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In crisi il settore della pesca nel Veneto

Il comparto è prossimo ad un punto di non ritorno e i rappresentanti dei Cogevo (Consorzi per la Gestione e la Tutela della Pesca dei Molluschi Bivalvi) di Venezia e Chioggia chiedono il “riconoscimento dello stato di crisi del settore”.

E’ dal 2008 che il comparto risente delle gravi morie verificatesi sui fondali costieri veneti. La produzione del Cogevo di Chioggia, in particolare, è diminuita da 1.873 alle attuali 494 tonnellate, nonostante il fermo pesca e la diminuzione volontaria delle ore di attività per favorire il ripopolamento. Il quantitativo attuale non è ritenuto sufficiente a produrre un reddito, compromesso anche dagli elevati costi che gravano sulle attività di pesca, a partire dal gasolio. Viene pertanto ribadita la necessità del coinvolgimento del comparto produttivo già nelle fasi preliminari di ogni attività che abbia impatti sui fondali o sull’ambiente marini, rendendo obbligatorio, per chi esegue eventuali lavori di escavo, di provvedere alla riqualificazione e al ripristino.

Prossima l’approvazione di 3 bandi a favore della pesca e dell’acquacoltura. Regione Veneto e Associazioni di Categoria convengono di avviare una procedura, da coordinare con il Ministero, che permetta di finanziare la demolizione di una ventina di imbarcazioni già adibite alla piccola pesca, impiegate per lo strascico entro le tre miglia, la cui posizione in graduatoria non ne permette attualmente il finanziamento, orientato soprattutto alle imbarcazioni maggiori. Si ricorda, infine, che nell’ambito della programmazione 2007-2013 cofinanziata dal FEP, la Giunta regionale approverà a breve tre bandi a sostegno della pesca professionale e dell’acquacoltura: Misura 2.1 Acquacoltura, per circa 2,5 milioni; Misura 2.3 Trasformazione e Commercializzazione, per circa 2 milioni; Misura 3.3 Portualità per circa 1,5 milioni.

(fonte Veneto Agricoltura Europa)

Prime valutazioni 2010 settore agroalimentare veneto: molte luci e qualche ombra

Vigneto a Conegliano (TV)

La parola d’ordine è garantire l’occupazione, la produttività e il reddito delle imprese agricole, passando per la sburocratizzazione amministrativa del settore. Lo ha detto ieri, mercoledì 19 gennaio, a Legnaro (Pd) Franco Manzato, Assessore regionale all’Agricoltura, introducendo le “Prime valutazioni 2010 sull’andamento del settore agroalimentare veneto”, rapporto elaborato come ogni anno da Veneto Agricoltura.

Agricoltura veneta in ripresa. Manzato ha anche sottolineato che, nonostante le difficoltà di bilancio, l’attenzione della Regione Veneto per il settore primario non verrà meno e i dati 2010 che ne evidenziano una leggera ripresa sono di grande conforto per il lavoro che si sta facendo. Anche Paolo Pizzolato, Amministratore Unico di Veneto Agricoltura, ha evidenziato che i dati 2010 relativi il settore primario fanno ben sperare. L’agricoltura veneta si incardina infatti in un sistema economico generale che posiziona la nostra Regione tra le locomotive del treno-Italia.

I dati presentati da Veneto Agricoltura. Rispetto ai risultati negativi del 2009 (contrazione del fatturato pari al –8,4%), l’agricoltura veneta ha registrato nel 2010 un significativo recupero del valore della produzione che ha raggiunto i 4,8 miliardi di euro (+7%) per effetto della ripresa dei mercati. Nei dettagli, invece, va sottolineato che nella nostra regione il 2010 ha registrato una fisiologica diminuzione del numero di imprese attive (77.500 unità –2,6% sul 2009). Invece, è continuato a crescere il numero di imprese del comparto alimentare salite a oltre 7.600 aziende (+2% rispetto al 2009) mentre contemporaneamente è calato del 12% il deficit della bilancia commerciale dei prodotti agroalimentari. Questo risultato scaturisce da un aumento delle esportazioni (+12%) che risulta essere più che proporzionale rispetto a quello delle importazioni (+7%). Il saldo negativo è pertanto sceso a circa 635 milioni di euro (nello stesso periodo del 2009 era di circa 720 milioni).

Esaminando i singoli comparti, bene il vino che per l’annata 2010 ha confermato il Veneto regione leader nazionale con una produzione di 1,1 milioni di tonnellate di uva (+ 2%) per 8,2 milioni di ettolitri di vino. I prezzi delle uve sono tornati a crescere con un aumento medio del 14% ma con punte del 30-40%. Non si può dire altrettanto per il latte, per il cui comparto la campagna 2010/11 è iniziata con 4.278 allevamenti, 135 in meno rispetto alla precedente campagna, mentre la quota totale di produzione assegnata di 11,62 milioni di quintali è in diminuzione di circa 5.600 quintali (- 2%) sull’anno precedente. Il Veneto mantiene comunque il suo peso a livello nazionale intorno al 10,4% e Vicenza rimane l’area a più alta produzione di latte della regione registrando il 31% del totale delle aziende. Il prezzo del latte crudo si è mantenuto basso per i primi sei mesi mentre ha recuperato da giugno in poi.

Carne bovina: la produzione veneta è stimata attorno alle 210.000 tonnellate, in linea con quella dell’anno precedente, ma con quotazioni in calo, aggravate dall’aumento dei costi di produzione nel secondo semestre, dovuti specialmente alle spese di alimentazione degli animali. Come se non bastasse, il quadro si incupisce in quanto le stime sui consumi nazionali stanno fornendo segnali fortemente negativi. Infatti, i dati ISMEA sui consumi delle famiglie stimano, per il 2010, una contrazione del consumo di carne bovina intorno al -3,5% (5% per il bovino adulto, categoria importante in Veneto). Infine, l’importazione di carne dall’estero, in particolare quella fresca o refrigerata, è aumentata nei primi sei mesi del 2010 del 5%.

Polli, suini e prodotti ittici. Diverso il discorso per il comparto avicolo che dovrebbe far segnare la miglior performance degli ultimi anni con un aumento della produzione di carne di circa il 5%, pari a circa 1,2 milioni di tonnellate di prodotto a peso morto). Stagnazione invece per il comparto suinicolo, in generale crisi. La produzione di carne suina è stimata in circa 140.000 tonnellate, analoga a quella del 2009. Anche la pesca non va bene: i dati relativi ai primi cinque mesi del 2010 indicano una produzione in significativo calo (-17% in quantità e -22% in valore).

Migliori notizie dalle colture erbacee che hanno registrato nel 2010 una produzione simile a quella dell’anno precedente ma con prezzi in notevole aumento, soprattutto per i cereali. Il mais si conferma la coltura più estesa in Veneto con una superficie di circa 275.000 ettari (-1% sul 2009) e una produzione di oltre 2,2 milioni di tonnellate (-2%). Il prezzo medio annuo si è attestato sui 168,8 euro/t, in crescita del 40% rispetto all’anno precedente. In diminuzione, ben più netta però rispetto al mais, anche la superficie coltivata a frumento tenero (92.000 ettari, -8%), sostenuta però da un buon aumento della resa di oltre il 5%. Ciò ha permesso di contenere il calo produttivo al 3% per una produzione complessiva di 545.000 tonellate. Il prezzo medio annuo, pari a 182 euro/t, è risultato in aumento del 15% rispetto alla quotazione media del 2009.

Annata positiva anche per le colture industriali, barbabietola da zucchero a parte. Aumenta considerevolmente la produzione di soia (272.000 tonnellate, +22% rispetto all’anno precedente). Positiva poi l’annata del tabacco con una crescita sia degli investimenti (8.500 ha, +12%) che della resa (+12%) e una produzione finale stimata in circa 32.700 tonnellate (+25%).

Calano infine le superfici investite a orticole scese a 32.600 ettari (-1%). La risalita delle quotazioni ha comunque consentito al comparto di aumentare il valore della produzione di circa il 10%. Specificatamente alla produzione di radicchio, va sottolineato che nel 2010 gli ettari coltivati sono rimasti invariati rispetto all’anno precedente (8.400 ha) segnando un incremento in provincia di Venezia (1.900 ha, +17) a cui si contrappone una riduzione di superfici coltivate in provincia di Padova (2000 ha, -14%). Il miglioramento della resa ha consentito di ottenere una produzione complessiva di radicchio di circa 119.500 tonnellate di prodotto (+11% rispetto al 2009). Resta simile a quella del 2009 la produzione del comparto frutticolo, che comunque registra per alcune colture delle buone performance con notevoli aumenti delle quotazioni: pesche e nettarine (+48%), ciliegie (+14%), actinidia (11%). Nel 2010 si è interrotto invece il trend di crescita della superficie destinata al florovivaismo (3.200 ha, -1% rispetto al 2009). La provincia di Padova ha confermato la sua leadership concentrando il 33% degli ettari (1.050) coltivati a livello regionale. Complessivamente nel Veneto si sono prodotte 1,48 miliardi di piante (+7%).

(fonte Veneto Agricoltura)

Pesca crostacei: -75 per cento in Alto Adriatico la bilancia commerciale. Molti gamberi da Ecuador e Spagna.

La raccolta di crostacei nell’Alto Adriatico (Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia) è stata nel 2009 pari a 4164 tonnellate. Di questo, facendo riferimento alle sole regioni italiane, 1263 tonnellate di pescato sono state esportate. L’importazione complessiva di crostacei nelle regioni italiane dell’Alto Adriatico, sempre nel 2009, ha invece raggiunto quota 29592,5 tonnellate.

Molti gamberi da Ecuador e Spagna. Questo significa che se da un lato entro i confini nazionali viene consumata buona parte della raccolta di crostacei (65%) praticata in Alto Adriatico, è altrettanto vero che il solo Ecuador destina ai nostri territori 9000 tonnellate (su 29592,5 totale import) circa di crostacei (3000 la Spagna, 2500 la Danimarca e 2000 circa il Regno Unito e l’Argentina). I dati, a cura dall’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di Veneto Agricoltura, con sede a Chioggia (VE), sono stati elaborati su fonti statistiche Istat (Italia), Crostat (Croazia), Slostat (Slovenia) e Irepa (Istituto di Ricerche Economiche per la Pesca e l’Acquacoltura).

A farla da padrone sulla raccolta nostrana nel 2009 l’Emilia Romagna che da sola raccoglie il 56,2% dell’intera area (2341 t). A ruota il Veneto col 23,9% (993 t), la Croazia col 12,7% (529 t), il Friuli col 7,1% (296 t) e da ultima la Slovenia che col suo 0,1% (4 t) assomma un dato complessivamente poco rilevante. Entrando nel dettaglio i crostacei maggiormente catturati in Emilia Romagna sono le pannocchie (9861 quintali, 84,6% dell’intero comparto) seguite da mazzancolle e gamberi (1887 q insieme). Irrisorie le quote di scampi, aragoste e astici pescati. In termini di ricavi i valori di vendite registrati nel 2009 si sono attestati sui 17,4 milioni di euro circa.

Anche per il Veneto le pannocchie rappresentano la specie regina con una produzione di circa 6400 quintali (64,4% dell’intero settore) per ricavi realizzati pari a 9 milioni di euro. In Friuli Venezia Giulia le pannocchie assommano l’86,6% del totale delle catture (2564 quintali) per un ricavato pari a poco meno di due milioni di euro. Riguardo l’export è il Veneto con 532 t a guidare le esportazioni, seguito dall’Emilia Romagna (508 t) e dal Friuli Venezia Giulia (224 t). Si equivalgono nel 2009 le importazioni di Veneto ed Emilia Romagna (14000 t) mentre il Friuli si ferma a 757 t. Il valore economiche delle esportazioni delle regioni italiane dell’Alto Adriatico ammonta a 7,8 milioni di euro e finisce per quasi un terzo nelle tavole francesi (segue Slovenia e Croazia). Ben più consistenti i soldi impegnati nelle importazioni: 169,2 milioni di euro. Di questi 91,1 milioni si devono al Veneto, 73,3 all’Emilia e 4,7 al Friuli. Le 9000 tonnellate importate dall’Ecuador nelle regioni dell’Alto Adriatico sono composte soprattutto da gamberi bianchi e in misura minore da mazzancolle. Dalla Spagna le quantità importate sono egualmente distribuite tra gamberi, scampi e mazzancolle e sono per la maggior parte vendute come preparazioni surgelate.

(fonte Veneto Agricoltura)

Pesca: tonno rosso, Ue isolata sui tagli

foto Ministero Politiche Agricole

E’ stato un no corale quello che si è alzato dal tavolo del Consiglio dei Ministri della Pesca dell’Ue, a Lussemburgo, contro l’ipotesi lanciata dalla commissaria europea alla Pesca, Maria Damanaki, di intervenire con tagli, anche drastici, sulle quote di pesca del tonno rosso nella campagna 2011. Le quote attuali non si toccano, hanno detto in concreto il ministro per le Politiche Agricole e della Pesca Giancarlo Galan insieme agli altri colleghi europei.

(fonte Ministero Politiche Agricole e forestali)

Pesca Alto Adriatico: fortemente negativa la bilancia commerciale dei prodotti ittici

foto Veneto Agricoltura

Il saldo della bilancia commerciale nel 2009 per il settore pesca nell’alto Adriatico (Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia) evidenzia un saldo negativo di –150 milioni di euro: centoottanta milioni di euro il valore del pesce esportato e trecentotrenta quello importato. I dati, a cura dall’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di Veneto Agricoltura, con sede a Chioggia (VE), sono stati elaborati su fonti statistiche Istat (Italia), Crostat (Croazia) e Slostat (Slovenia).

Veneto maglia nera. Eclatante il dato del Veneto, regione che incide maggiormente sul saldo negativo del bilancio commerciale ittico dell’area: 218,4 milioni di euro il valore delle importazioni e  46 milioni circa le esportazioni (-172 milioni circa, il saldo). L’unica area in controtendenza è la Croazia il cui saldo risulta positivo per 62 milioni circa (da sola esporta il 40% dell’intera area). Entrando nel dettaglio, se la quota di pesce vivo importato può considerarsi irrisoria, rilevanti per il Veneto sono gli acquisti di pesci refrigerati e di molluschi, tanto più in rapporto alle esportazioni delle stesse specie.Il trend del primo semestre 2010 vede un Veneto ancora più scoperto sul versante esportazioni rispetto al dato del 2009 e all’ultimo quinquennio. Nello stesso periodo la Croazia ha ampliato progressivamente la forbice tra esportazioni ed importazioni con un saldo sempre più positivo.

Dalla Spagna, maggior import-export. Il Paese maggior esportatore verso le regioni alto adriatiche italiane nel 2009 è stata la Spagna che da sola ha invaso le nostre pescherie con prodotti ittici freschi, refrigerati e lavorati per oltre 46 milioni di euro (15% del totale importato, 14,6% Francia e 12% Danimarca). Comunque la stessa nazione iberica è stata il primo Paese destinatario del nostro pesce assorbendo il 35% del totale esportato (18% la Germania e 9% la Francia).

(fonte Veneto Agricoltura)

Da luglio il Belgio alla guida del Consiglio UE

Dal 1° luglio la Presidenza di turno dell’UE è passata al Belgio, che rimarrà in carica per i prossimi sei mesi. La nuova presidenza intende dare attuazione al Trattato di Lisbona e garantire il raggiungimento degli obiettivi fissati nella “Strategia 2020”. La principale priorità in questo momento, sostiene il primo ministro belga Yves Leterme, è la ripresa della fiducia nei mercati attraverso una maggior vigilanza e regolamentazione del settore finanziario. Occorre portare un miglioramento della governance economica europea attraverso il rafforzamento del Patto di stabilità e crescita.

In programma per il settore agricolo. La Presidenza belga continuerà il processo di riflessione sul futuro della politica agricola comune dopo il 2013 in attesa della Comunicazione della Commissione europea prevista per la fine dell’anno. Sarà avviato un dibattito sulla revisione della politica europea di qualità dei prodotti agricoli e, per quanto riguarda il settore lattiero-caseario, la presidenza belga baserà il suo lavoro sulla raccomandazione del Gruppo di Alto di Livello e sulla relazione sul sistema delle quote latte fino al 2015. Sempre in materia agricola, la Presidenza intende raggiungere un accordo politico per il miglioramento e la semplificazione della politica di sviluppo rurale; mentre a livello internazionale l’obiettivo è la difesa della posizione dell’UE nelle negoziazioni del Doha round. Un’altra priorità sarà la riforma del Piano Comune per la Pesca. Nell’incontro del Consiglio di novembre sarà focalizzata l’attenzione sulla cooperazione tra comunità scientifica e settore ittico. In termini di salute e benessere degli animali, il Consiglio concentrerà il suo lavoro sulla road-map sulla TSE – encefalopatia spongiforme trasmissibile – e sulla questione della prevenzione e del controllo delle malattie animali. Non meno importante è l’obiettivo di sviluppare un’economia verde europea concorrenziale che consideri i cambiamenti climatici.

(fonte Veneto Agricoltura Europa)

Pesca: le nuove opportunità per il settore in Sicilia arrivano dalla tradizione

foto Prodotti Ittici Tradizionali

Promuovere prodotti della pesca poco noti ma che fanno parte della tradizione culturale e gastronomica siciliana: questo l’obiettivo del progetto “Promozione dei prodotti ittici tradizionali”, proposto da Agci Sicilia, Associazione Generale Cooperative Italiane, e finanziato dal Dipartimento degli Interventi per la pesca dell’Assessorato Regionale alle Risorse Agricole e Alimentari. Lo scorso 9 giugno, durante il convegno che si è tenuto al Circolo Telimar di Palermo, sono stati presentati i risultati finali del progetto. Tra i presenti Salvino Roccapalumba, Salvo Manzella, Maria Galante e Patrizia Vinci del Dipartimento degli Interventi per la pesca della Regione Siciliana.

foto Prodotti Ittici Tradizionali

Comparto pesca Sicilia: 21% del totale nazionale. Un’occasione per mettere sotto la lente il comparto, che in Sicilia conta circa 3000 pescherecci che rappresentano il 21% del totale nazionale. Prevalentemente si tratta di piccola pesca, molto forte la componente dello strascico d’altura a Mazara del Vallo, anche se la marineria è concentrata anche a Milazzo e nella provincia di Palermo, la trasformazione è localizzata per l’80% nel Trapanese, nel Palermitano e in provincia di Agrigento.

Pesca in Italia non competitiva causa costi. Le recenti novità introdotte dalla normativa internazionale, rischia però di mettere in ginocchio i pescatori dell’Isola. “È necessario che le norme siano omogenee in ogni Paese e la loro applicazione venga vigilata”, ha spiegato Michele Cappadona, presidente regionale dell’Agci, che ha proseguito: “i costi ai quali sono assoggettati i pescatori italiani anche per il rispetto delle normative, sono ingenti e non consentono loro di competere sul mercato”. Secondo il presidente, “l’obbligo della tracciabilità può essere il valore aggiunto per le produzioni d’eccellenza come sono quelle del comparto ittico nazionale”.

Biso, foto Prodotti Ittici Tradizionali

Necessario il ritorno al pescato di un tempo. Una riflessione anche sul nuovo regolamento mediterraneo sulla pesca entrato in vigore il primo giugno: “La recente normativa si propone come obiettivo quello di tutelare le specie ittiche a rischio di estinzione, di garantire il nutrimento dei pesci adulti attraverso l’imposizione, tra l’altro, di limitazioni sulle distanze di pesca dalla costa”. Tra le specie tutelate, il tonno e il pesce spada. Una soluzione? Secondo Giovanni Basciano, responsabile regionale dell’Agci settore agroittico alimentare, “una piccola risposta può essere quella di spostare l’attenzione su altre specie pelagiche”. “L’obiettivo del progetto che abbiamo sponsorizzato anche attraverso il sito web è, infatti, quello di studiare e promuovere alcuni prodotti della pesca poco noti ai cunsumatori come l’Alalunga, la Palamita, il Biso e l’Alletterato che da sempre fanno parte della tradizione siciliana ma che i consumatori devono riscoprire, soprattutto perché i nostri pescatori hanno bisogno di fare reddito e se da un lato la normativa comunitaria impedisce loro di pescare quanto gli servirebbe, d’altra parte hanno bisogno di bilanciare vendendo di più e meglio le altre specie”.

Cambiamento necessario ma lento. “Il problema è che questo passaggio non è così immediato”, spiega Adriano Mariani, biologo del consorzio Unimar, “perché le barche attrezzate fino ad oggi per un determinato tipo di pesca non si possono utilizzare tal quali per pescare altre tipologie di prodotto”. “Ma i pescatori non hanno alternative visto che tutte le circuizioni che costituiscono il 90% della pesca del tonno sono state bloccate: oggi si può pescare solo con palangari e tonnare fisse”. Un problema forse anticipato dalla riduzione delle quote che Iccat fissa per ogni Paese e dei periodi di pesca. “In Italia le quote di tonno sono passate dalle 5264,60 tonnellate del 2003 alle 3100 del 2009”, ha spiegato l’esperto, “inoltre per il 2010 il periodo di pesca era stato fissato in due mesi, poi ridotto a un mese e poi praticamente abolito: adesso si dovrà aspettare l’anno prossimo per saperne di più”.

Pronte linee di credito. Nel frattempo i pescatori siciliani dovranno adeguare le loro strutture alla nuova realtà e per farlo dovranno ricorrere al credito, non sempre facile da ottenere, soprattutto quando si ha poco da dare in garanzia. A venire incontro è l’Ircac, Istituto Regionale per il Credito alla Cooperazione. “Serve certamente un maggiore coordinamento nella cooperazione siciliana: nel 2009 per esempio avevamo previsto un fondo speciale di 500 mila euro e non è stata presentata neanche un’istanza”, ha spiegato il commissario, Antonio Carullo, “però siamo pronti a dare una mano al comparto e alle coop, attraverso le nostre linee di credito per progetti di filiera, innovazione tecnologica, logica di mercato”.

Palamita, foto Prodotti Ittici Tradizionali

I tunnidi non rientrano nelle militazioni imposte al tonno rosso. Tra le professionalità messe in campo per la realizzazione del progetto dell’Agci e del Dipartimento degli Interventi per la pesca dell’Assessorato regionale alle Risorse Agricole e Alimentari, Bio&Tec, una cooperativa trapanese di ricerca applicata alla biologia marina, alla pesca e all’acquacoltura. Tra gli studi quello sugli altri tunnidi, ovvero tonni di piccole dimensioni che non rientrano nelle limitazioni imposte sul tonno rosso. “Ci sono regole da seguire per quanto riguarda gli attrezzi e le taglie minime di pesca”, spiega Francesco Bertolino, “ma sono specie poco considerate, non perché siano meno pregiati ma perché sono meno apprezzati dai consumatori per via della carne un po’ più scura, ad esempio, ma che vanno rivalutate anche per la trasformazione”. Tra questi, l’Alalunga, la Palamita, l’Alletterato e il Biso. “Il periodo di pesca è la primavera e l’estate, ma sia sulla loro biologia che sulle catture abbiamo pochi dati”, ha spiegato l’esperto, “di alcuni tunnidi si parla ad esempio di 100 tonnellate pescate in Sicilia in un anno, numeri molto bassi e certamente sottostimati, poiché queste specie sono accessorie alla pesca del tonno e del pesce spada e spesso non vengono neanche censiti”.

(fonte Agci Sicilia)

Dal 1 giugno 2010 nuove regole per la pesca nel Mediterraneo

Niente più seppie, calamaretti e telline nelle tavole degli italiani che potranno dire addio anche a rossetti, bianchetti e latterini, frittura di paranza per eccellenza dalla Liguria alla Calabria. Tutto questo a partire da martedì 1 giugno con l’entrata in vigore del Regolamento Mediterraneo. La Commissione europea, infatti, detta nuove regole per la pesca nel Mediterraneo, con maglie più larghe che rendono impossibile, ad esempio, la cattura dei calamaretti e dei rossetti essendo molto piccoli, e nuove distanze dalla costa a non meno di 1,5 miglia per le reti gettate sotto costa, che diventano 0,3 per le draghe usate per la cattura dei bivalvi, come telline e cannolicchi che vivono e si riproducono a pochi metri dalla costa.

Obiettivo: la tutela di specie a rischio. Prelibatezze che godono di una solida tradizione gastronomica italiana ma che si scontrano con l’obiettivo dichiarato dell’Ue di tutelare le specie a rischio e il nutrimento dei pesci adulti, imponendo quindi limiti a metodi e confini dei territori di pesca. Il Regolamento Mediterraneo è penalizzante soprattutto per l’Italia, Paese per antonomasia della piccola pesca a cui è dedita il 5% della flotta. E ora occorre saper affrontare una nuova realtà che, a detta delle associazioni di categoria a partire dall’Agci Agrital, deve essere governata, dopo aver giocato a Bruxelles senza successo la carta di deroghe e proroghe.

La posizione del Ministro Giancarlo Galan. Il Ministro Galan ha dichiarato “Sono pienamente consapevole delle difficoltà che la pesca italiana sta affrontando.  L’entrata in vigore delle nuove regole per il Mediterraneo stanno creando molte preoccupazioni al settore, e mi fanno riflettere sulla esigenza di avviare strategie che non consentano più di accumulare ritardi rispetto alle politiche comunitarie. Proprio per questo  ritengo di condividere l’idea che si costituisca l’unità di crisi e ho richiesto la predisposizione di un dossier pesca che sto analizzando per affrontare con concretezza e  realismo i problemi. D’altra parte con le Associazioni della pesca sono pronto a condividere una politica basata su una pesca responsabile, capace di garantire le imprese nel rispetto del mare. Dobbiamo disegnare insieme un settore capace di affrontare i nuovi scenari economici, soprattutto utilizzando al meglio gli strumenti a nostra disposizione. Dovremo usare in modo corretto la programmazione triennale e la legge delega proprio per ridisegnare il settore alla luce delle ricorrenti emergenze.”
(fonte Ansa/Ministero Politiche agricole alimentari e forestali)

Pesca in Alto Adriatico: luci ed ombre

Anche nel 2009 la flotta dell’Alto Adriatico si assottiglia un po’ (-0,7%). In particolare il Veneto perde 12 imbarcazioni, contro le 4 “pensionate” dal Friuli Venezia Giulia; l’unico aumento si è registrato per l’Emilia Romagna con 2 pescherecci in più.

Nonostante ciò, il Veneto registra un consistente aumento delle catture (+15% rispetto al 2008); Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia invece registrano un calo della produzione, rispettivamente di 3 e 5 punti percentuali. Di conseguenza il Veneto ha riportato un buon incremento dei ricavi (+20%); comunque discreto l’aumento per l’Emilia Romagna (+6,2%); a distanza invece il Friuli Venezia Giulia (+0,6%). Con 3.044 imprese attive che operano nel settore della pesca e della piscicoltura (sulle 5.396 totali presenti nelle Regioni dell’Alto Adriatico), il Veneto si aggiudica il primato, seguito dai romagnoli (1.922) e dai friulani.

2009 anno più produttivo rispetto al 2008. I dati,  a cura dell’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di  Veneto Agricoltura, si riferiscono alla pesca marittima e lagunare nel 2009, che, nonostante la crisi della vongola, è stato un anno complessivamente più produttivo del 2008, periodo che ha pagato lo scotto della crisi carburante con riduzione di attività e produzione. E’ azzurro circa la metà del pesce pescato dagli italiani nell’Alto Adriatico, per una produzione totale di 25.756 tonnellate, con un ricavo di 57 milioni di euro. In evidenza, opposta, il fatturato dei mercati ittici di Venezia (54 milioni di euro, -5%) e Chioggia (46,4 milioni di euro, +2%).

(fonte Veneto Agricoltura)

Incontro a Bruxelles sulla situazione della piccola pesca nell’Alto Adriatico

Una delegazione composta dal sindaco di Chioggia Romano Tiozzo, dall’assessore alla pesca Nicola Boscolo Pecchie, dal sindaco di Caorle Marco Sarta e dai rappresentati di AGCI pesca, Lega Coopesca Veneto, Lega Pesca Emilia Romagna, Federcoopesca, Coopesca, Mare Azzurro, è stata ricevuta oggi, giovedì 25 marzo 2010, dalla Commissione Parlamentare Europea della pesca.

Motivo dell’incontro: piccola pesca a strascico. “La delegazione ha incontrato le autorità comunitarie per chiedere la deroga delle scadenze europee per la piccola pesca a strascico entro le tre miglia, in maniera tale che in questo momento di crisi sia possibile garantire il lavoro agli operatori, pur tenendo conto degli obblighi comunitari. – ha spiegato il sindaco Romano Tiozzo – La nostra speranza è che il coinvolgimento dei Parlamentari veneti ed italiani ci possa portare ad un risultato positivo, anche se difficile da raggiungere”. “Le Amministrazioni locali non hanno alcuna competenza in materia, tuttavia il Comune di Chioggia ha voluto promuovere questa iniziativa in difesa dei cittadini. – ha commentato  l’assessore alla pesca Nicola Boscolo Pecchie – Se non sarà possibile ottenere la deroga chiederemo all’Unione Europea che le nostre attività possano continuare ancora a lavorare, cercando di diminuire lo sforzo di pesca in linea con gli obiettivi dell’UE per una maggiore tutela dell’ambiente. Valuteremo infine se sarà possibile ottenere delle misure di sostegno per la categoria”.

(fonte: Comune di Chioggia)