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31a edizione Premio Carlo Scarpa per il Giardino dedicata alla Valle delle Rose e alla Valle Rossa in Cappadocia

La Valle Rossa vista dall’altopiano_Foto di Marco Zanin per FBSR

Il Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche ha deciso di dedicare la trentunesima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino a un luogo dell’Asia Minore che emerge dalla lunga vicenda storica e geografica della Cappadocia: due valli contigue scavate nella roccia vulcanica, la Valle delle Rose e la Valle Rossa, in lingua turca Güllüdere e Kızılçukur.

Le due valli. Al centro della penisola anatolica, da sempre ponte per culture diverse tra l’Asia e l’Europa, tra il Mediterraneo e il Mar Nero, la Cappadocia si estende con i suoi altipiani a mille metri di altitudine e circondata da vulcani imponenti. Il suolo è arido, scavato dall’acqua e dal vento; il clima difficile. Tutto questo forma lo scenario naturale di una regione che vede, fin dal primo secolo, l’arrivo del primo cristianesimo e dei padri della chiesa, e poi il diffondersi della cultura bizantina, che con i suoi innumerevoli insediamenti eremitici e monastici, chiese e santuari formerà una delle più importanti comunità cristiane del primo millennio. A tutto questo corrispondono spazi che oggi si rivelano con cicli pittorici straordinari, edifici sacri e manufatti dispersi in un vasto territorio, che a partire dal secolo XIII, con la scomparsa della presenza bizantina, diventeranno stalle, abitazioni rurali e cisterne, e una moltitudine di piccionaie che procurano a chi coltiva la terra il guano necessario alla fertilità dei campi. Le due valli emergono da questo contesto, e ci mostrano la misura e il valore profondo di un paesaggio nel quale le forme dell’insediamento umano e la dirompente natura geologica del suolo conservano le tracce di un’antica cultura dell’abitare prevalentemente rupestre, in condizioni di equilibrio tra le diverse manifestazioni della natura e delle culture che l’attraversano nel susseguirsi dei secoli.

Questa trentunesima edizione si presenta eccezionalmente “biennale”, 2020-2021, in conseguenza delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, che hanno determinato una nuova articolazione delle tappe pubbliche del progetto, articolazione che avrà inizio il penultimo fine settimana di ottobre 2020 e si concluderà a maggio 2021, cogliendo l’opportunità di costruire diverse occasioni di approfondimento. Il primo appuntamento pubblico del Premio è in programma sabato 24 ottobre 2020, con l’apertura della mostra Cappadocia. Il paesaggio nel grembo della roccia, a cura di Patrizia Boschiero e Luigi Latini, nel nuovo spazio culturale che la ospita e che si inaugura a Treviso proprio con questa esposizione: Ca’ Scarpa, l’antica Chiesa di Santa Maria Nova. Per molti anni di pertinenza dell’Intendenza di Finanza e utilizzato come magazzino, l’edificio, dopo l’acquisizione da parte di Edizione Property, è stato destinato da Luciano Benetton ad attività culturali e restaurato dall’architetto Tobia Scarpa. Un luogo che sarà dedicato alla cultura nel nome di Carlo e Tobia Scarpa, e che rappresenta ora una sorta di “casa naturale” per le mostre dedicate ai luoghi del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino.

Fonte: Servizio stampa Fondazione Benetton Studi e Ricerche

La nona edizione di “Made in Malga” rinviata al 2021

Made in Malga, l’evento nazionale dedicato ai formaggi e ai prodotti di montagna tradizionalmente in programma nella prima e nella seconda settimana di settembre ad Asiago e nell’Altopiano dei 7 Comuni, nel Vicentino, viene rinviata al 2021. Una decisione necessaria, sebbene sofferta, che è stata presa d’intesa tra il Consorzio Tutela Formaggio Asiago, il Comune di Asiago e la segreteria organizzativa di Guru Comunicazione.

Fonte: Servizio stampa Made in Malga

 

 

Enoturismo, la ripartenza di Vo’, Città del Vino, con Calici di Stelle (2-16 agosto) dal tema “E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Colli Euganei

Dopo il lancio del marchio VO’, nato da un’intesa tra il Comune-Città del Vino di 3.200 abitanti in provincia di Padova, il Parco Colli e la cantina cooperativa Colli Euganei ora è la volta di Calici di Stelle. Finito alle cronache nazionali per la prima vittima da coronavirus, e come prima zona rossa d’Italia, il territorio di Vo’ ora punta sull’enoturismo e sulla manifestazione più nota dell’estate per promuovere l’accoglienza, la qualità ambientale e i prodotti enogastronomici. Una meritata e meditata pausa di cultura e festa all’aperto nel rispetto delle norme di sicurezza.

Rinascita. “È con grande piacere che apprendiamo della volontà del comune di Vo’, una delle più importanti Città del Vino d’Italia e del Veneto, di organizzare anche quest’anno Calici di Stelle – commenta il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon –. Ritengo quest’adesione un segnale importante che dimostra la volontà di questa comunità, fortemente colpita dal Covid-19, di voler rinascere dopo quanto accaduto e di guardare al vino e all’enoturismo come un’occasione di ripartenza sociale, economica e culturale”.

Una filiera produttiva in sofferenza. “Sono stati momenti difficili da affrontare ma adesso vogliamo ripartire – afferma Giuliano Martini, il sindaco di Vo’ –.  La filiera produttiva dei Colli Euganei sta soffrendo, dall’agricoltura alla ristorazione fino al turismo e con Calici di Stelle vogliamo dare un segnale di ripresa. Il territorio di Vo’ ha un’antica tradizione vitivinicola, è sede del Consorzio di tutela e molte nostre cantine sono pluripremiate. Vogliamo rimetterci in gioco e cogliere l’occasione per ringraziare tutti i concittadini, le associazioni del volontariato e le istituzioni che hanno dato grande prova di maturità in questa circostanza, la Croce Rossa, le ASL locali, la Regione Veneto, l’Università di Padova. Il peggio è passato e pur con tutte le cautele necessarie, vogliamo guardare al futuro con speranza e Calici di Stelle è l’occasione giusta per farlo insieme ai miei concittadini e alle nostre prestigiose aziende”.

Un esempio per l’Italia. “La partecipazione di Vo’ Euganeo a Calici di Stelle pur con tutte le cautele del caso è un segnale importante di ripartenza – afferma Benedetto De Pizzol coordinatore regionale Città del Vino del Veneto -. Non possiamo fermarci e Vo’ è un esempio per l’Italia sia nella gestione dell’emergenza, sia ora con la voglia di organizzare Calici di Stelle. In segno di vicinanza e condivisione è nostra intenzione organizzare proprio a Vo’ una riunione del coordinamento delle Città del Vino del Veneto, magari a inizio settembre, per programmare le nostre attività”.

Calici di Stelle è una manifestazione organizzata da Movimento Turismo del Vino in collaborazione con le Città del Vino; quest’anno con accorgimenti e misure anti-covid. Per l’estate 2020 il tema dell’edizione dedicata è: E quindi uscimmo a riveder le stelle, da una citazione della Divina Commedia che invita alla ripartenza. Il programma dell’appuntamento di Vo è in corso di elaborazione da parte del Comune. Sul sito delle Città del Vino gli aggiornamenti anche sugli altri Comuni che parteciperanno a Calici di Stelle, in programma dal 12 al 16 agosto. Info a questo link .

Oltre alle Città del Vino (450 in tutta Italia) saranno coinvolte oltre 800 cantine del Movimento Turismo del Vino per un’edizione estiva in cui distanziamento e sicurezza saranno garantite attraverso gli ingressi contingentati e le prenotazioni in cantina. Gli eventi nei Comuni si svolgeranno nel rispetto delle norme vigenti.

Fonte: Servizio stampa Citta del Vino

La cultura del fosso/11. “Restano le parole e, finché non scompariranno, resteranno anche i fossi”.

Ecco l’undicesimo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Luciano Morbiato s’intitola ”Il fosso, di chete assonanze“.

Nell’aprirsi della stagione, l’acqua dei fossi lambiva i gialli narcisi della riva e, più tardi, le bianche ninfee: scorreva facendo danzare le schiere compatte delle erbe come fossero le folte capigliature delle ninfe anguane, mentre neri girini dalla testa grossa uscivano dalla massa gelatinosa e giallastra delle uova e si disperdevano grazie alla coda sferzante, sicuri che presto si sarebbero trasformati in verdi e lucide rane pissote, pronte a cantare la loro gioia di esserci nelle tiepide sere a venire.

La gallinella d’acqua, a caccia di vermetti e alghe, si poteva seguire solo per il rosso accento posto sul capino, nero come tutta l’elegante montura, e appena sotto il pelo della corrente filava il grigio e tozzo pessegato dai temibili baffi.
Dimentico qualcuno? C’erano anche pingui pantegane pelose, sicuro, e qualche lenta tartaruga, ma non così lenta nell’acqua, e uccelli che pescavano e si allontanavano guizzando con la preda nel becco; al tramonto le rondini sfioravano in formazione e ad ali spiegate il pelo dell’acqua con lunghi trilli festosi, e altre creature scendevano la riva, si immergevano e risalivano…

Solo un manipolo di coraggiosi osava attraversare quei confini che contrassegnavano mondi diversi e favolosi più che semplici, piccole se non minuscole, proprietà contadine: cuccioli d’uomo in braghe corte e piè-descalsi, con le brose ai ginocchi e i paèri al naso, armati di bastoni scortecciati e appuntiti, e talvolta finemente intagliati, scorrevano quelle terre. Inventavano e pasticciavano storie, improvvisavano veloci scorribande ed epiche battaglie (tra i solchi memori di veri agguati e freschi di sangue partigiano), raccogliendo tra le siepi poche bacche colorate e amarognole o rare nocciòle ancora verdi, pronti ad appiattirsi sulla proda erbosa, se non a immergersi nella placida corrente, al primo allarme di proprietario in arrivo, armato della terribile e storica schioppa di famiglia. «Varda che te conosso – gridava il vecchio, rivolto a tutti e a nessuno degli intrusi, senza vederli –, ghe lo digo mi a to pare che sbregamandati ch’el ga tirà su».

Il cuore balzava in gola, mentre ogni membro del gruppo scompostamente tornava a casa, compiendo un lungo giro, per disperdere le tracce, attento a non far trapelare l’incontro ravvicinato con l’irascibile paròn e la conseguente fuga precipitosa. Ma il giorno dopo si pianificava un’altra incursione, e altri fossi, fossone, scorni venivano superati, attraversati, guadati: altre avventure si aggiungevano nel carniere dell’infanzia ancora libera, spensierata, seppure per poco.

Memorie disperse e sbiadite, legate a terreni infine violati e sconvolti dalle ruspe, riaffiorano, impalpabili e palpabili: sono passati definitivamente quei giorni e difficilmente sono condivisibili con chi non ne ha avuto esperienza, figli o nipoti.

Restano le parole e, finché non scompariranno, resteranno anche i fossi.
Perciò non è gratuito e inutile allineare e magari vestire le parole, come ho tentato brevemente di fare nelle righe qui sopra. Lo so che l’operazione-nostalgia è sempre in agguato e per questo ho esagerato e mitizzato, ricordando tempi in cui i fossi si attraversavano non solo per largo ma per lungo, come se ancora qualcuno disponesse degli “stivali delle sette leghe”.

In un territorio in cui il buon governo dell’acqua è stato fondamentale per molti secoli, restano beninteso ancora tracce materiali, anche se non nella periferia cittadina, di manufatti e di scavi, di tecnica e lavoro, dalla pala alla carriola; e restano le tracce toponomastiche, da Fossaragna a Cavino (Caìn) di Arsego, da Fossolovara a Campagnalupia (dove, non di lupi è memoria, ma di “alluvioni”, di brentane), e quelle micro, dalle Valli alle Vallette, dalle Fossone al Piagno.
E, finalmente, può bastare un detto a riassumere il nostro debito con l’acqua che scorreva nelle cunette, come un memento, perché “cavini fossi e cavedagne benedicono le campagne”.

 

 

Corte dei conti europea: azione UE inefficace nell’arrestare il declino degli impollinatori selvatici

Secondo una nuova relazione della Corte dei conti europea, le misure adottate dall’UE non hanno garantito la protezione degli impollinatori selvatici. La strategia sulla biodiversità fino al 2020 si è dimostrata ampiamente inefficace nel prevenirne il declino. Inoltre, le principali politiche dell’UE, tra cui la politica agricola comune, non contemplano criteri specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. La Corte sostiene che, per di più, la normativa UE in materia di pesticidi rappresenta una delle principali cause della perdita di tali specie animali.

Gli impollinatori, come api, vespe, sirfidi, farfalle, falene e coleotteri contribuiscono in maniera significativa all’aumento della quantità e della qualità degli alimenti a noi disponibili. Negli ultimi decenni, tuttavia, la quantità e la diversità degli impollinatori selvatici sono diminuite, principalmente a causa dell’agricoltura intensiva e dell’uso dei pesticidi. La Commissione europea ha predisposto un quadro di misure per affrontare il problema, basato in gran parte sull’iniziativa a favore degli impollinatori del 2018 e sulla strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020. Ha inoltre introdotto, nelle politiche e nella normativa UE esistenti, misure potenzialmente in grado di avere effetti sugli impollinatori selvatici. La Corte ha valutato l’efficacia di tale azione.“Gli impollinatori rivestono un ruolo essenziale nella riproduzione delle piante e nelle funzioni ecosistemiche, e la loro diminuzione dovrebbe essere interpretata come una grave minaccia al nostro ambiente, all’agricoltura e ad un approvvigionamento alimentare di qualità”, ha dichiarato Samo Jereb, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Le iniziative finora intraprese dall’UE per proteggere gli impollinatori selvatici si sono purtroppo rivelate non abbastanza incisive da produrre i frutti sperati.”

La Corte ha rilevato che il quadro ad hoc predisposto dall’UE in materia non contribuisce realmente a proteggere gli impollinatori selvatici. Sebbene la strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020 non prevedesse alcuna singola azione specificamente destinata ad invertire il declino degli impollinatori selvatici, quattro degli obiettivi da essa stabiliti potrebbero indirettamente favorire tali specie animali. Tuttavia, dalla revisione intermedia della strategia realizzata dalla Commissione, è emerso che per tre di tali obiettivi, i progressi erano stati insufficienti o nulli. La revisione ha inoltre individuato proprio nell’impollinazione uno degli elementi più degradati negli ecosistemi dell’UE. La Corte ha inoltre constatato che l’iniziativa a favore degli impollinatori non ha condotto a modifiche significative delle principali politiche.

La Corte ha inoltre rilevato che altre politiche dell’UE che promuovono la biodiversità non contemplano requisiti specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. La Commissione non si è avvalsa delle opzioni disponibili in termini di misure di conservazione della biodiversità previste da altri programmi, quali la direttiva Habitat, la rete Natura 2000 e il programma LIFE. Quanto alla PAC, la Corte ritiene inoltre che sia parte del problema, non parte della soluzione. In una recente relazione, la Corte è giunta alla conclusione che gli obblighi di inverdimento e lo strumento di condizionalità previsti nel quadro della PAC non sono stati efficaci nell’arrestare il declino della biodiversità nei terreni agricoli.

Infine, la Corte sottolinea inoltre che l’attuale normativa in materia di pesticidi non è in grado di offrire misure adeguate per la protezione degli impollinatori selvatici. La normativa attualmente in vigore prevede misure di protezione per le api mellifere, ma le valutazioni dei rischi si basano ancora su orientamenti obsoleti e poco in linea con i requisiti normativi e le più recenti conoscenze scientifiche. A tale riguardo, la Corte sottolinea che il quadro dell’UE in materia ha consentito agli Stati membri di continuare ad utilizzare pesticidi ritenuti responsabili di ingenti perdite di api mellifere. A titolo di esempio, tra il 2013 e il 2019 sono state concesse 206 autorizzazioni di emergenza per tre neonicotinoidi (imidacloprid, tiametoxam e clothianidin), sebbene il loro uso sia soggetto a restrizioni dal 2013 e l’impiego all’area aperta sia severamente vietato dal 2018. In un’altra relazione pubblicata quest’anno, la Corte ha constatato che le pratiche di difesa integrata potrebbero contribuire a ridurre il ricorso ai neonicotinoidi, ma l’UE ha compiuto scarsi progressi nell’assicurarne il rispetto.

Raccomandazioni. Dato che il “Green Deal europeo” sarà in cima all’agenda dell’UE nei decenni a venire, la Corte raccomanda alla Commissione europea di: valutare la necessità di predisporre misure specifiche per gli impollinatori selvatici nelle azioni e nelle misure di follow-up previste per il 2021 relative alla strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2030; integrare meglio azioni volte a proteggere gli impollinatori selvatici negli strumenti strategici dell’UE relativi alla conservazione della biodiversità e all’agricoltura; e migliorare la protezione degli impollinatori selvatici nel processo di valutazione dei rischi legati ai pesticidi.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Il Veneto approva la legge delle “vie dei pascoli”, che dovrebbe essere adottata da Nord a Sud Italia

La pastora Katy Mastorci

La legge veneta sulla transumanza sarà trasmessa a tutte le regioni perché il testo sia adottato da nord a sud d’Italia: è l’impegno di Donne Impresa Coldiretti che hanno accolto con soddisfazione l’approvazione della normativa regionale in Consiglio del Veneto avvenuta lo scorso 21 luglio durante l’ultima seduta a Palazzo Ferro Fini.

Introducendo le vie dei pascoli e armonizzando i regolamenti di transito degli animali durante gli spostamenti di greggi e mandrie si sostiene un antico mestiere ancora praticato da giovani e soprattutto donne. “E’ il coronamento di un progetto promosso dalle agricoltrici di Coldiretti – spiega Chiara Bortolas vice presidente nazionale – e rappresenta una presa di coscienza anche politica di una realtà strategica per la salvaguardia del patrimonio zootecnico, la conservazione delle razze in via d’estinzione per la produzione di formaggi e tipicità locali altrimenti perdute”.

Apripista. “Il Veneto, escluso originariamente dai territori promotori del riconoscimento da parte dell’Unesco ottenuto lo scorso anno – continua Bortolas – non solo si riscatta ma fa da apripista per una serie di provvedimenti che saranno adottati lungo tutta la Penisola. Con l’aiuto dalla Conferenza dei Consigli regionali e l’appoggio delle imprenditrici agricole Coldiretti di tutta Italia trasferiremo il documento nelle stanze dei bottoni affinché sia esaltato il valore economico, turistico e sociale di un rito che, seppur del passato, è la moderna affermazione del benessere dei capi ovini e bovini che percorrendo tragitti storici sostengono la dieta mediterranea valorizzando i paesaggi vecchi e nuovi con la scoperta di itinerari naturali. Con l’urbanizzazione delle campagne, i vincoli amministrativi, regole rigide, le sanzioni previste, la scarsità di prati, la presenza degli animali selvatici e i grandi carnivori, le ordinanze sanitarie la transumanza rischiava l’oblio, ora invece abbiamo la possibilità di riscrivere la storia mettendo la firma di tutte i pastori, allevatori, malgari italiani”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

A Fratta Polesine (RO), tra grani antichi ed erbe profumate, lo scorrere dei fiumi, musei ecoambientali e musei della civiltà e del lavoro

soci Argav in visita all’ecomuseo Mulino al Pizzon di Fratta Polesine (RO), foto Nadia Donato, consigliere Argav

(di Marina Meneguzzi, vice presidente Argav) Bella e interessante giornata quella trascorsa dai soci Argav sabato 24 luglio scorso a Fratta Polesine (RO), cittadina che può vantare secoli di storia, essendo stata, tra il XII e il X secolo a.C., un centro di scambi commerciali molto importante di quella che era chiamata la “via dell’ambra” (dal Mar Baltico e il Mare del Nord al Mediterraneo), come documenta il locale Museo Archeologico Nazionale, ubicato nelle barchesse della cinquestesca Villa Badoer, progettata da Andrea Palladio (1508-1580).

Luigi Marangoni (foto Marina Meneguzzi)

Un eco-museo per l’ambiente in cui la struttura è collocata, per la sua storia e la vocazione alla formazione, per l’energia sostenibile usata. L’occasione che questa volta ci ha portato in Polesine, terra che riserva sempre belle sorprese, è stata la visita ad un mulino terragno Ottocentesco oggi di proprietà di Donatella Girotto e Luigi Marangoni, due “visionari” che da oltre quarant’anni dedicano con passione le loro energie a valorizzare il territorio del Delta veneto dal punto di vista turistico, ambientale e culturale. Insieme a loro, ad accoglierci c’era anche Cristiano Fenzi, presidente del gruppo CTG “Rovigoti” (volutamente non rodigini o polesani, per accentuarne l’attaccamento alla tradizione), che con i suoi volontari ha contribuito e contribuisce tuttora a rendere il Mulino di grande interesse sia per adulti che per bambini e ragazzi, grazie alle coltivazioni sperimentali di grani

grani antichi (foto Marina Meneguzzi)

conca di navigazione (foto Alessandro Bedin, consigliere Argav)

antichi e alla visita a questo magnifico esempio di archeologia industriale costruito sulle rive di un antico corso del Po, che ora si chiama Tartaro-Canalbianco ed in cui si getta un altro fiume, lo Scortico, che deriva dall’Adige. All’incrocio dei fiumi, per ovviare al salto d’acqua che ostacolava la continuità della via navigabile tra Po e Adige, nel XVI secolo, la Serenissima vi costruì delle conche di navigazione, tuttora visibili. In seguito ad un alluvione, nel 1823, per risollevare le sorti economiche del paese, il comune di Fratta Polesine vi costruì il Mulino (1846-1850), che prese il nome di “al Pizzon” dalla forma del pezzo di terra che si interseca tra i fiumi.

Cristiano Fenzi, presidente Ctg Rovigoti, mostra ai soci Argav il macchinario ottocentesco del mulino (foto Alessandro Bedin)

Mulino al Pizzon, l’antica mola (foto Alessandro Bedin)

All’interno, al piano superiore, le cui pareti sono ancora annerite dal fumo del terribile incendio che devastò in parte la struttura nell’ottobre 2018, sono visibili l‘antica mola ed i macchinari originali ottocenteschi che la sostituirono nel tempo nella macina del frumento e del mais.

soci Argav in visita all’eco-museo Mulino al Pizzon di Fratta Polesine (RO), foto Alessandro Bedin

Attività fluviali e non. Di fronte al Mulino c’è anche uno “squero”, un piccolo cantiere per la riparazione e restauro di barche da fiume. Presenti anche un approdo per barche e canoe sul canale Scortico, mentre sul Tartaro-Canalbianco c’è un approdo per i battelli che percorrono la via navigabile Mantova-Venezia. In questi tratti fluviali, grazie agli insegnamenti di Cristiano, alcuni di noi hanno avuto un primo approccio alla voga veneta, che tutti possono provare come si possono affittare canoe per scoprire il paesaggio circostante dal fiume. In una corte antica c’è anche una fattoria didattica-sociale con una stalla-modello per allevamento mucche da latte e l’addestramento di cani e rapaci, e con asinelle, pappagalli, coniglietti, animali da cortile, visitabile su prenotazione (visite guidate e laboratori didattici per gruppi e scuole, collegati al pane, ai grani antichi, agli impianti di energie rinnovabili info@locandaalpizzon.com – tel. 393/9541500).

sala da pranzo del Mulino (foto Alessandro Bedin)

Ospitalità. Nel Mulino si può anche sostare per la notte – ci sono alcune camere nella casa dell’ex mugnaio- nonché mangiare le deliziose specialità preparate da Donatella e dal suo staff in cucina, frutto della sua passione culinaria che guarda anche all’uso sapiente delle erbe, come ad esempio l’elicriso, pianta simbolo del Giardino Botanico Litoraneo del Veneto di Porto Caleri a Rosolina (RO), che abbiamo visitato tempo fa (per informazioni e prenotazioni ristorante e alloggio: 393 9541500/info@locandaalpizzon.com).

Dopo la visita all’eco-museo Mulino al Pizzon, alcuni di noi si sono recati nel centro di Fratta per visitare una straordinaria realtà: il Museo della Civiltà e del Lavoro in Polesine “Il Manegium” (il nome deriva da un toponimo medievale indicatore dei territori che ne facevano parte, tra cui quello di Fratta Polesine), che sorge all’interno del Palazzo Grindatti-Boniotti (XVI secolo, più volte rimaneggiato), donato dagli eredi Boniotti all’associazione che si occupa di ricerche storiche, artistiche, archeologiche ed etnografiche. Nei tre piani del palazzo, completamente restaurato grazie al lavoro anche dei soci Argav Giorgio Pavan, Domizio Gabanella, Gilmo Miotto e Renzo Toso, che fanno parte dell’associazione Il Manegium e che ci hanno fatto da ciceroni nella visita, trovano spazio il Museo Etnografico sulla civiltà del lavoro in Polesine, una mostra storico-documentaria sulla Carboneria polesana (Fratta Polesine ha visto il primo arresto di un gruppo di Carbonari in Italia, con detenzione nel carcere dello Spielberg e la morte di Antonio Fortunato Oroboni narrata da Silvio Pellico ne “Le mie Prigioni”), una mostra storico-documentaria su Giacomo Matteotti (1885-1924) grande politico socialista e il più acceso avversario del regime fascista, che pagò con la vita per la sua azione e le sue idee e di cui, di fronte al Manegium, si può visitarne anche la casa-museo; ancora, nel Manegium c’è una mostra sulla religiosità popolare ed una raccolta di animali e uccelli imbalsamati, ma anche una stanza con i giochi “di una volta” e una arredata a mo’ di classe scolastica degli anni ’60, con tanto di banchi (senza rotelle), cartelle di cuoio e abcedario alle pareti.

Radicchio di Chioggia Igp: il «Sì» dell’Europa al nuovo disciplinare

Giuseppe Boscolo Palo, presidente Consorzio tutela Radicchio di Chioggia Igp

A dieci anni dal riconoscimento europeo dell’IGP per il Radicchio di Chioggia, il Consorzio ha ottenuto l’adeguamento del disciplinare di produzione all’evoluzione delle modalità di coltivazione e delle esigenze di mercato. E’ stato infatti pubblicato qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, il Documento Unico che sancisce l’approvazione da parte della Commissione europea delle modifiche proposte dal Consorzio al disciplinare di produzione.

Piccole ma sostanziali modifiche. «E’ stato un lavoro paziente e meticoloso – spiega il presidente del Consorzio di tutela, Giuseppe Boscolo Palo – che abbiamo svolto di concerto con la Regione Veneto, prima, e con il Ministero delle Politiche agricole, poi. Il disciplinare non è stato stravolto, bensì sono state apportate piccole ma sostanziali modifiche che hanno tenuto conto delle esigenze sia dei produttori che degli operatori commerciali. Gli aspetti produttivi riguardano innanzitutto il peso del cespo, che viene fissato tra i 200 e i 600 grammi per entrambe le tipologie, precoce e tardivo; consentendo di proporre un ottimo prodotto adatto alle diverse destinazioni del mercato. Infatti, il consumatore potrà scegliere le pezzature di peso inferiore se è un single o quelle medio-grandi per la famiglia, così come l’industria del lavorato, soprattutto quella della IV gamma, che richiede un prodotto più grande, più pratico da condizionare e con una migliore resa.»

Continua Boscolo Palo: «C’è poi la densità colturale, che ora viene portata a 10-14 piante per metro quadro nella tipologia precoce e 8-12 piante per metro quadro nella tipologia tardivo. Si tiene così conto dello sviluppo e dell’applicazione di nuove tecniche colturali (uso di serre, tunnel, pacciamature, meccanizzazione del trapianto, ecc.), che comportano la possibilità di modificare i sesti d’impianto della cultura, attuando nelle file coltivate una maggiore variabilità nella densità di piante a metro quadrato, in modo da ottenere pezzature di peso e volume decrescenti all’aumentare del sesto d’impianto a seconda della destinazione commerciale del prodotto. Infine, viene adeguata la resa produttiva alle variazioni di peso del cespo e della densità colturale introdotte in questa nuova versione del disciplinare, fissando la quantità massima per ettaro in 35 tonnellate in campo, dopo una prima toelettatura da parte del produttore per eliminare le foglie esterne di colore verde o rosso non uniforme. Poi, con la seconda sfogliatura di rifinitura, che viene effettuata nella successiva fase di confezionamento assieme alla selezione dei cespi più idonei, la resa rapportata a ettaro si può ridurre anche fino ad un 30% del peso iniziale. Per questo, il quantitativo di Radicchio di Chioggia commerciabile col marchio IGP, dopo il passaggio presso il confezionatore, deve rimanere entro le 28 tonnellate rapportate ad ettaro

Prove sperimentali effettuate dall’Università di Padova. «Va precisato – sottolinea il presidente – che, in ogni caso, le caratteristiche organolettiche di sapidità e croccantezza peculiari del Radicchio di Chioggia restano invariate, quando non addirittura esaltate con l’applicazione delle densità e sesti d’impianto fissati col nuovo disciplinare, e ciò è dimostrato dalle specifiche prove sperimentali effettuate dall’Università di Padova e prodotte a supporto della proposta di modifica. Ci sono poi aspetti che interessano peculiarmente la fase di confezionamento e immissione sul mercato. Tra questi, il nuovo disciplinare esplicita che il periodo di commercializzazione del Radicchio di Chioggia IGP va dal 1 aprile al 31 agosto, per la tipologia “precoce”, e dal 1 settembre al 31 marzo, per la tipologia “tardivo”. In tal modo viene coperto l’intero arco dell’anno, senza sovrapposizioni di prodotto del precedente raccolto con il nuovo, al momento dell’immissione al consumo. E’ un chiaro segnale ed una opportunità per la filiera commerciale che potrà così approvvigionare ininterrottamente gli scaffali della distribuzione, fidelizzando il consumatore. Ma la vera novità introdotta per la fase commerciale è l’inclusione delle lavorazioni di IV gamma tra le operazioni di confezionamento. In termini pratici, questo comporta che anche il Radicchio di Chioggia confezionato in buste, tagliato e lavato pronto al consumo, potrà fregiarsi della denominazione ed essere ben riconoscibile grazie al logo circolare “Radicchio Chioggia Igp” con lo scudo a fondo bianco e bordatura gialla e all’interno il leone rampante di colore rosso; inoltre potrà affiancare anche il marchio comunitario azzurro con scritta circolare gialla “Indicazione Geografica Protetta”. Questa inclusione apre notevoli prospettive di mercato, dato che incrementa il servizio abbinato al prodotto, che può essere offerto a consumatori con capacità di spesa medio-alta, disposti ad attribuire un valore monetario all’elemento “tempo”.

Invito ai produttori di certificarsi. «Il nuovo disciplinare potrà essere applicato già dalle produzioni del prossimo autunno-inverno – conclude il presidente Boscolo -, perciò speriamo che questo possa rinfrancare la fiducia dei nostri produttori di radicchio, soprattutto quelli più professionalmente preparati e legati al territorio, dato che, voglio sottolinearlo con forza, resta ferma e consolidata nel disciplinare l’autoproduzione del seme quale caratteristica peculiare per arrivare a produrre Radicchio di Chioggia Igp. Credo sia l’unico modo distintivo per differenziarsi nel mercato, evidenziando la forte identità territoriale del nostro radicchio. Invito quindi gli orticoltori ad attivarsi per la certificazione della produzione e ad entrare nel Consorzio di tutela, che da 10 anni ormai sostiene la promozione del Radicchio di Chioggia Igp. Quindi, sia ai produttori che agli operatori commerciali dico: “Se non ora, quando?”».

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela Radicchio Chioggia Igp

I pianeti del sistema solare nel giardino botanico dei Colli Euganei a Galzignano Terme (PD)

E’ stato inaugurato di recente a Casa Marina – Giardino Botanico dei Colli Euganei a Galzignano Terme (Pd) il “Sentiero dei Pianeti”, un interessante percorso naturalistico realizzato da Veneto Agricoltura d’intesa con l’Ente Parco dei Colli Euganei.

Cartelli didattici. Il “Sentiero dei Pianeti”, finanziato dalla Regione Veneto, rappresenta un ulteriore arricchimento della già ricca proposta didattica offerta ai visitatori da Casa Marina. Il nuovo percorso, che come è facilmente intuibile dal nome è dedicato ai pianeti del nostro sistema solare, è stato realizzato dalle maestranze di Veneto Agricoltura secondo un progetto fornito dal Parco. I visitatori potranno percorrerlo seguendo i cartelli didattici disposti sul terreno a distanze proporzionali che rispettano le distanze che i pianeti hanno dal sole, rendendo così percepibile, attraverso l’esperienza diretta, la struttura del nostro sistema solare.

L’azione regionale. Vale la pena ricordare che in questi anni Veneto Agricoltura ha sviluppato una concreta collaborazione con il Parco Regionale dei Colli Euganei, operando in un’area di enorme pregio naturalistico e ricca di biodiversità. Presso Casa Marina, luogo delle principali attività di educazione ambientale svolte dall’Ente Parco, l’Agenzia regionale, attraverso l’attività delle proprie qualificate maestranze, ha condotto la gestione ordinaria dell’area, consentendo lo sfalcio regolare delle aree verdi, la cura e la pulizia delle aiuole tematiche e la miglior conduzione nelle pratiche colturali. Veneto Agricoltura ha inoltre operato nell’area circostante Casa Marina allestendo due cantieri boschivi allo scopo di migliorare e mettere in sicurezza il territorio, riqualificandolo e rendendolo usufruibile ai visitatori e alle attività di didattica. Gli investimenti effettuati da Veneto Agricoltura a Casa Marina, sia in termini di risorse umane che materiali, hanno contribuito al miglioramento di molti ambiti del Giardino Botanico dei Colli Euganei, sia in termini di fruibilità che di immagine. Gli interventi realizzati hanno infatti consolidato lo sviluppo di un ambiente ordinato che ben si presta ad accogliere i numerosi visitatori e promuovere una cultura ambientale sempre più gettonata dalla collettività, offrendo così la possibilità di conoscere gli habitat dei Colli Euganei in tutte le stagioni.

Recupero di semi. Sotto l’aspetto tecnico, merita di essere ricordata la collaborazione in atto da alcuni anni tra il Giardino Botanico dei Colli Euganei e il Vivaio di Veneto Agricoltura di Montecchio Precalcino (Vi) che punta al recupero di semi di specie inserite nella Lista Rossa veneta o nazionale per la conservazione del genoma vegetale. Per l’area dei Colli Euganei e per gli scopi didattici del Giardino Botanico, il recupero del germoplasma delle specie igrofile, piante tipiche degli ambienti umidi elencate nella Lista Rossa, rappresenta un’attività di straordinaria importanza.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

 

 

25 luglio 2020: ritorno per i soci Argav a Fratta Polesine (RO) per visitare il Manegium, oltre all’Ecomuseo Mulino al Pizzon

Oggi, sabato 25 luglio 2020, i soci Argav tornano a Fratta Polesine (RO) dapprima  per un’inedita giornata esperienzale all’Ecomuseo Mulino al Pizzon e poi, grazie alla disponibilità dei gestori soci Argav, ri-visitare, o visitare per la prima volta per chi non c’è stato in precedenza, “Il Mangegium“, museo etnografico locale, eccezionale esperienza di conservazione del “genius loci” attraverso il volontariato.

Programma. ore 10:30 arrivo all’Ecomuseo Mulino al Pizzon, via Pizzon 915, Fratta Polesine (RO), (www.locandaalpizzon.com), ore 11:00 visita al complesso, ore 12:00 aperitivo, ore 12:30 pranzo con le specialità del Mulino (granotto laurus, pasta corta artigianale al pesto di elicriso, stinco al ginepro – faraona arrosto – contorni vari – dessert). Nel pomeriggio: passeggiata lungo il fiume e prove di voga alla veneta. A seguire: visita a Il Manegium. Il costo di partecipazione (comprende il pranzo con bevande, le attività guidate e la quota di partecipazione associativa) è € 20,00 per Soci/e A.R.G.A.V. (€ 15 per i Soci/e Sostenitori/rici); € 25,00 per esterni/e.