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25 febbraio 2015, il socio ARGAV Pietro Casetta parla di meteorologia e rischio idraulico all’incontro promosso da WWF Padova

WWF PadovaSi intitola “Dalla meteorologia al rischio idraulico” l’incontro che il WWF Padova terrà mercoledì 25 febbraio alle 20.45 alla sala Ex Scuderie della Fornace Carotta in piazza Napoli 40 a Padova. Tra i relatori, figura anche il socio ARGAV Pietro Casetta, che interverrà sul tema “Perché le previsioni del tempo sono sempre sbagliate” e Fabio Casetto, che parlerà del tema “Conseguenze degli eventi ‘eccezionalmente normali’”.

Previsioni meteo sbagliate, danno per il turismo. Pietro Casetta è il fondatore dell’iniziativa di incoming turistico “Padova Originale”, ma ad un anno dalla nascita dell’iniziativa si ritrova a dover fare i conti con un aspetto tragicomico: la fuga dei turisti di fronte alle previsioni del tempo… sbagliate! E perché queste sono sempre sbagliate? Casetta se l’è chiesto e ha trovato la risposta nel campo della scienza: non la scienza “normale”, ma quella che non viene divulgata perché scomoda, perché fa traballare le certezze nostre e degli scienziati, perché supera il paradigma (come direbbe il filosofo Thomas Kuhn) sul quale ci siamo adagiati. E guai a dirlo che il tempo non si può prevedere: l’ultimo che ci ha provato, Edward Norton Lorenz, si è giocato il Nobel.

Urbanistica padovana del Novecento. Fabio Casetto si occupa di ambiente, edilizia e strategie sia territoriali sia commerciali. Da sempre sensibile alle politiche ecologico-ambientali, negli ultimi sei anni ha messo a disposizione dei Quartieri 3 e 4 di Padova le sue competenze partecipando, come cittadino esperto nominato, alle Commissioni circoscrizionali Ambiente e Urbanistica. Da quindici anni studia con interesse le vicende legate alle trasformazioni della sua città, specialmente quelle avvenute nel secolo scorso, con particolare focus sui Piani Regolatori ed sul nodo idraulico. Sta realizzando un testo sull’urbanistica padovana del Novecento, per tramandare memorie storiche e curiosità che altrimenti correrebbero il rischio di essere dimenticate.

Fonte: Padova Originale

Presentato il Report “Manutenzione Italia: Consorzi di bonifica in azione per #italiasicura”

Dissesto idrogeologicoL’Anbi (Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni) ha presentato nei giorni scorsi a Roma nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri l’annuale Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico ribattezzato Report “Manutenzione Italia: Consorzi di bonifica in azione per #italiasicura”.

Circa il 10% del Bel Paese ad elevato rischio idrogeologico. Ad aprire i lavori è stato il presidente dell’Anbi, Francesco Vincenzi, che ha tra l’altro detto: “Secondo dati del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, il 9,8% della Penisola è costituito da aree ad elevata criticità idrogeologica: si tratta dell’82% dei comuni, dove si stimano a rischio 6.250 scuole, 550 ospedali, circa 500.000 aziende (agricole comprese), 1.200.000 edifici residenziali e non. Con riferimento alla popolazione si calcolano 6.154.011 abitanti in aree ad elevata criticità idraulica (dati I.S.P.R.A. – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e circa 22 milioni di abitanti su territori a rischio medio. Un recente studio attesta che l’Italia è il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi: sono state censite 499.511 frane (pari a circa il 70% delle frane mappate in Europa). Secondo stime I.S.P.R.A., la popolazione esposta a fenomeni franosi in Italia ammonta a 1.001.174 abitanti. Anche nel 2014 piogge intense e violente hanno colpito il territorio del nostro Paese; i danni sono ingenti ed ammonterebbero, secondo indicazioni provenienti da dichiarazioni ufficiali, ad oltre 4 miliardi di euro.”

Urbanizzazione in pianura, circa il 20%. Vincenzi ha proseguito: “L’ISPRA, in un recente rapporto sull’uso del territorio (fine febbraio 2014), ha di nuovo sottolineato le gravi conseguenze della cementificazione e quindi dell’impermeabilizzazione del suolo, che negli ultimi anni ha più che raddoppiato la propria incidenza per abitante rispetto agli anni ’50: da 178 a 369 metri quadrati. Risultato: il suolo urbanizzato occupa oggi il 7,3% della superficie nazionale (60 anni fa era il 2,9%), ben oltre la media europea, pari al 4,6%. Se consideriamo che si costruisce soprattutto su terreni pianeggianti, facilmente accessibili e che in Italia sono relativamente pochi, la percentuale di urbanizzazione in pianura si avvicina al 20%: in sostanza sono stati sottratti all’assorbimento naturale della pioggia ed all’agricoltura 1,32 milioni di ettari, prevalentemente fra i terreni migliori del punto di vista agricolo; superfluo è sottolineare anche le conseguenze da un punto di vista produttivo ed occupazionale. Si è inoltre verificato un notevole degrado degli ambienti rurali, in particolare nelle zone di collina e di bassa montagna, con frequente abbandono dell’attività agricola e delle connesse sistemazioni idrauliche con conseguente aumento dell’erosione del suolo. A ciò bisogna aggiungere lo spopolamento della montagna, i disboscamenti, l’eccessivo consumo del suolo, la forte presenza dell’uomo sulle coste: sono elementi, che incidono profondamente sulla fragilità del territorio, rendendolo paradossalmente vulnerabile in un caso per la mancata presenza dell’uomo, nell’altro per l’eccessiva pressione su risorse quali acqua e suolo. A tali fattori si è poi unita la variabilità climatica con il conseguente regime di piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo.”

Costi da tre a cinque volte superiori rispetto alla spesa per interventi strutturali preventivi. Il Presidente A.N.B.I. ha poi insistito: “Secondo stime correnti per risarcire e riparare i danni dopo le alluvioni, si è speso da tre a cinque volte più di quanto sarebbe stato necessario per adottare interventi strutturali preventivi e programmabili, quindi maggiormente trasparenti, nelle zone interessate. Fra il 2010 e il 2012 il costo del dissesto idrogeologico è stato stimato in 7,5 miliardi di euro (in media 2,5 miliardi l’anno), mentre nei 65 anni precedenti era stato, in valore attuale, di 54 miliardi di euro (in media 0,83 miliardi l’anno). Il Ministero dell’Ambiente calcolava, nel 2008, che per mettere in sicurezza idrogeologica le zone a maggior rischio del territorio italiano sarebbero stati necessari almeno 40 miliardi di euro in 15 anni. In pratica con le somme spese in risarcimenti e riparazioni dei danni nelle sole località colpite si sarebbe potuta realizzare la difesa dell’intero territorio, abbattendo i costi futuri ed evitando tante vittime. E’ necessario, quindi – ha continuato – un programma di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione, che garantisca un’idonea regolazione idraulica ed assicuri quelle condizioni di conservazione del suolo, indispensabili alla vita civile ed alle attività produttive anche attraverso regole e norme comportamentali. Per tale ragione ad un piano di azioni per la riduzione del rischio idrogeologico deve unirsi un provvedimento legislativo destinato a risolvere il problema del consumo del suolo. Manutenzione ed usi del territorio sono un binomio inscindibile, cui è subordinata in gran parte la sicurezza territoriale del Paese.”

Piano di gestione del rischio alluvioni da pubblicare entro giugno 2015. Vincenzi ha quindi allargato l’orizzonte: “E’ anche necessaria un’importante svolta nella progettazione urbanistica, che garantisca, con precise norme, l’invarianza idraulica negli interventi, che incidono sulle trasformazioni del territorio. In caso contrario l’impermeabilizzazione continuerà a ridurre le capacità di ritenzione idrica del terreno originario con inevitabili gravi danni in occasione delle piogge.” Si è quindi soffermato sulle nuova opportunità derivanti da Bruxelles: “La prevenzione dei rischi è un tema chiave per azioni future anche in materia di politica comunitaria di coesione. In tale ambito rientrano i piani per l’attuazione della Direttiva Europea 2007/60: si tratta dei piani di gestione del rischio alluvioni a livello di distretto idrografico, che gli Stati membri devono provvedere ad ultimare e pubblicare entro il 22 Giugno 2015.”

Interventi disattesi. Oltre all’adozione di norme sull’invarianza idraulica, Anbi chiede la definizione di norme forti sull’invarianza della disponibilità di acqua come condizione di ogni nuovo insediamento abitativo o produttivo. “Il Governo – ha evidenziato Vincenzi – in più occasioni aveva posto in evidenza che sarebbero stati necessari 40 miliardi in 15 anni per realizzare un piano di azioni ed interventi per la sicurezza del territorio. Con la Legge Finanziaria 2010 si sarebbe dovuto iniziare a realizzare tale programma, giacchè tale legge prevedeva che le risorse, assegnate per il risanamento ambientale con delibera C.I.P.E. e pari a 1.000 milioni di euro, fossero destinate a piani straordinari per la sicurezza del territorio, comprendenti gli interventi aventi priorità assoluta ed atti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico.Fu quindi deciso di procedere all’utilizzazione di tali risorse attraverso Accordi di Programma tra Ministero dell’Ambiente e Regioni, che contemplassero il cofinanziamento regionale, definendo la scala di priorità degli interventi. Furono quindi stipulati tali Accordi di Programma con l’individuazione degli specifici interventi e delle relative priorità, prevedendo un impegno complessivo di € 2.097.771.266,00 tra finanziamento statale e cofinanziamento regionale. Per ogni Accordo fu nominato un Commissario con il compito di provvedere alla realizzazione degli interventi previsti. Sia per le mancate disponibilità dei fondi, sia per la complessità delle procedure, risultava speso, a luglio 2014, meno del 4% di quanto previsto!

 Nel 2014, il “decreto competitività”. “Così, la priorità indicata dal Governo – continua Vincenzi -, relativa alle azioni per la riduzione del dissesto idrogeologico, registra una prima concreta azione attuativa nell’istituzione, a giugno 2014 presso la Presidenza del Consiglio, della Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, avente il compito specifico di accelerare l’attuazione degli interventi di messa in sicurezza del territorio, di coordinare le azioni di tutte le strutture dello Stato e gli enti operanti nel settore, di supportare la nuova programmazione delle risorse per il ciclo 2014-2020. Per la stessa finalità il cosiddetto “decreto competitività” del 2014 ha affidato la responsabilità della realizzazione degli interventi ai Presidenti delle Regioni in qualità di Commissari straordinari delegati, attribuendo loro importanti poteri sostitutivi e di deroga. Un successivo decreto legge ha reso ordinaria l’attribuzione, ai Presidenti di Regione, di funzioni per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico avviando contemporaneamente un procedimento di ricognizione sullo stato di attuazione di tutti gli interventi finanziati anche in data antecedente al 2009 per procedere alla revoca delle risorse economiche non ancora utilizzate e destinarle ad interventi altrettanto urgenti, ma immediatamente cantierabili. L’obiettivo è stato quello di trasformare in cantieri oltre 2 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre situazioni di emergenza territoriale (casse di espansione e vasche di laminazione di fiumi e torrenti, argini anti-alluvioni, briglie per la regimentazione delle acque, messa in sicurezza di frane, stabilizzazione di versanti a rischio, etc.). E’ questa la prima volta- ha sottolineato Vincenzi – che l’Italia sul tema del contrasto al rischio idrogeologico fa un salto di qualità ed investe sulla salvaguardia del territorio e sulla prevenzione, anziché concentrarsi sull’intervento in fase di emergenza”.

Aperti 450 cantieri, ma procedure ancora farraginose. Come certificato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricordato Vincenzi – da giugno a dicembre 2014, in tutta Italia, sono stati aperti 450 cantieri per circa 700 milioni di euro in lavori finalizzati alla prevenzione del rischio idrogeologico. Finalmente esiste oggi un database chiaro di ciò che serve all’Italia per ridurre i suoi immensi rischi di frane e alluvioni. Le Regioni, con le Autorità di bacino e la Protezione Civile, hanno per altro indicato la necessità di circa 5200 opere per un fabbisogno di 19 miliardi di euro; i ritardi nelle procedure autorizzative dei progetti sono però notevolissime, per cui molto ancora si deve fare nel semplificare le procedure. Contemporaneamente la Struttura di Missione presso Palazzo Chigi ha raccolto, insieme al Ministero dell`Ambiente, le proposte regionali per 2 piani: il Piano nazionale per la difesa del suolo 2014-2020 (risorse tra i 7 ed i 9 miliardi di euro) ed il Piano stralcio destinato alle aree metropolitane. Per il Piano nazionale, le proposte giunte dalle Regioni ammontano a una spesa di 16.357 milioni, di cui 875 milioni con progettazione esecutiva e 2.029 milioni con progettazione definitiva: ci sono quindi interventi per circa 2,9 miliardi di euro, cantierabili in tempi brevi appena il Piano avrà il via libera.”

La proposta Anbi di investimento sulla montagna. ” Il 20 novembre 2014 – continua Vincenzi nella sua relazione – è stato inoltre presentato a Palazzo Chigi il primo stralcio del piano triennale 2014-2020: oltre un miliardo di euro destinato ad interventi per la sicurezza nelle città ed aree metropolitane. Per quanto concerne l’aspetto finanziario, il Ministro dell’Ambiente pone in evidenza che l’azione del Governo segue 2 linee di intervento: in primo luogo, il recupero di risorse assegnate a partire dal 1998, finalizzate al dissesto idrogeologico e non ancora utilizzate; in secondo luogo, la programmazione di nuove risorse a valere sul ciclo del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020. Il presidente Anbi lancia quindi un’idea: “Vi sono 4 miliardi di euro per l’occupazione sostenibile che i Consorzi di bonifica, fuori dal Patto di Stabilità ed in collaborazione ad esempio con locali cooperative di lavoro, sono disponibili ad investire sulla montagna, la cui fragilità è in continua crescita. Gli enti consortili sono anche pronti ad assumersi la responsabilità di colmare il vuoto istituzionale ed operativo, che l’abolizione di Province e Comunità Montane ha determinato: azioni di area vasta, impensabili per i Comuni, ma da realizzare e condividere con loro. E’ una innovazione di metodo, che si auspica venga concretamente recepita per le positive implicazioni in termini di messa in sicurezza dei territori montani, occupazione e garanzia di reddito nelle aree più difficili. L’adeguamento delle opere di bonifica – ha concluso Vincenzi – è condizione fondamentale per la sicurezza territoriale, indispensabile per qualunque attività economica: se non vi è stabilità del suolo non si realizzano investimenti per infrastrutture ed impianti.”

Prodotti “made in Italy” legati anche all’efficenza della rete di bonifica. Come più volte evidenziato, la produttività della maggior parte dei terreni agricoli, la qualità delle produzioni del “made in Italy”, la loro competitività e quindi il reddito delle imprese agricole dipende dalla efficienza della rete di bonifica, che conferisce sicurezza idraulica anche agli insediamenti civili, alle città e ad altri impianti industriali e commerciali nei comprensori affidati (basti ricordare l’Agro Pontino e vaste zone della Pianura Padana della Lombardia e del Veneto, gli aeroporti di Fiumicino e di Venezia, la ferrovia Roma-Napoli, l’autostrada Firenze-Roma: se non funzionassero le idrovore dei Consorzi tali zone rimarrebbero sommerse dalle acque). L’Anbi, pertanto, ha ritenuto utile procedere ad un ulteriore aggiornamento delle indicazioni già facenti parte di precedenti proposte con l’auspicio che di esse si possa tener conto da parte della Struttura di Missione per la mitigazione del rischio idrogeologico. Nel 2015 gli interventi proposti sono 3.335 per un importo complessivo di 8,4 miliardi di euro. Essi riguardano in prevalenza quelle azioni che non rientrano in azioni ordinarie, cui si fa fronte con i contributi dei privati: si tratta di manutenzioni straordinarie delle opere di bonifica, di sistemazione e regolazione idrauliche, di ripristino di fenomeni di dissesto idrogeologico.

2014,  anno “horribilis” per la sicurezza idrogeologica. All’iniziativa Anbi è intervenuto, fra gli altri, il Ministro dell’Ambiente e del Territorio, Gian Luca Galletti, che ha sottolineato lo sforzo di governance dell’esecutivo in un settore, la salvaguardia idrogeologica, bloccato più da pastoie burocratiche e disattenzioni che da carenza di finanziamenti comunque insufficienti ad una radicale soluzione del problema. In tali meandri normativi sono stati individuati 2 miliardi e 300 milioni di euro, cui se ne aggiungeranno almeno altri 5 dal Fondo di Coesione 2014-2015; l’obbiettivo è prevenire il rischio di frane ed alluvioni. “Il 2014 è stato un anno horribilis per la sicurezza idrogeologica: non solo si sono contate numerose vittime, ma si sono registrati ben 4 miliardi di danni, dato superiore ad una media già pesante.” A dirlo è stato Erasmo D’Angelis, Capo Struttura di Missione contro il Rischio Idrogeologico, cui è stata affidata la conclusione della mattinata di lavoro. Egli ha anche sottolineato la necessità di cambiare l’approccio superficiale, fin qui evidenziato dalla politica e spesso denunciato dalla stessa Anbi: “I Consorzi di bonifica- ha concluso D’Angelis – sono un braccio operativo dello Stato, il cui ruolo è destinato a crescere.”

Fonte: Anbi

10 webcam installate nei punti critici del sistema idrico veneto grazie all’accordo Regione-Bcc

ZAIA BANCHE CREDITO COOPERATIVOUn protocollo di intesa tra la Regione del Veneto e la Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo per contribuire alla prevenzione dalle catastrofi ambientali. E’ quanto è stato siglato ieri tra il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il presidente della Federazione, che riunisce le 32 banche di credito cooperativo presenti sul territorio veneto, Ilario Novella.

10 webcam installate nei punti critici del sistema idrico regionale. Un progetto che ha preso corpo inizialmente come atto di solidarietà concreta per fronteggiare l’emergenza per la grande alluvione in Veneto del 2010 e che nel tempo si è trasformato in volontà precisa di contribuire ad un piano di monitoraggio costante delle criticità e delle situazioni a rischio per i corsi d’acqua. In un processo di salvaguardia e di prevenzione messo a punto dalla Protezione civile del Veneto, il Credito Cooperativo ha aderito con slancio per inaugurare un piano di intervento innovativo. Le prime dieci postazioni fisse di una rete di webcam sofisticate da installare nei punti chiave del nostro sistema idrico regionale sono quindi donate dal Credito Cooperativo alla Regione, nell’ottica di vicinanza alle proprie comunità locali e in particolare a quelle più colpite negli ultimi tempi da calamità naturali e ancora a rischio per il futuro.

Strumento di prevenzione. “La Banche di Credito Cooperativo del Veneto – ha sottolineato Zaia – con questa preziosa iniziativa confermano la loro fondamentale vocazione di Banche del territorio e per questo meritano la nostra gratitudine. Un progetto di monitoraggio come questo costituisce di fatto uno straordinario strumento di prevenzione che, permettendoci di conoscere minuto per minuto le condizioni dei corsi d’acqua, renderà possibile ridurre al minimo i tempi d’intervento quando dovesse scattare l’allarme. Le BCC si affiancano così al sempre difficile lavoro della Protezione Civile, sia sul piano previsionale che su quello degli interventi, entrando a pieno titolo nella squadra che lavora h24 per proteggere il Veneto e i Veneti dagli eventi catastrofici”.

Impegno sociale. “La raccolta fondi avviata dal nostro movimento – spiega il presidente della Federazione Veneta delle BCC Ilario Novella– ci ha consentito in più momenti e su più livelli di essere vicini alla popolazione colpita con iniziative locali e provinciali. Le nostre BCC operative nella provincia di Padova hanno contribuito con i primi 55 mila euro donati alla Protezione civile per far fronte alle emergenze e alle ingenti spese urgenti. Oltre 100 mila euro sono stati raccolti anche dalle BCC/CRA Vicentine e donati alla Curia di Vicenza per rimettere in funzione la Casa dello studente, pesantemente colpita dall’alluvione. La nostra solidarietà al Soccorso alpino e ad altre Istituzioni nei momenti più critici non ci ha fatto però perdere di vista la necessità di politiche di lungo respiro, che oggi abbiamo la possibilità di mettere in atto attraverso la proposta interessante della Regione del Veneto. Ecco che l’opportunità di contribuire a questo progetto utile, meritevole e incisivo e che più di altri aveva bisogno di finanziamenti per poter partire- ha ribadito Novella- ci è parsa la migliore soluzione per completare il nostro impegno”.

Il contributo di 91 mila euro, frutto della raccolta di donazioni da amministratori, dipendenti, soci e clienti del Credito Cooperativo e attraverso la rete delle 640 filiali presenti in Veneto, servirà quindi per l’acquisto, la posa, il funzionamento e la manutenzione per un anno delle prime 10 telecamere, da posizionare nei luoghi strategici individuati dagli Enti competenti nel territorio regionale. Il sistema funzionerà anche di notte e garantirà un monitoraggio costante dei fiumi e dei corsi d’acqua a rischio alluvione 24 ore su 24.

Fonte: Regione Veneto

Piano di interventi per potenziare depuratori. Conte: firmato decreto di assegnazione dei fondi statali

AmbienteE’ stato trasmesso dal Ministero dell’ambiente alla Regione Veneto il decreto che approva il Piano straordinario di tutela e gestione della risorse idrica finalizzato prioritariamente a potenziare la capacità di depurazione dei reflui urbani. Lo rende noto l’assessore regionale alle Politiche Ambientali Maurizio Conte sottolineando che il decreto assegna al Veneto 8,7 milioni del fondo istituito a questo scopo.

Circa 9 milioni di euro in 3 anni per il Veneto. “Per la realizzazione di questo piano straordinario – spiega Conte – la normativa ha istituito un apposito fondo con una dotazione di 10 milioni di euro per l’esercizio 2014, 30 milioni di euro per l’esercizio 2015 e di 50 milioni di euro per l’esercizio 2016, finalizzato prioritariamente a potenziare la capacità di depurazione dei reflui urbani. La Conferenza Unificata, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella seduta del 15 maggio scorso ha espresso parere favorevole in merito al riparto del fondo, che prevede per la Regione del Veneto una dotazione complessiva di 8.776.958 euro, ripartiti in 958.672 euro per l’anno 2014, 2.931.857 euro per l’anno 2015 e 4.886.428 euro per l’anno 2016”.

Precedenza ad interventi in mora UE. Nell’individuazione degli interventi, il Ministero dell’ambiente ha chiesto a tutte le Regioni di dare priorità a quelli utili a risolvere procedure di contenzioso e pre-contenzioso comunitario avviate nei confronti dell’Italia per la mancata conformità dei sistemi di raccolta e depurazione delle acque reflue urbane alle disposizioni europee (direttiva n. 91/271/CEE del 21 maggio 1991). “Abbiamo quindi individuato gli interventi – conclude Conte – cercando di dare risposta a questa richiesta. Inoltre, integreremo le risorse assegnate con ulteriori somme che erano nella disponibilità della Regione per un importo di 2,7 milioni”.

Gli interventi individuati saranno ora oggetto di un Accordo di programma con il Ministero dell’Ambiente. I depuratori da realizzare, adeguare o potenziare sono quelli di Thiene (VI), Falcade (BL), Arquà Polesine (RO), Crocetta del Montello (TV), Erbè-Sorgà (VR), Chiarano (TV), Longarone (BL), il sistema fognario dell’Altopiano di Asiago (VI) e delle aree produttive di Fossalta di Portogruaro (VE), la condotta di collegamento all’impianto di Campomolino e reti fognarie di Gaiarine (TV).

Fonte: Regione Veneto

Educazione ambientale a scuola dal 2016

didatticaGiovedì 15 gennaio 2015 “Il Corriere della Sera” ha dato la bella notizia che dal 2016 l’educazione ambientale diventerà materia obbligatoria dalle scuole materne fino alla maturità. Così, la tutela dell’acqua, dei mari, della flora e della fauna, l’alimentazione sostenibile, la gestione dei rifiuti, i Servizi Ecosistemici, la green economy, la tutela della biodiversità, le città sostenibili, il dissesto del territorio, saranno parte delle materie scolastiche.

Opportunità e non limiti. Se qualcosa, ed in certi casi anche molto, è stato già fatto da insegnanti sensibili e preparati, dovrebbe esserci ora la possibilità di dare continuità e profondità ad argomenti per niente banali e semplici, con la speranza che venga superata la vecchia mentalità che vorrebbe gli aspetti ambientali solamente come limiti per lo sviluppo anziché delle opportunità di grande interesse. Il termine inglese utilizzato al proposito è particolarmente emblematico: con “suitability” si intende, infatti, l’opportunità come convenienza. E da fare c’è molto, basti pensare, ad esempio,  ai “Servizi Ecosistemici” (SE), che si suddividono in quattro macro categorie: 1) di supporto alla vita (Supporting): formazione del suolo, ciclo dei nutrienti, rifugio; 2) di Regolazione (Regulating): dei gas, del clima, delle acque, dell’erosione, dell’impollinazione; 3) di Approvvigionamento (Provisioning): cibo, materie prime, variabilità della vita; 4) Culturali (Cultural): ispirazione per arti, valori educativi, spirituali e di identità, valori estetici e ricreativi. Sono i “Benefici” che non vediamo (mentre vediamo bene i Costi). E una corretta analisi per prendere decisioni politiche strategiche deve ovviamente tener conto dei Costi, ma anche dei Benefici.

Verde pubblico e privato, benefici superiori ai costi. I “SE” sono i Servizi, sottovalutati e dati troppo spesso per scontati, che vengono prodotti anche, per esempio, dalla “Foresta Urbana” ovvero dal Verde Pubblico e Privato. Sono i Benefici dovuti alla mitigazione meso e microclimatica che permette un miglior comfort in città e di risparmiare energia in rinfrescamento, il trattenimento degli inquinanti atmosferici come le polveri sottili, il “sequestro” della CO2, l’infiltrazione dell’acqua piovana nelle falde profonde attraverso le radici riducendo il grave problema del deflusso superficiale, aggravato dall’impermeabilizzazione dei suoli, e poi la mitigazione dai rumori, la produzione di ossigeno, la fitodepurazione, ecc. In America è stato quantificato che i “SE” prodotti dagli alberi procurano benefici economici ben maggiori rispetto ai costi sostenuti per mantenerli ($ 110 contro $30). E i SE non sono necessari ma indispensabili sia per la nostra sopravvivenza che per il nostro benessere. Come sempre, e per tutti, non si è mai finito di imparare; e una vita intera non è sufficiente per potesi sentire appagati.

Zaia contro le trivellazioni in Alto Adriatico: “Irrilevanti i benefici economici e sociali, elevati i pericoli ambientali”. Impugnata dal Veneto anche la norma sugli inceneritori.

ipaadriatico_2La Regione del Veneto ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale, entro i termini previsti, alcune disposizioni del Decreto Legge 12 settembre 2014, n. 133, il cosiddetto “Sblocca Italia”, in particolare le norme che legittimano le trivellazioni in Alto Adriatico. Il ricorso è stato notificato anche al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Irrilevanti benefici economici e sociali, elevati pericoli ambientali. Ad annunciarlo è il presidente del Veneto, Luca Zaia, il quale sottolinea come “queste disposizioni nazionali, calpestando tutte le competenze regionali in materia di governo del territorio, turismo, protezione civile, salute, produrranno irrilevanti benefici economici e sociali ed elevati pericoli ambientali per il territorio italiano, già caratterizzato da rilevanti rischi geologici e ambientali. “Si favorisce così una nuova e irragionevole colonizzazione del territorio e del mare italiano da parte dell’industria petrolifera – aggiunge Zaia – mettendo a rischio aree di pregio naturalistico e paesaggistico e fiorenti attività economiche legate al turismo e alla pesca, con lo scopo di estrarre idrocarburi di dubbia qualità che agli attuali tassi di consumo, valutate le riserve certe a terra e a mare censite dal Ministero dello Sviluppo Economico, potrebbero coprire il fabbisogno nazionale per un periodo non superiore ad un anno”.

Rischio subsidenza. Cancellando i divieti normativi attualmente in vigore in queste zone, con il decreto si legittimano soprattutto le trivellazioni nella fascia dell’Adriatico davanti al Veneto e a Venezia. “E questo – sottolinea Zaia – senza che sia mai stata accertata l’assenza di rischio di subsidenza delle coste. Anzi è accertato il contrario: la Regione del Veneto ha stanziato risorse per fronteggiare il fenomeno dell’abbassamento dei terreni in Polesine. Legittimare le trivellazioni nell’Adriatico in zone sensibili come Venezia è pura follia!”.

Inceneritori, altra norma impugnata dal Veneto. “Queste norme dello Sblocca Italia – conclude Zaia – violano non solo tutte le competenze della Regione ma non porteranno un centesimo ai veneti, perché le risorse andranno tutte solo e unicamente “a vantaggio dello Stato”. Sono disattesi anche principi comunitari, come quello di precauzione, attraverso la legittimazione di attività economiche in assenza di una certezza scientifica e di prove sufficienti a dimostrare che non c’è un nesso causale tra l’esercizio delle attività e gli effetti nocivi sull’ambiente e sul territorio. Altra norma assurda è quella sugli inceneritori, anch’essa impugnata dal Veneto. Spoglia le Regioni di tutte le competenze urbanistiche e ambientali e, irragionevolmente, favorisce gli inceneritori a discapito del riciclo e della riduzione della produzione di rifiuti, come richiesto dalle direttive comunitarie”. Il ricorso è stato proposto incaricando il prof. avv. Luca Antonini, ordinario di diritto costituzionale dell’Università di Padova.

Fonte: Regione Veneto

L’Università della Montagna lancia il Master di I livello in Valorizzazione e Tutela delle filiere agroalimentari della montagna

montagna_003L’Università della Montagna (Università di Milano), proporrà da marzo 2015 un Master di I livello in Valorizzazione e Tutela delle filiere agroalimentari della montagna.
Generare impatto e valore. Alla base della proposta di studio, sta la consapevolezza che i prodotti di filiera corta possono innescare un ciclo virtuoso in quanto rappresentano la tradizione locale di ogni luogo, quindi, conseguentemente la cultura di un popolo, di un paese e la sua storia. La ricerca delle origini delle proprie radici, di semplicità e identità creano un ritorno interessante per i territori e le persone, i Farmer Market, i GAS, le aziende locali, gli agriturismi agricoli e i mercati. Valorizzare e tutelare le filiere agroalimentari italiane significa considerare tutti i territori in cui queste possono generare impatto e valore, ovvero, per il nostro paese, 50% di aree pianeggianti o collinari e 50% di aree montane.
Cosa tratterà. Il corso di studio è un’operazione ad alto impatto formativo e occupazionale, che si rivolge principalmente ai giovani e mira a restituire valore alle aree di montagna, creando opportunità legate agli interessi e alle passioni delle persone di oggi. L’insegnamento di tipo teorico e applicato spazierà dalle innovazioni tecnologiche nei processi produttivi tradizionali alla tracciabilità, dalla legislazione alimentare all’analisi sensoriale dei prodotti, dall’impatto ambientale legato ai prodotti di origine animale (impronta ecologica) alla caratterizzazione merceologica e nutrizionale dei prodotti.Alla formazione di tipo tecnico-scientifico, sarà affiancata l’esperienza e l’insegnamento di tipo economico-gestionale. L’organizzazione di filiera ed il fund-raising, la gestione e l’organizzazione aziendale, il food management, le logiche di marketing territoriale e comunicazione legate al mondo agro-alimentare saranno materie approfondite grazie al contributo di esperti e alla presentazione da parte degli imprenditori dei propri casi di successo. Il Master prevede una serie di eventi speciali di livello internazionale a cui voci come quelle di Oscar Farinetti (EATALY), Rosalaura Romeo (FAO), Auxtin Ortiz Etxeberria (World Rural Forum) racconteranno esperienze con cui sarà possibile confrontarsi in modo diretto.
Durata e frequenza. Il Master ha una durata di 12 mesi (marzo 2015 -> marzo 2016), permette il conseguimento di 60 CFU ed il riconoscimento di crediti formativi anche per dottori agronomi e forestali. Il Master sarà disponibile in presenza presso la sede di Edolo (BS) o in modalità blended learning per chiunque voglia prendervi parte a distanza. Le lezioni si terranno il venerdì ed il sabato (8h / g) con cadenza bisettimanale.
È previsto uno stage di 250 ore in azienda, per coloro che non avessero un’occupazione lavorativa. Iscrizione. La data ultima per le iscrizioni: 2 febbraio 2015. La quota di iscrizione è di 2600 €. Sono a disposizione n.3 borse di studio a copertura totale della quota per gli studenti più meritevoli.Per maggiori informazioni ed iscrizione: www.unimontagna.it Mail: corso.edolo@unimi.it
Riferimento accademico. Il Master è progettato e proposto nell’ambito dell’Accordo di Programma tra il MIUR e l’Università degli Studi di Milano (siglato in data 28/07/2011) ed è un percorso di post-laurea che conferisce un titolo accademico. Il Master è realizzato in collaborazione con Fondazione Edoardo Garrone. Coordinatore: Ivano De Noni. L’Università della Montagna rende noto che il 64% degli studenti laureati presso l’Ateneo è oggi occupato a tempo indeterminato o gestisce con soddisfazione una sua azienda nell’ambito dei propri studi ed interessi legati all’ambiente alpino.
Fonte: Università della Montagna

Argini e vegetazione (da abbattere o tutelare?): anche in tempi di esondazioni, la giusta via sta nel mezzo

alberi fiume(di Alessandro Bedin) Lo scorso 6 gennaio “Il Giornale di Vicenza” ha pubblicato un articolo polemico sugli alberi tagliati per evitare esondazioni del Chiampo (“Abbattuto un parco  di pioppi, ciliegi e aceri di 40 anni. I Comuni: «Motivi di sicurezza»”). L’articolo lamentava, per l’appunto, un eccessivo abbattimento di alberi, da un lato, e la sua giustificazione, dall’altro, in quanto operazione indispensabile per garantire il deflusso idraulico delle acque piovane a tutela delle zone residenziali e produttive della zona. Riguardando un argomento trattabile a livello generale è forse utile stimolare una più approfondita riflessione.

Le problematiche. Bisogna assolutamente convenire che il mantenimento della pulizia degli alvei e degli argini di fiumi, capofossi e fossi è indispensabile per garantire un corretto deflusso della rete scolante e come, questo, in passato, fosse un’attività molto considerata ed attuata. Da tutti: sia dal pubblico che dai privati. Tale attività, però, è andata gradualmente a ridursi o a estinguersi con una tendenza inversamente proporzionale alla impermeabilizzazione del suolo che si è avuto negli ultimi decenni. Un altro dato di fatto è che gli alberi (spesso nati) sugli argini dei fiumi con la loro crescita e l’effetto vela delle chiome sono causa della destabilizzazione degli argini.

Il risvolto positivo. C’è da considerare, però, gli altri effetti benefici dovuti alla vegetazione riparia, come quella degli arbusti con radici fascicolari, che aiutano a mantenere (invece) la stabilità degli argini stessi; che la presenza di un’adeguata fascia arboreo arbustiva lungo i corsi d’acqua apporta una serie di benefici ambientali (disinquinamento delle acque, riduzione della temperatura dell’acqua…), fondamentali anche in funzione del deflusso idrico.  Questo, infatti, non è garantito da una assenza totale di vegetazione con aumento della scabrezza e quindi  velocizzando l’acqua verso valle.

Abbattere o tutelare? I fiumi, i capifossi e i fossi, non sono (e non debbono essere considerati) dei condotti fognari per portare (spesso spostare) i problemi più a valle. Approfonditi studi scientifici hanno convalidato che un assetto più naturalistico dei corsi d’acqua, con le giuste attenzioni per le criticità e le manutenzioni da compiere, è da perseguire. Forse, come sempre, si tratta di non avere posizioni estreme né da una parte né da un’altra. O è tutto bianco o è tutto nero: o si debbono abbattere tutti gli alberi o bisogna tutelarli in assoluto.

Pagliuzze e travi. Forse sono più corrette le sfumature di grigio che ci indicano (come anche espresso dalle linee guida dettate dalla Regione Veneto con D.G..R.V. n. 3357 del 10/11/2009 e successivo Manuale tecnico realizzato da Veneto Agricoltura) che è necessario operare con scienza e conoscenza, moderazione e rispetto. Difficile sostenere, in assoluto, che il problema del deflusso delle acque è dovuto alla vegetazione presente negli argini (la pagliuzza) dimenticandoci che l’impermeabilizzazione del suolo (la trave) è un aspetto sicuramente di maggior impatto e che quest’ultimo è invece mitigato dall’effetto degli apparati radicali degli alberi che aiutano ad infiltrare nelle falde profonde le acque meteoriche.

Buon senso e conoscenza della problematica. Bisogna poi considerare che la moderna selvicoltura urbana non riguarda la tutela assoluta e indiscriminata degli alberi ma è una complessa attività (volta a farci vivere meglio) che riguarda anche il rinnovo della popolazione arborea considerando, quindi, anche interventi di abbattimento necessari. Con scienza, conoscenza, moderazione e rispetto. C’è infine da considerare che un corretto assetto della vegetazione riparia può apportare anche benefici economici in relazione alle green ways lungo la rete scolante grazie anche all’uso dei cosiddetti “Contratti di Fiume”, come, ad esempio, il Contratto di Fiume Basso Piave.

Acque marine. Veneto partecipa a programmi di monitoraggio Ministero Ambiente

Mose - Malamocco verso il mareLa Regione del Veneto ha sottoscritto l’accordo con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per partecipare ai programmi di monitoraggio per la valutazione continua dello stato ambientale delle acque marine in attuazione della direttiva europea “Strategia Marina”.

Individuate tre sottoregioni marine. “Questa direttiva (56/CE del 2008) del Parlamento Europeo e del Consiglio – sottolinea l’assessore regionale all’ambiente Maurizio Conte, che ha firmato l’accordo – ha istituito un quadro per l’azione comunitaria nel campo della politica per l’ambiente marino. A livello nazionale, un decreto legislativo del 2010 (n. 190) l’ha recepita, individuando le azioni strategiche in materia di gestione e tutela dell’ambiente marino, da realizzare nell’ambito della regione del Mar Mediterraneo e delle relative sottoregioni con il coordinamento del Ministero dell’ambiente e la collaborazione delle Regioni costiere”. Per una più efficace e rappresentativa attività di monitoraggio, l’articolazione operativa prevede la suddivisione in tre sottoregioni marine: 1) Mar Adriatico, comprendente le Regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia; 2) Mare Ionio – Mediterraneo Centrale, comprendente le Regioni: Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia; 3) Mediterraneo Occidentale, comprendente le Regioni Liguria, Toscana, Sardegna, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Il monitoraggio. In sede tecnica è stata condivisa l’opportunità di individuare un’ARPA capofila per sottoregione che garantirà il coordinamento delle complessive attività di monitoraggio e l’utilizzo delle risorse finanziarie trasferite dal Ministero per la realizzazione di queste attività che saranno di norma effettuate in ambito marino costiero entro le 12 miglia nautiche. Orientativamente il monitoraggio riguarderà più tipologie, tra cui: variabili chimico-fisiche e concentrazione di contaminanti nella colonna d’acqua, fito e zooplancton, microplastiche, rifiuti spiaggiati, habitat e biocenosi dei fondali, concentrazione dei contaminanti nei sedimenti e biota, specie invasive.

Fonte: Regione Veneto

Expo: sarà “Irriframe” il fiore all’occhiello dei Consorzi di bonifica italiani

bonifica2“Saremo presenti all’EXPO 2015 con il nostro modello di gestione del territorio, imitato nel mondo. I Consorzi di bonifica non solo sono un virtuoso esempio di federalismo applicato e di autogoverno del territorio, ma sono fucina di ricerca applicata, frutto di un’esperienza verificata ogni giorno. E’ nato così Irriframe, sistema irriguo esperto, evoluzione di una precedente, positiva esperienza attiva in Emilia-Romagna. Irriframe sarà l’eccellenza che ci rappresenterà all’Esposizione Universale: grazie alla combinazione di più parametri (condizioni climatiche, umidità del terreno, tipo di coltivazione e relativa fase fenologica, disponibilità idrica, ecc.) è in grado di fornire il miglior consiglio irriguo all’agricoltore, permettendo un risparmio medio del 25% nell’uso dell’acqua in agricoltura, una pratica indispensabile da cui dipende l’84% del rinomato “made in Italy” agroalimentare.” Ad annunciarlo nei giorni scorsi, è stato Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (A.N.B.I.), presentando a Milano, nella sede del Consorzio di bonifica Est Ticino Villoresi, i locali che fungeranno da base operativa per il Comitato Esecutivo, appositamente costituito.

Acqua, preziosa e indispensabile risorsa. Nell’incontro, è stato anche annunciato che sarà Padiglione Italia ad ospitare la prossima Conferenza Organizzativa A.N.B.I., annuale momento di confronto, cui partecipano i rappresentanti dei circa 150 Consorzi di bonifica e di irrigazione, operanti in Italia. Introducendo la riunione, il presidente di URBIM, l’Unione Regionale dei Consorzi della Lombardia, Alessandro Folli, ha sottolineato come l’acqua sia un bene essenziale non solo per la vita stessa dell’uomo, ma anche per produrre cibo, offrire svago, creare ambienti e paesaggi gradevoli. Per questo “nutrire il pianeta“, l’obbiettivo cioè di EXPO, non può prescindere dalla risorsa acqua, che, sapientemente governata dai Consorzi di bonifica e di irrigazione, può assicurare una maggior produzione e una migliore qualità di beni alimentari. “Ma l’acqua – ha continuato Folli – è anche portatrice continua di disordine idraulico, con esondazioni dei fiumi, frane e disastri. Da qui la duplice azione dell’uomo per irrigare i terreni carenti d’acqua e salvaguardare il territorio da inondazioni e impaludamenti, tanto più necessaria ora che eventi estremi causati dai cambiamenti climatici (piogge eccessive alternate a periodi di siccità) rendono più fragile il territorio, più a rischio l’ambiente, più difficile l’agricoltura”.

Multifunzionalità dei Consorzi di bonifica. Il presidente Vincenzi ha sottolineato come, proprio per svolgere questa duplice funzione, siano operanti su oltre la metà del territorio nazionale 127 Consorzi di bonifica e di irrigazione, enti pubblici che, sotto il controllo dello Stato e delle Regioni, si autogovernano e provvedono, anche con finanziamenti dei propri associati, alla salvaguardia idraulica del territorio; all’irrigazione delle campagne con un aumento fino a cinque volte della produttività agricola; alla produzione di energia pulita; alla creazione di luoghi di svago e di ricreazione per gli abitanti e di oasi naturalistiche per la conservazione di molte specie animali e vegetali. “Una presenza e un ruolo, cioè, che contribuiscono in modo essenziale allo sviluppo sostenibile del nostro Paese”.

I progetti per l’Expo. “ANBI presenterà ad EXPO 2015 tre progetti specifici”, spiega il direttore dell’Associazione Massimo Gargano: 1) Irriframe, per il risparmio e una maggior efficienza nell’utilizzo dell’acqua irrigua, con minori costi per l’agricoltore. 2) Le situazioni e le criticità per la difesa del suolo. 3) La presentazione del progetto La civiltà dell’acqua per inserire i siti della bonifica nel patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Fonte: Unione Veneta Bonifiche