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5 e 6 aprile, a Vittorio Veneto (Treviso) e in Pian Cansiglio (Belluno) due incontri per ascoltare il grido d’aiuto che si leva dall’Amazzonia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’invito dell’ambientalista Toio de Savorgnani, premio Argav 2016, a partecipare agli incontri in programma sabato 5 aprile a Vittorio Veneto (Treviso) e il 6 aprile in Pian Cansiglio (Belluno).

Per il secondo anno consecutivo l’associazione “Il Mondo di Tommaso” propone una serie di eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della protezione della più grande foresta pluviale del mondo e sulla necessità di sostenere i popoli indigeni , i veri e propri Guardiani della Foresta.

Tutto è iniziato nel 2023 con la partecipazione a Cansiglio Invita, organizzato dal Tesaf, Dipartimento e Territorio dell’Università e Sistemi Agroforestali, dell’Università di Padova, quando in Cansiglio arrivarono Raffaele Luise, giornalista vaticanista, autore di Amazzonia, viaggio al tempo della fine,con la prefazione di papa Francesco, e lo sciamano amazzonico Marcos. Poi lo scorso anno, il primo evento autonomo col messaggio di Un grido dall’Amazzonia, sono arrivati a Venezia, Vittorio Veneto e nella Foresta del Cansiglio, oltre a Raffaele Luise, anche Davi Kopenawa, rappresentante del popolo Yanomami detto il Dalai Lama dell’Amazzonia, assieme a Carlo Zaquini, un coraggioso missionario laico della Consolata che da oltre 60 anni dedica la sua vita alla difesa delle popolazioni native.

Kopenawa lo scorso hanno si fece portavoce della necessità di far finire il taglio illegale della foresta, di arginare l’invasione dei garimperos, i cercatori d’oro che inquinano l’acqua con il mercurio, avvelenando tutto l’ambiente, piante, animali e umani, ma anche i garimperos sono dei disperati che tentano la fortuna per sopravvivere; infatti nella grande foresta la gran parte di loro sparisce nel nulla e muore. Kopenawa era venuto a chiedere la costruzione di scuole indigene e a ribadire che l’Amazzonia può sopravvivere se i popoli indigeni non vengono decimati ed espulsi, quindi ha ricordato la necessità di un lavoro comune nel nome della sopravvivenza della’Umanità intera. Kopenawa è stato ricevuto anche da papa Francesco al quale ha chiesto l’interessamento per sbloccare la costruzione delle scuole indigene, ferme da anni. E così è stato, in pochi mesi ne sono state finite un paio ed altre 14 sono in costruzione, ma ne servirebbero moltissime altre.

Il Mondo di Tommaso si propone di sostenere concretamente progetti di aiuto a questi gruppi umani ancestrali, aiutandoli a mantenere lingua, cultura e tradizioni e quindi l’associazione aiuterà concretamente Kopenawa nella costruzione di una scuola nella Foresta. Carlo Zaquini, in 60 anni di presenza all’interno dell’Amazzonia, ha fatto conoscere al mondo l’esistenza del popolo Yanomami, prima sconosciuto, e ha raccolto una quantità impressionante di oggetti, documenti, testimonianze, desiderando da sempre di dar vita ad un centro di documentazione indigena e Il Mondo di Tommaso sarà al suo fianco in questo progetto.

Ma l’associazione aiuterà anche le comunità Yanomami, così come loro stessi indicheranno e con le modalità da loro proposte. Gli aiuti de Il Mondo di Tommaso sia alle comunità indigene che al centro di documentazione di Zaquini stanno già cominciando ad arrivare, ma sono una goccia in uno smisurato mare di necessità ed emergenze. Lo avevamo affermato fin dall’inizio: così come il colibrì che porta nel becco una goccia d’acqua alla volta per spegnere il grande incendio della foresta, cioè un contributo apparentemente nullo ed invisibile, noi facciamo la nostra parte, nella speranza di essere sempre più numerosi ed incisivi.

Primo appuntamento SABATO 5 APRILE al Parco Fenderl, via S. Gottardo a Vittorio Veneto (Treviso), inizio alle ore 16, moderato dal giornalista Rai Angelo Squizzato, che introdurrà il giornalista e scrittore Raffaele Luise. Seguirà padre Jaimes Patias, direttore della comunicazione dell’Istituto Missioni della Consolata a cui si aggiungerà la testimonianza di Sonia Dalle Ave e di Gianni Boldrini, vissuti per 40 anni in un villaggio indigeno in Amazzonia. La scrittrice Anna Vullo presenterà il suo libro “Noi soli nella giungla”, storia vera di 4 bambini sopravissuti da soli per 40 giorni nelle foresta colombiana dopo un incidente aereo. Seguirà la scrittrice e forestale Paola Favero (ex responsabile per il Corpo Forestale delle foreste di Cansiglio e Somadida) con il suo testo “La Foresta racconta”. Interventi di Michele Boato e Toio de Savorgnani. Alle ore 17 collegamento in videoconferenza dal Brasile con Davi Kopenawa, portavoce del popolo indigeno Yanomami e di Carlo Zaquini. Alle ore 18.30 proiezione del documentario “Il nostro viaggio in Brasile” con i racconti di carlo Zaquini. Alle 19.30 buffet con pizze bio. Alle 21 concerto di chiusura della giornata dell’Orchestra forte con 50 giovani studenti di musica.

DOMENICA 6 APRILE ore 9, appuntamento al Rifugio Alpino Vallorch in Pian Cansiglio (Belluno). Escursione in Foresta accompagnati da Sandro Carniel oceanografo, Luigi Casan lova presidente di Mountain Wilderness, Luis Carlos Barbato agronomo, Alessandro Cagnati glaciologo, Paola Favero forestale, Toio de Savorgnani ambientalista, Damiano Fina danzatore butho, Massimiliano Varusio violoncello, Nelso Salton contrabbasso, Sandro del Duca flauto, Federica Lotti flauto e alcune danzatrici. Alle 13 pranzo al Rifugio Vallorch , In caso di maltempo l’incontro avverrà presso l’Hangar Cansiglio. Per informazioni info@ilmondoditommaso.org oppure Claudio 338 6213782.

Con il progetto “Rinasco”, promosso dall’Università di Padova, i Colli Euganei investono in natura, ricerca e innovazione

Si è svolto lo scorso 14 marzo al MuCE – Museo dei Colli Euganei di Galzignano Terme (Padova), il primo incontro del progetto Rinasco (Rigenerare Insieme Natura Ambiente Salute Consapevolmente), promosso dall’Università degli Studi di Padova, come progetto di terza missione, con il coinvolgimento di sei dipartimenti dell’ateneo patavino dal Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione (BCA), capofila del progetto, ai dipartimenti di Agronomia, animali, alimenti, risorse naturali e ambiente; Medicina animale, produzione e salute; Territorio e sistemi agroforestali; Neuroscienze; Scienze cardio-toraco-vascolari e sanità pubblica.

L’incontro ha permesso di mettere il focus su natura, ricerca e innovazione nell’area dei Colli, proponendo un nuovo sguardo che sia non solo centrato sulla scoperta delle tantissime meraviglie di un territorio di recente nomina come riserva MAB Unesco, ma che divenga un esempio per contatto tra la ricerca e le istanze e le necessità del territorio. Per questo l’incontro è stato strutturato in una tavola rotonda che ha permesso di svolgere un primo incontro di animazione territoriale.

I Colli Euganei si sono infatti presentati come un luogo fragile e di ricca biodiversità, attrattivo per il turismo e lungimirante nelle iniziative svolte dagli enti pubblici e dalle imprese private, ma con importanti necessità, come un rilancio nella ricerca delle discipline della salute, della ricerca sulle specie animali dei Colli Euganei, sul contatto tra agricoltura e ambiente, sull’impatto del turismo sul contesto ambientale circostante e sulla sua importanza per trasmettere una sensibilità verso l’ambiente, di cui l’uomo è esso stesso espressione: i diversi partner del progetto sono l’Ente Parco Regionale dei Colli Euganei, il Comune di Galzignano Terme con il MuCE – Museo dei Colli Euganei, il Galzignano Terme & Golf Resort e il Golf Club Montecchia, il Giardino Monumentale di Valsanzibio, le scuole del territorio, rappresentate dall’IC Carrarese Euganeo e dall’IC Lozzo Atestino, unitamente ai medici di medicina generale come il dott. Fiorenzo Toffanin.

Accanto alle discussioni degli adulti, il Museo di Medicina Veterinaria ha proposto negli spazi del MuCE un pomeriggio con la scienza che è andato tutto esaurito, un’iniziativa dedicata agli animali dei Colli, dal titolo “Qua la zampa!” per portare la riflessione sulla natura anche ai più piccoli, giocando con la ricerca. Un nuovo modo di intendere l’ambiente, la vita e il benessere è in arrivo sui Colli Euganei.

“L’incontro di Rinasco con i partner è il primo passo di un nuovo modo di costruire insieme il paesaggio dei Colli Euganei, unendo ricerca a vita quotidiana, il sogno alla concretezza del presente, un obiettivo che è proprio della Terza Missione dell’Ateneo Patavino – riflette la prof.ssa Antonella Peruffo, curatrice dell’incontro e docente del dipartimento BCA, capofila del progetto.m “Un percorso che vede tante discipline insieme non poteva che approdare anche sui Colli Euganei, dove sono presenti imprese del benessere e del turismo termale, luoghi di contatto tra arte e natura, professionisti che operano per il benessere e la salute insieme alla comunità che vive sui Colli.” – propone Lucia Bailoni, professore ordinario del dipartimento BCA, capofila del progetto.

“L’attività di creare momenti di “gioco con la scienza” è ormai pratica consolidata nel contesto dell’ateneo patavino, come mostrano gli eventi della Notte Europea dei Ricercatori, di University Kids, Science4All e le tante iniziative messe in campo anche dal Museo di Veterinaria insieme con gli altri musei dell’ateneo patavino. Questa volta andiamo sui Colli Euganei, portando il museo direttamente alle famiglie, grazie ad una collaborazione con il MuCE – Museo dei Colli Euganei” dice Giuseppe Palmisano, conservatore del Museo di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Padova.

Fonte: servizio stampa MuCE

Lotta al granchio blu , turismo slow, hub per le tartarughe e ostrica rosa: l’Università di Padova e imprese locali in rete per un progetto che ridisegna il Delta del Po

Un territorio unico dalla straordinaria biodiversità, fuori dai circuiti turistici e oggetto di una riscoperta come meta di un viaggio lento, a contatto con la natura: il Delta del Po, la più vasta zona umida italiana, è una delle aree in cui il cambiamento climatico sta imprimendo gli effetti più evidenti. Una zona naturalistica oggi al centro di un progetto innovativo che mette in connessione in modo nuovo il mondo dell’università e della ricerca e gli attori del territorio, aziende d’eccellenza in primis: “Le Mappe del Delta” è un percorso che nasce dal Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione (BCA) dell’Università di Padova in collaborazione con Parco Naturale Regionale Veneto del Delta del Po e Fondazione Goletta L.A.B. nell’ambito della terza missione, ovvero delle iniziative dedicate alla diffusione dell’attività di ricerca oltre i confini del contesto accademico. L’intero progetto è curato da Studio Bleu, realtà specializzata nella comunicazione della scienza, attraverso progetti che la rendono accessibile a pubblici diversi.

Progetti che intercettano la dimensione del turismo slow, cui il territorio con i suoi 80mila ettari e una popolazione di “appena” 73mila abitanti, con la sua ricchezza di ecosistemi e fauna dentro e fuori dall’acqua, è naturalmente vocato. Fra ambienti umidi e valli da pesca, lagune e canneti, dune e barene, fra tartarughe, fenicotteri e delfini, senza dimenticare le tante specie di uccelli, il Delta del Po si presta al cicloturismo, ma anche all’ippoturismo e al birdwatching oltre ovviamente alla navigazione turistica su piccole imbarcazioni, spesso con la guida esperta di pescatori del posto che conoscono ogni sfumatura del paesaggio e che ne leggono le trasformazioni intervenute nel corso dei decenni.

Nella prima fase docenti, ricercatori e personale tecnico del dipartimento, guide naturalistiche del Parco, imprenditori agricoli e ittici alla guida di realtà di eccellenza del territorio si sono messi in gioco per disegnare insieme nuovi percorsi. Alle attività di formazione per migliorare la comunicazione della propria ricerca e alle occasioni di dialogo e networking con stakeholder del territorio si sono affiancati tavoli di lavoro tematici per intercettare e attivare possibili progetti condivisi di ricerca e innovazione. Dalle produzioni alimentari d’eccellenza – fra cui le vongole minacciate dal granchio blu e l’ostrica rosa prodotta nella sacca di Scardovari, ma anche il riso e il miele del Parco del Delta – all’avifauna – con le quasi 400 specie di uccelli censite – fino alla tutela della fauna selvatica e allo sviluppo di nuova offerta turistica ad essa connessa: molti i temi al centro dell’incontro fra ricercatori dell’ateneo e territorio, qui di seguito soltanto alcuni esempi.

Le vongole minacciate e l’ostrica rosa sostenibile “allevata” con le maree

Lo studio dei ricercatori indaga la composizione del microbioma delle vongole, utile a identificarne la provenienza. La Laguna di Caleri, situata tra il Po di Levante e l’Adige, oltre a rappresentare un’area con una grandissima biodiversità, è un “laboratorio di ricerca a cielo aperto” per progetti sviluppati con gli allevatori di vongole. Al centro delle ricerche anche la modalità di produzione dell’ostrica rosa, allevata con un metodo innovativo, sostenibile e unico basato sulla marea solare ideato e brevettato da Florent Tarbouriech e importato in Italia, in collaborazione con l’itticoltore francese, da Alessio Greguoldo: le ostriche sono incollate una ad una, a mano, su corde a loro volta collegate ad un argano che le solleva dall’acqua riproducendo l’effetto delle maree atlantiche. La frequenza degli innalzamenti, stabilita grazie a un timer alimentato da pannelli fotovoltaici, permette di gestire la crescita del prodotto. Aziende e Università sono inoltre impegnate insieme nello studio di soluzioni che possano difendere la produzione di molluschi – vongole e ostriche rosa – dalla specie aliena invasiva.

Il riso Igp e l’aumento del cuneo salino

Oggetto della ricerca del dipartimento BCA, anche la produzione biologica di frumenti nel territorio, di erba medica destinata all’alimentazione sana e sostenibile degli animali e del riso del Delta Igp, che si caratterizza per i chicchi di grandi dimensioni, per l’alto valore nutrizionale e per la modalità di coltivazione a tre metri sotto il livello del mare. Una produzione, quella del riso, che nasce da piccole realtà, quasi sempre familiari, che hanno adottato modelli di economia circolare: un’eccellenza anche in questo caso minacciata da fenomeni connessi al cambiamento climatico, dall’aumento del cuneo salino – ovvero il movimento sotterraneo dell’acqua del mare verso l’entroterra – fino alla presenza sempre più impattante delle nutrie che distruggono gli argini.

Mieli rari: la ricerca contro le frodi alimentari
Il miele di barena, prodotto dalle api a partire dalla pianta di limonium che cresce in ambienti ostili, ma anche quello di lavanda e di erba medica, sono prodotti rari e tipici del territorio. La collaborazione fra i ricercatori del dipartimento e gli apicoltori del Delta del Po, che nell’ex scuola elementare di Ca’ Cappellino a Porto Viro ospita anche un museo dedicato proprio al nettare degli dei, è attualmente incentrata sul supporto allo sviluppo di una filiera corta e sicura e sulla messa a punto di strumenti di analisi sempre più sofisticati per garantire l’origine geografica e botanica dei mieli, scongiurando il rischio di frodi alimentari.

Un hub per la fauna selvatica

La valorizzazione del territorio come scrigno di biodiversità, il turismo slow e la tutela dell’avifauna e della fauna selvatica sono temi che percorrono diversi progetti che coinvolgono il Parco Regionale e il dipartimento BCA. È il caso ad esempio della Goletta Catholica, nota per essere stata la prima Goletta Verde di Legambiente, usata in passato per i monitoraggi della qualità delle acque e oggi – restaurata, riallestita e ormeggiata ad Albarella – utilizzata soprattutto per attività realizzate grazie alla collaborazione tra i fondatori di Fondazione Goletta L.A.B. – Fondazione Cariparo, Ente Parco del Delta del Po, Legambiente e Università degli Studi di Padova (Dipartimento BCA): al monitoraggio dei cetacei e dei delfini si affiancano le attività con le scuole a bordo della goletta ormeggiata. All’orizzonte un altro progetto ambizioso: nel territorio Dipartimento e Parco stanno lavorando alla nascita di un hub dedicato alla conservazione e al recupero della fauna selvatica, un laboratorio di ricerca per gli studenti dei corsi di medicina veterinaria e Animal care, ma anche uno spazio in cui proporre attività di divulgazione aperte a cittadini, turisti e scuole, coinvolti in attività su temi legati alla convivenza uomo-animale, all’impatto del cambiamento climatico e alla conservazione della biodiversità. L’hub sarà composto da due strutture fisicamente separate ma integrate: il centro di custodia situato nell’area dell’Ex Ceac, già in fase di ristrutturazione, e il centro “Bonello” gestito da Veneto Agricoltura.

Podcast e mappe per raccontare in modo nuovo il territorio
Il progetto prevede anche un’attività di comunicazione per raccontare in modo nuovo il Delta, fra gli output figurano infatti quattro podcast con le voci di chi vive e chi studia questo territorio unico, sospeso fra terra, acqua e mare e tre originali mappe che sviluppano il racconto del progetto attraverso tre itinerari – dal Giardino botanico di Porto caleri al museo delle api di Ca’ Cappellino, dal centro di interesse archeologico di San Basilio all’Oasi di Ca’ Mello, la Sacca degli Scardovari – e propongono una narrazione turistica-scientifica ricca di suggestioni che incrocia il racconto degli aspetti naturalistici con la valorizzazione dell’attività di ricerca scientifica e delle eccellenze dell’agricoltura e del panorama ittico del territorio. Mappe e podcast verranno presentati in occasione di un evento in programma nel territorio la prossima primavera.

La fase finale di lancio e disseminazione del progetto, attualmente in corso, si inserisce in un nuovo progetto di terza missione dell’Università – RINASCO – Rigenerare Insieme Natura Ambiente Salute Consapevolmente – iniziativa che coinvolge sei dipartimenti di Università di Padova (BCA, MAPS – Medicina Animale Produzioni e Salute, TESAF – Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-forestali, DAFNAE – Diparimento di Agronomia, animali, alimenti, risorse naturali e ambiente, DCTV – Dipartimento di Scienze Cardio-toracico vascolari e sanità pubblica, DNS – Dipartimento di neuroscienze).

Scarsità di risorsa nivale e temperature sopra la media le caratteristiche meteorologiche di febbraio 2025 in Veneto

“Col mese di febbraio si conclude l’inverno meteorologico 2024-25: perdura la preoccupante situazione della carenza di risorsa nivale, Arpav ci dice che all’appello mancano, da inizio stagione, circa 130 cm di neve fresca sulle dolomiti e 100 cm sulle Prealpi. In ottica di stagione irrigua alle porte non può che essere un elemento di preoccupazione associato a temperature miti non solo in quota”. A dirlo è Silvio Parizzi, direttore Anbi Veneto.

Pioggia e neve

Le precipitazioni a scala regionale si sono attestate su 59 mm, rispetto alla media del periodo 1994-2024 di 61 mm (-4%) per un apporto meteorico totale di circa 1062 milioni di m3 di acqua. Dall’inizio della stagione invernale il deficit di precipitazione nevosa è ancora del 34% nelle Dolomiti e del 38% nelle Prealpi. Dati: ARPAV. La quantità di neve caduta è stata nella norma ma inferiore alla media degli ultimi 10 anni.

Temperatura

L’inverno meteorologico (dicembre-gennaio-febbraio) è stato, in quota, mite, con un valore oltre la norma ma più fresco dei caldi inverni degli anni 2024, 2020, 2016, 2007, 1993 e 1992 (periodo di osservazione 1991-2025). È il sesto inverno più caldo dal 1992 ad oggi con un’anomalia di +1.5 °C rispetto alla media 1991-2020 (Arpav). Febbraio è stato più caldo del normale mediamente di + 1.6 °C: le minime registrano un’anomalia di +2.3 °C, le massime +0.9 ° (Arpav).

Risorse nivali

Il mese di febbraio è stato mite oltre la norma, soprattutto nella prima e nella terza decade del mese.
Il giorno più freddo è risultato il 14 febbraio, il più caldo il 5 febbraio. Sono caduti mediamente 50-65 cm a 2000 m nelle Dolomiti e 65- 85 cm di neve a 1600 m nelle Prealpi. La risorsa idrica nivale al 28 febbraio è inferiore alla norma: indicativamente è di 166 Mm3 nel bacino del Piave, 84 Mm3 nel bacino del Cordevole e di 114 Mm3 nel bacino del Brenta (dai Arpav).

Situazione dei corsi d’acqua/Acque sotterranee

Le portate sono in generale calo a fine mese rispetto alla situazione di fine gennaio. Solo Adige e Po mantengono valori superiori alle medie storiche del periodo. La tendenza delle falde è ancora in calo, anche se i valori si mantengono prossimi alle medie di lungo periodo.

Fonte: Anbi Veneto

21-23 marzo 2025, ad Alvito (Frosinone), il corso di formazione “Il giornalista e la consapevolezza ambientale” organizzato da Greenaccord, iscrizioni in piattaforma

È cresciuta negli ultimi anni la consapevolezza ambientale del giornalista? O sono ancora i cataclismi a dominare l’informazione? Si scoprirà questo e molto altro al XIX Forum dell’informazione cattolica per la Custodia del Creato, organizzato dall’associazione culturale Greenaccord. L’evento, previsto dal 21 al 23 marzo 2025 al teatro comunale di Alvito (Frosinone), in piazza Marconi 3, avrà come focus la montagna, i parchi e la Carta di Pescasseroli (L’Aquila, Abruzzo), la Carta deontologica che contiene norme e principi per una corretta comunicazione dei temi ambientali. Approvata nel 2023 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, su proposta degli Ordini regionali di Abruzzo, Lazio e Molise, è ancora poco conosciuta. Il corso prevede 14 crediti, di cui due deontologici per i giornalisti, iscrizioni in piattaforma.

«Abbiamo voluto dedicare questo forum alle montagne perché sono un indicatore della salute generale del pianeta – spiega il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio –. Spopolamento dei territori montani significa anche mancanza di manutenzione, la qual cosa si ripercuote anche su chi sta a valle. Ma per continuare a vivere nelle terre alte, servono servizi pubblici, una sanità garantita, connessioni efficienti. Abbiamo poi scelto di inserire un panel dedicato alla Carta di Pescasseroli, perché riteniamo che l’Ordine dei giornalisti abbia dimostrato grande sensibilità nel redigere una carta deontologica per una corretta comunicazione ambientale. Il giornalismo ha, infatti, un ruolo centrale nell’informare, creare una coscienza collettiva e guidare il cambiamento verso un futuro sostenibile». Per informazioni e iscrizioni: segreteria.greenaccord@gmail.com

Fonte: servizio stampa Greenaccord

21 marzo 2025, al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova) incontro Argav dedicato al cammino “La via degli dei”. Al termine, terzo tempo enogastronomico con gli specialisti di mozzarelle in carrozza e Vespaiolo

Camminare immersi nella natura fa bene alla salute e rafforza lo spirito. Per questi e mille altri motivi, i cammini – siano essi a carattere spirituale, naturalistico o sportivo -, sono aumentati in maniera esponenziale nel corso degli ultimi anni, non solo in Italia.

Uno dei cammini più frequentati è “La via degli dei”, antico sentiero che attraversa l’Appennino Tosco-Emiliano collegando Bologna a Firenze. A parlarne, con video e immagini, venerdì 21 marzo dalle 18.30 alle 20.30 al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova) sarà il vice presidente Argav Renzo Michieletto insieme a due suoi amici di Mestre (Venezia), che la scorsa estate hanno sperimentato questo percorso. A introdurre la serata sarà il presidente Argav Fabrizio Stelluto.

Al termine dell’incontro, si terrà il consueto “terzo tempo” organizzato per la serata dal consigliere Argav Gian Omar Bison. Saranno quindi ospiti Laura Torchiaro e Marco di Nicola, rispettivamente titolare e direttore commerciale di Cocai Food, specialisti della mozzarella in carrozza (http://www.cocai.food), Thomas Conzato, vignaiolo esploratore di Breganze e (Vicenza) e Bernardo Pasquali, giornalista ed esperto gastronomo. Partecipazione su prenotazione fino a esaurimento posti whatsapp 333-3938555, email arzerello@wigwam.it

L’inquinamento atmosferico e acustico continuano a nuocere alla salute dei cittadini europei

Tre quarti dei cittadini europei vivono in aree urbane e sono quindi particolarmente esposti all’inquinamento atmosferico e acustico. L’inquinamento atmosferico uccide almeno 250.000 persone all’anno in Europa, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente. Inoltre, l’esposizione prolungata a un rumore eccessivo può avere effetti negativi sulla salute, come disturbi del sonno, ansia, disturbi cognitivi e problemi di salute mentale, che ogni anno sono all’origine di 48.000 nuovi casi di patologie cardiache e di 12.000 decessi prematuri in Europa. A questo proposito, l’Unione Europea ha introdotto norme per proteggere i suoi 450 milioni di cittadini dall’inquinamento atmosferico e acustico, destinando 46,4 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 e 185,5miliardi di euro per il periodo 2021-2027 al conseguimento degli obiettivi in materia di aria pulita.

Il rumore è l’altra faccia dell’inquinamento urbano, ed è spesso trascurato

“Sono stati compiuti progressi nella lotta contro l’inquinamento urbano, ma sarebbe un errore dormire sugli allori”ha dichiarato Klaus-Heiner Lehne, esponsabile dell’audit per la Corte dei conti europea.  L’Ue e i suoi Stati membri devono capire che gli obiettivi ambiziosi potranno essere raggiunti soltanto a prezzo di notevoli ulteriori sforzi”.Gli auditor, infatti, prendono atto del complessivo miglioramento della qualità dell’aria nell’Ue, ma avvertono che l’inquinamento atmosferico, in particolare la concentrazione di biossido d’azoto (NO2) causata da auto e mezzi pesanti, resta un problema grave. Nel 2022, 10Stati membri registravano ancora livelli di NO2 superiori all’attuale limite dell’UE. Dato che ben presto le norme sulla qualità dell’aria dell’Ue verranno inasprite, le città europee dovranno impegnarsi ulteriormente per attuarle ed avvicinarsi così ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

La Corte conclude che è praticamente impossibile valutare i progressi conseguiti nel ridurre questo tipo di inquinamento nell’UE. Il monitoraggio delle emissioni acustiche è lacunoso e tardivo nella maggior parte degli Stati membri, per cui non si riesce a definire una tendenza. I dati indicano che è improbabile che venga raggiunto l’obiettivo per l’“inquinamento acustico zero” entro il 2030 di ridurre del 30 % il numero di persone che sviluppano patologie a causa del rumore generato dai trasporti. Le stime mostrano che potrebbe scendere, nella migliore delle ipotesi, del 19 % e, nello scenario peggiore, potrebbe addirittura aumentare del 3 % entro il 2030.

Le città hanno difficoltà a ridurre l’inquinamento atmosferico e acustico per tutta una serie di motivi, che vanno dallo scarso coordinamento tra le autorità a misure di dubbia efficacia, per non parlare dell’opposizione locale a tali misure. Prendiamo ad esempio le zone verdi, in cui i pedoni e i ciclisti hanno la precedenza sulle auto. La Corte ha riscontrato che tali misure comportano benefici per chi vive in quelle zone, ma peggiorano la qualità dell’aria e i livelli di rumore nelle strade limitrofe. Analogamente, le zone a basse emissioni, che contribuiscono a ridurre l’inquinamento atmosferico e acustico, sono un tema sempre più controverso. A Barcellona o a Cracovia, ad esempio, la loro introduzione ha provocato una serie di azioni legali per discriminazione o ostacolo alla libertà di movimento, per cui la misura è stata ridimensionata o ritardata. La Corte ha rilevato inoltre che la procedura d’infrazione della Commissione europea è lunga e non sempre efficace nel garantire il rispetto delle norme dell’Ue sull’inquinamento atmosferico ed acustico nelle città sottoposte ad audit.

Provvedimenti in materia agricola Ue e proroghe decreto legge emergenze al centro dei “Pensieri obliqui” del presidente Argav, Fabrizio Stelluto

Inquinanti perenni. Prima in Europa, dal 2026, la Francia limita la produzione e la vendita dei prodotti contenenti P-fas

(di Riccardo Panigada, giornalista scientifico socio Argav). Secondo un rapporto parlamentare europeo sono 238 i miliardi di euro – un importo corrispondente al Prodotto interno lordo (Pil)  della Grecia – spesi in Europa per diminuire la concentrazione nelle acque dei P-fas, una famiglia composta da circa 4000 diverse molecole che i francesi giustamente definiscono “inquinanti eterne”. E Dan Lert – presidente delle Acque della municipalità di Parigi – rileva che una tale spesa non dovrebbe essere a carico dei contribuenti, ma da addebitarsi alle aziende chimiche che producono o che semplicemente impiegano i P-fas” (nella foto l’area veneta interessata dallo spargimento nelle acque di PFAS  dello stabilimento Miteni nel vicentino)

La Francia è infatti il primo paese europeo a occuparsi concretamente del problema a livello legislativo, quando in sede comunitaria si sta ancora dibattendo circa la produzione di una legge per bandire i P-fas dagli utensili da cucina. Scienzaveneto.it (la testa di cui Riccardo Paniga è direttore, ndr) lo ha appreso dall’emittente France 24 (che trasmette in tutto il mondo in francese, inglese, arabo e spagnolo), la quale ha annunciato che nel Paese del filosofo francese Montaigne è stato compiuto il primo importante passo: a partire dal primo gennaio 2026 sarà vietata in Francia la produzione, l’importazione e la vendita di tutti i prodotti (dai cosmetici alle scioline per gli sci, dalle padelle da cucina ai vestiti) che finora contengono le dannose molecole in oggetto. I P-fas donano infatti proprietà antiadesive, impermeabilizzanti, sono ritardatori del fuoco, e vengono impiegati perfino in cosmetici come il rossetto per le labbra, dal quale penetrano con grande facilità nel corpo delle donne attraverso la pelle.

La nuova legge ferancese ha intanto anche stabilito una tassa per i produttori inquinanti. Ma quali sono i rischi per la salute umana? A quelli noti da decenni, tra cui l’induzione di cancerogenesi e di disfunzioni ormonali (i P-fas coprendo i recettori dello iodio sulla tiroide, ne riducono l’assorbimento, e hanno determinato negli ultimi anni un notevole aumento nelle popolazioni del morbo di Hashimoto), un recentissimo studio epidemiologico pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Helsevier (gennaio 2025) aggiunge che l’esposizione delle donne incinta ai P-fas riduce la misura e la vascolarizzazione della placenta, con la conseguenza per il nascituro di venire alla luce sottopeso, immunodepresso e meno reattivo ai vaccini.

I P-fas si trovano ormai nel corpo di tutti, nessuno escluso (lo si rileva mediante una semplice analisi dei capelli), in quanto tali inquinanti eterni sono ubiquitari nelle acque, al suolo e perfino nell’aria… non ci si può quindi illudere di proteggersi più di tanto, e, quindi, l’unica opportunità di ridurre il rischio di contrarre patologie riconducibili a tali molecole, è quella di vietarne la produzione e l’impiego.

Di seguito alcuni passaggi tradotti da un articolo pubblicato sul sito di France 24:

Una legislazione “pioniera” nell’Unione Europea
Giovedì 20 febbraio il parlamento francese ha approvato a larga maggioranza un disegno di legge ambientale che limita la fabbricazione e la vendita di prodotti contenenti PFAS, “inquinanti eterni” ampiamente presenti nella vita quotidiana, il cui impatto sulla salute preoccupa l’opinione pubblica e le autorità pubbliche.
Il testo, sostenuto dalla sinistra e dalla coalizione di governo, contrario il partito della Le Pen, è stato approvato negli stessi termini del Senato, con 231 voti favorevoli e 51 contrari, e potrà ora entrare in vigore. L’articolo principale prevede di vietare, a partire dal 1° gennaio 2026, la fabbricazione, l’importazione e la vendita di qualsiasi prodotto cosmetico, prodotto in cera (per gli sci) o prodotto tessile per abbigliamento contenente PFAS, ad eccezione di alcuni prodotti tessili industriali o di quelli “necessari per usi essenziali”.
Nel testo è inoltre menzionata una tassa basata sul principio “chi inquina paga”, che colpisce gli industriali le cui attività comportano rilasci di PFAS.
L’ambizione iniziale del testo è stata tuttavia ridotta, escludendo in particolare gli utensili da cucina dal campo di applicazione del divieto. (Paradossale? – n.d.r.)
La ministra per la Transizione ecologica, Agnès Pannier-Runacher (Renaissance), aveva espresso il suo sostegno alla proposta di legge nell’introduzione ai dibattiti, chiedendo al contempo un discorso sfumato, “sempre alla luce della scienza” e “senza cadere in una condanna generale dei PFAS”.
“Ci sono migliaia di PFAS. Alcuni sono ben noti, altri meno. Alcuni sono pericolosi, altri sono considerati a basso impatto”, ha detto.
LINK UTILI:
Petizione per una legge di divieto dei P-fas in Italia
https://act.gp/Stop-PFAS-Feb25
Mamme NO P-FAS Veneto:
https://www.mammenopfas.org/chi-siamo

Il 2024 l’anno più caldo in Veneto degli ultimi 30. Meno giorni di pioggia, ma fenomeni più intensi

Il 2024 in Veneto è stato l’anno più caldo di tutto il trentennio di riferimento 1991-2020, con un’anomalia climatica pari a +1,4° C. Anche per quanto riguarda le precipitazioni si osserva un cambiamento nella loro concentrazione: meno giorni di pioggia ma più intensi, con periodi di siccità più lunghi e una maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi con violenti temporali, grandinate, trombe d’aria, come avviene nel resto d’Italia. È quanto emerge dall’ultima edizione di ‘Statistiche Flash, numeri e grafici per capire il Veneto’, che focalizza l’attenzione sui cambiamenti climatici avvenuti nel tempo e sulle possibili soluzioni per ridurre le emissioni di sostanze inquinanti.

La situazione in Veneto rispecchia quanto osservato a livello nazionale e, in modo più ampio, su scala globale. Considerando le stazioni di ARPAV nel periodo di riferimento 1991-2020, la temperatura media annua sul Veneto è stata di 11,4°C, mentre nel 2023, si è attestata sui 12,7°C, esattamente come nel 2022: i due anni più caldi di tutto il periodo considerato. Relativamente al 2024, le prime stime indicano un ulteriore incremento, +1,4 °C rispetto alla media del periodo considerato, che porterebbe la temperatura oltre 12,8°C. È evidente quindi un tendenziale aumento, particolarmente accentuato a partire dal 2014, con ben 8 degli ultimi 11 anni con temperature medie sopra ai 12°C.

Per quanto riguarda le precipitazioni – si legge nel bollettino – il 2024 in Veneto è stato più piovoso del 38,5 rispetto alla media trentennale 1994:2023, con un picco nella stagione primaverile che ha visto un accumulo di precipitazioni quasi dell’87% al di sopra dello standard del periodo nel trentennio di riferimento. Rispetto agli eventi meteorologici più intensi, nel 2024 se ne sono registrati 54 contro una media di 49 degli ultimi 10 anni.

“Si passa da periodi di grande siccità a periodi di grande piovosità”, spiega l’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin. “Due facce della stessa medaglia che vedono la regione in campo già da anni. Basti pensare ad esempio a Piano di Mitigazione del Rischio Idrogeologico nato ormai 13 anni fa o al Piano di Tutela e Risanamento dell’atmosfera di cui la Regione Veneto si era dotata già vent’anni fa. I fenomeni meteo estremi registrati negli ultimi anni sono stati più rilevanti in termini di precipitazioni rispetto a quanto accaduto nel 2010 quando mezzo Veneto si allagò, ma non hanno dato gli stessi effetti al suolo proprio perché la Regione sta lavorando da anni su questo fronte”.

Rispetto ai cambiamenti climatici in atto, le azioni intraprese per la loro mitigazione si basano prevalentemente sul tentativo di ridurre le emissioni di gas nocivi e, in particolare dei gas serra, con il contenimento dei consumi di energia e con l’utilizzo di fonti rinnovabili e la contestuale diminuzione di quelle fossili.

Gli obiettivi posti dalla Commissione europea di coprire entro il 2030 almeno il 42,5% dei consumi energetici tramite fonti rinnovabili, si declinano a livello nazionale in una percentuale corrispondente pari a 39,4%, (contro il 19,2% rilevato nel 2022), attraverso un forte investimento nel settore elettrico. Questo dovrebbe portare ad una crescita della potenza annua installata degli impianti da fonti rinnovabili in Italia tale da raggiungere almeno gli 80.000 MW in più nel 2030 rispetto al 2020. Con il decreto 21 giugno 2024, sono stati definiti i singoli obiettivi regionali e, per il Veneto, si tratta di un incremento pari a 5.828 MW da raggiungere entro il 2030, sempre rispetto al 2020.

Un altro contributo al contenimento dell’inquinamento – viene evidenziato – può venire dallo sviluppo di aree verdi, perché gli alberi e le piante in genere svolgono un importante ruolo di assorbimento dei gas serra. Non a caso anche in Veneto i maggiori assorbimenti di CO2 equivalente sono concentrati nei comuni montani o comunque in prossimità delle zone boschive. “Come Giunta – ricorda Bottacin – abbiamo approvato la Strategia di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, con lo scopo di coordinare tutti i piani regionali e affrontare la sfida che abbiamo di fronte: dal Piano Energetico, alla Pianificazione Urbanistica, al Piano di Mitigazione del Rischio Idrogeologico a quello dei Trasporti e così via”. Per maggiori approfondimenti: https://statistica.regione.veneto.it/

Fonte: servizio stampa Regione Veneto