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Bonifica: Francesco Cazzaro 
nuovo presidente Anbi Veneto 
per il quinquennio 2020-2024

Francesco Cazzaro

Lo scorso 15 giugno i presidenti degli 11 Consorzi di Bonifica del Veneto hanno eletto all’unanimità Francesco Cazzaro, attuale presidente del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive (sede a Venezia-Mestre), alla guida di Anbi Veneto, l’Associazione regionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue. Francesco Cazzaro, che lo scorso gennaio era stato riconfermato alla presidenza del Consorzio che guidava già dal 2015, succede a Giuseppe Romano, che ha presieduto l’associazione regionale per 10 anni. L’assemblea dei presidenti ha inoltre eletto come vicepresidente di Anbi Veneto, sempre all’unanimità, Paolo Ferraresso, presidente – anch’egli riconfermato lo scorso gennaio – del Consorzio di Bonifica Bacchiglione (sede a Padova). Entrambi manterranno le loro cariche nei rispettivi Consorzi.

Chi è. 60 anni appena compiuti, nato e residente a Villa del Conte (Pd) dove è stato anche sindaco per due mandati (2004 – 2014), Francesco Cazzaro è titolare di un’azienda agricola attiva nell’acquacoltura. L’esperienza maturata in questi primi cinque anni di presidenza al Consorzio di bonifica Acque Risorgive rappresenterà sicuramente un viatico prezioso nel nuovo ruolo di coordinamento del sistema veneto della bonifica che con i suoi 11 Consorzi per oltre 1500 dipendenti si pone a livelli d’eccellenza a livello nazionale sia per qualità delle progettualità, sia per efficienza organizzativa, sia per capacità di attrarre finanziamenti pubblici per la realizzazione di opere.

Obiettivi del mandato. “Ringrazio i colleghi presidenti per la fiducia accordatami, assicuro il mio impegno nel ricoprire questo ruolo consapevole dell’importanza sempre maggiore che sta assumendo l’attività di coordinamento nell’ambito della bonifica – ha affermato il neo presidente nel suo discorso di insediamento -. Le sfide legate ai mutamenti climatici impongo infatti ai consorzi di ragionare sempre più in un’ottica di sistema, con un’attenzione che vada anche oltre i confini del proprio comprensorio e miri alla collaborazione tra tutti gli enti di rappresentanza e portatori di interessi di un territorio, il Veneto, che a mio parere è unico. Tra i motivi per cui il nostro sistema regionale della bonifica ha raggiunto livelli di eccellenza vi è proprio la capacità di fare squadra, operando in stretto contatto con la Regione del Veneto, a partire dall’assessorato all’Agricoltura, le organizzazioni agricole, le due autorità di Bacino fino alle Università. Mi impegno, in stretto coordinamento con l’Anbi nazionale, sempre vicina alla nostra regione, a proseguire in questa strada di cooperazione ampliando ulteriormente il confronto con i cittadini che di fatto sono i destinatari finali del nostro lavoro”.

La gestione dell’acqua ad uso irriguo, sempre più complessa a causa dei lunghi periodi siccitosi, rappresenta uno dei principali ambiti di sfida con cui la bonifica dovrà confrontarsi nel prossimo futuro. Altro ambito è dato dalla sicurezza idraulica di centri abitati e campagne messi a rischio da violenti eventi atmosferici che riversano su territori fortemente urbanizzati enormi quantità d’acqua in brevissimo tempo. Infine, sempre più importante è il ruolo che i Consorzi stanno assumendo dal punto di vista ambientale con la tutela delle risorgive, la ricarica delle falde acquifere, la realizzazione di bacini di fitodepurazione e di oasi naturalistiche fondamentali per la biodiversità: azioni fondamentali per preservare il paesaggio e la qualità della vita di chi lo abita.

Fonte: Servizio stampa Anbi Veneto

Cansiglio, riaperta Casa Vallorch

Casa Vallorch, la struttura per l’educazione naturalistica e l’accoglienza di Veneto Agricoltura, recentemente ristrutturata e affidata per la gestione all’Associazione “Lupi, gufi e civette”, ha riaperto, mettendo in campo una lodevole iniziativa: offre una vacanza in Cansiglio a medici e infermieri delle ULS locali impegnati con l’emergenza Coronavirus.

Il rifugio è un buon punto di partenza per passeggiate, ad esempio il sentiero Alpago Natura F1 – Vallorch Villaggio Cimbro (1122 m)- La Faia- Vallone Vallorch – “F” Strada del Taffarel (1319 m) – sentiero “S”. Questo percorso passa per il villaggio Cimbro, una tribù probabilmente germanica o di etnia celtica. La struttura, immersa ta faggi, abeti bianchi e rossi, offre ristoro, da dormire e ricovero anche per le 2 ruote. Per prenotazioni: 349 094 6001 lupigufiecivette@gmail.com

 

L’informazione ai tempi del Covid-19, un libro della giornalista, socia Argav, Romina Gobbo

“Ne uccide più la lingua che il Covid”. E’ il titolo del libro che la giornalista, socia Argav, Romina Gobbo ha dedicato alla comunicazione giornalistica e istituzionale nei primi due mesi della pandemia.

Parte dall’osservazione del linguaggio usato dai giornali (soprattutto nei titoli), propone una lettura e una spiegazione del perché c’è stato un utilizzo intenso di termini bellici, infine avanza ipotesi su come continuare a svolgere al meglio la professione di giornalista. “In due mesi si è letto di bombe, polveriere, micce, esplosioni, economia di guerra, in riferimento alla malattia”, evidenzia Romina Gobbo, elencando una lunga serie di esempi. “Contagi e paura: il morbo è tra di noi” (La Nazione). “Forza e coraggio per sconfiggere questo nemico invisibile” (Presidente del Consiglio Giuseppe Conte), “Nous sommes in guerre” (Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron). L’informazione ha perpetrato uno stigma, sottolinea la giornalista: “Il virus killer che viene dalla Cina”, così come il nemico (cinese) che viene per uccidere. Ma è anche abbondato il sensazionalismo: “Non c’è più posto al cimitero”.

“La pandemia è diventata infodemia – sostiene Romina Gobbo -. La domanda che attraversa tutto il libro è: si tratta di un problema di povertà sintattica oppure l’uso di questo linguaggio rispondeva ad un determinato scopo? Ecco allora l’esortazione ai lettori di non accontentarsi, di cercare di andare oltre i titoli e le facili descrizioni; di esercitare, cioè, quel senso critico che permette di capire davvero il mondo in cui siamo”. Ulteriori informazioni a questo link

Fonte: Ordine dei giornalisti del Veneto

Sicurezza alimentare e stili di consumo durante l’emergenza Covid-19: un’indagine dell’Osservatorio IZSVe

Sicuri della salubrità del cibo che mangiano e fiduciosi di poter controllare l’insorgere di rischi per la salute attraverso i comportamenti individuali: così appaiono gli italiani intervistati dall’Osservatorio IZSVe durante l’emergenza Covid-19.

Dai risultati di un’indagine a cui hanno risposto 730 consumatori italiani, la sicurezza alimentare non emerge come una particolare fonte di preoccupazione tra i possibili rischi che possono avere un impatto sulla vita delle persone in generale. Tuttavia, in questo momento di emergenza sanitaria il rapporto col cibo è cambiato: diminuisce la frequenza della spesa al negozio e aumenta la spesa online, si fa più attenzione all’igiene e alla manipolazione degli alimenti e cambia la dieta. Una cosa è certa: i consumatori hanno un ruolo importante nel contribuire alla sicurezza alimentare, e anche in questo particolare periodo corretti comportamenti nella gestione del cibo in ambito domestico possono garantire un consumo sicuro e consapevole.

Come è cambiato il rapporto col cibo durante l’emergenza Covid-19. Dalle dichiarazioni degli intervistati emerge che per la maggior parte dei rispondenti i comportamenti legati alla gestione del cibo hanno subito dei cambiamenti rispetto a quelle che erano le abitudini pre-emergenza sanitaria. Dieta e abitudini alimentari. In primo luogo è variata la spesa di generi alimentari: secondo il 27.1% degli intervistati essa è diventata meno frequente ma più abbondante, con un aumento di prodotti surgelati. La maggioranza dei rispondenti (più del 50%) dichiara di non avere riscontrato significative variazioni nelle loro abitudini di consumo. Tuttavia i dati evidenziano un incremento nel consumo di panificati (40.1%) e una riduzione nel consumo di pesce crudo (42.7%) e di cibi pronti al consumo (42.2%).

In ambito domestico emerge una maggiore attenzione all’igiene e alla manipolazione degli alimenti: alcuni, infatti, riportano di lavarsi più spesso le mani e lavare più accuratamente il cibo, il particolare le verdure (17.5%), ma anche gli utensili, i contenitori e le superfici in generale (17.7%). Rispetto all’alimentazione, i rispondenti dedicano più tempo alla preparazione del cibo (16.2%) preferendo alimenti ‘home made’ come pane, pasta, pizza e dolci (14%). Emergono inoltre variazioni nella dieta: se da un lato viene seguita una dieta più sana, facilitata dall’avere più tempo a disposizione per cucinare, dall’altro si attesta l’aumento delle porzioni di cibo consumate abitualmente e un peggioramento della qualità (12.9%).

Canali di acquisto degli alimenti. Per quanto riguarda invece le abitudini di acquisto, per il 24% dei rispondenti è aumentato il ricorso alla spesa di prodotti alimentari online, mentre rimane sostanzialmente invariato il dato rispetto alla consegna di pietanze e cibo a domicilio. Risulta in flessione la frequenza di acquisto presso supermercati e negozi alimentari. In linea anche con le indicazioni sanitarie, si predilige un carrello più abbondante ma riempito meno di frequente.

La percezione del rischio alimentare e della responsabilità individuale nel controllo delle malattie. Per quanto riguarda il rischio alimentare, i rispondenti in generale si sentono abbastanza sicuri del cibo che mangiano: infatti il 70% del campione ritiene poco o per nulla probabile che gli alimenti che consuma possano compromettere la propria salute.

Preoccupazione per diversi rischi potenziali. Nel contesto di diversi potenziali rischi che possono incidere sulla propria vita si riscontra una generale attenzione al tema dell’inquinamento ambientale: il 34.8% dei rispondenti ritiene molto probabile che condizioni ambientali sfavorevoli possano influire negativamente sulla propria salute. Tuttavia la principale fonte di preoccupazione riguarda le ricadute negative sulla vita personale di una possibile crisi economica, che sono ritenute molto probabili dal 38.2% degli intervistati. Considerando l’attuale contingenza di emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid19, appare significativo il dato rispetto alla possibilità di contrarre una malattia grave che pare preoccupare fortemente solo il 6.8% dei rispondenti.

Preoccupazione per i rischi alimentari. Rispetto al tema della sicurezza alimentare, i rischi verso i quali rispondenti manifestano un alto livello di preoccupazione riguardano le proprietà del cibo, in particolare la qualità e la freschezza degli alimenti, le manipolazioni in condizioni non igieniche del cibo consumato fuori casa e la presenza di sostanze chimiche e inquinanti negli alimenti. Gli altri temi a cui gli intervistati risultano essere particolarmente sensibili sono il benessere degli animali da allevamento, la presenza di microplastiche all’interno dei cibi e le sostanze residue nella carne, come antibiotici o ormoni. Da notare che anche in questo particolare momento, la possibilità che si sviluppino nuovi virus negli animali si colloca tra i rischi per i quali il livello di preoccupazione è basso.

Atteggiamenti verso la capacità personale di gestire i rischi alimentari. In riferimento alla capacità personale di controllare e gestire possibili rischi alimentari, la maggioranza degli intervistati (57.3%) ritiene di avere un elevato margine di controllo sui rischi legati alle proprie abitudini alimentari e alla dieta, come ad esempio un elevato consumo di grassi. Invece gli ambiti in cui gli intervistati ritengono di avere meno o addirittura nessun controllo riguardano le tecnologie applicate agli alimenti (75.8%), in particolare le nanotecnologie, e le contaminazione chimiche del cibo come ad esempio i residui di pesticidi (70%). Sfuggono dal controllo personale anche i possibili rischi derivanti da infezioni animali o zoonosi trasmissibili da animale a uomo (66%).

La sicurezza alimentare durante l’emergenza COVID-19. Nonostante dall’indagine dell’Osservatorio la sicurezza degli alimenti non emerga come un tema che desta particolare preoccupazione, in questo momento di emergenza sanitaria sono diversi i dubbi dei consumatori sulla gestione dei cibi. È possibile contrarre il COVID-19 dal contatto con gli alimenti? È vero che tutta la spesa va disinfettata? Quali particolari precauzioni bisogna adottare nella gestione del cibo? Come ribadito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ad oggi non esistono evidenze che il virus possa trasmettersi attraverso gli alimenti o le confezioni alimentari; il rischio di prendere la malattia in questo modo è quindi ritenuto altamente improbabile. Tuttavia, anche in questo periodo è importante mantenere la dovuta attenzione alle corrette pratiche di gestione e preparazione dei cibi. Il Rapporto 17/2020 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS)  fornisce indicazioni e raccomandazioni specifiche per garantire l’igiene degli alimenti e degli imballaggi alimentari anche in ambito domestico (poster ISS sulla spesa e igiene degli alimenti) e utili indicazioni per la spesa in negozio (poster ISS sulle indicazioni per la spesa in negozio). Le raccomandazioni suggeriscono quindi di continuare a riservare particolare attenzione all’igiene degli ambienti, delle superfici e degli utensili a contatto con gli alimenti, così come al lavaggio dei cibi che si consumano crudi e alla cottura dei prodotti di origine animale. In sostanza, possono anche cambiare le nostre abitudini di consumo, ma non le modalità di gestione e preparazione del cibo a casa, buone pratiche che tutti devono mantenere anche in tempi di COVID-19, possibilmente con un occhio in più alla pulizia degli ambienti. I consumatori sono un anello fondamentale nella catena di gestione del rischio alimentare. La consapevolezza dei possibili rischi e l’adozione di corrette pratiche in cucina garantisce la tutela della salute personale e collettiva.

Fonte: IZSVe

 

 

 

 

 

XVI Rapporto sul turismo del vino in Italia, istituzioni locali determinate a ricoprire un ruolo strategico per il rilancio

Colline del Prosecco

L’Associazione Nazionale Città del Vino, fondata a Siena nel 1987, ha presentato nei giorni scorsi in webinar il “XVI Rapporto sul Turismo del Vino in Italia”, comparto che valeva nel 2019 oltre 2,65 miliardi di euro e 15 milioni di enoturisti. E che nel 2020 subirà una forte battuta d’arresto, anche se l’estate con la riscoperta della campagna e dei borghi minori, più congeniali alla nuova vacanza “protetta”, potrebbe risvegliare l’interesse per tantissimi italiani verso una forma di turismo ancora a molti sconosciuta, tra vigne, degustazioni all’aperto e piazze bellissime e non affollate.

Le misure di cui necessita il comparto. Nuovi fondi per riqualificare l’accessibilità ai territori, rendendoli più fruibili e sicuri, con finanziamenti certi e tempestivi. Ma anche una più incisiva detraibilità o almeno deducibilità della spesa turistica – ed enoturisticaper il 2020 estesa anche al 2021 e un riconoscimento concreto al ruolo guida dell’enoturismo per la ripartenza e la rinascita dell’Italia “minore” dei borghi e delle campagne, dove s’intrecciano le offerte d’esperienza e tempo libero di migliaia di Comuni, a partire dalle 460 Città del Vino, la più importante e numerosa rete di Città d’Identità nel nostro Paese.

Lavorare su una nuova accssibilità dei territori. 

“Anche le istituzioni locali devono essere messe in condizioni d’esercitare il loro ruolo oggi più strategico che mai per lo sviluppo di un turismo del vino ancora più intelligente, sostenibile e rassicurante, che raccolga le nuove sfide e vada nella direzione della nuova agenda economica, più rispettosa dell’ambiente e delle comunità. L’attuale crisi economica e i limiti della globalizzazione saranno superati con il ruolo forte degli Stati e dei governi. Allo stesso modo lo sviluppo locale, anche enoturistico, vedrà un impegno più forte e incisivo delle istituzioni dei territori, dalle Regioni fino ai Comuni”, ha dichiarato il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon.

Enoturismo come volano di benessere e rinascita dei territori “minori” del Belpaese. Un comparto che nel 2019 è cresciuto del 7% in termini di presenze, arrivate a 15milioni (erano 14 nel 2018), e di giro d’affari con un +6% che fa crescere il “fatturato” a 2,65 miliardi di euro (erano 2,5 nel 2018); questi in sintesi i dati economici del XVI Rapporto sul Turismo del Vino in Italia curato da Città del Vino in collaborazione con lo staff del corso di “Wine Business” dell’Università di Salerno, presentato in diretta web dal professor Giuseppe Festa, coordinatore dell’Osservatorio sul Turismo del Vino, in una sessione online che ha visto gli interventi – oltre che del presidente Floriano Zambon – di Donatella Cinelli Colombini, presidente Nazionale “Donne del Vino”; di Roberto Cipresso, winemaker e commissario del Concorso Enologico Internazionale Città del Vino; e dei coordinatori delle Città del Vino di Veneto, Piemonte e Sicilia, rispettivamente Benedetto De Pizzol, Stefano Vercelloni e Corrado Bonfanti.

Il XVI Rapporto – I Comuni Città del Vino. “Lo studio dimostra ancora una volta lo standard più elevato di qualità delle Città del Vino nell’accoglienza enoturistica – ha commentato il presidente Floriano Zambon – e questo favorisce la ripresa, finita la fase d’emergenza, perché siamo avvantaggiati da condizioni ambientali, strutturali e di lunga esperienza che ben si adattano alla rinnovata idea di un turismo lento, piacevole, sicuro e di prossimità. C’è ancora molto da fare sui territori ma siamo già in linea con questo trend di sostenibilità ambientale, economica e sociale, valori e obiettivi che sono anche nell’agenda europea”. Dall’analisi del Rapporto emerge che il 2019 è stato l’anno con le performance più elevate per il turismo del vino in Italia, un dato ricavato con interviste tra 80 Comuni (il 18,22% delle Città del Vino) e 92 cantine.

La fotografia sui territori ha registrato il protagonismo dei sindaci e degli amministratori nell’animazione enoturistica. Ad esempio il 40% dei Comuni intervistati (32 su 80) applica la tassa di soggiorno e reinveste le entrate in comunicazione e servizi per il turismo. Quello di Alba (Cn) li destina alla promozione di eventi, in particolare la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba; quello di Avola in Sicilia per l’attivazione di un servizio di bus turistico; Aymavilles in Val d’Aosta per la manutenzione della rete escursionistica; Conegliano (Tv) per il restauro del castello; Piombino (Li) per l’ufficio IAT dedicato al turismo; Noto (Rg) per gli eventi estivi Effetto Noto; e tanti altri Comuni Città del Vino. Comuni che nell’86% dei casi hanno realizzato uno o più progetti per promuovere l’attrattività enoturistica del territorio e/o migliorare i servizi offerti. Ad esempio ad Annone Veneto (VE) con nuove piste ciclabili e azioni di sistema sul turismo lento; ad Avio (TN) con il Palio della Botte “Uve e Dintorni”; a Caluso in Piemonte con Divino Canavese e la Festa dell’Uva Erbaluce; a Castel Ritaldi in Umbria con la manifestazione “Fiabe saporite”; a Donnas (Aosta) con il recupero di vigneti, resi in parte fruibili ai disabili, tramite un finanziamento europeo sul progetto “Route des Vignobles Alpins”. E tanti altri eventi e manifestazioni enoturistiche in tutta Italia.

Nuove modalità per la manifestazione agostana. Senza dimenticare l’evento più enoturistico dell’estate, Calici di Stelle, organizzato da Città del Vino in collaborazione con il Movimento Turismo del Vino (in oltre 150 piazze e borghi italiani) e che il prossimo agosto potrà essere riproposto con una formula nuova in linea con le prescrizioni di distanziamento fisico tra le persone. Il giudizio dei Comuni è positivo inoltre sulle carte dei vini di territorio proposte da ristoranti ed enoteche: lo fa il 95% degli esercizi con una presenza di etichette locali del 65%. Reputa invece insufficiente la qualità delle infrastrutture di collegamento (5,91 punti) e ha al suo attivo un ufficio turistico di promozione locale solo in 6 casi su 10, che a sua volta misura arrivi e presenze solo in 3 casi su 10.

Il quadro delle cantine. Il XVI Rapporto ha analizzato anche un campione di 92 cantine italiane. Le aziende hanno dichiarato una media di presenze nel 2019 di circa 3.700 enoturisti e un fatturato in cantina legato a vendite dirette e degustazioni di 132mila euro. Pressoché tutte (95-96%) fanno vendita diretta, degustazioni e visite alla struttura; il 22% accoglie “braccia” turistiche anche per la vendemmia; il 20% ha un servizio di ristorazione; il 19% un museo del vino o una galleria d’arte interna alla cantina; il 13% offre pernottamento; il 48% apre gli spazi al parcheggio dei camperisti e dei turisti en plein air; l’80% ha cantine accessibili ai disabili; il 40% ha vigneti aperti agli stessi disabili; l’86% ha anche sale degustazione accessibili; ma è molto meno accessibile il vigneto (42%) o il pernottamento (11%). Nell’ambito dei servizi di ristorazione va segnalato invece che il 24% dei ristoranti delle cantine offre cucina vegetariana/vegana. Tutte cantine comunque ben presenti sul web con siti (96%), sui social network (95%), sui portali turistici (52%), con possibilità di prenotazioni telematiche (64%) e app per dispositivi mobili (26%). Gli enoturisti arrivano in cantina attraverso internet nel 24% dei casi; tramite passaparola (21%); tour operator (16%); pubbliche relazioni (16%); col marketing diretto nel 9% dei casi e con la pubblicità (stampa radio e tv) solo nel 5% dei casi.

2019, anno positivo. nella percezione del 54,35% dei produttori che hanno risposto al questionario del XVI Rapporto sul Turismo del Vino, il flusso delle presenze enoturistiche in azienda è aumentato, mentre nella percezione del 23,91% dei rispondenti è perlomeno rimasto stabile. Il valore medio di tale aumento è stato calcolato pari al 23,54%. Mentre il fatturato enoturistico sarebbe aumentato per il 60% delle cantine e il valore medio di tale aumento sarebbe stato di quasi il 21%.

Il turista del vino italiano. Il XVI Rapporto ha analizzato anche un campione di enoturisti di età media di 48 anni. Il 45% ha dichiarato di visitare e trascorrere un periodo di vacanza nei territori del vino almeno una volta l’anno; il 30% più di una volta l’anno; il 9% almeno una volta al mese. Ed è un turista del vino prevalentemente “regionale” poiché il 30% rientra normalmente a casa a fine giornata e il 23% rientra sempre a casa. Nel 60% dei casi i turisti hanno anche dichiarato infatti di visitare più frequentemente le cantine della regione di residenza. Per l’escursionista giornaliero la spesa si traduce mediamente in 80 euro tra acquisti e degustazioni; mentre per chi pernotta la spesa giornaliera lievita mediamente a 155 euro. Anche quest’anno la Toscana si conferma la regione enoturistica percepita come più attrattiva; a seguire il Piemonte, il Trentino Alto-Adige e il Veneto al Nord e la Campania al Sud.

Fonte: Servizio stampa Associazione Città del vino

Vigneto veneto, dal “Trittico” diagnosi di buona salute per la futura vendemmia, al momento pronosticata “generosa” quasi ovunque e in anticipo rispetto al 2019

“Nel Veneto si sta delineando una buona annata vitivinicola, ma non posso nascondere le preoccupazioni dell’intero comparto legate a quelle che potranno essere nell’immediato futuro le risposte dei mercati, sia nazionale che internazionale. Le difficoltà dovute alla pandemia per Covid19 stanno infatti investendo l’intero settore agricolo, ma per il comparto del vino, visto che solo l’export nella nostra Regione vale oltre due miliardi euro, le difficoltà possono diventare grandi preoccupazioni. Per questo motivo la Regione Veneto ha già deciso di implementare le risorse da destinare alla promozione dei nostri vini nei Paesi terzi”. Lo ha detto l’assessore all’Agricoltura della Regione Veneto, Giuseppe Pan, intervenendo al primo focus del Trittico Vitivinicolo, iniziativa promossa da Veneto Agricoltura, con Regione, Avepa, Arpav, CREA-VE e Università di Padova, svoltasi ieri, giovedì 11 giugno, con grande partecipazione di operatori online sulla piattaforma Zoom a causa delle restrizioni dovute all’emergenza per Coronavirus.

Borsa di studio e “Trittico” dedicati a Bepi Catarin. “Nella nostra Regione – ha confermato Alberto Negro, commissario straordinario di Veneto Agricoltura – l’annata vitivinicola 2020 potrebbe dare grandi soddisfazioni ai produttori dato che, al momento, la situazione nei vigneti si presenta quasi ovunque buona sotto il profilo fitosanitario. Sarà quasi sicuramente una vendemmia anticipata di qualche giorno rispetto al 2019 e soprattutto medio-alta sotto il profilo quantitativo”. Per tutti, è stato forte il ricordo della recente prematura scomparsa di Bepi Catarin, già responsabile regionale del settore vino, al quale verrà dedicata una borsa di studio, ha segnalato Pan, mentre Veneto Agricoltura ha deciso di titolargli proprio il “Trittico”, progetto del quale Catarin fu forte sostenitore e attivo partecipante.

Diagnosi. Al momento, il vigneto veneto mostra di essere in buona salute, la vegetazione si presenta quasi ovunque sana e non si evidenziano problemi di peronospora, una delle patologie che maggiormente preoccupa i viticoltori. Qualche ansia in più viene invece provocata dalla flavescenza dorata e soprattutto dalla virosi del Pinot Grigio, visto che alcuni vigneti di Glera risultano aggrediti da questa malattia. Comunque, la fotografia complessiva per quasi tutte le varietà di uva presenti nelle diverse aree vocate del Veneto è soddisfacente, tanto che le prime indicazioni – come ha ricordato Diego Tomasi, del CREA-VE, intervenuto all’incontro online – confermano che quella del 2020 non sarà certo un’annata “scarica”, ovvero con poca produzione, a parte per il Pinot Grigio e probabilmente per alcuni vitigni a bacca nera.

I vigneti della Valpolicella si presentano in buone condizioni, lo ha rimarcato anche Olga Bussinello, direttrice del Consorzio di Tutela. Sotto il profilo fitosanitario la situazione è soddisfacente e non si registrano particolari patologie. Bisognerà però valutare quali saranno le eventuali conseguenze sulle uve dovute alle abbondanti precipitazioni degli ultimi giorni. Anche la grandine ha colpito localmente diversi vigneti, in particolare nel comune di San Pietro in Cariano, ma fortunatamente gli ettari interessati sono “solo” circa 150. Buone le attese anche sotto il profilo quantitativo, con una produzione che dovrebbe posizionarsi nella media degli anni più interessanti.

Soave. Per Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio del Soave, ma la situazione in vigneto è al momento nella norma e priva di particolari preoccupazioni di carattere fitosanitario. Le precipitazioni sono giunte fortunatamente “tranquille”, senza cioè quelle pericolose bombe d’acqua che più volte si sono viste in passato o peggio ancora le dannose grandinate. Anche sotto il profilo quantitativo l’annata 2020 nell’area del Soave si presenta interessante, casomai bisognerà intervenire nella selezione dei vigneti per le Doc.

Situazione positiva anche nel vicentino, in particolare per i vitigni a bacca bianca, Garganega e Sauvignon su tutti; leggermente in sofferenza le varietà precoci Pinot e Chardonnay, per le quali si prevede un lieve calo della resa. Giovanni Ponchia, direttore del Consorzio di Tutela Colli Berici e Vicenza, ricorda che anche per il Tai Rosso la stagione si annuncia favorevole con una buona uniformità e conformazione dei futuri grappoli. Qualche difficoltà nelle diverse fasi fenologiche è stata registrata per il Cabernet. La vendemmia potrebbe iniziare con 7-10 giorni di anticipo rispetto allo scorso anno. Fortunatamente le piogge di questi giorni hanno ripristinato le riserve idriche e soprattutto non sono stati registrati fenomeni grandinigeni.

Nell’area dei Colli Euganei – i partecipanti via Zoom hanno riservato un particolare saluto alla Cantina di Vo, presente il tecnico Roberto Toniolo, per le vicende del Coronavirus -, le piogge degli ultimi giorni hanno fortunatamente alleggerito una situazione che si stava pericolosamente complicando. Infatti, nei vigneti non serviti da irrigazione artificiale gli effetti della siccità cominciava a farsi sentire. Il lato positivo di questa prolungata carenza idrica – ricordiamo che sui Colli padovani non pioveva da fine marzo, come ha evidenziato Francesco Rech, del Servizio Meteorologico dell’Arpav, nella sua esaustiva relazione dedicata all’andamento meteo del primo semestre 2020 – è dato dall’assenza quasi totale di particolari patologie in vigneto, con la conseguente drastica riduzione dei temuti interventi fitosanitari. Il quadro complessivo è comunque eccellente sia sotto il profilo della sanità delle uve che fenologico. Si stanno ora organizzando i monitoraggi con l’uso delle trappole per capire come e quando intervenire. Qualche preoccupazione arriva, anche in quest’area, dalla virosi del Pinot Grigio che sta interessando soprattutto i nuovi impianti di Glera. I tecnici evidenziano comunque che i grappoli delle uve dei vigneti dei Colli Euganei si stanno formando in maniera omogenea. Si prevede però un calo della produzione dovuta sia alla già citata siccità, sia ad un abbassamento delle temperature registrato ad inizio aprile che hanno interferito con il germogliamento, non solo delle varietà precoci (Chardonnay) ma anche del Pinot Grigio, della Glera, del Merlot e dei rossi in genere, per i quali si prevede un calo produttivo anche del 20%.

Ad oggi, nel Veneto Orientale, un vigneto in così buone condizioni non si vedeva da molti anni, parola di Stefano Quaggio direttore del Consorzio Vini Venezia. Dispiace per quei vigneti colpiti nei giorni scorsi da una violenta grandinata, in particolare nei Comuni di Godega Sant’Urbano e Codognè, distrutti anche per l’80-90%. L’anticipo di 8-10 giorni, rispetto allo scorso anno, della ripresa vegetativa annunciato nei giorni scorsi è stato dunque rallentato dall’ondata di piogge degli ultimi giorni. Questo comunque non sta compromettendo un quadro complessivo assolutamente soddisfacente, considerato che nell’area del Veneto Orientale al momento non si registrano particolari patologie, a partire da quelle più temute quali la peronospora e l’oidio. Anche qui si segnala piuttosto la presenza della flavescenza dorata, contro la quale però si sta intervenendo con la lotta obbligata prevista dalla Regione Veneto. Le produzioni di Pinot Grigio, Tocai, Lison, Raboso e delle altre varietà tipiche dell’area del Veneto Orientale si annunciano dunque nella norma, considerato che la legagione post fioritura è al momento buona, con grappoli allungati. Sotto il profilo quantitativo l’annata 2020 potrebbe essere leggermente inferiore rispetto al 2019.

Anche i vigneti dell’estesa area di produzione del Prosecco DOC (Glera), che da Vicenza si estende fino Trieste, si presentano ad oggi in buona salute. I 180 quintali per ettaro previsti dal disciplinare – ha ricordato Andrea Battistella del Consorzio Prosecco DOC – dovrebbero essere raggiunti, nonostante si evidenzi una fertilità inferiore rispetto allo scorso anno, soprattutto nel trevigiano e nell’area di Conegliano, ma le dimensioni dei grappoli sono eccezionali, raggiungendo in alcuni casi addirittura i 30 cm. Queste due annotazioni fanno dunque pensare che le rese saranno quest’anno nella norma. È interessante notare come questa minor fertilità della Glera abbia radici lontane, nello specifico nell’andamento climatico negativo registrato nel mese di maggio 2019, momento in cui le gemme si differenziavano. Le conseguenze sull’annata 2020, in particolare nei sistemi di allevamento a Sylvoz, si evidenziano con una scarsità di grappoli presenti nella parte superiore della vegetazione e una forte concentrazione nella parte finale dell’archetto, corrispondente alle gemme che si sono differenziate nell’ultima parte di maggio – inizio di giugno 2019, quando le condizioni climatiche erano mutate. In sostanza, le gemme corrispondenti all’8^, 10^, 12^ gemma dell’archetto sono quelle che quest’anno risultano essere le più fruttifere, a conferma di come la natura sia andata di pari passo, quasi giorno per giorno, con le condizioni meteorologiche dello scorso anno. Purtroppo, le precipitazioni di questi giorni non consentono di difendere il vigneto dalla peronospora, per cui non resta che incrociare le dita e attendere il sole.

La registrazione dell’evento sarà disponibile sui profilo Social di Veneto Agricoltura.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Montagna in pericolo per il possibile consumo del suolo dovuto al cambiamento climatico in atto, l’allarme lanciato da Mountain Wilderness nel webinar Argav

Il tema della fruizione responsabile della montagna, rispettosa dell’ambiente e di chi lo popola (piante, animali, persone) e al contempo consapevole delle insidie che la natura può riservare a chiunque (inclusi gli appassionati con maggiore esperienza), è stato oggetto della videoconferenza organizzata da Argav lo scorso 5 giugno insieme ad Unaga (Associazione nazionale della stampa agroambientale) e la fondamentale collaborazione dell’associazione Mountain Wilderness attraverso la figura di Toio de Savorgnani, premio Argav 2016.

A moderare gli interventi è stato il presidente Argav Fabrizio Stelluto, regia del consigliere Argav Mauro Poletto. Gli interventi sono stati a cura di Giancarlo Gazzola, vicepresidente Mountain Wilderness, Carlo Alberto Pinelli, archeologo, regista, scrittore, docente universitario, Francesco Tomatis, filosofo, docente universitario, Luigi Casanova, giornalista.


		

	

11 giugno, on line il primo focus 2020 del Trittico vitivinicolo veneto con le prime indicazioni di produzione

Ci ha pensato la grandine che nello scorso fine settimana ha colpito pesantemente alcune aree del Veneto a rompere le uova nel paniere, che in questo caso si chiama settore agricolo. Dal veronese al trevigiano fino ai Colli padovani e, a macchia di leopardo, diverse altre zone, chicchi di ghiaccio in alcuni casi grandi quanto noci hanno falcidiato vigneti, mais, frumento, orticole, ecc.

Primo focus on line. In queste ore si stanno quantificando i danni e senz’altro, per quanto riguarda il settore vitivinicolo, ne sapremo di più giovedì 11 giugno (ore 10:00) in occasione del 1° Focus del Trittico di Veneto Agricoltura dedicato proprio allo stato del vigneto e alle primissime indicazioni di produzione per il 2020. L’ormai “storica” iniziativa, promossa d’intesa con la Regione, ARPAV, CREA-VIT e Università di Padova, a causa delle restrizioni dovute al Coronavirus si svolgerà quest’anno online sulla piattaforma Zoom (https://venetoagricoltura-org.zoom.us/j/98598297231).

Tornando alla grandine che nei giorni scorsi ha interessato il Veneto, tra le zone più colpite si segnalano, a partire da Ovest: la preziosa Valpolicella (comuni di Marano e San Pietro in Cariano); Marostica e Thiene nel vicentino; i comuni di Bovolenta, Maserà, Albignasego, Abano Terme, Montegrotto Terme nel padovano; nel trevigiano la zona di Montebelluna, Nervesa della Battaglia, Gaiarine e Codognè (Tv), dove alcuni vigneti hanno subito danni ingentissimi (80-90%).

La grandine ha dunque “disturbato” un andamento vegetativo del vigneto che, al momento, fa comunque ben sperare. Le indicazioni che giungono dalle diverse aree viticole regionali segnalano infatti uno stato sanitario nelle vigne sostanzialmente buono. Anche l’aspetto quantitativo della prossima vendemmia si annuncia interessante (medio-alta) con una raccolta delle uve prevista anticipata rispetto agli ultimi anni, in particolare rispetto al 2019. Il vigneto veneto, nonostante le interferenze meteorologiche, mostra complessivamente di essere in buona salute, la vegetazione si presenta quasi ovunque sana e non si evidenziano grossi problemi di Peronospora. Qualche preoccupazione arriva dal fronte della Flavescenza dorata e soprattutto della Virosi del Pinot Grigio.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

 

Riprende nel padovano “Azienda pulita”, servizio pubblico – ripreso in tutta Italia – di raccolta dei rifiuti provenienti dalle aziende agricole

Ha ripreso a fine maggio 2020 “Azienda Pulita”, il servizio pubblico di raccolta dei rifiuti provenienti dalle aziende agricole. Il calendario, messo a punto con la Provincia, il Consorzio Agrario, la Camera di Commercio di Padova e le organizzazioni agricole, prevede i prossimi appuntamenti il 9 giugno a Conselve Consorzio Agrario, l’11 ad  Abano Terme e il 16 Stanghella.

La novità di questa edizione di “Azienda Pulita”, spiega Coldiretti Padova, è l’ampliamento delle categorie di rifiuti che possono essere smaltiti in tutta sicurezza, ad esempio i materiali che contengono amianto, come le lastre di copertura in eternit, ma anche le batterie e gli accumulatori usati per le recinzioni elettrificate, come i rifiuti plastici impiegati nei silos, nelle mangiatoie e per le trappole sessuali usate in agricoltura biologica.

Gli agricoltori che aderiscono al servizio e devono consegnare i rifiuti devono prenotarsi al numero verde 800 051477. Ovviamente dovranno seguire le norme di distanziamento sociale e di protezione individuale indossando guanti e mascherine.

Un servizio che favorisce la raccolta differenziata in agricoltura, riduce la burocrazia e contiene i costi. “Da vent’anni Padova fa scuola in tutta Italia nella raccolta e gestione dei rifiuti provenienti dalle aziende agricole – ricorda Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova – grazie a questo servizio pubblico integrativo che favorisce la raccolta differenziata in agricoltura, riduce la burocrazia e contiene i costi, il tutto a vantaggio dell’ambiente. L’esperienza positiva del “Progetto Azienda Pulita”, avviato nel 2000 con la Provincia di Padova e la Camera di Commercio di Padova, è stata esportata anche nel resto dell’Italia, dove negli ultimi anni sono nate iniziative analoghe che permettono una gestione più efficiente della raccolta differenziata dei rifiuti provenienti dalle attività agricole. Un servizio efficiente, dunque, che funziona e che risolve il problema dei rifiuti in campagna senza gravare le aziende agricole con eccessive spese e incombenze burocratiche. Molto è stato fatto per la gestione dei rifiuti, e molto ancora si farà grazie alla continuità del servizio con il concreto appoggio della Provincia di Padova e della Camera di Commercio”.

A Padova e provincia attualmente aderiscono al servizio circa 8.000 aziende, vale a dire oltre il 75% delle imprese “vitali” del settore primario locale. Dall’inizio del servizio nel 2000 sono stati circa 210 mila i conferimenti di rifiuti pericolosi e non pericolosi nei centri di raccolta o chiedendo la raccolta “porta a porta”. I centri di raccolta sono 37, dislocati in tutta la provincia e organizzati nel corso dell’anno, per lo più nelle agenzie del Consorzio Agrario del Nordest. Ciò ha permesso di raccogliere in vent’anni quasi 7,4 milioni di chilogrammi di rifiuti, in media 310 mila chilogrammi l’anno di rifiuti non pericolosi e 60 mila di pericolosi. Oltre il 90% dei rifiuti raccolti viene regolarmente riciclato.

Fra le tipologie più diffuse di rifiuti non pericolosi i contenitori vuoti di prodotti fitosanitari, debitamente lavati, pneumatici usati, contenitori e sacchi di plastica, cassette in plastica e legno per frutta e verdura, contenitori vari in metallo, ma anche oli e grassi vegetali, reti antigrandine, contenitori e sacchi di carta e cartone, tubi di irrigazione, film per la copertura di serre a altro ancora. Per il 92 per cento si tratta di materie plastiche e per il 6,7 per cento di pneumatici, il resto è carta, metallo, legno. Nella categoria dei rifiuti pericolosi troviamo invece gli oli minerali esausti, i rifiuti veterinari a rischio infettivo, gli accumulatori al piombo, i filtri olio e gasolio usati, contenitori di fitosanitari non lavati, rifiuti agrochimici.

Sono notevolmente semplificati gli oneri burocratici a carico delle imprese, con costi omogenei in tutta la provincia e tariffe che nel corso degli anni hanno subito una riduzione. Le aziende agricole aderenti, anche quelle che gestiscono quantitativi modesti di rifiuti, beneficiano perciò di un significativo risparmio dei costi unitari. L’obiettivo del progetto è quello di mantenere elevata la partecipazione delle aziende agricole e di continuare in un lavoro di informazione e di formazione per supportare l’intensa attività normativa che deriva dallo Stato in termini di salvaguardia ambientale.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Il Consorzio veneto orientale avvia la sperimentazione agronomica contro la desertificazione dei suoli

Con la distribuzione di matrici organiche, preliminari alla preparazione del letto di semina di soia, ha preso il via lo scorso 7 maggio, presso il podere Fiorentina di San Donà di Piave (Ve), di proprietà del Consorzio di Bonifica Veneto Orientale, una sperimetazione mirata ad aumentare la fertilità del terreno in maniera poco impattante e quindi più sostenibile dal punto di vista ambientale.

In pratica lo studio intende osservare la reazione in termini di produttività del terreno a diversi trattamenti: l’appezzamento della Fiorentina è stato così suddiviso in varie parcelle su cui verranno distribuiti quantitativi differenti di compost e di digestato secco, in un secondo momento si procederà all’osservazione della risposta dal punto di vista delle coltivazioni. L’iniziativa, nata dalla collaborazione fra il Consorzio di Bonifica e l’Università di Padova (Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse Naturali e Ambiente), esplora dunque nuovi pecorsi per contrastare il fenomeno della desertificazione dei suoli causato dalla mancanza di sostanza organica, scesa in vaste aree del Veneto Orientale a livelli estremamente preoccupanti.

Il test ha chiaremente una valenza che supera i confini regionali: in Italia ci sono aree in cui, a causa dei cambiamenti climatici e di pratiche agronomiche forzate, la percentuale di sostanza organica, contenuta nel terreno, è scesa al 2%, soglia per la quale si può iniziare a parlare di deserto; secondo il C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche), le aree a rischio sono il 70% in Sicilia, il 58% in Molise, il 57% in Puglia, il 55% in Basilicata, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50%: ad evidenziare il preoccupante dato, che indica il 20% del territorio italiano in pericolo di desertificazione, è l’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI).

Desertificazione, ultimo stadio di degrado del suolo. “La qualità ambientale è uno dei temi dell’azione dei Consorzi di bonifica – commenta Francesco Vincenzi, presidente ANBI – Per questo, abbiamo il dovere di impegnarci per invertire una tendenza preoccupante ed evitarne le conseguenze. Va sottolineato che un terreno ricco di sostanza organica è un suolo naturalmente fertile, che trattiene meglio l’umidità e ha minor necessità di irrigazione.” La desertificazione, causata da condizioni climatiche ma anche antropiche, rappresenta l’ultimo stadio di degrado del suolo con conseguente perdita di produttività biologica e geologica, nonché annullamento dei servizi ecosistemici forniti dal terreno, causandone alterazioni difficilmente reversibili, che comportano l’impossibilità di gestire economicamente attività di agricoltura, silvicoltura e zootecnia.

Scelta virtuosa. “Un terreno vivo drena meglio l’acqua, aumentando la sicurezza idrogeologica – aggiunge Massimo Gargano, direttore generale ANBI – Per questo, l’utilizzo di ammendanti naturali è una scelta virtuosa non solo in termini di qualità e biodiversità, ma come importante tassello per incrementare, assieme alle nuove infrastrutture idriche di cui si stanno aprendo i cantieri, la resilienza del territorio alle conseguenze dei cambiamenti climatici. In Italia va superata la cultura dell’emergenza, che costa mediamente 7 miliardi all’anno in ristoro dei danni.” “Questo approccio – conclude Giorgio Piazza, presidente del Consorzio di bonifica Veneto Orientale – è l’unico possibile per poter rispondere in modo economicamente ed ambientalmente sostenibile alle sfide, che l’evidente mutamento climatico ci sta ponendo”.

Fonte: Servizio stampa Anbi