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Il Po è in secca, e inizia il “party” dei microbi che avvelena l’Italia

Rilanciamo nel nostro sito l'interessante articolo di Marco Zambianchi, microbiologo vaccinatore, docente in Ispezione degli alimenti di origine animale all'Università di Milano, Auditor ISO e membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell'ONB, pubblicato da Scienzaveneto.it, testata diretta dal consigliere Argav e giornalista scientifico Riccardo Panigada. 

Quando il Grande Fiume decide di fare lo sciopero della sete e si trasforma in un rigagnolo stanco, la natura non si prende una pausa, anzi: organizza una festa clandestina dove i microbi sono i DJ e i nutrienti il buffet illimitato. In pratica, quando la portata del Po crolla sotto i 450 metri cubi al secondo e il Delta raggiunge temperature da idromassaggio a 32°C, accade esattamente quello che succederebbe dimenticando un brodo di pollo sul balcone a ferragosto. Senza l’effetto “risciacquo” dell’acqua fresca, tutto ciò che arriva dai campi intensivi, dagli allevamenti e dai depuratori cittadini — parliamo di quintali di nitrati e fosfati — si concentra in un cocktail micidiale. È il regno dell’eutrofizzazione, ovvero l’abbondanza di cibo che diventa una condanna.

I primi ad approfittare di questo party da incubo sono i cianobatteri, simpatici organismi un tempo noti come alghe blu-verdi. Trovando acqua calda, calma e un buffet di fosforo e azoto da far invidia a un cenone di Capodanno, proliferano a dismisura creando vistosi “tappeti” verdi e schiume galleggianti. Purtroppo, insieme a loro arrivano anche batteri decisamente poco raccomandabili come Escherichia coli, Salmonella e Vibrio, che festeggiano il calo di ossigeno e la concentrazione degli scarichi. Quando poi tutta questa sterminata massa algale muore, la decomposizione prosciuga fino all’ultima molecola di ossigeno disciolto nell’acqua, lasciando il campo libero ai batteri anaerobi e alle loro esalazioni preferite: idrogeno solforato (con il suo inconfondibile profumo di uova marce) e metano.

Tutto questo idillio microbiologico ha conseguenze utili quanto una puntura di vespa sulla lingua. Per gli esseri umani, il rischio si chiama cianotossine: sostanze capaci di fare danni al fegato, al sistema nervoso e persino di promuovere l’insorgenza di tumori. Fare un tuffo in queste acque o respirarne l’aerosol può regalare spiacevoli dermatiti, gastroenteriti e, nei casi più gravi, problemi epatici o neurologici, mentre i gestori dei potabilizzatori devono fare i salti mortali — e spendere cifre da capogiro — per rendere l’acqua di rubinetto di nuovo potabile.

Nelle fattorie la musica non cambia: il bestiame che beve acqua avvelenata da epatotossine rischia la vita e nel Delta la mancanza di ossigeno e il caldo torrido riescono a far strage fino al 90% delle coltivazioni di vongole. L’intero ecosistema va in cortocircuito: le specie native soffrono, la biodiversità crolla e il mare ne approfitta per risalire il fiume con il cosiddetto “cuneo salino”, che penetra per decine di chilometri trasformando la salinità di zone protette come la Riserva Mab Unesco. E non va meglio ai campi coltivati: l’acqua irrigua carica di sale avvelena i terreni, riducendo drasticamente i raccolti di riso, mais e pomodori.

Cosa si sta facendo di fronte a questa apnea idrica? Per ora ci si muove tra stati di emergenza regionali, limitazioni all’irrigazione, monitoraggi continui delle ARPA ed esercitazioni di protezione civile, accompagnati dalle giuste proteste delle associazioni di categoria che chiedono a gran voce una regia unica. Ma la scienza parla chiaro: mettere pezze non basta. Per curare il paziente serve una terapia d’urto strutturale. Bisogna tagliare i nutrienti alla fonte potenziando i depuratori ed evitando che i fertilizzanti finiscano nel fiume grazie all’agricoltura di precisione e alle fasce vegetate di protezione. Occorre poi rispettare religiosamente il Deflusso Ecologico minimo — ovvero la quantità d’acqua necessaria a far respirare il fiume —, passare d’urgenza all’irrigazione a goccia (che risparmia fino al 50% d’acqua rispetto ai vecchi spruzzatori) e realizzare finalmente un piano di invasi multifunzionali per trattenere la pioggia quando cade, superando un’immobilità infrastrutturale che dura da decenni.

In fondo, la diagnosi è chiara: la sofferenza del Po è il risultato di un mix fatale tra cambiamenti climatici imprevedibili — meno neve sulle Alpi, temperature più alte ed eventi meteo estremi — e una gestione umana nettamente migliorabile, fatta di prelievi agricoli massicci (pari a circa tre quarti del totale), reti idriche colabrodo e modelli colturali troppo idro-esigenti per i tempi attuali. Le soluzioni d’emergenza possono tamponare l’emorragia, ma solo una pianificazione integrata del bacino, la riconversione delle colture e una vera economia circolare dell’acqua potranno evitare che l’estate sul Grande Fiume assomigli sempre più a una puntata di un documentario post-apocalittico.