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Caso Pfas, medici per l’ambiente: “Gli studi della Regione Veneto sulla popolazione esposta non sono scientificamente attendibili”

pfasimmagineIl comitato direttivo ISDE Veneto ha esaminato la documentazione presentata durante la conferenza stampa del 22.7.2016 in cui sono stati esposti i risultati degli studi condotti dal Sistema Epidemiologico Regionale (SER) e dal Registro Tumori del Veneto (RTV) per valutare lo stato di salute della popolazione esposta alla contaminazione da PFAS.

Recito la nota Isde: “Nel comunicato stampa N° 1006 del 22/07/2016 della Regione Veneto si legge che: “ Sul piano oncologico ed epidemiologico, l’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche (PFAS) emerso nel 2013 in una vasta area del Veneto, ma in atto presumibilmente da almeno 20 anni, non ha portato al momento a rilevare un peggioramento del trend di salute dei cittadini nei territori maggiormente esposti.” Del tutto analoga la valutazione dei risultati dello studio presentato dal Registro Tumori il 28 ottobre, riguardante la popolazione dei 21 comuni definiti come esposti a PFAS :“In conclusione, tutte le diverse tipologie di analisi effettuate non documentano una maggiore incidenza di tumori maligni nelle popolazioni considerate, rispetto ai valori medi regionali”( Comunicato nr. 1479-2016)”.

Continua la nota: “Non condividiamo le conclusioni del SER e del RTV per i seguenti motivi. I risultati dello studio di mortalità 2007 – 2014 del Sistema Epidemiologico Regionale (SER), pur con i limiti dell’estensione temporale di soli otto anni, dimostrano un aumento di mortalità per alcune malattie non neoplastiche nelle zone contaminate: cardiopatie ischemiche sia negli uomini che nelle donne, rispettivamente +21% e +11%; malattie cerebrovascolari + 19% nei maschi; diabete mellito (+ 25%) e Alzheimer (+14%) nelle donne. Lo stesso studio del SER rileva inoltre nella popolazione dei 21 Comuni più inquinati, in entrambi i sessi, una prevalenza significativamente maggiore del riferimento regionale di dislipidemie e ipotiroidismo. Queste sono malattie la cui eziopatogenesi è legata anche ai meccanismi d’azione degli interferenti endocrini, categoria di sostanze chimiche cui appartengono i PFA”.

Continua la nota: “Lo studio SER ha sostanzialmente confermato i risultati della precedente indagine ISDE – ENEA che, analizzando i dati di mortalità di un periodo molto più lungo, 1980-2009, aveva evidenziato un eccesso statisticamente significativo di mortalità in entrambi i sessi per ogni causa e per diabete mellito, infarto acuto del miocardio e malattie  cerebrovascolari; nelle femmine, aveva rilevato anche un eccesso statisticamente significativo di mortalità per malattia di Alzheimer e cancro del rene. Non comprendiamo, quindi, come sia possibile, da una parte, affermare che “non si sia rilevato un peggioramento del trend di salute dei cittadini nei territori maggiormente esposti” e, dall’altra, attribuire a stili di vita l’eccesso di mortalità osservato, senza peraltro addurre alcuna prova a sostegno di tale affermazione che costituisce, allo stato attuale, una mera opinione personale dell’autore dello studio; è d’altronde ben difficile ipotizzare che proprio nelle aree contaminate le persone abbiano uno stile di vita significativamente peggiore delle popolazioni limitrofe”.

Continua la nota: “Probabilmente il trend non è aumentato perché lo stato della salute nei territori con l’acqua potabile e la catena alimentare contaminate per decenni dai PFAS è da sempre peggiore rispetto alle altre aree della regione e, in ogni caso, il SER non misura alcun trend. Questi risultati, tutt’altro che tranquillizzanti, imporrebbero, in ossequio al principio di precauzione sancito dalla normativa europea, l’adozione immediata di provvedimenti atti a:  eliminare l’esposizione della popolazione ai PFAS, quali l’approvvigionamento alternativo di acqua potabile (ovviamente garantendo il rifornimento di acqua destinata al consumo umano non inquinata), la sospensione della produzione e commercializzazione di alimenti  contaminati, e intraprendere, affidandoli ad esperti indipendenti, studi epidemiologici di tipoanalitico. Entrambe le richieste sono state più volte avanzate da ISDE alle autorità regionali”.

Continua la nota: “Un aspetto della questione, per nulla chiaro ma veramente importante, riguarda la definizione dei comuni “esposti “: mentre nel documento tecnico allegato alla delibera 1517/2015 la popolazione esposta (circa 270.000 soggetti) era stata individuata come residente nei comuni in cui si era verificato in rete o in pozzi privati almeno un superamento dei limiti di performance per PFOA, PFOS o altri PFAS (PFOA >500 ng/L, PFOS >30 ng/L, altri PFAS >500 ng/L), la nota 203887 del 24.05.2016 del Direttore Generale Area Sanità e Sociale individua 21 comuni sulla base della ricostruzione della filiera acquedottistica, per una popolazione di 127.000 soggetti. Nella lista dei comuni entrano così tra gli esposti Alonte e Asigliano che nel 2013 non presentavano alcun superamento dei limiti e ne escono molti altri che invece li avevano superati, come, ad esempio, Vicenza che aveva livelli altissimi nel luglio 2013 ( 1600 ng/L di PFOA, 80 di PFOS e 1800 di altri PFAS). E’ grave a nostro parere che non siano resi pubblici i criteri utilizzati per questa nuova definizione dei comuni esposti”.

Continua la nota: “Per quanto riguarda le malattie neoplastiche, osserviamo che esiste un problema prioritario di affidabilità dei dati del Registro Tumori poiché i dati sicuramente certificati dalla IARC (Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro – OMS) si fermano al 2006. E’ quindi indispensabile sapere se i dati presentati alle conferenze stampa sono stati sottoposti alla IARC, come aveva dichiarato il responsabile del registro, e se sono stati  accreditati. Presentare i dati di un solo anno e relativi a una piccola popolazione è al di fuori di qualsiasi regola internazionale e nazionale dei registri e francamente dubitiamo sia stato fatto su dati validati dalla IARC. Esiste anche un problema di credibilità scientifica dei criteri utilizzati nel disegno dello studio sui tumori nella “zona rossa”. Infatti, fra tutte le molecole del gruppo PFAS, solo il PFOA è stato valutato dalla IARC come “possibile cancerogeno” per testicolo e rene. E dei 21 Comuni “esposti”, due, Alonte e Asigliano, nel 2103 non presentavano inquinamento superiore ai limiti stabiliti dall’ISS per nessuna categoria di PFAS; in altri tre (Boschi sant’Anna, Minerbe e Roveredo di Guà), i limiti erano superati solo dal PFOS.

Continua la nota: “Gli effetti cancerogeni dei PFAS sono stati quindi studiati su una popolazione in parte non esposta a sostanze classificate come cancerogene.  Sorprendentemente, inoltre, per i 19 casi di cancro del testicolo identificati sono riportati i tassi di incidenza in ognuno dei 21 comuni, quando è ovvio che in almeno due municipalità non possono esserci casi di cancro testicolare. Inoltre, nell’analisi dell’ASL 5 (reperibile nel sito RTV), risulta che il tasso di incidenza del cancro al testicolo è decisamente più alto del riferimento regionale: 11.3 su 100.000 rispetto a 7.1. E nella popolazione maschile di circa 20.000 soggetti residenti nella zona sud dell’ASL 6 sono stati rilevati 4 casi, che portano a un tasso ancora più alto, di circa 20 su 100.000. Ci risulta problematico, pertanto, condividere in questa situazione la dichiarazione attribuita al prof. Rugge, di essere “confidente in questi dati fino alle estreme conseguenze” e le conclusioni identiche riportate in entrambi gli studi regionali : “… da nessuna delle analisi effettuate è emersa alcuna evidenza di una maggiore incidenza di tumori a carico delle popolazioni esposte a PFAS, sia per le sedi oggetto (testicolo e reni) di particolare attenzione che per tutti i tumori.”

Continua la nota: “Molte perplessità suscita infine, a nostro parere, la decisione della regione Veneto di finanziare con 100-150 milioni di euro l’anno per dieci anni, la “cosiddetta presa incarico “di parte della popolazione esposta che verrà sottoposta annualmente, per i prossimi dieci anni a visite mediche periodiche ed analisi di laboratorio.” Premesso che i dettagli “della presa in carico” non sono stati finora pubblicati, la decisione di sottoporre oltre 100.000 persone ad analisi di laboratorio aspecifiche, senza contemporaneamente dosare i PFAS nel sangue dei partecipanti, non permetterà di stabilire eventuali correlazioni fra le patologie multifattoriali PFAS-associate né nel singolo caso né nell’intera popolazione studiata. Non si comprende perché “dalla presa in carico” della popolazione sarebbero esclusi i bambini sotto i 14 anni e gli adulti sopra i 65 anni, le donne gravide e i neonati, come già avvenuto per lo studio sul biomonitoraggio umano. Sembra quasi che, per le autorità regionali e statali, le fasce più suscettibili agli effetti tossici dei PFAS, non esistano o non siano meritevoli di attenzione. E quand’anche, fra dieci o più anni, fosse stabilita un’eventuale correlazione nei singoli individui fra patologie e livelli ematici di PFAS, come giustificheranno le autorità la decisione di aver lasciato ampie fasce della popolazione veneta esposte per un decennio a concentrazioni elevatissime di PFAS? A nostro avviso gli obiettivi dello studio regionale potrebbero ugualmente essere perseguiti con un’indagine condotta mediante intervista telefonica dei partecipanti da ripetere annualmente, con notevole risparmio di risorse economiche”.

Conclude la nota: “In conclusione, la Regione Veneto con le sue strutture scientifiche (SER, Registro Tumori e altri registri), non appare in grado di affrontare con credibilità una situazione caratterizzata da notevole incertezza scientifica. Riteniamo, così come è stato fatto negli USA in occasione dell’inquinamento prodotto dalla DuPont, che si debba, attraverso un bando pubblico di ricerca, affidare ad esperti indipendenti la conduzione di studi analitici sulla popolazione esposta che affrontino i possibili molteplici effetti avversi di queste sostanze e chiariscano il ruolo causale di queste sostanze sulle patologie già rilevate negli studi descrittivi finora condotti”.

Fonte: Isde Padova

Mountain Wilderness, co-fondata da Tonio de Savorgnani, premio Argav 2016, chiede alla Regione Veneto di stralciare dal collegato al bilancio la proposta sul disturbo venatorio

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da sx, Fabrizio Stelluto, presidente Argav, e Tonio de Savorgnani, Premio Argav 2016

(di Marina Meneguzzi, vice presidente Argav) “Il mio compito è di parlare dei problemi della montagna, dicendo la verità senza compromessi, confidando nella forza della comunicazione e nei giornalisti che hanno il coraggio di dire le cose come stanno. Certo, il confine tra quello che sarebbe conveniente dire e non dire è labile, è un problema non da poco con cui ci si deve confrontare, ma a cui si deve rispondere per il rispetto di se stessi”: questo il messaggio, semplice  e forte, che l’alpinista e ambientalista Tonio de Savorgnani, tra una proiezione e l’altra di luoghi a lui sacri come le montagne del Nepal e del Tibet, da lui visitate e scalate, ha espresso ai soci Argav presenti a Padova lo scorso 17 dicembre nelle sale del Forcellini 172 per insignirlo del Premio Argav 2016, riconoscimento che la nostra associazione assegna a quanti dimostrano con il loro operato di dare valore al territorio veneto.

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Un momento del Premio Argav 2016

Intralciare l’attività di un cacciatore costerà caro. Ed è un impegno di vita che Toio de Savorgnani, nel cui personale “Pantheon” spicca il mitico alpinista Walter Bonatti (1930-2011), ha espresso anche sabato scorso, comunicandoci l’ultima battaglia che sta conducendo insieme a Giancarlo Gazzola attraverso Mountain Wilderness Veneto, associazione di cui è co-fondatore, e Michele Boato dell’Ecoistituto del Veneto Alex Langer. “Lunedì prossimo (oggi per chi legge, ndr) in Consiglio Regionale del Veneto si aprirà la discussione sul Bilancio e sulla cosiddetta legge collegata, una lunga serie di leggi e leggine che la maggioranza non è riuscita ad  approvare, ma che in questo modo non verranno discusse ma votate in blocco. Una procedura molto discutibile e non tanto democratica. Una delle parti che più susciterà opposizione è quella relativa al cosiddetto disturbo venatorio, per cui chi si macchierà della colpa di azioni che in qualche modo dovessero creare intralcio all’attività di un cacciatore, potrà essere multato con un’ammenda da 600 a 3600 euro, caso unico in tutta Italia. Chiediamo, quindi, al presidente della regione Luca Zaia e al presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti di ritirare questa proposta antidemocratica che, se approvata, renderebbe ancora più conflittuale il rapporto tra mondo venatorio e associazioni ambientaliste, vanificando quel poco di collaborazione che si era instaurato con la regione in occasione del referendum contro le trivellazioni”,  ha spiegato de Savorgnani.

In vista un nuovo referendum contro la caccia? “L’attività della caccia gode in Italia molti e ingiustificati privilegi – ha continuato de Savorgnani – prima di tutto il diritto di entrare nei fondi privati senza chiedere permesso ai proprietari, grazie all’art 842 del Codice Civile, violando i principi fondamentali della proprietà privata, validi in tutta Europa tranne che in Italia e concessi solo per la caccia. Altro inaccettabile privilegio è che la legge 157 del 1992 “finge” di concedere ai proprietari dei fondi il diritto di negare l’accesso ai cacciatori, in quanto obbliga il privato a costose recinzioni e a permessi che vengono erogati ogni cinque anni e che, causa complicate procedure burocratiche, quasi nessuno riesce ad ottenere. Ma una sentenza  della Corte dei Diritti dell’Uomo ha stabilito l’illegittimità di tale privilegio, anche se riferito alla Germania, andando esso contro i diritti dell’Uomo. E siccome siamo in Europa, un principio valido in uno dei paesi membri dovrebbe esserlo in tutti gli altri. Chissà che un’occasione del genere riesca a dare la sveglia alle associazioni, affinché riescano ad organizzarsi e a rivendicare almeno il sacro diritto alla proprietà privata dei cittadini normali. E forse  un giorno dovremo ringraziare il consigliere regionale e cacciatore Sergio Berlato per essere riuscito, con le sue  proposte tanto esagerate da risultare perfino bizzarre, a suscitare l’indignazione necessaria per ripartire con un nuovo referendum contro la caccia“.

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da sx, Efrem Tassinato, premiato dal presidente Fabrizio Stelluto

Riconoscimento speciale anche ad Efrem Tassinato. Nel corso dell’incontro, il direttivo Argav ha consegnato all’amico e chef Efrem Tassinato, giornalista, tesoriere Unaga, nonché fondatore e presidente nazionale Wigwam, un premio Argav straordinario. Efrem è da sempre convinto ambientalista – negli anni ’70 del secolo scorso ha fondato l’OSAN (Organizzazione per la Salvaguardia dell’Ambiente Naturale) organizzando le prime esperienze di campi di Riboschimento nel Bellunese e nel Bresciano – ed è promotore di un’economia equo, solidale e sostenibile. Inoltre, da oltre vent’anni ospita nelle accoglienti sale del circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Pd) i nostri incontri informativi mensili, che si concludono sempre all’insegna della convivialità, con menù tematici da lui preparati insieme alla moglie Diana all’insegna della genuinità dei prodotti.

Reflui e fertilizzanti nei campi, regione Veneto vara divieti “flessibili” d’inverno se il meteo lo consente

nitratiPiù flessibilità nella distribuzione in campo dei reflui animali e fertilizzanti. La Giunta regionale del Veneto, nell’approvare il terzo programma di azione direttiva nitrati, ha introdotto una novità: nel periodo invernale, nel quale vige il divieto per lo spargimento di letami, reflui e fertilizzanti al fine di evitare eccessive concentrazioni nel suolo e gli effetti del dilavamento prodotti dalle piogge, la Regione Veneto mitiga lo stop.

Possibile in caso di una serie di giornate assolate. Concede infatti ad aziende e agricoltori la distribuzione in campo in alcuni periodi stagionali a fronte di una condizione climatica favorevole indicata dalle previsioni del bollettino meteo Arpav. Solo in caso di assenza di precipitazioni previste e pregresse, documentate dal bollettino Arpav, per aziende e agricoltori è possibile, quindi, utilizzare una ‘finestra’ nel calendario dei giorni vietati. Ad essere interessati alle novità del terzo programma di azione della direttiva nitrati sono i 120 mila agricoltori del Veneto, e in particolare le oltre 11 mila aziende zootecniche, alle quali si aggiungono le 1400 aziende agroalimentari (cantine e caseifici) soggette a  comunicazioni per l’emissione di acque reflue e i 180 impianti digestori  che producono biogas. La prima ‘finestra’ di flessibilità concessa e suffragata dai bollettini meteo si è già verificata l’1 e 2 dicembre scorsi.

Altre concessioni. Il terzo programma di azione della direttiva nitrati introduce parametri meno restrittivi anche per gli allevamenti della Lessinia e delle zone collinari, per cui il pascolamento diretto del bestiame e la distribuzione diretta di letame e ammendanti sarà consentita anche nelle aree con pendenza superiore al 10 per cento. Il provvedimento semplifica, poi, l’obbligo da parte delle piccole aziende agroalimentari che producono acque reflue di cantina per quantità inferiori ai mille metri cubi all’anno: i titolari saranno chiamati a rinnovare la dichiarazione secondo il nuovo modello predisposto, e non sarà più necessario aggiornare la comunicazione se non subentreranno modifiche nell’attività produttiva aziendale.

Flessibilità nel rispetto delle regole. “Si tratta di novità significative che vanno sotto il segno della semplificazione e della flessibilità – dichiara l’assessore all’agricoltura Pan – pur mantenendo il rispetto per la valenza ambientale delle regole sui nitrati. Ricordo che in Veneto il 60 per cento della superficie complessiva è considerata zona vulnerabile, e quindi soggetta ai vincoli di restrizione previsti dalla normativa comunitaria, nazionale e regionale. Vincoli severi, il cui mancato rispetto comporta l’esclusione per gli agricoltori degli aiuti diretti della Pac e delle indennità previste per le aree svantaggiate. Ma visto il positivo andamento delle concentrazioni rilevate nei terreni e il significativo impegno di agricoltori e aziende nel rispetto della disciplina abbiamo ritenuto utile introdurre un elemento di ragionevole flessibilità nello stop invernale. Negli ultimi quattro anni, infatti, siamo passati da 125 a 114 kg/ha di azoto distribuito per ettaro, a fronte di una capacità produttiva che si è mantenuta nel complesso stabile e che al momento interessa oltre 250 mila ettari di superficie agricola coltivata sui quasi 800 mila ettari complessivi”, conclude Pan. Il calendario dei divieti degli spargimenti in campo e il riepilogo delle norme vigenti in materia è consultabile a questo link. Per le previsioni del bollettino meteo Arpav consultare questo link.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Istituito il servizio regionale di controllo e vigilanza in agricoltura, caccia e pesca

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiIl Consiglio regionale del Veneto ha approvato l’articolo del collegato alla legge di stabilità 2017 che istituisce il Servizio regionale di Vigilanza, accorpando guardie provinciali e ispettori regionali in un unico corpo diretto e organizzato dalla Regione.

Un organico di 186 persone. Con la nuova norma – approvata senza voti contrari – dal 1° gennaio 2017 i 174 agenti delle Polizie provinciali, attualmente dipendenti delle Province e della Città metropolitana di Venezia, e i 12 ispettori regionali di vigilanza nel settore primario confluiranno in un unico corpo di vigilanza e di controllo in materia ambientale, agroalimentare, faunistica e venatoria, coordinato da un unico responsabile regionale e impiegabile  su tutto il territorio regionale. Per il nuovo servizio –  nel quale gli addetti conservano qualifiche, indennità e trattamento economico di cui erano titolari nell’ente di provenienza – la Regione riserva 6,8 milioni di euro per il biennio 2017-2018. “Senza aggravi ulteriori per il proprio bilancio, visto che dal 2014 la Regione già paga il personale e i costi delle funzioni non fondamentali delle Province”, evidenzia l’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan.

I compiti. I futuri agenti del Servizio regionale di vigilanza avranno il compito di vigilare su tutela e salvaguardia della fauna selvatica e dell’attività di caccia, nonché sulla fauna ittica e sulla pesca nelle acque. Avranno inoltre il compito di controllare le attività e i mercati agricoli, l’impiego di prodotti e fitofarmaci nelle colture, e di prevenire e reprimere le frodi agroalimentari. Infine, spetterà loro ogni ulteriore compito che la legislazione regionale e nazionale ha affidato alle Polizie provinciali, come la vigilanza in materia di cave e attività estrattive o in materia di accoglienza e turismo.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Ultima ora. Parco colli Euganei, Giunta Regionale definirà con le rappresentanze del territorio la zonizzazione dell’area protetta

colli-euganei-5“Abbiamo considerato le esigenze di tutela di un’area di grande pregio naturalistico che riteniamo indispensabile conservare e valorizzare, e quelle di mantenimento di un sistema produttivo agricolo che rappresenta a sua volta una risorsa irrinunciabile, non solo dal punto vista economico, ma anche ambientale. Questa mattina i capigruppo di maggioranza hanno presentato un emendamento nel quale si delega la Giunta regionale a definire di concerto con le rappresentanze del territorio la zonizzazione del Parco. E’ stata così accolta l’istanza dei sindaci di operare d’intesa con loro per la  salvaguardia dell’area protetta”. A commentare  la soluzione trovata stamane a Palazzo Ferro-Fini per il Parco regionale dei colli Euganei è Cristiano Corazzari, assessore regionale al territorio, ai parchi e aree protette.

Cinghiali, altro emendamento in arrivo. “Continueremo ad operare per il contenimento del numero dei cinghiali che provocano notevoli danni alle colture, potenziando il piano d’azione da tempo avviato e sostenendo l’unità operativa già attivata su questo fronte“, ha detto Corazzari, sottolienando che nel 2016 i cinghiali catturati sono più di mille e che per questa finalità è stato presentato un altro emendamento alla legge finanziaria che stanzia ulteriori 200 mila euro.

Le parti interpellate. “Lavoreremo in stretto accordo con i sindaci dei comuni Euganei, con i soggetti interessati individuati dalla normativa vigente (saranno comprese anche le associazioni ambientaliste? ndr) e con l’Ente Parco alla nuova zonizzazione e al riesame dell’assetto geografico del Parco stesso. Si tratta di un impegno che si inserisce all’interno della più ampia attività conseguente all’approvazione da parte della Giunta del disegno di legge per la ‘Disciplina e valorizzazione della rete ecologica regionale e delle aree naturali protette’, attualmente all’esame della competente Commissione consiliare e che mi auguro approdi in aula nei primi giorni del 2017”, ha concluso Corazzari.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Rete dei parchi regionali veneti a rischio tagli di superficie

colli-euganei-5Associazioni ambientaliste – ma anche numerose amministrazioni comunali – sul piede di guerra nel padovano per quello che Legambiente Veneto definisce in una nota stampa “l’ennesimo colpo di mano ai danni dell’ambiente e della natura protetta“.

Il fatto. La protesta è dovuta all’emendamento, diventato poi un articolo del collegato al Bilancio, presentato dal consigliere regionale Sergio Berlato “per riclassificare le aree dell’ente Parco Colli Euganei” in funzione di risolvere il problema della massiccia presenza di cinghiali. “Siamo fortemente preoccupati per l’iter intrapreso in sede di Consiglio Regionale del Veneto in merito al Parco Regionale dei Colli Euganei che, sfruttando il problema dei cinghiali presenti nel Parco, in virtù di un emendamento alla proposta di legge 194 collegato alla legge di stabilità finanziaria 2017, potrebbe venire drasticamente ridotto nella sua estensione di circa il 70-80%“, si legge in una nota del WWF Vicenza-Padova. Che così continua: “L’emendamento ricalca, eludendola, la proposta di legge 187 del 10-10-2016, che deve essere ancora discussa in Seconda Commissione Consiliare. Questa manovra, senza il necessario passaggio presso la commissione ambiente, aggira difatto gli strumenti di partecipazione democratica, escludendo il coinvolgimento dei portatori di interesse, come sono ad esempio le associazioni ambientaliste, e rischia di introdurre un precedente che potrebbe essere pericolosamente esteso anche ad altri parchi del Veneto, visto che è del 9 dicembre 2016 la pubblicazione sull’Arena di Verona di un analogo emendamento predisposto ma non ancora presentato, per il Parco naturale della Lessinia“.

Un emendamento taglia-parco. “Il tentativo di Berlato – si legge nella nota di Legambiente Veneto – cancella, nei fatti, la proposta della Giunta regionale di aprire un dibattito sulle politiche delle aree protette che il presidente Zaia ha avanzato con la presentazione di un disegno di legge nel marzo 2016. Per questo chiediamo a Zaia: intende continuare sulla strada del confronto pubblico e politico  o vuole farsi sconfessare dalle furbate del consigliere regionale Berlato ansioso di accaparrarsi i favori di qualche cacciatore?Il presidente Zaia deve intervenire per bloccare l’emendamento taglia-parco che favorisce le lobby dei cacciatori molto vicine a Berlato, e proporre in maniera seria misure per il contenimento della popolazione del cinghiale. Ridurre i territori dei parchi   – conclude Legambiente – significa regalare altre porzioni di territorio alle diffuse conseguenze del bracconaggio e delle azioni illegali del mondo venatorio, incorrere in procedure d’infrazione, bloccare una discussione di merito sul problema del contenimento delle popolazioni di fauna selvatica alloctona e dannosa, senza minimamente diminuire i danni all’agricoltura, e sottrarne controllo e gestione ad un Ente pubblico regionale che invece può perseguire coerentemente piani di controllo effettivi su specie che causano danni alla biodiversità e alle attività agricole.” L’associazione ambientalista, inoltre, non sottovaluta i possibili pericoli per il territorio derivanti da una riperimetrazione del Parco dei Colli Euganei, in particolare per le minori limitazioni alla combustione di CSS nei cementifici.

Fonte: Legambiente Veneto – WWF Vicenza-Padova

 

 

11 dicembre 2016, torna in Veneto la manifestazione Boschi a Natale

Sono 14 gli appuntamenti in calendario domenica 11 dicembre 2016 alla manifestazione Boschi a Natale, iniziativa promossa dalla Regione e dall’Unpli Veneto che, attraverso visite guidate nei parchi, oasi naturalistiche, aree boschive e zone di pregio ambientale del territorio regionale, conduce i visitatori alla scoperta di luoghi importanti dal punto di vista naturalistico e paesaggistico. Al termine di ogni escursione, sono previste degustazioni di prodotti tipici.

Meglio prenotare. Tre sono le proposte nelle province di Belluno, Treviso e Venezia; 2 due nei territori di Rovigo e Verona, una nel Vicentino. Tutte le escursioni sono adatte alla famiglia, si va da un massimo di 4 ore di passeggiata ad un’ora e mezza. Alcuni dei percorsi sono anche adatti ai non vedenti e alle persone con disabilità motoria e sono indicati nella mappa con specifica icona. La prenotazione è gradita e va effettuata 3 giorni prima dell’escursione (0438.893385 / 334.2936833, quota d’iscrizione euro 5,00/adulto).

Il programma per provincia/Venezia. Caorle due escursioni: ore 10 e 14 Oasi Naturale Valle Vecchia. Punto di ritrovo: Veneto Agricoltura, strada provinciale Portogruaro Brussa. Localizzata lungo la costa tra i centri urbani di Caorle e Bibione, è una vasta area non urbanizzata nata in parte dalle azioni di bonifica degli anni Cinquanta che hanno portato alla nascita dell’isola di Vallevecchia. Oggi, tra l’arenile e la pineta, sorge di uno dei maggiori sistemi dunali litoranei del Veneto. Proprio per la presenza di questo particolare habitat, Vallevecchia è stata riconosciuta dalla Comunità Europea, come Zona di Protezione Speciale e Sito di Importanza Comunitaria. Il paesaggio è segnato solo da antichi casoni caorlini e da edifici rurali, tra zone umide salmastre nidificano specie protette, tanto che l’area è tra le più amate da chi pratica birdwatching.  Martellago ore 10 Marzenego e parco Laghetti Punto di ritrovo: piazza Ilaria Alpi, Maerne di Martellago. Le cave di argilla nel bacino del Marzenego hanno prodotto una notevole alterazione dell’ambiente, ma una volta abbandonate, si è avviato al loro interno un processo di rinaturalizzazione, che ha permesso in seguito notevoli progetti di recupero. Tra queste ex cave, spiccano per estensione i Laghetti di Martellago: ben 64 ettari, quanto il bosco di Chirignago a Marghera, mentre il parco di San Giuliano ne occupa una quarantina. Un’oasi che negli ultimi vent’anni è diventata patrimonio pubblico grazie all’impegni degli enti locali e delle associazioni ed oggi è un polmone verde da scoprire: per la nidificazione di uccelli e la presenza di fauna.  L’area del Marzanego, fiume di risorgiva che nasce poco lontano da Dese e Sile, si caratterizza a Martellago anche per la presenza di mulini e di architetture di pregio: dalla Villa Morosini, detta Ca’ della Nave, il cui grande parco (oggi golf club) si lega proprio alla presenza dell’acqua, alle fornaci di argilla, cui si lega la storia delle cave. Quarto d’Altino due visite alle ore 10 e 14 Oasi Naturale di Trepalade Punto di ritrovo: parcheggio via Marconi 45, Quarto d’Altino. L’Oasi situata nel comune di Quarto d’Altino, in località Trepalade, è caratterizzata da una vegetazione spontanea e rigogliosa che ricopre le sponde delle cave senili trasformando il luogo in uno degli ultimi lembi rimasti nella campagna veneta di un tempo, quando la coltura intensiva non esisteva. La presenza del Sile e la sua vegetazione ripariale, un pioppeto con sottobosco spontaneo, il canneto, il ninfeeto, il giovane “bosco dei nati” hanno contribuito a creare un piccolo ma importante ambiente tipico dove piccoli mammiferi, rettili, anfibi ed uccelli, ormai scomparsi nelle zone limitrofe, vivono e si riproducono nella più completa protezione.

Il programma per provincia/Treviso. Sarmede ore 10 I boschi di Posocco. Punto di ritrovo: piazza Roma, Sarmede. Vittorio Veneto ore 10 Le Piaie di Sonego Punto di ritrovo: piazza Santa Giustina, Vittorio Veneto. Nel Vittoriese, oltre alle aree più conosciute (come il Cansiglio), vi sono degli splendidi boschi di pregio costituiti da carpini, querce, castagni faggi, ciliegi. Tra questi alcuni alberi secolari, veri “patriarchi vegetali”, soprattutto castagni che un tempo nutrivano con i loro frutti la popolazione locale. Il primo nucleo di grandi alberi si trova al confine tra il comune di Fregona e di Vittorio Veneto lungo il suggestivo percorso che porta da S. Augusta al Monte Pizzoc in località Piaie (o Piazze) di Sonego e l’altro ai margini dei prati di Posocco tra i comuni di Sarmede e Cordignano in un’area di rara bellezza. Ambedue i percorsi sono molto vari e rappresentano vari aspetti della natura dei luoghi (vegetazionali, faunistici, geologici, archeologici ed etnografici). Castelcucco ore 10 I boschi di Castelcucco. Punto di ritrovo: Museo Latteria al Casel, via Ru’ 23, Castelcucco. Partendo dalla chiesa Arcipretale di San Giorgio, salendo lungo la strada comunale di Castelcucco via Rive si apre progressivamente un ampio panorama sullecolline Asolane, fino ad arrivare all’indicazione per la piacevole discesa boschiva di “S.Giustina” che rapidamente porta alla sorgente del torrente Muson. La discesa lungo il corso d’acqua, abbina colori e vegetazione di una ricchezza unica per una zona prettamente boschiva. Il percorso esce in una suggestiva zona costituita dall’Oratorio di “San Francesco” ed il borgo di “Casel” un’opera di archeologia industriale che offrono interessanti soste prima di ritornate alla base di partenza.

Il programma per provincia/Rovigo. Trecenta ore 10, I Gorghi di Trecenta, Punto di ritrovo: piazza Marconi, Trecenta. I Gorghi di Trecenta sono un’area protetta ricca di zone umide situate nei pressi di Trecenta, in provincia di Rovigo. La zona, dichiarata sito di interesse comunitario (SIC), comprende un complesso di zone umide a testimonianza di alluvioni antiche, situate in depressioni naturali nel terreno ed alimentate dalle risorgive di un paleo alveo del Po. A questi antichi laghetti, oggi frequentati più dalla fauna avicola, si legano le leggende popolari che spesso ne danno il nome. Come il Gorgo della Sposa, la tragica leggenda di una fanciulla vittima di un matrimonio combinato che preferì gettarsi nelle acque e morire piuttosto che rinunciare al suo innamorato. Rosolina ore 10 e 14 Parco del Delta del Po | Giardino Botanico di Porto Caleri. Punto di ritrovo: Porto Caleri, Rosolina Mare. Il Giardino Botanico di Porto Caleri è un significativo esempio di gestione sostenibile degli habitat dunali. La Regione Veneto fin dai primi anni ’90 ha operato per conservare, valorizzare e rendere disponibile al pubblico questo sito che si è mantenuto nella sua struttura ecosistemica originaria. Il Giardino è costituito da un centro visite e da un articolato sistema di sentieri, ponti, passerelle in buon parte accessibile a disabili accompagnati e non vedenti consentendo una visita ad “impatto ambientale” prossima allo zero. A questi ambienti ormai rari è oggi riconosciuto un elevato valore naturalistico che potrai scoprire assieme alle guide del Parco Regionale del Delta del Po. Un ambiente marino incontaminato e primigenio, così raro sulla costa Adriatica.

Il programma per provincia/Vicenza. Longare  ore 10 Parco ex Cava Volto, Punto di ritrovo: piazza Valaurie, Costozza di Longare. L’hanno chiamata “l’oasi dal cuore di pietra” l’ex cava del Volto a Costozza di Longare si prepara a diventare cantiere sperimentale per un progetto di recupero degli habitat e valorizzazione a fini didattico-ambientali. L’area sta per diventare, grazie ad un progetto di valenza europea, una tappa fondamentale di un percorso di 130 km di sentieri sui Colli Berici. Le cave di pietra tenera vicentine erano già attive in epoca romana, dalle cavità sotterranee partono i “ventidotti” che incanalano l’aria a temperatura costante verso gli ambienti superiori cantine scavate nella roccia (i covoli) e ville, come Villa Eolia di cui fu ospite Galileo Galilei.

 Il programma per provincia/Verona. Roverchiara due visite alle ore 14 e 17,30 Parco dell’Adige. Punto di Ritrovo: piazza Vittorio Emanuele, Roverchiara. L’area naturalistica di 900 ettari interessa più Comuni, alcuni di loro stanno da tempo lavorando alla realizzazione di un parco intercomunale delle anse dell’Adige, per la creazione di percorsi ciclabili arginali che si colleghino direttamente al centro di Verona, la creazione di laboratori didattici e il recupero di antiche aie ed edifici rurali. Fumane, ore 10 e 14 Parco Regionale della Lessina. Punto di ritrovo: piazza della Chiesa, Molina di Fumane. Molina è un piccolo borgo medievale con numerose case perfettamente restaurate dove si possono osservare i tipici dettagli degli elementi architettonici delle costruzioni della Lessinia, in particolare i tetti coperti da grandi lastre di calcare rosso. Oltre all’architettura e alle famose cascate di Molina, il Parco della Lessinia è il luogo ideale per un’escursione naturalistica immersi nel verde della lussureggiante vegetazione, tra vertiginose pareti di roccia nuda, ampie caverne e scroscianti cascate d’acqua che per centinaia d’anni hanno alimentato i diciotto mulini di questo piccolo borgo della Lessinia.

Il programma per provincia/Belluno. Sospirolo ore 10, Il bosco di Cornia. Punto di ritrovo: Località Torbe Casera, Sospirolo. Il lago di Vedana è un piccolo specchio d’acqua di origine glaciale situato nel territorio comunale di Sospirolo, non presenta immissari ed emissari, costituendo cioè un bacino endoreico. Il lago giace in una zona di grande interesse naturalistico, alle porte del Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi; occupa una piccola depressione causata da un antico alveo del fiume Cordevole, all’interno di una zona denominata Masiere, un’ampia distesa di grossi massi e detriti ormai ricoperta in larga parte da vegetazione pioniera.. Il lago di Vedana e i prati torbosi de “Le Torbe” costituiscono delle “oasi umide”.. Nei pressi di San Gottardo sorge la Certosa di Vedana, antico monastero certosino. Perarolo ore 10, Area Wilderness Valmontina, Punto di ritrovo: località Macchietto, Perarolo. La Val Montina è la prima area wilderness alpina di rilevanza europea, localizzata nel comune di Perarolo di Cadore e attualmente gestita da Veneto Agricoltura. Si tratta di una zona incontaminata, dove la natura si presenta inalterata, allo stato selvaggio e ricca di biodiversità. Un patrimonio naturalistico, definito infatti area SIC (Sito di Interesse Comunitario) e ZPS (Zona di Protezione Speciale), particolarmente importante per il territorio provinciale, che conserva al suo interno specie vegetali e animali non visibili altrove. Una valle impervia che è possibile raggiungere attraverso limitate vie d’accesso e abbandonata dall’uomo dalla fine dell’Ottocento. Un paradiso terrestre che custodisce numerose specie di animali tra cui l’aquila reale, il gallo cedrone, l’astore o ancora il cervo, la marmotta, lo stambecco. Sappada ore 10, I Boschi e le borgate di Sappada Vecchia, Punto di ritrovo: Borgata Bach 163, Sappada. Già dal 1600, le borgate di Sappada venivano indicate con il termine Colli o Masi. L’equivalente termine tedesco Hof si trasformò, col passare del tempo, in heifele, che significa appunto borgata. Sono 15 le borgate che si susseguono sul versante nord della valle, quello meglio esposto al sole. Le frazioni più antiche – le borgate Mühlbach, Cottern, Hoffe, Fontana, Kratten, Soravia, Ecche e Puiche – costituiscono quella che viene identificata come “Sappada Vecchia”. Ogni borgata è un nucleo a sé, in cui la vita sociale, soprattutto in passato, si concentrava tra la fontana e la chiesa (o chiesetta, o cappella) della frazione e oggi ci porta nel cuore e nella storia di questa felice isola linguistica germanica.

Fonte: Servizio Stampa Boschi a Natale

Agricoltura e ambiente, nuovi bandi a sostegno dello sviluppo rurale e del miglioramento della qualità dell’aria

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiVia libera della Regione del Veneto ai nuovi bandi di finanziamento per lo sviluppo rurale. La Giunta regionale ha approvato i testi dei bandi del programma di sviluppo rurale 2014-2020 che saranno sottoposti nei prossimi giorni all’esame della terza Commissione del Consiglio regionale.

I nuovi bandi coprono diversi ambiti: dalla formazione professionale, alla promozione dei prodotti di qualità, agli investimenti aziendali, all’insediamento dei giovani agricoltori, agli interventi ambientali e alla cooperazione per l’innovazione. In totale si tratta di 7 misure e 15 tipi d’intervento attivati, per un sostegno complessivo di 89 milioni di euro, cofinanziato dall’Unione europea, dallo Stato italiano e dalla Regione del Veneto. Questa è la quarta tornata di bandi avviati nell’ambito del ciclo comunitario 2014-2020. Dei 1.184 milioni a disposizione per sostenere lo sviluppo rurale sino al 2020, al 30 ottobre 2016 la Regione ha già concesso 577 milioni, e ha liquidato oltre116 milioni. Il Consiglio Regionale ora ha 30 giorni per esprimere il parere sui testi, prima della definitiva approvazione della Giunta che darà il via ai termini per la presentazione delle domande. Le tempistiche per presentare le domande d’aiuto all’organismo pagatore Avepa variano dai 30 ai 105 giorni e dipendono dalla tipologia di intervento.

Ambiente. Dando attuazione al Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Atmosfera, di cui è stato approvato l’aggiornamento nell’aprile scorso, la Giunta regionale ha approvato un bando al fine di sostenere le amministrazioni comunali e provinciali che abbiano realizzato nel corso del 2016 concreti interventi finalizzati a migliorare la qualità dell’aria sul territorio di competenza. Le amministrazioni richiedenti il finanziamento dovranno risultare proprietarie, o titolari di altro diritto reale (ad esempio diritto di superficie), dell’eventuale fondo sul quale insiste l’opera candidata a contributo e le azioni poste in essere dovranno essere già concluse in data antecedente al 30 novembre 2016. Le istanze verranno valutate secondo l’ordine cronologico di presentazione e gli interventi verranno finanziati fino all’esaurimento dell’importo previsto, determinato in 750.000 euro. Alle domande verrà riconosciuto un contributo fino ad un massimo di 60.000 euro.

Antartide, alla ricerca del ghiaccio più antico del pianeta

antartideGlaciologi e climatologi di dieci Paesi europei (tra cui l’Italia) cercano in Antartide il ghiaccio più antico sulla Terra. L’obiettivo è trovare il punto della calotta antartica dal quale estrarre la carota di ghiaccio che permetta di andare più indietro nella storia del pianeta. Tale archivio temporale permetterà di decifrare i processi del sistema climatico del passato, per migliorare le proiezioni su quelli futuri.

Il progetto “Beyond EPICA – Oldest Ice”, finanziato dall’UE con 2,2 milioni di euro, è coordinato dall’Istituto tedesco Alfred Wegener – Helmholtz Centre for Polar and Marine Research (Awi). L’Italia partecipa all’iniziativa nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerca in Antartide (Pnra), finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca  (Miur), ed è presente nel consorzio con l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) e Università di Bologna. Inoltre, sono coinvolti scienziati di Università italiane (Ca’ Foscari di Venezia, Firenze e Milano-Bicocca), dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr) e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

Un salto nel passato. Trovare ghiaccio di un milione e mezzo di anni fa. E’ questo l’obiettivo di “Beyond EPICA – Oldest Ice”. Per dare l’idea, si pensi che il campione di ghiaccio più antico oggi disponibile risale a 800mila anni fa. Tali carote di ghiaccio contengono particelle di aria che risalgono al momento della loro formazione. Analizzate in laboratorio, rivelano la composizione dell’atmosfera del passato. “Quello che ancora non siamo riusciti a comprendere è perché cambiò il ciclo dei periodi glaciali e interglaciali tra 900mila e 1,2 milioni di anni fa”, spiega Carlo Barbante, professore all’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore dell’Idpa-Cnr. Prima della cosiddetta transizione di metà Pleistocene, i periodi glaciali e interglaciali si alternavano all’incirca ogni 40mila anni. Da allora invece ogni periodo è durato circa 100mila anni. Questa conoscenza deriva per esempio dall’analisi di campioni di sedimenti, i quali però sono privi di informazioni sui gas presenti nell’atmosfera. “Non possiamo indagare il ruolo dei gas ad effetto serra, perché non abbiamo campioni adeguati per farlo, in quanto gli unici archivi geologici che contengono la composizione chimica dell’atmosfera sono le carote di ghiaccio”, afferma Barbara Stenni, professoressa all’Università Ca’ Foscari Venezia.

Gli italiani in campo. Il progetto nasce proprio per colmare questa lacuna, con analisi geofisiche, tecnologie di perforazione rapida e datazione del ghiaccio sul campo. Inoltre, le tecnologie di perforazione saranno ulteriormente sviluppate e testate. Il primo lavoro sul campo partirà a breve: in Antartide il glaciologo Massimo Frezzotti (Enea) e i geofisici Stefano Urbini (Ingv) e Luca Vittuari (Università di Bologna), assieme ai colleghi degli altri istituti coinvolti nel progetto, analizzeranno lo spessore dei ghiacci, le loro caratteristiche fisiche e la topografia del basamento roccioso in due differenti siti sia da aereo che a terra. Lo spessore della calotta glaciale è solo un primo indicatore della presenza di ghiaccio del passato, perché a determinare quanto sono antichi gli strati di ghiaccio sono l’accumulo di neve e i flussi dei ghiaccio dal cuore dell’Antartide verso la costa. Durante il programma di ricerca sul campo gli scienziati misureranno anche l’accumulo di neve, la dinamica del ghiaccio e useranno nuove tecnologie per perforare il ghiaccio e misurare le temperature.

“Durante studi precedenti abbiamo individuato aree chiave in cui ci aspettiamo di trovare i più antichi archivi di ghiaccio della Terra – spiega il professor Olaf Eisen (Alfred Wegener Institute), coordinatore del progetto. Ora dobbiamo verificarlo ed è importante per noi apprendere il più possibile riguardo i processi di deposizione e della dinamica del ghiaccio”. Oltre a questi interrogativi scientifici, il progetto ha anche l’obiettivo di mettere assieme l’esperienza tecnologica e scientifica necessaria per affrontare questo progetto di perforazione profonda, per rifinire la pianificazione scientifica e la gestione del progetto e per definire budget e finanziamenti. Per generare il massimo avanzamento scientifico sono coinvolte le più ampie comunità scientifiche europee dedicate alla paleoclimatologia e allo studio dei modelli climatici.

Fonte: Europe Direct Veneto

Azione UE per il clima, la Corte dei conti europea denuncia serio rischio che il target di spesa del 20 per cento non sia raggiunto

SmogIn risposta ai cambiamenti climatici, l’UE ha deciso di spendere a favore dell’azione per il clima almeno il 20 per cento del proprio bilancio per il periodo 2014‑2020. Questo target dovrebbe essere raggiunto integrando l’azione per il clima nei vari settori d’intervento e nei fondi previsti dal bilancio dell’UE. La Corte dei conti europea ha verificato, quindi, la probabilità che il target venga conseguito e che l’approccio della Commissione europea porti a finanziamenti più cospicui e mirati a favore dell’azione per il clima.

I lavori in corso sono ambiziosi e sono stati compiuti progressi. In assenza di maggiori sforzi, però, rimane il forte rischio che il target del 20 per cento non sia raggiunto. Nel Fondo europeo di sviluppo regionale e nel Fondo di coesione l’attuazione del target ha comportato interventi più attenti e mirati all’azione per il clima. Nei settori dell’agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca, nonché nel Fondo sociale europeo non vi è stata, invece, una svolta significativa in tale direzione. “Vi è un serio rischio che non venga raggiunto il target dell’UE di spendere almeno un euro su cinque del proprio bilancio a favore dell’azione per il clima tra il 2014 e il 2020”, ha dichiarato Phil Wynn Owen, il membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Nonostante i progressi compiuti, l’evoluzione rimane perlopiù costante in importanti settori di spesa. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero vagliare tutte le potenziali opportunità e assicurare una svolta concreta a favore dell’azione per il clima”.

Azioni sopravvalutate. Secondo la Commissione, la percentuale di finanziamenti dedicata all’azione per il clima tra il 2014 e il 2016 è stata in media del 17,6 per cento. Per raggiungere il target globale fissato per il bilancio UE entro la fine del 2020, la Corte stima che sarebbe necessario aumentare a una media del 22 per cento il tasso di finanziamento per il clima nel periodo dal 2017 al 2020 compresi.  Dall’audit della Corte è emerso che le stime della Commissione sono basate su ipotesi di spesa agricola destinata all’azione per il clima che portano a sopravvalutazioni e sono inficiate dalla mancanza di un’adeguata giustificazione. La Corte ha calcolato che, se si applicano le metodologie adottate a livello internazionale alla spesa per l’attività agricola e lo sviluppo rurale, il contributo previsto di questi settori risulterebbe inferiore di circa 33 miliardi nel periodo 2014‑2020, pari a circa il 15 % del target complessivo.

Nel settore della ricerca, il programma Orizzonte 2020 è in ritardo rispetto al proprio target di destinare il 35 % all’azione per il clima, poiché il suo contributo si colloca attualmente al 24 per cento per il periodo 2014‑2017. A detta della Corte, la Commissione non dispone di un piano d’azione dettagliato che stabilisca come recuperare terreno. Nelle raccomandazioni alla Commissione, la Corte segnala la necessità di un solido esercizio di consolidamento pluriennale per avanzare verso il target del 20 per cento, di una rendicontazione organica e di un monitoraggio dei risultati, nonché di una valutazione solida e realistica delle esigenze connesse ai cambiamenti climatici. Raccomanda inoltre di correggere le stime in eccesso relative alla spesa per lo sviluppo rurale e di redigere piani d’azione per i settori in ritardo. Infine, raccomanda di sondare tutte le opportunità potenziali per assicurare una più decisa e concreta svolta a favore dell’azione per il clima.

Fonte: Servizio Stampa Corte dei conti europea