Fvg, Marco Gallo – Piemonte, Alessio Mammi – Emilia-Romagna), i rappresentanti di Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Associazione Pioppicoltori italiani, FederLegnoArredo, Crea, Pefc Italia, Fsc Italia, Cluster Italia Foresta Legno.

“La pioppicoltura, pur coprendo solo l’1% della superficie boscata italiana, rappresenta la principale fonte interna di approvvigionamento di legname: garantisce il 45% del legname lavorato di origine nazionale e circa il 33% del totale utilizzato nel settore legno-arredo – ha dichiarato l’assessore Federico Caner -. La superficie nazionale coltivata a pioppo è stimata in 54.000 ettari, ma per garantire l’autosufficienza del comparto ne servirebbero almeno 115.000. Il fabbisogno nazionale è stimato in 2,2 milioni di metri cubi l’anno, mentre la produzione interna non supera il milione di metri cubi, costringendo l’Italia a essere il secondo importatore mondiale di pioppo dopo la Cina”.

Negli anni, anche alla luce dell’accordo di Venezia del 2014 con le altre Regioni pioppicole, il Veneto ha sostenuto la pioppicoltura attraverso la programmazione dello Sviluppo rurale. Grazie al PSR 2007-2013 sono state soddisfatte 407 domande, con 1.317 ettari finanziati per 4,7 milioni di euro di contributi. La successiva programmazione, il PSR 2014-2022, ha visto finanziate 261 domande, per 1.248 ettari e 3,9 milioni di euro. L’attuale CSR 2023-2027 per ora ha accolto 123 domande, per 463 ettari e 2,2 milioni di euro; in aggiunta, sono stati avviati in Veneto Sistemi Agroforestali Innovativi con 6 domande finanziate per circa 70 ettari”.

“Da parte sua, il Veneto conta oggi circa 3.000 ettari di pioppeti. Un dato che, sebbene inferiore rispetto alle altre regioni del bacino padano, mostra grandi potenzialità di sviluppo. La filiera regionale – specifica Caner – si completa con la presenza di 4 vivai specializzati che producono circa 100.000 pioppelle all’anno, di cui il 20% cloni a maggior sostenibilità ambientale più resistenti agli agenti patogeni. Diverse imprese venete di trasformazione vantano inoltre la certificazione PEFC “Chain of custody” per la tracciabilità del legno. Grazie a questa coltura si sono sviluppate filiere ad alto valore aggiunto – dagli sfogliati ai tranciati, dai compensati ai pannelli a base di legno, fino alla carta e alla biomassa energetica – alimentando per decenni la nostra industria”.

A tutela del settore l’intesa interregionale firmata oggi prevede una serie di impegni condivisi: aumentare la superficie coltivata a pioppo per soddisfare la domanda di legno nazionale; favorire pratiche colturali sostenibili e l’utilizzo di cloni resistenti ai patogeni; orientare al settore adeguati strumenti di sostegno economico tramite fondi UE e risorse regionali; realizzare accordi di filiera; integrare la pioppicoltura nei sistemi agroforestali policiclici; riconoscere e valorizzare i servizi ecosistemici, come l’assorbimento di CO₂ e i crediti di carbonio; promuovere campagne di comunicazione rivolte a istituzioni, cittadini e consumatori.

Caner evidenzia anche la valenza green: “I pioppeti sono tra i sistemi agro-forestali più efficaci per l’assorbimento dei gas serra, utilizzano meno fitofarmaci rispetto alle colture annuali e contribuiscono al riequilibrio del bilancio del carbonio. Sostenere la pioppicoltura significa investire nella sostenibilità, nel paesaggio e nella competitività del nostro Made in Italy. Il Veneto, con i suoi 3.000 ettari coltivati a pioppo e oltre 3.000 imprese del legno, ha molto da guadagnare da questa intesa: più superfici, più valore aggiunto, più occupazione. È un passo concreto per dare futuro alle nostre filiere agricole, forestali e industriali”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Venezia. Nell’ambito di “Saor, sapori e saperi veneziani in festa” (10-12 ottobre), speciale lezione di cucina sostenibile organizzata il 10 ottobre dal consigliere Argav Maurizio Drago, partecipazione gratuita su iscrizione

Dal 10 al 12 ottobre 2025 Venezia tornerà ad accogliere “Saor, sapori e saperi veneziani in festa”, il festival diffuso che celebra il patrimonio gastronomico veneziano con lo sguardo rivolto al futuro: sostenibilità ambientale, inclusione alimentare, creatività e condivisione culturale.

Nell’ambito della manifestazione, in collaborazione con Agrifood Management and Innovation Lab di Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il consigliere Argav Maurizio Drago, giornalista enogastronomico, organizza venerdì 10 ottobre, dalle 16.30 alle 18.30, l’incontro “L’emozione di realizzare un piatto con quello che c’è in casa: la cucina come atto creativo e sostenibile”. In particolare, un cuoco mostrerà come realizzare un piatto a partire dagli ingredienti del “frigo di casa”. Seguirà un confronto con un ristoratore sulle pratiche anti-spreco (tra cui figura la doggy bag). A conclusione, degustazione di tipicità veneziane e venete presso Spazio Ristorativo “La Corte” di ESU – Campus Economico San Giobbe (Fondamenta S. Giobbe, Cannaregio 873).

La partecipazione è gratuita, ma Il numero dei partecipanti è limitato, consigliabile effettuare l’iscrizione quanto prima al link  https://www.eventbrite.it/e/lemozione-di-realizzare-un-piatto-con-quello-che-ce-in-casa-tickets-1765163614889?aff=oddtdtcreator

Bando regionale 2025 rottamazione vecchie stufe, entro il 15 ottobre le domande

La Giunta regionale, su proposta dell’assessore Gianpaolo Bottacin (foto a sinistra), ha approvato una delibera con cui si aggiungono 890mila euro alla dotazione iniziale prevista al bando stufe 2024, portando così lo stanziamento a 6,9 milioni di euro complessivi. I contributi sono destinati alla rottamazione delle vecchie stufe e al conseguente acquisto di impianti termici domestici a combustione di biomassa legnosa di potenza nominale inferiore a 35 kW oppure di pompe di calore elettriche, anche in questo caso di potenza massima inferiore o uguale a 35 kW.

“Nel frattempo è ancora aperto il bando 2025 https://www.regione.veneto.it/web/ambiente-e-territorio/bando-stufe-2025, a cui sarà possibile fare domanda fino al prossimo 15 ottobre – specifica Bottacin -. Anche in questo caso siamo partiti con una dotazione di 4 milioni, ma non si escludono ulteriori aggiunte qualora ci fosse una risposta importante in termini di richieste”.

Non va dimenticato che il riscaldamento domestico a biomassa è nel territorio veneto la principale sorgente di PM10 primario, come rilevano le analisi condotte da ARPAV che sulle emissioni di polveri in atmosfera attribuiscono alla combustione della legna il 65% delle emissioni di PM10 e il 70% delle emissioni di PM2,5: “i dati peraltro continuano a migliorare – specifica l’assessore – e ciò grazie alle moltissime azioni messe in campo in questi anni.

“Anche nel bando in corso è possibile sommare il contributo regionale a quello statale previsto dal conto termico – ricorda in conclusione Bottacin -. Cosa che può permettere ai cittadini di arrivare a ottenere un contributo complessivo fino al 100% della spesa ammessa”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

4-5 ottobre, a Piazzola sul Brenta (Padova) torna Caseus, la grande rassegna dei formaggi italiani e del mondo

Si rinnova l’appuntamento con Caseus, la grande rassegna dei formaggi italiani e internazionali che sabato 4 e domenica 5 ottobre 2025 tornerà a villa Contarini a Piazzola sul Brenta (Padova). L’ingresso sarà gratuito per il pubblico, che potrà vivere due giornate all’insegna del gusto, della tradizione e della cultura agroalimentare.

Tre percorsi tematici

Giunta alla 21^ edizione, la manifestazione continua a crescere e a coinvolgere numeri straordinari: oltre 200 espositori, 122 appuntamenti tra degustazioni guidate, abbinamenti enogastronomici, masterclass, convegni e attività solidali, più di 5.000 posti disponibili per il pubblico. Anche quest’anno saranno tre i percorsi tematici: Caseus Veneti, dedicato alle produzioni DOP della Regione; Caseus Italiae e Caseus Mundi, con i migliori formaggi nazionali e internazionali. L’evento ospiterà inoltre la 12^ edizione del Festival delle DOP Venete con la presenza di 34 Consorzi di tutela, e “Tartuforum”, promosso da Veneto Agricoltura nello stand Casa Veneto per valorizzare il tartufo regionale. Il programma prevede inoltre il 21° Concorso regionale dei formaggi del Veneto e il 7° Concorso nazionale dei formaggi di fattoria, concerti, cooking show con l’Unione Cuochi del Veneto e i Cuochi Contadini di Campagna Amica, degustazioni con produttori europei e iniziative culturali, tra cui “Caseus in Musica” con il tenore Cristian Ricci e l’Orchestra Sinfonica del Veneto. Infine, in uno spazio dedicato saranno esposte per tutta la durata della rassegna le due torce olimpiche. Caseus sarà infatti una delle tappe del loro Road show in vista delle Olimpiadi invernali 2026.

La produzione casearia in Veneto

Il regione conta 2.803 allevamenti di bovini da latte e misti: (dicembre 2024; -4,50% sul 2023). Ben il 56% del latte prodotto in Veneto viene trasformato in formaggi DOP > Asiago (1.422.569 forme prodotte), e poi Grana Padano (830.632), Casatella Trevigiana (478.383), Montasio (334.800), Piave (336.589), Provolone Valpadana  (437.118) e Monte Veronese (104.845), per un totale di 3.921.718 forme prodotte a denominazione nel 2024. I formaggi veneti con denominazione di origine protetta (DOP) sono l’Asiago DOP, il Montasio DOP, il Monte Veronese DOP, il Piave DOP, il Grana Padano DOP, il Provolone Valpadana DOP, il Taleggio DOP e la Casatella Trevigiana DOP.

Caseus è promosso dalla Regione del Veneto, sostenuto dai Consorzi di Tutela dei formaggi DOP del Veneto (Asiago, Casatella Trevigiana, Grana Padano, Montasio, Monte Veronese, Piave, Provolone Valpadana e Mozzarella STG) ed organizzato da A.Pro.La.V. con l’obiettivo di valorizzare il binomio prodotto-territorio e difendere la qualità e la dignità del comparto lattiero-caseario.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Pnrr: Delta del Po, il museo Ca’ Vendramin abbatte le barriere architettoniche e prepara una nuova stagione di eventi

“L’ex idrovora di Ca’ Vendramin è un monumento vivo e pulsante della bonifica del Delta del Po e rappresenta un simbolo per tutti i territori del nostro Paese riscattati dalle paludi e dalla malaria. È un luogo che intende aprirsi sempre di più al pubblico con eventi di ogni tipo, e senza escludere nessuno. Per questo motivo il Consorzio di Bonifica Delta del Po ha colto l’opportunità fornita dal PNRR di un intervento che la valorizzasse ulteriormente, abbattendo le barriere architettoniche e rendendola così veramente accessibile e fruibile anche a chi ha difficoltà motorie.”

La presidente del consorzio di bonifica Delta del Po Virginia Taschini saluta con queste parole il completamento ad agosto scorso dell’intervento di riqualificazione architettonica del Museo Regionale della Bonifica “Ca’ Vendramin”, a Taglio di Po (Ro) reso possibile grazie a un finanziamento di 420.000 euro stanziati dal Ministero della Cultura tramite PNRR M1C3 misura 1 “Patrimonio culturale per la prossima generazione”.

Realizzato nel 1900, il complesso idrovoro di Ca’ Vendramin è stato il primo e il più importante nell’azione di bonifica dell’Isola di Ariano nel Delta del Po. Ha cessato le sue attività alla fine degli anni ’60 del secolo scorso a causa della subsidenza. Oggi, in virtù del pregio architettonico e dell’ottimo stato di conservazione degli interni, ospita il Museo Regionale della Bonifica ed è sede convegnistica nazionale.

Gli interventi sostenuti con il PNRR hanno consentito di rimuovere barriere architettoniche e riqualificare gli ambienti esterni; nello specifico, il Consorzio di Bonifica Delta del Po, che gestisce la struttura attraverso la Fondazione Ca’ Vendramin, ha provveduto a pavimentare il percorso d’ingresso semplificando l’accesso alla sale e agevolando lo sgrondo delle acque meteoriche, ha posizionato rampe interne per facilitare l’accesso alle sale, ha creato bussole per migliorare la gestione degli ingressi e a protezione delle intemperie, ha realizzato sedute e fontanelle, ripristinato murature storiche e messo a dimora piante e alberi. Il complesso è stato inoltre attrezzato con un nuovo sistema di illuminazione esterna e video sorveglianza.

“Gli interventi forniscono un nuovo impulso alla valorizzazione di questo luogo che attraverso la Fondazione Ca’ Vendramin si candida a diventare un punto d’incontro e confronto nazionale sulle tematiche relative al rapporto tra uomo, acqua, ambiente e paesaggio – spiega Taschini, che assicura – Ca’ Vendramin continuerà ad essere un riferimento per gli abitanti del Delta del Po, con attività culturali e aggregative realizzate dai cittadini per i cittadini.”

Fonte testo e foto: servizio stampa Anbi Veneto