Ecco il terzo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Gianni Xodo, è tratto dal suo libro “Rosmini a Correzzola. Dialogo in quattro scene”, ed in particolare tratta del “ripristino idraulico dei terreni paludosi, compresi fra Adige e Bacchiglione e Bacchiglione e Brenta, voluti dal duca Lodovico Melzi d’Eril“.
Il libro “Rosmini a Correzzola. Dialogo in quattro scene” nasce dal fatto storico che “Le cinque piaghe della Santa Chiesa”, il capolavoro ecclesiologico di Antonio Rosmini Serbati, fu composto in gran parte nel novembre del 1832 alla Corte Benedettina di Correzzola, nel Padovano. Da qui le notizie storiche sulle condizioni di vita delle popolazioni che vivevano in zone paludose e malsane. Esseri umani che abitavano in capanne e tuguri in zone acquitrinose, causa prima di febbri malariche. Così, nell’opera, ne parla il parroco don Giobatta Mozzato, che resse la parrocchia di San Leonardo a Correzzola dal 1813 al 1834: “Per cercare di comprendere la situazione sociale ed economica di questo territorio credo sia opportuno fare una distinzione abbastanza netta fra il nord e il sud della provincia di Padova. Al nord c’è la pianura alta, costituita da campagne antiche, densamente popolate, coltivate da tempi remoti e quindi assai sfruttate; al sud si estende la zona di bonifica, più fertile e meno abitata, che copre quasi la metà dell’intera provincia padovana. Questa situazione è caratteristica anche delle province vicine e questa diversità di terreni comporta una differenza fra il nord e il sud nelle colture, nell’estensione delle proprietà, nel tipo di popolazione agricola, tutti elementi strettamente connessi tra loro e interdipendenti. Per quanto riguarda le coltivazioni più diffuse al nord il granoturco eguaglia o supera il frumento, a causa del frazionamento notevole delle proprietà e della conduzione e sono diffusi la vite e gli alberi da frutto. Nei fertili terreni del sud di Padova è possibile effettuare una coltura estensiva e quindi il frumento supera il granoturco e i campi sono divisi da rari filari di viti.
La popolazione agricola della nostra provincia è molto varia, va dai mezzadri e dai coloni ai piccoli proprietari e coltivatori diretti del nord, dai medi proprietari o dei medi e grossi fittavoli, chiamati qui da noi “massariotti”, ai braccianti, detti “obblighi”, che sono contadini legati con contratto al proprietario del fondo e a sua completa disposizione, più diffusi qui nel sud della provincia, dove le proprietà sono molto più ampie. La condizione degli “obblighi” è tuttavia migliore rispetto a quella dei braccianti avventizi, perché per lo meno, godono di una relativa sicurezza rispetto alle oscillazioni dei prezzi, anche se spesso sono ridotti in servitù. I braccianti obbligati inoltre sono spesso anche piccoli fittavoli, i cosiddetti “chiusuranti”. Esistono poi i salariati fissi, che nella nostra area vanno sostituendo i coloni parziari e al gradino più basso ci sono infine i braccianti avventizi, pagati a giornata, chiamati “opere”. Sono costoro che conducono un’esistenza grama e stentata, perché lavorano ogni giorno solo nei momenti di più intensa attività agricola: all’aratura, alla semina e al momento del raccolto; ma devono passare lunghi periodi di inattività, arrabattandosi alla meglio con lavoretti saltuari di tipo artigianale (seggiolai, calzolai, “sgalmarari”, produttori di sbalzi), o dedicandosi addirittura alla caccia e alla pesca di frodo, per sfamare se stessi e le famiglie.
Per tutti questi gruppi sociali, esclusi forse i “massariotti”, le condizioni economiche sono assai infelici e addirittura tragiche quelle dei braccianti, sia per le abitazioni sia per l’alimentazione e le condizioni igieniche. Infatti le boarie sono in muratura, col tetto di coppi, le masserie sono anch’esse in muratura, pur mancando di fondamenta e col pavimento di terra battuta, le abitazioni dei braccianti sono nei casi migliori dei casoni alla cavarzarana col tetto coperto da canne palustri o da paglia, ma anche delle povere capanne, veri e propri tuguri, prive di finestre e di camino. L’alimentazione nelle nostre campagne è prevalentemente a base di polenta di granoturco (mais), di conseguenza la pellagra continua a mietere vittime e la denutrizione è assai diffusa diffondendo rachitismo e debolezze congenite, specie fra i bambini. La disoccupazione grava come un incubo, specie fra i braccianti che, nonostante un diffuso flusso migratorio verso altre zone, sovrappopolano ancora le terre del Padovano, per cui i salari non aumentano e c’è una concorrenza spietata per procurarsi posti di lavoro, anche i più disagiati e incerti. La Chiesa soccorre come può, ma le necessità e il bisogno sono diffusissimi.
Cenni sulla bonifica. Quanto auspicato da Rosmini e Mellerio nei loro dialoghi nella tenuta di Correzzola sin dal novembre del 1832 trovò piena attuazione nel 1857 con l’inizio dell’opera di ripristino idraulico dei terreni paludosi, compresi fra Adige e Bacchiglione e Bacchiglione e Brenta, voluti dal duca Lodovico Melzi d’Eril; egli fece venire a Correzzola l’esperto agronomo Luigi Alfieri (cugino del celebre drammaturgo Vittorio), che fece installare in località San Silvestro a Civè una macchina idrovora a vapore della potenza di 50 cavalli vapore; Alfieri in seguito fece istallare una seconda grande idrovora vicino a Brenta d’Abbà. Nei vent’anni successivi i Melzi d’Eril fecero installare altre 6 piccole macchine idrovore, dislocate in vari punti del tenimento, dove era convogliata l’acqua dagli scoli minori, esse la mandavano agli impianti più grandi di Brenta d’Abbà e di Civè , i quali attraverso la Chiavica Melzi la riversavano nel Canal Morto. Grazie all’installazione delle idrovore nel territorio di Correzzola si verificò un autentico salto di qualità e i problemi di bonifica furono in gran parte risolti, riscattando dalla millenaria condizione di degrado i terreni più bassi, tutto ciò comportò anche il miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione di queste zone sia sul piano economico come su quello sociale.
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