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Da luglio 2019 scatta lo sconto sulle accise per i produttori di birre artigianali

In occasione della nascita del primo Consorzio per la tutela e la promozione della birra artigianale italiana, Coldiretti ricorda  l’entrata in vigore da lunedì 1 luglio del Decreto inserito nella Legge di Bilancio 2019 che prevede una riduzione delle accise del 40% per le produzioni dei microbirrifici fino a 10mila ettolitri/anno e si va a sommare all’ulteriore riduzione a 2,99 euro dell’accisa per ettolitro e per grado-Plato inserita con l’ultima Legge di Bilancio.

Ben 9 microbirrifici su 10 beneficeranno dell’agevolazione. Questo secondo un’analisi di Coldiretti. Un sostegno al consumo di una bevanda che riscuote un successo crescente in Italia, dove si assiste ad una moltiplicazione di iniziative imprenditoriali con 862 birrifici artigianali per una produzione che supera i 55 milioni di litri a livello nazionale. Si tratta di un settore cresciuto del 330% negli ultimi dieci anni dove spesso sono protagonisti i giovani con iniziative imprenditoriali su tutte le tipologie di birra, dalle classiche lager a quelle speciali, che hanno generato tremila posti di lavoro diretti.

Veneto terzo in Italia per presenza di microbirrifici. La regione in cui sono presenti più birrifici artigianali è la Lombardia, seguita da Piemonte, Veneto e Toscana, mentre la regione del centro-sud con più strutture è la Campania. Il 77% degli italiani bevitori di birra è favorevole a sperimentare nuovi ingredienti e sapori secondo una ricerca Doxa. Il 48,3% dei consumatori beve birra per accostarla ai cibi. Da nord a sud della penisola – evidenzia Coldiretti – il comparto della birra alimenta una filiera che, fra occupati diretti e indotto, offre lavoro a oltre 140mila persone. Il boom delle birre artigianali Made in Italy – sottolinea la Coldiretti – ha spinto le semine di orzo che aumentano quest’anno del 3% rispetto all’anno precedente, per un totale di 267.868 ettari. Sempre più numerose infatti sono le iniziative progettuali agricole che si basano sull’impiego dell’orzo aziendale in un contesto produttivo a ciclo chiuso garantito dallo stesso agricoltore.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti

 

In Veneto metà della superficie agricola è in affitto

In Veneto metà della superficie agricola utilizzata dalle aziende è in affitto. A dirlo sono i dati del Rapporto Istat del 2016 relativi all’affittanza agraria, che segnalano come nel periodo 2000 – 2016 la superficie agricola utilizzata (Sau) in affitto a livello nazionale abbia registrato un notevole aumento, passando da 3 milioni di ettari a 5,8 milioni, pari a oltre il 45% della superficie agricola totale, con un aumento quindi di oltre il 90%.

Una percentuale che per quanto riguarda il Veneto sale al 50,7% della superficie agricola totale, con un balzo pari al doppio rispetto al 24,8% del 2000. Nei dettagli, in Veneto la superficie in affitto è pari a 396.247 ettari su 781.633 totali. Al Nord fanno meglio solo il Piemonte con 607.356 ettari di superficie in affitto (63% sul totale) e la Lombardia con 596.000 ettari (62%), ma nella top ten si collocano anche la Sicilia (598.018 ettari, 41,5%), la Sardegna (553.292 ettari, 46,5%), l’Emilia Romagna (544.407, 50,3%) e la Puglia (428.614, 33,3%). “I dati rilevano un aumento importante della superficie media aziendale, favorita sicuramente dallo strumento dell’affitto, che ha permesso alle aziende di crescere – sottolinea Rinaldo Ferrini Portalupi, presidente del sindacato della proprietà fondiaria concessa in affitto di Confagricoltura Verona -. Il costo della terra è sempre elevato, la possibilità di crescere attraverso l’acquisto è limitata e quindi l’affitto agrario permette di rendere disponibile la terra alle aziende agricole a fronte di un canone, evitando forti esposizioni per l’acquisto e consentendo invece che le risorse aziendali vengano dirottate a investimenti funzionali all’attività agricola. L’impennata nelle affittanze è stata favorita senz’altro dal patto in deroga, strumento flessibile e funzionale che ha reso più semplice rispetto a prima il contratto tra le parti. Negli ultimi 20 anni i contenziosi si sono quasi azzerati e inoltre le aziende, grazie al contratto d’affitto, possono accedere alle misure previste dalla politica agricola europea, nazionale e regionale”.

Una strada fondamentale per rendere accessibile l’agricoltura anche alle giovani generazioni. L’istituto dell’affitto si conferma quindi lo strumento più duttile per rendere disponibile la terra alle aziende agricole e un elemento essenziale per la competitività, la valorizzazione del patrimonio fondiario e lo sviluppo dell’agricoltura italiana. “Nel prossimo futuro andrà potenziato il rapporto sinergico tra proprietà fondiaria e conduttrice – rimarca Ferrini Portalupi -, che potrebbe dare un ulteriore incentivo allo sviluppo dell’impresa agricola”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Po Grande e Alpi Giulie iscritte nella lista delle riserve mondiali Unesco

Fiume Po sponde rodigine

Il Consiglio internazionale del Programma Mab (Man and Biosphėre) dell’Unesco ha proclamato due nuovi siti italiani riserve mondiali Unesco: la riserva “Po Grande” e le Alpi Giulie.

Po grande, gestione integrata dell’acqua. Dell’area mediana del Po, perimetrata grazie a un’alleanza tra 85 Comuni, 3 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia e Veneto) e 8 Province (Lodi, Piacenza, Cremona, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Rovigo e  Pavia) che hanno condiviso gli obiettivi del programma Mab basati sulla conservazione, lo sviluppo sostenibile e l’educazione, è stato riconosciuto il rilievo di questo nuovo progetto di gestione integrata dell’acqua che si connette ai due già esistenti: Delta del Po e Collina Po.

Per quanto riguarda le Alpi Giulie, il comitato Unesco ha messo in luce la sua specificità: una collocazione territoriale all’incrocio di tre zone biogeografiche e aree culturali, che ha prodotto una ricchissima biodiversità e il mantenimento di tradizioni popolari su cui la riserva intende fondare i propri percorsi di sviluppo sostenibile, anche in una logica transfrontaliera con la confinante e omonima riserva slovena.

19 territori italiani iscritti nelle riserve Mab Unesco. “Si tratta – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – di un riconoscimento molto importante per il nostro patrimonio naturalistico. Salgono così a 19 i territori italiani iscritti nelle riserve Mab dell’Unesco quali luoghi unici in cui si concilia lo sviluppo e la tutela della natura e in cui il rapporto tra uomo e ambiente è esemplare. Crediamo fortemente nel Programma Mab dell’Unesco  e anche per questo abbiamo lanciato, un anno fa, in tale contesto, l’iniziativa dei ‘caschi verdi per l’ambiente’, un ‘esercito’ di esperti mondiali che aiuterà i patrimoni naturalistici Unesco ad attuare e implementare le politiche di sostenibilità”. Ulteriori informazioni a questo link

Fonte: Servizio stampa Ministero dell’Ambiente

Fauna selvatica, proposta del Veneto alla Conferenza delle Regioni di modifica della legge per cambiarne il focus, da protezione a gestione degli animali

terreno in Lessinia rimestato dai cinghiali

L’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan, a nome della Regione Veneto, ha presentato alla Commissione politiche agricole della Conferenza delle Regioni la richiesta di modificare la legge nazionale 157 che dal 1992 regola la fauna selvatica.

Motivazione. “I danni causati alle attività agricole, ma anche alla pubblica incolumità, da specie nocive come cinghiali, ungulati, cormorani sono purtroppo esperienza ormai comune, non solo in Veneto ma anche in molte altre regioni –ha premesso Pan – Appare pertanto sempre più urgente modificare la legge nazionale che regola la fauna selvatica e passare dal concetto di protezione assoluta ad un approccio dinamico di gestione controllata. Non si tratta di dare il via libera alla caccia tout- court, ma di dare il via, con l’ausilio dell’Ispra e del ministero, a piani di gestione controllata delle specie più nocive, lupi compresi”.

Sullo sfondo – nella richiesta della Regione Veneto di modificare la legge 157 varata 27 ani fa – ci sono le difficoltà del processo di regionalizzazione del personale provinciale dedicato alle attività di controllo e vigilanza in materia di caccia e pesca eil progressivo depotenziamento, innescato dalla riforma Delrio, dell’attività gestionale svolta dai corpi di polizia provinciale. Situazione che sta causando anche conflitti di attribuzione di competenze davanti alla Corte Costituzionale con ricadute negative sulla capacità di controllo della fauna selvatica, in particolare cinghiali, ma anche nutrie, volpi e corvidi.

Sintonia con le associazioni agricole di categoria. “Da parte dei colleghi delle altre Regioni – aggiunge Pan – ho trovato attenzione e disponibilità. Come promesso alle nostre categorie economiche, ho voluto coinvolgere le altre Regioni al massimo livello, per far sentire la nostra voce il più possibile in maniera unitaria e porre al governo di fronte alla necessità di affrontare il problema delle proliferazioni fuori controllo di animali nocivi per l’ambiente e le attività dell’uomo”. La proposta di modifica legislativa della legge 157/1992, elaborata dalla Regione Veneto in sintonia con le associazioni di categoria del mondo agricolo, ultima in ordine di tempo la Cia, punta a sostituire il concetto di “protezione” con quello di gestione, a superare la frammentazione tra diversi ministeri in materia faunistico-venatoria e a distinguere le attività di gestione della fauna selvatica da quelle dell’attività venatoria. La proposta punta inoltre al risarcimento integrale dei danni diretti e indiretti causati da grandi predatori, ungulati e rapaci e l’istituzione di una filiera delle attività di controllo della selvaggina, dai centri di raccolta dei capi uccisi a quelli di lavorazione delle carni e possibile commercializzazione.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

24 giugno 2019, si inaugura ufficialmente a Udine il progetto interregionale Italia-Croazia AdriaAquaNet, obiettivo portare l’acquacoltura del Mare Adriatico all’eccellenza tecnologica e di mercato

Dopo quella tenutasi a il 31 maggio scorso a Spalato, in Croazia, lunedì 24 giugno 2019 a Udine si svolgerà la seconda cerimonia di presentazione del progetto AdriAquaNet, che vuole aprire un dialogo duraturo tra ricerca, imprese e governo del territorio su come portare l’acquacoltura del Mare Adriatico all’eccellenza tecnologica e di mercato.

Il progetto AdriAquaNet, che durerà fino al 30 giugno 2021, finanziato dal Programma UE Interreg V Italia-Croazia 2014-2020 (€ 2.740.408,15 dal Fondo europeo di sviluppo regionale e € 483.601,44 dal cofinanziamento nazionale, è guidato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine e mette in rete altri 6 enti di ricerca, tra cui l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, l’Associazione dei piscicoltori della Croazia e quattro aziende operanti in Italia e Croazia. Questa comunità, che conta circa 100 esperti, lavorerà per due anni e mezzo nella prima iniziativa mai realizzata di cooperazione tecnico-scientifica, avente l’obiettivo di trasferire conoscenze avanzate e nuove tecnologie su tutta la filiera dell’acquacoltura, dalla gestione degli impianti di produzione fino al mercato dei prodotti lavorati. Il progetto parte dalla ricognizione delle esigenze d’innovazione e sviluppo espresse dalle aziende e dalle conoscenze e tecnologie disponibili negli enti di ricerca. Ogni ente di ricerca avrà il compito di favorire le applicazioni tecnologiche nelle aziende, che sperimenteranno le innovazioni.  Dopo la prima fase pilota, seguirà quella della formazione tecnico-scientifica degli addetti del settore, sia in Italia che in Croazia.

I partner italiani sono: Università di Udine – Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari, Ambientali e Animali (Coordinatore). Università di Trieste – Dipartimento di Scienze della Vita. Istituto Sperimentale Zooprofilattico delle Venezie, Padova. Consiglio Nazionale della Ricerca – Dipartimento di Scienze Chimiche e Tecnologia dei Materiali, Padova. Ittica Caldoli Società Agricola a rl, Foggia. Friultrota di Pighin srl, San Daniele.I Partner croati sono: Istituto Veterinario Croato, Zagabria. Istituto di Oceanografia e Pesca, Spalato. Univerità di Rijega/Fiume – Facoltà di gestione del turismo e dell’ospitalità. Klaster Marikultura – associazione degli allevatori croati di acquacultura, Spalato. FriŠkina d.o.o., Spalato. Orada Adriatic d.o.o., Cherso.

I tre grandi temi del progetto sono: The fish farm, The fish doctor e The fish market. The fish farm. I Partner lavoreranno per trasferire maggior sostenibilità e qualità all’allevamento ittico con soluzioni innovative nell’alimentazione del pesce allevato e nel risparmio energetico negli impianti produttivi. The fish doctor. Per migliorare la gestione degli aspetti sanitari attraverso la preparazione di nuovi vaccini e la messa a punto di terapie a base di prodotti naturali. Verrà messo predisposto anche un metodo per monitorare il benessere del pesce allevato, applicabile direttamente da parte degli allevatori. The fish market. Verrà migliorata la qualità sensoriale e igienico-sanitaria del pesce fresco e si studieranno nuovi prodotti trasformati, anche valutando il gradimento dei consumatori. Queste innovazioni sono essenziali per una sempre maggiore integrazione tra ambiente ed attività di acquacoltura, rendendo gli allevamenti ittici compatibili con il paesaggio e il turismo, per fornire il mercato di pesce sano, controllato e in preparazioni appetitose dall’elevato potere nutrizionale, e per la sostenibilità sociale ed economica della filiera. L’acquacoltura può offrire, infatti, prospettive di lavoro specializzato e redditizio.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), rappresentato dal dott. Amedeo Manfrin e dal suo staff di esperti, sarà coinvolto in protocolli di vaccinazione per testare vaccini stabulogeni contro specifici batteri patogeni (Vibrio harveyi e Tenacibaculum maritimum) che colpiscono il branzino e l’orata. La vaccinazione verrà eseguita negli allevamenti di alcuni partner del progetto. Inoltre l’IZSVe svilupperà anche uno strumento per valutare il benessere dei pesci (Indicatori Operativi di Benessere), che potrà essere concretamente utilizzato dagli allevatori  utilizzando parametri comportamentali e ambientali.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

 

Studio Confartigianato Imprese Veneto: per la prima volta da 50 anni a questa parte, in Veneto le città crescono più del territorio. Per evitare il rischio “marginalità periferica”, bisogna ripartire dalle Comunità.

da sx Agostino Bonomo, presidente Confartigianato Imprese Veneto e Fabrizio Stelluto, presidente Argav

(di Marina Meneguzzi, vice presidente Argav) Un amante del territorio. Mai definizione fu più appropriata – e la si deve a Bruno Barel, il giurista che ha contribuito alla stesura della legge quadro sul consumo del suolo approvata dalla regione Veneto a maggio 2017 – per descrivere Agostino Bonomo, asiaghese di origine, presidente di Confartigianato Imprese Veneto (sorta nel 1947, 24 sedi nel territorio), da noi insignito nel 2018 con il premio Argav e che abbiamo re-incontrato, come tradizione vuole, in occasione dell’assemblea associativa primaverile lo scorso 15 giugno nella sede di Confartigianato a Vicenza.

Sergio Maset

Una fiorente attività di ricerca condotta dall’associazione. Con lui, sabato scorso c’era il ricercatore Sergio Maset, co-autore insieme a Roberto Cavallo, Luca Della Lucia, Federico Della Puppa, Stefano Micelli, Antonella Pinzauti, Michele Polesana ed Ermete Realacci, della pubblicazione “Ripartire dalle comunità per una crescita sostenibile” che Confartigianato Veneto ha portato all’attenzione dei candidati Amministratori e di tutti i comuni in occasione delle ultime Amministrative. Sfogliandolo, ci si rende conto della preziosità dei contenuti, di grande interesse per qualsiasi amministratore pubblico che abbia a cuore il bene comune.

L’incontro è partito con un confronto sulle trasformazioni del territorio veneto a partire dall’analisi dei flussi residenziali e, sorpresa! Il dato di tendenza è, che per la prima volta da 50 anni a questa parte, i capoluoghi comunali crescono più del territorio. La popolazione, infatti, tende a seguire lo sviluppo economico e questo sta avvenendo in città. Altro punto dolente, non nuovo a dire il vero: viviamo in una società più vecchia e con meno giovani. Il problema, però, non è tanto che ci sia l’invecchiamento, ma che non crescano i giovani, anzi, la proiezione al 2030 dà un’ulteriore decrescita in fatto di presenza giovanile. La sfida, allora, secondo i nostri relatori è di immaginare quali elementi di attrattività si possono mettere in campo per rendere più omogeneo il territorio, città e periferia; bisogna interrogarsi e rispondere a come non essere periferici, dove periferico non sta per non essere centrici bensì non contemporanei, marginali in un mondo sempre più globalizzato.

Realtà da valorizzare. “Dobbiamo voler bene alle nostre aziende e dar loro il giusto valore – ha detto Bonomo -. Chi sapeva, ad esempio, che a Velo d’Astico, un paese da cui non si passa comunemente a meno che non ci si debba proprio andare, ci fosse un’azienda come la Forgital, società storica fondata nel 1873 dalla famiglia Spezzapria, con proiezione internazionale, specializzata nella produzione di anelli forgiati, laminati in acciaio e altre leghe speciali per i settori aerospaziale e industriale? Ebbene, a saperlo è stato un fondo d’investimento americano, che l’ha acquistata a maggio scorso per un miliardo“.

I fenomeni sociali, demografici, economici e ambientali in atto pongono oggi una sfida di innovazione agli enti locali. Ma ecco un estratto dello scritto di Maset: “Passato da 2 a 5 milioni di abitanti dal 1871 ad oggi (+150%), il Veneto ha vissuto diverse fasi, dalla urbanizzazione al policentrismo alla immigrazione sino a ritorno della centralità delle città. Oggi 4 milioni di persone (79%) abitano nell’area centrale da Verona a Venezia dove lavora l’82% degli occupati (1,4 milioni). La contrazione nel numero di micro imprese manifatturiere ha comportato anche una riduzione della dispersione dei posti di lavoro sul territorio che si era osservata nei decenni scorsi, e una tendenza alla concentrazione in alcuni addensamenti produttivi. Il lascito di quella stagione è fatto anche di un consistente numero di capannoni spesso al di fuori di zone industriali significative e meglio collegate. C’è poi un problema di spopolamento e di Comuni piccoli: il 52,7% ha visto ridurre la popolazione residente negli ultimi 8 anni – il 77,9% di quelli nelle due fasce esterne del bellunese e bassa padovana, Rovigo -, il 50,8% ha meno di 5mila abitanti ed ospitano il 14,7% della popolazione mentre l’1% di Comuni con più di 50mila abitanti il 20%. Da un lato i comuni di dimensione minore rischiano un ulteriore processo di marginalizzazione, a seguito dei processi di invecchiamento della popolazione; dall’altro la fascia centrale della regione sembra avviata a un processo di densificazione che comporta, se non ben governata, un’accentuazione di fenomeni quali il consumo di suolo, il traffico automobilistico e una mobilità delle persone crescente all’interno delle aree urbane. Sono processi che evidentemente richiedono e richiederanno uno sforzo di progettualità tra e con le amministrazioni locali, chiamate più che in passato a collaborare tra loro perché i fenomeni in atto attraversano e superano i confini amministrativi e perché trovarvi risposte efficaci richiede una riorganizzazione dell’agire amministrativo. La direzione da perseguire è dunque quella di guardare alla gestione associata dei servizi al cittadino da realizzare in bacini di dimensione inizialmente almeno mandamentale, a partire dai 50 mila abitanti (guardando alla esperienza francese delle comunità di agglomerazione), incardinati intorno ai poli urbani locali”.

Superare la frammentazione decisionale è la chiave di volta. Ha aggiunto Bonomo: “Le tendenze demografiche e i nuovi addensamenti occupazionali pongono problemi inediti per la realtà dei comuni veneti. Anziché indugiare sull’allarmismo, Confartigianato Imprese Veneto ha analizzato la situazione in chiave di “crescita sostenibile” proponendo piste di lavoro che i comuni sono chiamati a valutare e condividere anche valorizzando lo strumento dell’associazionismo. Superare la frammentazione decisionale è la chiave di volta, dobbiamo ripartire dalle comunità per una crescita sostenibile. Denatalità e ambiente richiedono una stagione di intensa e attrezzata collaborazione tra comuni che deve declinarsi su 4 linee: governo del territorio con un coordinamento terzo riprendendo il ruolo delle Province, di aggregazione sui servizi complessi ai cittadini per attrarre giovani e famiglie e aiutare gli anziani, lavorare sulla macchina amministrativa, grazie anche al digitale, per una diminuzione dei costi pro capite senza rinunciare alla rapidità e sburocratizzazione del regime autorizzativo ed infine collaborare per monitorare i bandi UE ed essere da stimolo per partenariati territoriali che intercettino fonti di finanziamento”.

Stati Uniti principale fornitore di semi di soia in Europa

Gli ultimi dati elaborati dalla Commissione europea indicano che nella campagna di
commercializzazione che si è appena conclusa (da luglio 2018 a metà aprile 2019) le
importazioni di semi di soia degli Stati Uniti nell’Unione Europea sono aumentate del 121% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Con una quota di mercato del 72% delle importazioni UE di semi di soia, gli Stati Uniti rappresentano attualmente il primo fornitore dell’Europa. Viceversa l’UE costituisce di gran lunga la prima destinazione delle esportazioni di semi di soia statunitensi (22%), seguita da Cina (18%) e Messico (9%). L’intensificazione degli scambi relativi a diversi settori e prodotti, tra cui in particolare i semi di soia, costituiva uno degli obiettivi della dichiarazione congiunta concordata dai presidenti Juncker e Trump il 25 luglio 2018. Rispettando l’impegno assunto, la Commissione europea pubblica regolarmente i dati sulle importazioni UE di semi di soia provenienti dagli Stati Uniti. Quella appena pubblicata è la quinta relazione di aggiornamento sugli scambi commerciali di semi di soia con gli Stati Uniti.

I punti salienti della relazione. In sintesi, dall’ultima relazione emerge che: rispetto alle prime 42 settimane della campagna 2017/2018 (sempre da luglio a metà aprile), nella campagna di commercializzazione in corso le importazioni UE di semi di soia provenienti dagli Stati Uniti sono aumentate del 121%, attestandosi a 8 244 594 tonnellate; in termini di importazioni totali UE di semi di soia, la quota degli Stati Uniti ammonta attualmente al 72%, rispetto al 36% dello stesso periodo dell’anno precedente. Questi dati collocano gli Stati Uniti ben al di sopra del Brasile (21%), secondo principale fornitore dell’UE, seguito da Ucraina (2,3%), Canada (1,8 ) e Paraguay (0,7 ). Nel gennaio 2019 la Commissione ha concluso che i semi di soia statunitensi soddisfano i requisiti tecnici per l’utilizzo nei biocarburanti nell’UE. Questa decisione crea le condizioni per l’ulteriore espansione di tali esportazioni, ampliandone le opportunità di mercato in Europa.

USA primo anche per le importazioni agroalimentari. Gli Stati Uniti costituiscono anche il primo Paese d’origine delle importazioni europee di prodotti agroalimentari in generale. In base agli ultimi dati, dal febbraio 2018 al gennaio 2019 il valore delle importazioni di prodotti agroalimentari dagli Stati Uniti è aumentato del 14%. Si tratta di un aumento di valore di 1,5 miliardi di euro, dovuto principalmente alla crescita delle importazioni di semi di soia, panelli di soia e vari altri prodotti. Ricordiamo che complessivamente l’UE importa circa 14 milioni di tonnellate di semi di soia all’anno come fonte di proteine per i mangimi animali, compresi quelli per pollame, suini e bovini, nonché per la produzione di latte. Grazie ai prezzi competitivi, i semi di soia provenienti dagli Stati Uniti rappresentano un’opzione molto interessante per gli importatori e gli utilizzatori europei. I dati inclusi nella relazione sui semi di soia provengono dall‘Osservatorio del mercato delle colture, varato dalla Commissione Europea nel luglio 2017 per condividere i dati e le analisi a breve termine del mercato allo scopo di accrescere la trasparenza.

Fonte: Veneto Agricoltura Europa

 

 

“Rifiuti speciali: la carenza di impianti in Italia apre scorciatoie alla malavita e svantaggia i nostri imprenditori”, la coraggiosa denuncia di Antonio Casotto, presidente Greentech italy e Veneto Green, presente oggi a Mestre ( VE) per l’apertura della Settimana Europea dell’Energia Sostenibile, di cui Argav è partner.

Ing. Antonio Casotto, in occasione di un incontro Argav al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (PD)

“Nel settore della raccolta e smaltimento di rifiuti industriali c’è una situazione di crescente rischio ambientale, creato dal malaffare, di cui la politica e l’opinione pubblica non possono far finta di non sapere. Gli imprenditori corretti, che operano nel settore, svolgendo un’indispensabile attività a servizio della società industriale, sono stanchi di essere additati come inquinatori per colpa di poche, quanto pericolosissime mele marce“. Lo sfogo è di Antonio Casotto, fondatore dell’associazione Veneto Green e presidente della Rete Innovativa Regionale Greentech Italy fra aziende sensibili ai temi dell’economia circolare.

Discariche regionali pressoché esaurite, rifiuti industriali smaltiti all’estero. “Le ripetute scoperte nelle campagne venete, da parte delle forze di polizia, di capannoni abbandonati, stipati di rifiuti anche pericolosi, testimoniano la gravità del fenomeno legato ad organizzazioni criminali – segnala Casotto – La situazione è presto descritta: le discariche regionali sono quasi esaurite e riservano lo spazio residuo ai rifiuti urbani; i siti aziendali di stoccaggio sono al limite delle capacità; noi siamo costretti a smaltire i rifiuti industriali all’estero con aumento dei costi, ma soprattutto dei tempi anche burocratici, senza contare il pericolo dei tanti camion con sostanze inquinanti, che percorrono le strade. In questo quadro si inserisce facilmente una criminalità in giacca e cravatta, professionale ed organizzata, che si propone di risolvere tempestivamente un problema importante per l’imprenditore. Nascono così vere e proprie società, in capo a prestanome, che con una semplice comunicazione, come previsto dalla legge, informano dell’avvio di un’attività di raccolta di rifiuti non pericolosi per poi allargare illecitamente il raggio d’azione. I rifiuti vengono stoccati in capannoni regolarmente affittati; esaurito lo spazio, la società viene chiusa o fatta fallire ed i pericolosi materiali stoccati restano in capo al proprietario dell’immobile che, considerati i costi dello smaltimento, spesso opta anche lui per il fallimento. A quel punto, l’onere spetta all’ignaro Comune, aggravando i conti della finanza pubblica nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso a carico di persone naturalmente insolvibili. Di fronte a questo preoccupante scenario – conclude Casotto – c’è bisogno di non nascondere la testa sotto la sabbia, ma di affrontare il problema con scelte coraggiose quanto impopolari come i termovalorizzatori di ultima generazione. Nell’attesa di un nuovo modello di sviluppo, per il quale la R.I.R. Greentech Italy e l’associazione Veneto Green si stanno adoperando, bisogna essere consapevoli che i rifiuti industriali esistono e per il loro smaltimento non solo paghiamo altri Paesi, ma forniamo loro materia prima per produrre energia. E’ un paradosso, che ci sta costando caro anche in termini di infiltrazioni malavitose nella nostra società.”

Oggi a Mestre. L’imprenditore Antonio Casotto sarà fra i relatori al convegno “Produrre dai rifiuti energia sostenibile e non solo. Esperienze e progetti di economia circolare”, che si terrà oggi, lunedì 17 Giugno (ore 16.30, Hotel Best Western Tritone, in viale della Stazione 16, a Mestre) in apertura della Settimana Europea dell’Energia Sostenibile , di cui Argav è partner.

 

Vigneto veneto 2019 in ritardo di 15 giorni ma carico d’uva. Difficoltà di gestione del vigneto bio dopo la riduzione Ue del rame per ettaro.

La vendemmia 2019 si annuncia posticipata di circa 10/15 giorni rispetto allo scorso anno, mentre dal punto di vista quantitativo non rispetterà la ciclicità che la vorrebbe scarsa, riportandola invece su livelli normali/abbondanti, comunque inferiori al 2018 (ma ben superiori al 2017). Sono queste le principali informazioni emerse lo scorso 13 giugno a Conegliano (TV) al CIRVE dell’Università in occasione del primo focus del Trittico Vitivinicolo 2019, ormai “storico” evento in tre tappe (giugno, agosto, dicembre) promosso da Regione e Veneto Agricoltura, con ARPAV, AVEPA, CREA-VE e Università di Padova-CIRVE.

Il vigneto veneto è alle prese con le conseguenze delle abbondanti precipitazioni di aprile e maggio, due mesi caratterizzati anche da temperature al di sotto della media stagionale. Con l’arrivo, proprio in questi giorni, di temperature tipicamente estive e una forte concentrazione di umidità relativa è però esplosa non solo la naturale fase vegetativa delle piante ma anche il rischio di infezioniperonospora e oidio su tutte – rimaste finora silenti. Se prevarrà il bel tempo nei prossimi 10/15 giorni, è concreta la possibilità di andare incontro ad una annata vitivinicola più che soddisfacente.

Nel corso del convegno “Clima e viticoltura: verso la fine di una alleanza?”, questo il titolo dell’evento rivolto a viticoltori, tecnici e operatori del settore, è stato fatto il punto sull’anomalo andamento meteo dell’annata vitivinicola 2018/2019 (Francesco Rech dell’ARPAV), nonché sullo stato del vigneto alla vigilia dell’estate e fornite le prime indicazioni di produzione a livello regionale (Diego Tomasi – CREA-VE).

Vigneti bio. Sono state affrontate, inoltre, alcune importanti questioni quali la sempre più difficile gestione dei vigneti biologici dovuta alle recenti normative europee che obbligano la riduzione dell’uso di rame per ettaro e che stanno mettendo in difficoltà i viticoltori alle prese con stagioni spesso molto piovose.A questo proposito, Luisa Mattedi, della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Tn), ha presentato le esperienze condotte sul campo facendo il punto sulle conoscenze attuali e le prospettive future della gestione biologica del vigneto, sostenendo che nonostante le numerose sperimentazioni condotte (poltiglia bordolese, estratto di buccia di agrumi, ossicloruro di rame, ecc.) i risultati sembrano non soddisfacenti a riportare la situazione al controllo del vigneto biologico. La conferma è arrivata anche da Christian Marchesini, produttore biologico in Valpolicella e vicepresidente dell’Area Vino di Confagricoltura nazionale, che ha rimarcato le difficoltà in cui si trovano ad operare oggi i produttori vitivinicoli biologici e la necessità inderogabile di un supporto sempre più importante da parte degli Enti di ricerca.

Professionalità in vigna. Interessante anche quanto riportato da Tomasi in relazione al tutto sommato soddisfacente stato vegetativo delle piante, dovuto anche all’estrema professionalità dei viticoltori veneti che hanno saputo operare in vigna in questi difficili mesi di aprile e maggio difendendo le colture e la produzione. Infine, Andrea Battistella, del Consorzio di Tutela del Prosecco DOC, ha ribadito l’importanza di gestire la produttività in vigneto nel rispetto dei disciplinari.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

 

 

Colli Euganei e Bassa Padovana: al via le visite guidate gratuite “Dai Colli all’Adige”

Riparte il progetto “Dai Colli all’Adige”, il piano di azioni finalizzate allo sviluppo locale avviato nel 2017 dal GAL Patavino e pensato per promuovere la conoscenza dei 44 comuni situati nel territorio che si estende a Sud della provincia di Padova, tra i Colli Euganei e il fiume Adige.

Visite guidate gratuite. Tra le prime iniziative che prenderanno il via nel corso delle prossime settimane ci sarà il servizio di visite guidate gratuite: un’occasione unica per scoprire e riscoprire da una prospettiva inedita i luoghi di interesse storico, artistico, architettonico e naturalistico dell’area grazie ai tour e agli itinerari proposti dalle guide turistiche del territorio. Percorsi tematici, visite al tramonto, escursioni a piedi o in bicicletta, trekking tour urbani, itinerari family friendly, quiz tour: sono molteplici e diversificate le proposte che verranno offerte quest’anno con l’obiettivo di informare e stimolare l’interesse del pubblico per un territorio ancora oggi troppo poco conosciuto, nell’ottica di uno sviluppo in senso turistico dell’intera area.

Si parte sabato 15 giugno con la prima visita guidata “Sul far della sera”: in occasione della “Cena lungo la Fratta” a Urbana (PD). Sarà possibile visitare l’antico Monastero di San Salvaro, che oggi ospita un interessante museo etnografico dedicato alle antiche strade della Bassa Padovana.

Domenica 23 giugno la visita alla maestosa Villa Correr a Casale di Scodosia– con il piano terra adibito a museo contadino e l’ampio piano nobile in parte affrescato, aperta eccezionalmente in occasione della rassegna d’arte “Passpartout”; martedì 25 giugno la passeggiata sul far della sera nel giardino della cinquecentesca Villa Dolfin dal Martello a Due Carrare (PD), per ammirare le forme palladiane dell’edificio, per arrivare, nel cuore della città di Monselice venerdì 28 giugno e scoprire i segreti di  Villa Pisani, eretta attorno al 1556 dal nobile patrizio veneziano Francesco Pisani di Zuanne come piccola dimora per agevolare i suoi viaggi da e per Montagnana. Queste ultime due visite guidate aprono le proiezioni dell’Euganea Film Festival.

La mattina di sabato 22 giugno è in programma un’interessante escursione naturalistica al Monte Cecilia, lungo un sentiero che attraversa boschi e prati ricchi di meravigliose orchidee e di ruta patavina, una specie molto rara che in Italia si trova solo in alcune ristrette aree dei Colli Euganei. La mattina del 29 giugno da Baone un’escursione in bicicletta porterà i visitatori a sud dei Colli Euganei, passando per Este e Cinto Euganeo, intorno al Monte Cero e ai piedi dei monti Cinto, Gemola e Cecilia. Un percorso che non solo regala un meraviglioso panorama del settore sud dei Colli, ma permette anche di scoprire molto della geologia e degli aspetti naturalistici di quest’area.

Al pomeriggio del 29 giugno l’imperdibile visita alla Villa Arca del Santo e l’Oratorio di Sant’Antonio ad Anguillara Veneta (PD), entrambi eretti nel 1660 per volere della Veneranda Arca di Sant’Antonio, l’istituzione che dal 1396 amministra i beni della Basilica padovana e di cui Anguillara rappresentava un possedimento esterno. L’Oratorio, riaperto dopo un lungo restauro, ospita in questo periodo una mostra dedicata alla figura del letterato e notaio della Signoria Carrarese Sicco Rizzi Polenton nell’anniversario della pubblicazione della sua opera prima “Catinia”, ambientata proprio ad Anguillara.

Il calendario completo delle iniziative con tutti i dettagli e le informazioni è consultabile sul sito www.collieuganei.it e sul sito del GAL Patavino www.galpatavino.it, dove sarà possibile anche effettuare la prenotazione alle visite guidate.

Fonte: Servizio stampa Gal Patavino