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Veneto, luglio 2026: un mese torrido tra ondate di calore e siccità a macchia di leopardo

Giuseppe Pomarico, geoclimatologo, ha elaborato per Argav i dati del report ARPAV (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto - Dipartimento per la sicurezza del territorio, unità organizzativa meteorologia e climatologia), inerenti al clima di luglio 2026 in Veneto, eccone di seguito il resoconto.

Il quadro che emerge dal bollettino mensile di ARPAV è netto: il luglio appena trascorso si conferma tra i mesi più caldi mai registrati in regione dall'avvio delle rilevazioni automatiche nel 1991, con una piovosità leggermente inferiore alla norma ma distribuita in modo estremamente disomogeneo sul territorio.

Secondo i dati dell'Unità organizzativa meteorologia e climatologia di ARPAV, luglio 2026 si colloca al quarto posto tra i mesi di luglio più caldi della serie storica, preceduto solo dal 2015, dal 2022 e dal 2024, con uno scarto di +2,1°C rispetto alla media climatica di riferimento 1991-2020. Il bimestre giugno-luglio nel suo complesso risulta il secondo più caldo mai registrato, superato soltanto dal 2022.

Le temperature più elevate si sono concentrate sul Veneto interno, in particolare sulla pianura occidentale, attorno alla Laguna di Venezia e sul delta del Po: Chioggia centro e Verona Santa Caterina hanno condiviso il primato mensile con 27,2°C di media. Le anomalie più marcate, invece, hanno interessato le Prealpi occidentali.

Sul fronte delle precipitazioni, il mese chiude con un deficit regionale del 9% rispetto alla norma, ma la fotografia cambia radicalmente scendendo a scala locale: mentre l'alta pianura e la costa settentrionale — con Nogarolo di Tarzo, Vittorio Veneto e Bibione sotto i 30 mm cumulati — hanno vissuto un mese quasi da deserto, la pianura meridionale ha registrato un surplus fino al 20%, con punte come Villadose, dove sono caduti 123 mm, oltre il doppio della media storica.

Il mese si è aperto nel segno dell'instabilità, con un fronte atlantico che ha posto fine alla lunghissima ondata di calore della seconda metà di giugno. La tregua, tuttavia, è durata poco: dal 7 al 16 luglio una nuova ondata ha investito la regione, caratterizzata da una spiccata "mobilità" territoriale, colpendo a rotazione le Prealpi vicentine, il Veronese e le Dolomiti settentrionali, generalmente per non più di 3-4 giorni consecutivi per singola stazione.

Ancora più rilevante, dal punto di vista dell'impatto sulla popolazione, è stata l'ondata di forte disagio fisico registrata tra l'8 e il 18 luglio, calcolata attraverso l'indice Humidex (che combina temperatura e umidità relativa). Con una durata media di 11 giorni — fino a 13 sulla costa centro-meridionale — e valori che hanno toccato punte superiori ai 47°C a Porto Tolle, l'evento si posiziona al sesto posto tra i più lunghi ed estesi mai registrati in Veneto.

Negli ultimissimi giorni del mese, tra il 29 e il 30 luglio, è scattata una terza e più intensa ondata di calore, tuttora in corso al momento della chiusura del bollettino, che ha portato a
un'autentica raffica di record: 45 nuovi primati decadali per le temperature massime, con punte di 39,2°C a Castelfranco Veneto e Trebaseleghe (nuovo record assoluto per quest'ultima località) e 38,9°C a Cittadella.

Anche sul fronte del disagio notturno il mese si distingue: con una media di 15 notti tropicali (temperatura minima sopra i 20°C) in pianura, luglio 2026 è terzo nella classifica storica, dietro solo a 2024 e 2015. ARPAV sottolinea come, rispetto agli anni '90 — quando se ne contavano in media appena 3 — il fenomeno si sia più che quadruplicato, con Chioggia centro e Venezia Cavanis che hanno vissuto praticamente un mese intero senza sollievo notturno.

Le conseguenze del caldo prolungato si sono fatte sentire anche in quota: sulle Dolomiti il mese si è distinto per l'assenza pressoché totale di apporti nevosi ai ghiacciai — un'anomalia rispetto alla norma, che prevede in genere qualche nevicata anche a luglio — con un'accelerata fusione della neve residua invernale e un aggravamento del degrado del permafrost. Al sito di riferimento del Piz Boè, a 2.900 metri, lo strato attivo del permafrost ha raggiunto una profondità di oltre 7,4 metri, quasi 3 metri in più rispetto alla media 2011-2015.

Se la pianura meridionale ha beneficiato di precipitazioni superiori alla media, la situazione è opposta per le zone montane e pedemontane, dove l'indice SPEI (che integra precipitazioni ed evapotraspirazione) segnala un'accentuazione delle condizioni di siccità, tra il lieve e il moderato, con punte severe sia nel breve che nel medio-lungo periodo. Il bilancio idroclimatico regionale, del resto, risulta negativo su tutta la pianura e la fascia collinare, complice un'evapotraspirazione potenziale che a luglio ha superato i 150 mm medi in pianura.

Il quadro complessivo restituito da ARPAV descrive un'estate 2026 che, dopo l'ondata eccezionale di fine giugno, non ha concesso lunghe tregue al territorio veneto. Il progressivo rialzo termico degli ultimi giorni di luglio, con l'avvio della terza intensa ondata di calore stagionale, lascia presagire un mese di agosto ugualmente impegnativo dal punto di vista climatico e sanitario, in una regione dove il trend di riscaldamento degli ultimi trent'anni — quantificato da ARPAV in +0,85°C per decennio per le temperature medie di luglio — continua a manifestarsi con crescente evidenza.


Fieracavalli amplia il progetto con il carcere di Montorio (Verona): al via “terreni fertili” con i primi tirocini

Dopo dieci anni di attività, si rinnova la collaborazione tra Fieracavalli, ASD Horse Valley e la Casa Circondariale di Verona con il progetto “Fieracavalli - Terreni Fertili” che introduce, rispetto al precedente, cinque tirocini destinati ai detenuti diplomati e l’ampliamento dell’offerta formativa attraverso nuovi percorsi dedicati all'accoglienza, alla ristorazione e ai servizi di hospitality.

Nato dalla convinzione che la relazione tra uomo e cavallo possa diventare un’occasione di crescita personale e professionale, la collaborazione con il carcere di Montorio ha coinvolto - dal 2016 a oggi - 184 detenuti, portando al conseguimento di 58 diplomi di tecnico di scuderia attraverso un percorso formativo realizzato con il contributo di veterinari, maniscalchi e istruttori specializzati, che negli anni hanno portato la loro esperienza all’interno della Casa Circondariale.

Il nuovo protocollo d’intesa, attivo fino al 2028, apre una nuova fase, introducendo tirocini pratici di tre mesi pensati per favorire una maggiore autonomia e nuove opportunità di reinserimento sociale e lavorativo. Nel periodo di validità del protocollo, cinque detenuti ogni anno che avranno completato il corso di tecnico di scuderia e che saranno autorizzati a operare all’esterno della Casa Circondariale di Verona grazie ai permessi previsti dall’articolo 21 svolgeranno un tirocinio a Corte Molon, affiancando lo staff nelle attività quotidiane del centro ippico e applicando sul campo le competenze acquisite.

«Il reinserimento sociale passa necessariamente attraverso opportunità concrete di formazione e lavoro. In questi anni il progetto ha dimostrato che costruire competenze significa creare reali possibilità per il futuro. Il fatto che alcuni dei detenuti diplomati lavorino oggi in diversi maneggi è la dimostrazione più concreta del valore di questo percorso», dichiara Mariagrazia Bregoli, direttrice della Casa Circondariale di Verona.

«I tirocini rappresentano un passaggio importante perché permettono ai diplomati di applicare concretamente quanto appreso durante il corso e di confrontarsi con le attività quotidiane di un centro ippico. A Corte Molon saranno coinvolti nella gestione ordinaria del maneggio, lavorando al fianco dello staff e mettendo alla prova le competenze acquisite. Per noi è un modo per dare seguito a un progetto nato dieci anni fa e accompagnare i diplomati verso una concreta esperienza lavorativa», dichiara Linda Fabrello, presidente di Horse Valley ASD – Corte Molon.

Con il nuovo protocollo, “Fieracavalli - Terreni Fertili” si conferma il proprio impegno nell’offrire alle persone detenute un’opportunità concreta di crescita e reinserimento, attraverso un progetto in cui la relazione con il cavallo diventa uno strumento per sviluppare competenze, autonomia e nuove prospettive professionali.

Fonte: servizio stampa Verona Fiere

“Spese per la gestione del verde pubblico, non costi ma investimento”: l’intervento del consigliere Argav Alessandro Bedin, presidente dell’Associazione Pubblici Giardini

Alessandro Bedin, consigliere Argav, in qualità di presidente dell'Associazione Pubblici Giardini, ha inviato una nota al Corriere del Veneto in risposta ad alcuni articoli pubblicati dal quotidiano sul problema delle isole di calore nelle città, nota che proponiamo anche ai lettori di Argav.


I due articoli proposti sul Corriere del Veneto sabato 1° agosto 2026, a firma di Silvia Madiotto e Stefano Bensa contengono contenuti condivisibili e non, e vorrei cercare in poche righe (con tutta la difficoltà del caso), di aggiungere qualche contenuto tecnico.

Dopo un inizio giusto dell'articolo di Silvia ”la spinta verde per raffreddare le città” mi ha fatto sobbalzare il solito adagio: “Il nodo dei costi”; perché, convinzione, luogo comune o pregiudizio di gran parte della popolazione è che la gestione del verde pubblico portino solamente a problemi e costi.

E’ vero, la Natura ci crea anche qualche problema, ma non sono nulla rispetto i grandi benefici che riceviamo. E' vero, per avere quantità importanti di verde pubblico e ben gestirlo servono tante risorse e di più di quelle dichiarate per la città di Verona (non affronto la questione per non allungare troppo l’intervento). Ma dobbiamo ragionare non solamente considerando i costi (che sono tanti e in aumento, se vogliamo avere più benessere sanitario), ma anche i benefici, cioè fare una analisi costi benefici (ACB), come indicato giustamente nell'articolo da Silvia Madiotto citando il consigliere delegato di Venezia Massimiliano De Martin.

Dovremmo farci anche qualche altra domanda come, per esempio, quanti sono i morti per eventi meteo estremi? I morti per colpi di calore in Italia nel 2025 sono stati 4957; quanto vale una vita umana? E quanto ammontano i costi dovuti a mareggiate, tornadi, allagamenti? (sono stati stimati in 43 miliardi, sempre riferiti al 2025).

Anziché parlare sempre di costi dovremmo declinarli in INVESTIMENTI perché studi scientifici hanno ampiamente dimostrato che ogni euro speso per la pianificazione, progettazione e gestione del verde pubblico comporta un ritorno ben maggiore. Investire nel verde pubblico non significa solamente garantire una maggiore infiltrazione delle acque (e quindi in minori problemi di alluvioni, esondazioni, ma anche garanzia di acqua in falda), trattenimento di inquinanti (come PM2,5 e PM10), mitigazione microclimatica, quindi meno morti per problemi cardiovascolari e colpi di calore, ma anche una maggiore attrattività turistica; banalmente anche più ossigeno (che non è scontato né banale).

Il "problema" è che la Natura ha tempi lunghi, che non sono i tempi dell'uomo moderno che vorrebbe tutto e subito. Se attuiamo interventi importanti e corretti oggi (Parchi, giardini, boschi, viali alberati, tetti verdi, pareti verdi, ecc....), avremo risultati tra i 10 e i 50 anni, perché un albero, è bene ricordarlo, per esprimere i massimi benefici ecosistemici che può produrre deve raggiungere l'età adulta che varia, in media, a 20, 30, 40 o 50 anni. Se invece vengono attuati interventi non pianificando, mal progettando la gestione sarà un disastro dopo pochi anni e con costi smisurati.

Altro aspetto da sfatare: gli alberi non devono essere potati. Se piantati nel posto giusto per ambiente e sviluppo (cioè ben progettando), hanno bisogno di un po' di aiuto nell'attecchimento eventualmente qualche potatura di rimonda periodica per togliere rami secchi, ma più le chiome sono intonse da insensate e scriteriate potature che li minano nella loro stabilità, più sono in grado di offrirci i grandi benefici ecosistemici di cui possiamo godere grazie a biomasse importanti (sono molto più efficienti alberi adulti con ampie e ben sviluppate chiome).

Un sacerdote padovano dell'800 (nel “Catechismo Agricolo ad uso dei Contadini” 1869), sollecitava i contadini veneti a non lesinare nell'acquisto di letame pensando di risparmiare, ma di spendere le giuste risorse perché concimando bene i campi avrebbero in seguito ottenuto maggiori raccolti. Anticipava ai posteri il concetto di investimento che ha bisogno di spese iniziali (che non sono, banalmente, solo costi).

Nel 2026 non abbiamo ancora imparato la lezione: “chi più spende, manco spende”, e questo concetto vale particolarmente per quanto riguarda la corretta pianificazione, progettazione e gestione del verde pubblico che tende ad essere ancora frenata “dall'incubo del costi” e dai problemi percepiti.



Emergenza idrica. Situazione critica per Adige e Albarella, stretta sui prelievi e sforzi sul fronte idroelettrico

«La situazione resta estremamente critica, con le criticità maggiori concentrate in questa fase sull’isola di Albarella e sul fiume Adige». A fare il punto è l'assessore regionale all'Ambiente, Elisa Venturini, tracciando un aggiornamento rispetto al quadro dei giorni scorsi.

Sul fronte fluviale, l'Adige continua a registrare dati fortemente negativi e a collassare, non arrivando cioè al livello minimo richiesto per il pompaggio dell'acqua. In particolare, la portata a Boara Pisani continua a rimanere ben sotto la quota necessaria e, per far fronte a questa criticità, la situazione viene attivamente aiutata attraverso l'acqua che arriva tramite il SAVEC.

Alla luce di questo aggravamento, la Regione è stata costretta a prevedere un'ulteriore e drastica stretta a tutti i prelievi di acqua dall'Adige. Inoltre, sarà necessario bloccare il prelievo di acqua dagli affluenti del Piave proprio per continuare a preservare la poca acqua che c'è in questo momento.

Per quanto riguarda il comparto idroelettrico, va riconosciuto e ringraziato lo sforzo compiuto dagli operatori; attualmente si sta infatti procedendo a scaricare l'acqua senza creare energia.

Nel frattempo, per tamponare l'emergenza potabile e non lasciare scoperte le aree in difficoltà, continua incessantemente l'azione del SAVEC (Sistema Acquedottistico del Veneto Centrale) tramite il prelievo dell'acqua dai pozzi di Camazzole, a Carmignano di Brenta (Padova) un'attività fondamentale per trasferire la risorsa verso i territori della Bassa Padovana e del Polesine.

«Siamo consci che tutti stanno facendo grandi sacrifici: i produttori di energia, gli operatori turistici ed anche gli agricoltori — conclude l'assessore Venturini —. Ma in questa fase è determinante fare il massimo per preservare la fornitura di acqua potabile ai cittadini».

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Il Po è in secca, e inizia il “party” dei microbi che avvelena l’Italia

Rilanciamo nel nostro sito l'interessante articolo di Marco Zambianchi, microbiologo vaccinatore, docente in Ispezione degli alimenti di origine animale all'Università di Milano, Auditor ISO e membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell'ONB, pubblicato da Scienzaveneto.it, testata diretta dal consigliere Argav e giornalista scientifico Riccardo Panigada. 

Quando il Grande Fiume decide di fare lo sciopero della sete e si trasforma in un rigagnolo stanco, la natura non si prende una pausa, anzi: organizza una festa clandestina dove i microbi sono i DJ e i nutrienti il buffet illimitato. In pratica, quando la portata del Po crolla sotto i 450 metri cubi al secondo e il Delta raggiunge temperature da idromassaggio a 32°C, accade esattamente quello che succederebbe dimenticando un brodo di pollo sul balcone a ferragosto. Senza l’effetto “risciacquo” dell’acqua fresca, tutto ciò che arriva dai campi intensivi, dagli allevamenti e dai depuratori cittadini — parliamo di quintali di nitrati e fosfati — si concentra in un cocktail micidiale. È il regno dell’eutrofizzazione, ovvero l’abbondanza di cibo che diventa una condanna.

I primi ad approfittare di questo party da incubo sono i cianobatteri, simpatici organismi un tempo noti come alghe blu-verdi. Trovando acqua calda, calma e un buffet di fosforo e azoto da far invidia a un cenone di Capodanno, proliferano a dismisura creando vistosi “tappeti” verdi e schiume galleggianti. Purtroppo, insieme a loro arrivano anche batteri decisamente poco raccomandabili come Escherichia coli, Salmonella e Vibrio, che festeggiano il calo di ossigeno e la concentrazione degli scarichi. Quando poi tutta questa sterminata massa algale muore, la decomposizione prosciuga fino all’ultima molecola di ossigeno disciolto nell’acqua, lasciando il campo libero ai batteri anaerobi e alle loro esalazioni preferite: idrogeno solforato (con il suo inconfondibile profumo di uova marce) e metano.

Tutto questo idillio microbiologico ha conseguenze utili quanto una puntura di vespa sulla lingua. Per gli esseri umani, il rischio si chiama cianotossine: sostanze capaci di fare danni al fegato, al sistema nervoso e persino di promuovere l’insorgenza di tumori. Fare un tuffo in queste acque o respirarne l’aerosol può regalare spiacevoli dermatiti, gastroenteriti e, nei casi più gravi, problemi epatici o neurologici, mentre i gestori dei potabilizzatori devono fare i salti mortali — e spendere cifre da capogiro — per rendere l’acqua di rubinetto di nuovo potabile.

Nelle fattorie la musica non cambia: il bestiame che beve acqua avvelenata da epatotossine rischia la vita e nel Delta la mancanza di ossigeno e il caldo torrido riescono a far strage fino al 90% delle coltivazioni di vongole. L’intero ecosistema va in cortocircuito: le specie native soffrono, la biodiversità crolla e il mare ne approfitta per risalire il fiume con il cosiddetto “cuneo salino”, che penetra per decine di chilometri trasformando la salinità di zone protette come la Riserva Mab Unesco. E non va meglio ai campi coltivati: l’acqua irrigua carica di sale avvelena i terreni, riducendo drasticamente i raccolti di riso, mais e pomodori.

Cosa si sta facendo di fronte a questa apnea idrica? Per ora ci si muove tra stati di emergenza regionali, limitazioni all’irrigazione, monitoraggi continui delle ARPA ed esercitazioni di protezione civile, accompagnati dalle giuste proteste delle associazioni di categoria che chiedono a gran voce una regia unica. Ma la scienza parla chiaro: mettere pezze non basta. Per curare il paziente serve una terapia d’urto strutturale. Bisogna tagliare i nutrienti alla fonte potenziando i depuratori ed evitando che i fertilizzanti finiscano nel fiume grazie all’agricoltura di precisione e alle fasce vegetate di protezione. Occorre poi rispettare religiosamente il Deflusso Ecologico minimo — ovvero la quantità d’acqua necessaria a far respirare il fiume —, passare d’urgenza all’irrigazione a goccia (che risparmia fino al 50% d’acqua rispetto ai vecchi spruzzatori) e realizzare finalmente un piano di invasi multifunzionali per trattenere la pioggia quando cade, superando un’immobilità infrastrutturale che dura da decenni.

In fondo, la diagnosi è chiara: la sofferenza del Po è il risultato di un mix fatale tra cambiamenti climatici imprevedibili — meno neve sulle Alpi, temperature più alte ed eventi meteo estremi — e una gestione umana nettamente migliorabile, fatta di prelievi agricoli massicci (pari a circa tre quarti del totale), reti idriche colabrodo e modelli colturali troppo idro-esigenti per i tempi attuali. Le soluzioni d’emergenza possono tamponare l’emorragia, ma solo una pianificazione integrata del bacino, la riconversione delle colture e una vera economia circolare dell’acqua potranno evitare che l’estate sul Grande Fiume assomigli sempre più a una puntata di un documentario post-apocalittico.

Quarta ondata di calore, in Veneto la crisi idrica è sempre più grave

“Con l’arrivo della quarta ondata di calore, l’unico bagliore di speranza è rappresentato dall’imminenza dei raccolti – spiega il direttore di ANBI Veneto Silvio Parizzi. – In molti territori, infatti, questa fase inizierà con diversi giorni di anticipo rispetto agli altri anni in ragione delle semine precoci effettuate in una primavera già molto calda. Per avere un quadro preciso della stagione sarà poi necessario effettuare una valutazione delle rese anche alla luce dei maggiori costi energetici sostenuti per irrigare”.

Nel giorno in cui l’Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici nel Distretto Idrografico del Fiume Po alza ai massimi la valutazione di severità idrica elevandola dal livello “medio” al livello “alto”, i dati aggiornati restituiscono un quadro che si aggrava costantemente su tutti i corsi d’acqua veneti.

Se il Po a Pontelagoscuro segna una portata intorno ai 250 mc/s, record negativi si registrano anche sull’Adige, che a Boara Pisani è sceso a 43 metri cubi al secondo comportando una necessaria rimodulazione a monte delle derivazioni consortili, e sul Brenta, che al misuratore di Barzizza – Bassano del Grappa segna soli 31 metri cubi al secondo, a fronte di una portata minima per garantire ambiente e agricoltura a 44 mc/s.

Il cuneo salino interessa tutti i fiumi, con le derivazioni di foce chiuse un po’ ovunque, dal Delta del Po al Veneto Orientale, con il consorzio locale costretto a tener chiuse le derivazioni alle foci di Tagliamento, Livenza e Piave, in una situazione che nel territorio appare peggiore a quella del 2022.

Nella cronaca della crisi, l’ultima comunicazione in ordine temporale viene dal Consorzio di Bonifica Acque Risorgive che, dopo aver avviato nelle scorse settimane turnazioni straordinarie, ha comunicato ieri la chiusura delle derivazioni irrigue nel bacino del Marzenego, nell'area compresa tra il comune trevigiano di Resana e la Laguna Veneta.

Lunedì, il Consorzio di Bonifica Brenta ha annunciato la necessità di stringere ulteriormente i turni irrigui per evitare l'esaurimento completo delle disponibilità idriche, stimato in meno di una settimana ai ritmi attuali. Il Consorzio di Bonifica Veronese si è visto costretto a richiedere l’intervento dei carabinieri in località San Vito al Mantico (VR), nel territorio comunale di Bussolengo, a causa di un prelievo d’acqua effettuato senza autorizzazione dal canale Conagro.

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

31 luglio, al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova) la 2a “Festa del Giornalismo che non si arrende” organizzata da Argav. A precedere l’incontro, visita guidata all’ecosistema del fosso antistante la sede del circolo

Venerdì 31 luglio alle ore 19 si svolgerà nell'aia del circolo di campagna Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova), che quest'anno festeggia i 50 anni di vita, la 2 edizione della "Festa del giornalismo che non si arrende". organizzata da Argav in collaborazione con Rete Wigwam, Sindacato Giornalisti Veneto, Unarga e con il patrocinio dell'Ordine dei giornalisti del Veneto. Sarà un'occasione di incontro aperta alla partecipazione di tutti gli organismi del mondo dell'informazione che sentono l'esigenza di una riflessione informale fuori dai ruoli e dai luoghi deputati per contribuire a "creare" pensiero sul futuro del giornalismo in cui crediamo. A precedere l'incontro, alle ore 18.30 è prevista una visita guidata da Veneto Agricoltura all’ecosistema del fosso antistante la sede del Circolo di Campagna.

A dare vita all'incontro saranno: Fabrizio Stelluto, presidente Argav, che aprirà la serata parlando degli obiettivi dell'iniziativa; il giornalista Gianandrea Mancini, che darà delle anticipazioni sull'indagine che sta scrivendo in merito allo stato e al futuro delle malghe; Luca Bortoli, direttore de "La Difesa del Popolo", che racconterà la "resistenza" dei periodici diocesani; una delegazione dell'associazione "Leali delle notizie", che organizza il Festival del Giornalismo a Ronchi dei Legionari (Udine); Efrem Tassinato e Gigliola Dalla Libera, rispettivamente presidente e direttore di Wigwam Clubs Italia Aps, e che presenteranno il progetto "I custodi della biodiversità". Ci sarà anche Andrea Vettoretti, chitarrista-concertista, che presenterà il progetto artistico "Breath of water" sostenuto dal Global Network of water Museums- Unesco.

Borse di studio sul paesaggio Fondazione Benetton Studi Ricerche, pubblicato il bando, domande entro il 31 agosto 2026

Il giardino musicale di Herning_Carl Theodor Sorensen
Laureati e post laureati italiani e stranieri hanno tempo fino lunedì 31 agosto 2026 alle ore 12 per partecipare al bando per le borse di studio sul paesaggio istituite annualmente dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, per sostenere giovani laureati desiderosi di intraprendere un percorso di ricerca nel campo della cultura del paesaggio e del giardino, e della cura dei luoghi.

Le borse di studio sono indirizzate a tre aree tematiche che corrispondono al profilo culturale e al campo operativo di tre figure fondamentali per il lavoro scientifico della Fondazione fin dalla sua istituzione: Sven-Ingvar Andersson (Progetto di paesaggio), Rosario Assunto (Teorie e politiche per il paesaggio) e Ippolito Pizzetti (Natura e giardino).

La dodicesima edizione, 2026/2027, prevede l’attivazione di due borse di studio residenziali e semestrali (15 gennaio 2027-15 luglio 2027), ognuna corrispondente a una delle tre aree tematiche, a scelta del candidato.Saranno privilegiate proposte dai contenuti originali, innovativi e coerenti con l’indirizzo scientifico della Fondazione. Il valore di ciascuna borsa è fissato in euro 10.000,00 (lordi). Le borse sono destinate a laureati (laurea magistrale) e post laureati italiani e stranieri, che non abbiano compiuto i 40 anni alla data del 31 agosto 2026. Non possono concorrere: titolari di assegni di ricerca, né coloro i quali ricoprano un impiego pubblico o privato e svolgano una qualunque attività lavorativa in modo continuativo. Il modulo per la candidatura è disponibile, con il bando, nel sito www.fbsr.it

Fonte testo e foto: servizio stampa Fondazione Benetton Studi e Ricerche

Università di Verona e Donne Coldiretti investono nel futuro delle giovani: nasce una borsa di ricerca per promuovere la parità di genere

La parità di genere si costruisce attraverso la cultura, la ricerca e l'impegno condiviso. Da questa convinzione nasce "Coltiviamo il rispetto", l'iniziativa promossa da Donne Coldiretti, in collaborazione con Fondazione Campagna Amica e Università di Verona, che si è tenuta lunedì 13 luglio scorso nella Sala Barbieri dell'Ateneo veronese. Nel corso dell'incontro è stata presentata l'attivazione di una borsa di ricerca, dal valore di 6mila euro, dedicata ad approfondire l'impatto sociale, educativo e culturale delle iniziative a sostegno della leadership femminile. L'obiettivo è promuovere un percorso capace di trasformare la ricerca in uno strumento concreto di cambiamento, valorizzando il ruolo delle donne nell'impresa, nel lavoro e nella società e offrendo alle nuove generazioni modelli positivi di crescita, autonomia e partecipazione.

L'iniziativa conferma l'impegno nel promuovere un'agricoltura sempre più inclusiva e innovativa, nella quale il contributo femminile rappresenta un motore di sviluppo economico, sociale e culturale. La collaborazione fra Donne Coldiretti e l'Università di Verona rafforza questo percorso, creando un ponte tra ricerca, formazione e territorio per generare nuove opportunità e conoscenza.La borsa di ricerca rappresenta un investimento sul futuro: un progetto che punta a misurare e valorizzare l'efficacia delle azioni dedicate all'empowerment femminile, contribuendo alla costruzione di una società più equa, inclusiva e consapevole del valore del talento delle donne.
 
Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto


 
 
 

Gianluca Carraro confermato presidente del Consorzio tutela vini Colli Euganei



Gianluca Carraro è stato confermato presidente del Consorzio tutela vini Colli Euganei e inizia, quindi, il suo secondo mandato triennale. Al suo fianco, sono stati confermati i consiglieri Giovanni Barbiero, Lorenzo Bertin, Valentino Bressanin, Simone Dalla Montà, Giorgio Salvan, Giorgia Veronese e Stefano Visintin ai quali di aggiunge, come nuovo entrato, Luca Calaon.

Il Consorzio continuerà a lavorare per la valorizzazione del Serprino, unica denominazione frizzante in Italia che rappresenta un’esclusività dei Colli e, come tale, vino simbolo della provincia di Padova. Queste bollicine “autoctone” sono protagoniste dell’annuale Serprino Festival (l’ultima edizione si è tenuta dal 20 giugno al 6 luglio) e del Vulcanico Serprino, che il 20 giugno 2026 ha visto la presenza di 26 cantine e degustazioni all’interno dell’iconica Abbazia di Praglia.

Continuerà altresì nel percorso di miglioramento dei grandi vini rossi dei Colli Euganei, che si concretizza con il progetto Grewip (Great red euganean wines improvement project) che prevede l’applicazione di protocolli di produzione specifici per l’area che vengono di volta in volta monitorati e valutati nei risultati mediante processi di co-decisione e co-creazione coinvolgendo tutti i partner, nonché attivando percorsi imitativi in aziende esterne al partenariato. L’obiettivo è creare un modello interattivo di innovazione basato su cooperazione e partecipazione, per sviluppare nella zona dei Colli Euganei la cultura dell’eccellenza vitivinicola, alla base della produzione di vini rossi di pregio.

Altro vino importante tutelato dal Consorzio è il Colli Euganei Fior d'Arancio Docg, unico vino moscato giallo che viene prodotto in versione secco, spumante dolce e passito. Ricordiamo, inoltre, che dal 2024 i Colli Euganei sono una Riserva della Biosfera MAB UNESCO, un’area che promuove un equilibrio virtuoso tra uomo e ambiente, unendo la tutela di una straordinaria biodiversità con pratiche di ecoturismo e agricoltura sostenibile.

Fonte: servizio stampa Consorzio tutela vini Colli Euganei