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L’AgriFoodTech in Italia: calano gli investimenti, ma cresce il numero di startup (nuove imprese). Tra le criticità, poca presenza femminile

Il settore AgriFoodTech italiano sta attraversando una fase di trasformazione: mentre gli investimenti subiscono una flessione del 38% rispetto all’anno precedente, cresce il numero di startup (nuove imprese), in aumento rispetto al 2023. È quanto emerge dal nuovo report sullo stato dell’AgriFoodTech in Italia elaborato da Eatable Adventures, filiale italiana del principale acceleratore del settore su scala globale per il Verona Agrifood Innovation Hub (Vaih), primo polo di sviluppo dell’ecosistema AgriFoodTech italiano sostenuto da numerosi partner, tra cui Fondazione Cariverona, UniCredit, Eatable Adventures, Veronafiere, Comune di Verona, Confindustria Verona, e istituzioni accademiche come l’Università degli Studi di Verona.

Nel 2024, gli investimenti si sono fermati a 103 milioni di euro, segnando un netto calo rispetto ai livelli record dell’anno precedente. Questo dato riflette una generale contrazione nei grandi round di finanziamento (cioè le operazioni finanziarie che consentono alle startup di raccogliere capitale per sostenere il loro sviluppo) e una maggiore cautela da parte degli investitori. Un calo in linea con il panorama globale ed europeo che subiscono pari merito una contrazione, anche se meno marcata rispetto allo scenario italiano, del 7% a livello mondiale e del 19% in Europa. Con 407 startup attive, in aumento rispetto alle 341 del 2023, e un focus crescente su tecnologie avanzate come Intelligenza Artificiale, Biotecnologie e IoT (acronimo di Internet of things,) l’AgriFoodTech italiano si conferma terreno fertile per innovazione e sostenibilità. Segnali di resilienza e un potenziale tecnologico ancora inespresso suggeriscono che il settore può ambire ad un ruolo di rilievo sul panorama globale.

Dove nascono le startup italiane?

Secondo le analisi di Vaih, le startup AgriFoodTech italiane sono concentrate prevalentemente nel Nord Italia, che ospita il 50% delle realtà attive: Lombardia (31%), Piemonte (10%) e Veneto (9,7%) sono in classifica insieme a Emilia-Romagna (11%) e Lazio (9,7%). Al contrario, il Sud Italia fatica a emergere nonostante il suo notevole potenziale agricolo, rivelandosi un ecosistema imprenditoriale ancora poco sviluppato.

L’identikit dell’imprenditore italiano e la forma dei team

I fondatori italiani di startup nell’AgriFoodTech si distinguono per un solido bagaglio accademico e tecnologico: il 38% possiede un dottorato di ricerca, mentre circa il 30% ha conseguito una laurea magistrale o un master. Il settore è guidato principalmente da fondatori con esperienze pregresse nell’imprenditoria (60%) e nell’agroalimentare (60%), un vantaggio che permette di affrontare meglio le sfide e di cogliere le opportunità del mercato. Il 73% delle nuove realtà innovative viene lanciato da imprenditori tra i 25 e i 45 anni, mentre solo il 6% riesce a lanciare un’attività prima dei 25 e dopo i 56 anni. L’Italia, dunque, possiede un potenziale straordinario, ma per garantire una crescita sostenibile e decisiva, è fondamentale attrarre e formare nuove generazioni di talenti, così da infondere nuova linfa vitale. Inoltre, i team sono piccoli: il 74% delle startup è composto da 1 a 5 dipendenti e solo il 6% dispone di più di 25 risorse.

Inclusività e scalabilità: le grandi sfide del futuro

Nonostante la crescita del numero di startup il report evidenzia alcune criticità: prima fra tutte una contrazione del numero di dipendenti pari al 27% (2995 risorse impiegate) dovuta principalmente alla chiusura di realtà nella fase di crescita e a team di lavoro piccoli. I grandi round di investimento, superiori a un milione di euro, sono in calo, mentre aumentano i round più piccoli, fino a 350.000 euro (nel 60% dei casi) e i cosiddetti “round mezzanini”. Questa tendenza riflette un approccio più prudente e strategico da parte degli investitori, influenzato anche dall’incertezza macroeconomica globale. Cresce l’attenzione verso i progetti in fase pre-seed (cioè il punto di partenza nel ciclo di via di una startup)  e seed (cioè quando una startup ha già sviluppato un prodotto o un servizio minimamente funzionante), caratterizzati da requisiti di capitale più modesti e minore rischio per gli investitori. Attualmente, il 58% delle startup AgriFoodTech si trova nella fase seed, un aumento del 15% rispetto al 2023. Tuttavia, molte di queste realtà faticano a superare le fasi iniziali di sviluppo, e solo il 2,3% raggiunge le fasi successive, evidenziando difficoltà nel processo di scalabilità.

Inclusività ancora lontana dall’essere raggiunta. Infatti, solo il 23% delle startup è fondato da donne, e il 36% dei team è composto da quote femminili. Questi dati evidenziano la necessità di promuovere una maggiore inclusività e diversità nel panorama imprenditoriale italiano. “Dopo il boom di investimenti nel 2023, il 2024 ci restituisce uno scenario più misurato e cauto, ma altrettanto promettente”, commenta Alberto Barbari, Regional VP Italy di Eatable Adventures. “Nonostante le sfide, l’ecosistema italiano ha tutte le risorse per affermarsi come leader globale dell’AgriFoodtech Made in Italy. La chiave è adottare un approccio sempre più Open all’innovazione, consolidando sinergie tra industria, università e startup. Rafforzare queste reti è essenziale per garantire un futuro più innovativo e sostenibile, attraendo e formando nuovi talenti, incentivando l’inclusività e creando un legame tra mondo accademico e imprenditoriale, così da infondere nuova linfa vitale all’ecosistema italiano”.

Fonte: servizio stampa Eatable Adventures

Regione Veneto, al via 8 bandi (scadenza 15 maggio) per le imprese agricole che guardano alla tutela di ambiente, biodiversità, acqua e aria

“Al via le domande per 8 nuovi bandi relativi a interventi CSR 2023-2027, con una dotazione economica di 21 milioni di euro, che permetteranno alle imprese agricole venete di avere a disposizione energie e risorse essenziali, con un occhio particolare alla tutela dell’ambiente, della biodiversità, del suolo, dell’acqua e dell’aria”. Ad annunciarlo, l’assessore regionale all’Agricoltura Federico Caner, all’indomani dell’approvazione da parte della Giunta regionale di otto bandi del CSR 2023-2027, dopo il via libera della competente Commissione del Consiglio regionale. 

I bandi riguardano quattro diversi interventi “a superficie”: conversione seminativi a prati e pascoli (SRA07); gestione attiva infrastrutture ecologiche (SRA10); allevatori custodi dell’agrobiodiversità (SRA14); mantenimento dell’agricoltura biologica (SRA29). Vanno ad integrare i bandi del Pacchetto Ottimizzazione Agronomica, già aperti per 30 milioni di euro, e attivano ulteriori risorse per 21 milioni di euro.
 
Nel dettaglio, il bando SRA07 promuove la conversione dei seminativi avvicendati a forme più estensive d’uso che non prevedono l’uso di fertilizzanti chimici di sintesi, diserbanti e altri prodotti fitosanitari, favorendo la tutela delle acque e dell’aria dall’inquinamento. La dotazione finanziaria è di 8.000.000 di euro.
 
Il bando SRA10.1 nelle sue 5 azioni prevede pagamenti per ettaro di superficie, per la gestione attiva di siepi allo scopo di migliorare la qualità delle acque, sostenere la biodiversità in aree agricole, riqualificare i paesaggi agrari. La dotazione finanziaria è di 5.000.000 di euro.
 
La misura SRA14 va a sostenere con 4 milioni di euro la conservazione delle razze animali a rischio di estinzione. Infine, il bando SRA29.2 va a incentivare con 4 milioni il mantenimento dell’agricoltura biologica. .
 
La scadenza di tutte le misure aperte è fissata al 15 maggio; la gestione operativa è affidata ad Avepa.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto, assessorato all’Agricoltura

Anbi Veneto: l’apporto delle nevicate invernali alla stagione irrigua sarà esiguo

“Ad oggi le riserve nivali sono al di sotto delle medie del periodo e di recente formazione, pertanto, poco utili a garantire uno scioglimento graduale nel corso dell’estate.” Ad affermarlo è Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto commentando i dati raccolti dal Centro Studi di ANBI Veneto nel Bollettino sulla disponibilità di risorsa relativo a gennaio 2025.

“Nessuno allarme ma le avvisaglie per il futuro non sono particolarmente floride”, continua Parizzi, “i depositi nivali languono, le temperature ancora sopra la media confermano il trend di surriscaldamento generale dopo il caldo record del 2024. Non destano preoccupazione le portate dei fiumi, in genere superiori alla media del periodo salvo le eccezioni di Livenza e Gorzone. Tuttavia, non ci stanchiamo di ricordarlo, senza opere d’invaso tutta questa risorsa è destinata ad andare a mare e potremmo rimpiangerla in primavera.”

In un contesto caratterizzato da temperature più alte rispetto alla media del periodo (+1°C a dicembre, +1,9°C a gennaio), ciò che desta attenzione dal punto di vista della risorsa è, dunque, la neve in montagna: Arpav parla di un deficit di precipitazioni nevose tra ottobre e gennaio pari al 34% nelle Dolomiti (-100 cm di neve fresca) e al 43% nelle Prealpi (-77cm). Sempre a gennaio, la copertura nevosa si è ampliata rispetto a dicembre, dal 20% al 45% della superficie montana; a 1.700 m la copertura è addirittura del 90%.  Purtroppo, la densità del manto nevoso in quota formatosi nell’ultimo mese si presenta leggera per il periodo; nel bacino del Piave, sottoforma di ghiaccio e neve sono immagazzinati 130 milioni di metri cubi di acqua, un valore che è tra i più bassi rilevati dal 2000 ad oggi.

Sul fronte delle precipitazioni, a gennaio si è interrotto la piccola tendenza negativa registrata tra novembre (-93%) e dicembre (-28%). Al 31 gennaio, infatti, sono scesi sul territorio regionale 75 mm di pioggia, un +27%, che è però è il risultato della media tra montagna – dove è piovuto anche l’80% in più rispetto al periodo – e pianura, dove le precipitazioni sono state inferiori anche del 40% nella vasta zona a sud dei Colli Euganei e su gran parte del territorio veneziano.

Superiori alla media del periodo le portate di Adige (+27%) e Brenta (+14%), appena sotto la media il Po (-1%), sotto la media Livenza (-10%) e Gorzone (-8%). In ogni caso si tratta di risorsa che finirà a mare in mancanza di invasi.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

L’agricoltura altopolesana riflette su progetti di aggregazione cooperativistica per il mais, sull’impatto dei mutamenti climatici e sulla rivoluzione eco-tecnologica

Un incontro pregno di contenuti tecnici e programmatici, con oltre 200 partecipanti tra aziende agricole socie e simpatizzanti del medio e alto Polesine, in cui è emerso forte il messaggio della necessità di unire le forze cooperative per affrontare le nuove sfide dell’impatto dei mutamenti climatici e della rivoluzione eco-tecnologica.

La grande assemblea organizzata dalla cooperativa di servizi all’agricoltura Villa Nani di Castelguglielmo, che si è svolta a Runzi di Bagnolo di Po (Rovigo) il 10 febbraio scorso, si conferma come uno dei pochi punti di riferimento per l’aggiornamento e la carica motivazionale del settore primario di una vasta area del Polesine. Erano presenti anche l’assessore regionale Cristiano Corazzari e la consigliera Laura Cestari, entrambi con un intervento all’insegna dell’attenzione della regione Veneto all’agricoltura.

Titolo del convegno: “Il futuro dell’agricoltura tra innovazione, sostenibilità e cooperazione”. Tutta la prima parte è stata dedicata ai relatori tecnici di Agriges, Fmc agro Italia e Carla import sementi. Gli interventi hanno segnalato un cambio di passo per la concimazione, con prodotti biologici a base di microorganismi e alghe; ma anche la problematica della sempre più forte resistenza delle infestanti ai fitofarmaci, anche a quelli più potenti, che impone un cambiamento nelle tecniche di coltivazione. Infine i mutamenti climatici: un 2024 umido e piovoso ha compromesso la quasi totale produzione del seme di soia per il 2025, (una coltura molto importante in Polesine ai fini della rotazione agraria), che quindi non potrà essere seminata nei quantitativi programmati dagli agricoltori.

Nella seconda parte del programma assembleare è emersa con entusiasmo, passione ed energia tutta la forza e la competenza della vivace cooperativa Villa Nani, presentata dai suoi stessi dipendenti (seconda foto in alto). La segretaria amministrativa Elisa ha tracciato la differenza tra i servizi cooperativi e quelli di un qualsiasi soggetto privato: “Noi siamo qui per voi – ha detto – non incassiamo provvigioni e non abbiamo scopo di lucro: ci basta il bilancio in pareggio”. “Il primo valore per noi è l’Onestà – ha aggiunto il presidente Damiano Giacometti (prima foto in alto) – Non sto dicendo che gli altri non siano onesti, sto dicendo che noi lavoriamo con la massima onestà e trasparenza”. Quindi ha ricordato le prassi della coop: i pagamenti puntuali, le misurazioni accurate delle impurità della soia mai salite oltre il 10 per cento e così le tossine del mais, mai trovate delle penalità. I tecnici di Villa Nani, Alessandro Contato e Sara Canato hanno consigliato al pubblico dei concreti piani di concimazione per i cereali da provare subito, programmando gli acquisti dei mezzi tecnici. La cooperativa si mantiene più che mai vitale e si ingrandisce: nel 2025 partiranno i lavori per un impianto fotovoltaico finanziato all’80 per cento a fondo perduto; verrà poi modificato l’essiccatoio per il mais, con una struttura a colonna.

Per concludere l’intenso incontro, il presidente Giacometti e il presidente del Coordinamenti cerealicolo veneto Confcooperative, Emilio Pellizzari, si sono soffermati sul progetto “Grandi colture”, annunciando che il prossimo convegno nazionale del mais cooperativo sarà in Veneto, a Vicenza, il 10 marzo prossimo. Il messaggio arrivato forte e chiaro è all’insegna dell’unità cooperativistica e dell’aggregazione dell’offerta del prodotto. “Le aziende socie delle nostre cooperative come Villa Nani – ha detto Pellizzari – sono medio-piccole, sono di 10 ettari quelle che producono mais granella. Sono un patrimonio da difendere e devono trovare un loro spazio. Da sole non ce la possono fare, ma tutti uniti sì”.

Fonte: servizio stampa cooperativa Villa Nani

Lo spot di Aop Italia Zootecnica “In Europe We Care for beef” (In Europa ci prendiamo cura della carne) sul podio del Media Key Venice Award

Condividiamo con il nostro socio Giuliano Marchesin, dg dell’Associazione produttori carni bovine Unicarve, la bella notizia del riconoscimento ottenuto dallo spot realizzato per la campagna “In Europe We Care for Beef”, nell’ambito del progetto Eucarbeef promosso dall’Aop Italia Zootecnica, presieduta da Alessandro De Rocco, e che si è classificato al terzo posto su 10 partecipanti alla categoria al premio Media Key Venice Award, dedicato alla comunicazione veicolata su tutti i media on e offline e ai progetti dedicati alla “Sostenibilità e Green”.

Lo spot è stato candidato al premio dall’agenzia Ab Comunicazioni, che lo ha realizzato con la regia di Riccardo Lupo e la collaborazione del Gruppo Rialto Spa-Il Gigante, che ha messo a disposizione i negozi in cui è stato girato. Questi i criteri che sono stati valutati dalla giuria: originalità dell’idea creativa, capacità di catturare l’attenzione del consumatore, coerenza con l’obiettivo del brand e il messaggio, emozionalità e connessione con il pubblico.

Treviso, Giornate internazionali di studio sul paesaggio (20-21 febbraio) indagano la superficie più profonda della Terra. Venerdì 14 febbraio speciale conversazione on line

Sotterraneo/underground è il tema della ventunesima edizione delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio, in programma giovedì 20 e venerdì 21 febbraio 2025 nell’auditorium di Palazzo Bomben a Treviso, e organizzate dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, a cura di Luigi Latini, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Benetton e docente di Architettura del Paesaggio all’Università Iuav di Venezia, e di Simonetta Zanon, responsabile ricerche e progetti sul paesaggio della Fondazione Benetton.

Le giornate saranno precedute, venerdì 14 febbraio, da una conversazione online (sulla piattaforma Zoom) con Robert Macfarlane, scrittore, critico letterario, professore all’Emmanuel College dell’Università di Cambridge, autore del libro Underland. Un viaggio nel tempo profondo (Einaudi, 2020). Il tema individuato per l’edizione 2025 dell’appuntamento pubblico che costituisce il principale momento di riflessione e confronto aperto sulle linee di ricerca nel campo del paesaggio della Fondazione Benetton sarà indagato da esperti, professionisti, studiosi provenienti da diversi ambiti disciplinari, con uno spazio riservato, come di consueto, allo sguardo cinematografico.

Cosa c’è sotto i nostri piedi?

Segreti, schemi, connessioni, tracce, come scrive Robert Macfarlane. Sottoterra la mappa delle relazioni tra gli esseri umani e la natura si fa complessa ma anche più nitida e dal mondo sotterraneo si può emergere con una maggiore consapevolezza.
Raccogliendo una serie di sollecitazioni provenienti dall’architettura del paesaggio, dall’ecologia, dalle scienze naturali, dall’arte ambientale, dall’antropologia e dall’area di studi emergente delle environmental humanities, si propone una riflessione sulla possibilità di spostare il nostro sguardo sul paesaggio dalla superficie alla sua dimensione profonda, suggerendo un’immagine più complessa e interconnessa della vita sulla Terra, fatta di relazioni intricate, invisibili e sotterranee che naturalmente coinvolgono anche Homo sapiens, ma non vedono questa specie protagonista assoluta e dominante. Un cambiamento di rotta che ci invita, ancora una volta, a riflettere sulla necessità di estendere il quadro delle indagini e degli strumenti progettuali che ci permettono di capire il senso contemporaneo del paesaggio, nei suoi aspetti sia teorici che operativi.

Auditorium Palazzo Bomben, via Cornarotta 7, Treviso. Ingresso libero, senza obbligo di prenotazione, fino a esaurimento dei posti disponibili. Traduzione simultanea italiano/inglese/italiano disponibile per tutti gli interventi. Diretta streaming nel canale YouTube della Fondazione Benetton.

La conversazione con Robert Macfarlane si svolgerà sulla piattaforma Zoom, con traduzione simultanea, è richiesta l’iscrizione attraverso il link pubblicato nel sito e nei canali social della Fondazione Benetton.

Fonte testo/foto: servizio stampa Fondazione Benetton

Agriturismo, settore in crescita che guarda sempre più alla specializzazione

Con tre tre aziende agrituristiche al giorno nate nel 2023, il fenomeno agriturismo ha assunto un peso sempre più importante nell’economia dell’accoglienza, divenendo sinonimo di una vacanza di qualità ed ecosostenibile. E’ quanto affermano Coldiretti e Terranostra Campagna Amica in occasione della pubblicazione del nuovo rapporto Istat sull’agriturismo in Italia, che fotografa un significativo saldo positivo tra nuove autorizzazioni e cessazioni e che testimonia un settore in crescita.

Un successo spinto da un’offerta sempre più qualificata, a partire dal turismo esperienziale legato ai singoli settori, dall’oleoturismo, all’enoturismo, dal turismo della birra, al turismo dei formaggi. Solo per il turismo del vino l’estate 2024 ha superato il record delle sei milioni di notti trascorse lo scorso anno tra le vigne, secondo le stime di Coldiretti.

Un altro esempio è rappresentato dai cammini che stanno emergendo come una delle principali tendenze nel turismo lento, offrendo brevi vacanze all’insegna della scoperta dei territori italiani. Cammini, ciclovie, ippovie, sentieri e vie di pellegrinaggio costituiscono una rete fitta di percorsi che permettono di esplorare gli angoli più nascosti del nostro paese.

Ma l’agriturismo è diventato anche centrale per la vita delle zone interne e rurali, luoghi dove il turismo non sostituisce le attività economiche locali, prevalentemente agricole e artigianali, ma le completa e permette attraverso le risorse economiche prodotte di manutenere al meglio borghi e paesaggi, proteggendo dai dissesti idrogeologici e dal rischio di spopolamento/ scomparsa.

“I nuovi dati evidenziano una ulteriore crescita in termini qualitativi ma anche quantitativi dell’agriturismo italiano, capace di far segnare sempre nuovi record e un costante segno positivo sotto ogni punto di vista – spiega la presidente di Terranostra Campagna Amica Dominga Cotarella -. La sfida è ora quella di arricchire ulteriormente la varietà dell’offerta come base per una destagionalizzazione della vacanza, allungando i periodi di permanenza e assicurando agli ospiti delle nostre strutture esperienze sempre più appaganti e formative”.

“Il 2024 si conferma un anno record per il turismo in Veneto, con oltre 20,5 milioni di visitatori e più di 71 milioni di giornate di soggiorno – aggiunge Diego Scaramuzza presidente regionale di Terranostra Campagna Amica  (nella foto in alto) – In questo scenario, l’agriturismo si distingue come eccellenza, con quasi 1.700 strutture attive e un ruolo chiave nella destagionalizzazione del settore. Nonostante le difficoltà climatiche e l’aumento dei costi, il settore ha saputo attrarre sempre più ospiti grazie a un’offerta autentica, fatta di natura, tradizioni e ospitalità familiare – continua Scaramuzza –  l’ospitalità agrituristica è in forte crescita, coprendo oggi circa il 70% delle strutture autorizzate, mentre la ristorazione agrituristica, pur consolidata, richiede investimenti importanti e il rispetto di normative stringenti”.

L’agriturismo è un modello vincente di turismo sostenibile e autentico, che Coldiretti e Terranostra continueranno a valorizzare per il bene delle imprese agricole e del territorio. Importanti  in tale ottica, i passi avanti fatti con le recenti normative contro la concorrenza sleale, dalle misure per l’emersione delle abitazioni private fino a quelle sulle false recensioni. Importante anche il nuovo piano strategico della Pac, con i bandi sulla diversificazione, mentre sul fronte delle azioni sindacali si è ottenuto lo sconto massimo (15%) sul pagamento dei diritti Siae.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto

12 febbraio, alla Biblioteca Internazionale La Vigna di Vicenza la presentazione del libro “Vaia. La tempesta nella memoria”

Mercoledì 12 febbraio alle ore 17.30 si svolgerà alla Biblioteca Internazionale La Vigna di Vicenza la presentazione del libro “Vaia. La tempesta nella memoria” (Cierre Edizioni, 2024) di Daniela Perco, Iolanda Da Deppo e Michele Trentini. L’incontro rientra nell’ambito del ciclo Liber&Lectio promosso dal Consiglio scientifico della biblioteca su temi attuali, ma con radici antiche, a rispecchiare il prezioso patrimonio della Biblioteca, che vanta opere risalenti al XV secolo fino ai giorni nostri.

Il libro

Vaia, il ciclone extratropicale che a fine ottobre 2018 si è abbattuto su alcune regioni del Nord Italia, ha provocato nel Veneto la caduta di oltre 15 milioni di alberi. Dal 2021 il Museo Etnografico Dolomiti ha promosso una ricerca antropologica nei territori colpiti del Bellunese per raccogliere le memorie di chi ha vissuto gli effetti di questo disastro ambientale che ha reso evidenti, soprattutto in ambito montano, le conseguenze della crisi climatica globale. Gli autori hanno messo in luce i modi in cui le comunità e i singoli hanno percepito quanto successo, elaborando risposte immediate o a medio termine sulla base della specificità dei luoghi.

I tempi della ricerca hanno conciso con quelli della pandemia da Covid-19

Mentre Vaia ha evidenziato la fragilità e i problemi della montagna, il Covid-19 sembra aver aperto, cautamente, alcuni scenari favorevoli ad abitare in luoghi a bassa pressione antropica e a contatto con la natura. La tempesta e la pandemia hanno costretto le persone a ripensare al futuro della montagna. Fra gli esiti del lavoro, la produzione di documentari, tra cui “Paesaggio fragile”, che illustra tutta la drammaticità di quanto è accaduto. All’interno del volume sono presenti i link per visionare in streaming i documentari di Michele Trentini.

Interventi

Danilo Gasparini, presidente del Consiglio scientifico Biblioteca Internazionale La Vigna, Daniela Perco, antropologa. Partecipazione in presenza, gradita la registrazione https://bit.ly/3Q1vvsV

Fonte: servizio stampa Biblioteca Internazionale La Vigna

Segnata una pietra miliare per la comunità veterinaria con la missione in Antartide dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie a caccia di influenza aviaria (che non c’è). In Italia, però, scoperti altri due nuovi focolai nel Veronese

 

Fra ottobre e novembre 2024 l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha svolto una storica missione fra i ghiacci dell’Antartide alla ricerca dell’influenza aviaria, con l’obiettivo di verificare la presenza del virus H5N1 fra le popolazioni di pinguini e contrastare questa minaccia globale anche nelle aree più remote del pianeta. La missione è stata promossa dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), l’ente che si occupa della programmazione operativa e della gestione tecnico-logistica delle attività di ricerca italiane nel continente antartico, che ha richiesto all’IZSVe di verificare l’eventuale presenza del virus fra le colonie di pinguini situate nel raggio operativo della Stazione “Mario Zucchelli”, una delle due basi italiane in Antartide, al fine di dotare il personale di istruzioni operative e dispositivi di sicurezza mirati alla riduzione del rischio zoonotico da H5N1.

Obiettivo: comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente artico

A volare tra i ghiacci sono stati Francesco Bonfante e Alessio Bortolami, virologi veterinari della SCS6 – Virologia speciale e sperimentazione che, una volta concluso l’indispensabile addestramento, sono partiti per una missione assolutamente unica, cogliendo questa occasione per meglio comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente antartico. Nel 2022, infatti, l’influenza aviaria si era spinta per la prima volta fino alle coste più meridionali del Sudamerica causando episodi di mortalità di massa in numerose specie di uccelli, oltre a decimare intere colonie di leoni ed elefanti marini. Il virus H5N1 è stato ritrovato in pinguini della Georgia del Sud, un gruppo di isole prossime al continente antartico, e nel febbraio 2024 è entrato definitivamente nel continente antartico, nelle vicinanze della stazione di ricerca argentina “Primavera Base”.

Al momento, pericolo scongiurato

“L’ingresso dell’influenza aviaria nel continente pone nuove sfide per il personale scientifico e logistico che opera nelle stazioni antartiche – sottolinea Francesco Bonfante – Fortunatamente non abbiamo trovato traccia del virus in questo angolo di Antartide e questa è un’ottima notizia per il personale impegnato nelle missioni in Antartide e per la fauna che vive in questi luoghi remoti. Ciò non significa che in un futuro, anche non troppo lontano, la malattia non possa raggiungere il Mare di Ross attraverso la migrazione di gabbiani e altre specie di volatili, formidabili vettori in grado di coprire migliaia di chilometri. Dal punto di vista scientifico – aggiunge Bonfante – la missione rappresenta una pietra miliare per gli istituti zooprofilattici e più in generale per la comunità veterinaria, in quanto per la prima volta in una stazione antartica è stato possibile non solo raccogliere ma anche analizzare sia sieri che tamponi di pinguini e formulare così una valutazione sulla circolazione del virus, in tempo reale, senza ricorrere all’aiuto di laboratori specializzati al di fuori dell’Antartide.”

Come si è svolto lo studio

Dotati di PCR portatile da campo, reagenti liofilizzati, guanti da lavoro termici, giacche a vento e scarponi da ghiaccio, i due ricercatori sono partiti a fine ottobre alla volta dell’estremo Sud, passando per la Nuova Zelanda. La loro nuova casa per due settimane è stata la stazione situata in una piccola penisola rocciosa lungo la costa della Terra Vittoria settentrionale, sul Mare di Ross. Oltre ai nostri colleghi nella base c’erano circa altre 80 persone fra ricercatori, tecnici e personale di supporto. Ogni due giorni i ricercatori, affiancati da una guida alpina, hanno raggiunto in elicottero le colonie di pinguini, forniti di una sacca di sopravvivenza di 25 Kg, dotata di tenda, sacco a pelo e generi di conforto, da utilizzare in caso le condizioni meteo avverse impedissero il rientro alla base. Lo studio ha riguardato i pinguini di Adelia e i pinguini Imperatore, animali che vivono in colonie di dimensioni molto diverse che contano da poche migliaia fino a diverse centinaia di migliaia di individui. In sole due settimane, gli studiosi hanno raccolto e testato campioni da oltre 250 animali, appartenenti a 5 colonie diverse dislocate su una striscia di costa che si estende per oltre 400 km, dalla base Mario Zucchelli fino a Cape Adare, il promontorio in cui si trova la più grande colonia al mondo di pinguini di Adelia, composta da oltre 300mila animali e dove si trova il primo sito abitativo antartico, un insieme di capanne costruite nel 1899 dagli esploratori norvegesi capitanati da Carsten Borchgrevink.

Abbracciati i pinguini

Un’esperienza davvero impegnativa dal punto di vista fisico, anche per il contatto diretto con gli animali stessi, come racconta Alessio Bortolami: “Abbiamo dovuto letteralmente abbracciare i pinguini con le nostre mani per riuscire a contenerli ed effettuare i campionamenti, questo per ridurre al minimo lo stress della cattura e scongiurare qualsiasi rischio sia per noi che per loro. Nel caso degli imperatore, date le notevoli dimensioni di questi animali, 1 metro di altezza e fino a 30-40 kg di peso, è stata necessaria l’assistenza di ben due guide alpine per garantire un appropriato contenimento sul pack ghiacciato e a -20 °C. È stata un’esperienza decisamente diversa dalla nostra routine di veterinari del Servizio sanitario nazionale, ma siamo veramente orgogliosi di aver contribuito al raggiungimento degli obiettivi prefissati mettendo a disposizione le stesse expertise che ogni giorno ci permettono di garantire la salvaguardia del settore avicolo nazionale ed europeo”. Per ogni colonia, circa 50 animali sono stati sottoposti a prelievo di tamponi e sangue. Una volta rientrati in base, dopo una attenta pulizia di tute e attrezzatura in bagni di ipoclorito, i ricercatori si dedicavano alle analisi molecolari e sierologiche.

Questo risultato è stato reso possibile grazie ad una attenta valutazione del rischio da parte del capo spedizione Enea, Ing. Rocco Ascione, e da una pianificazione accurata dei voli da parte del personale dell’Aeronautica Militare, nonché grazie all’altissima professionalità del personale del corpo degli Alpini che ha accompagnato in ogni missione i ricercatori veterinari. Tutto questo sotto l’occhio attento della dott.ssa Carla Ubaldi, Environmental Officer dell’Enea presso la Mario Zucchelli, grazie alla quale è stato possibile minimizzare l’impatto ambientale ed ecologico della missione. A differenza di altri gruppi di ricerca internazionali che sino ad ora si sono limitati a raccogliere i campioni e inviarli ai laboratori in patria per eseguire le analisi, la missione IZSVe si caratterizza non solo per aver testato tutto il materiale raccolto durante la permanenza dei ricercatori in Antartide, ma per aver formato il personale della base italiana all’esecuzione delle metodiche molecolari e sierologiche necessarie per monitorare la circolazione del virus. La fase di training ha raggiunto ottimi risultati, in quanto in assenza dei veterinari dell’IZSVe, la dott.ssa Carla Ubaldi ha condotto con successo indagini analitiche sui campioni di pinguini raccolti presso Inexpressible Island, un sito strategico per diverse ricerche del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra) ma raggiungibile solo in condizioni meteo ottimali.

Una spedizione dal grande valore scientifico

“Non credevo che saremmo riusciti a testare questa colonia senza l’aiuto di Francesco ed Alessio – confida Carla Ubaldi –, le condizioni meteo non avevano permesso di raggiungere l’isola durante la loro permanenza, ma grazie ai loro consigli, al loro supporto remoto via internet e al materiale messo a disposizione dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ci siamo riusciti, non era assolutamente scontato”. “Come i virus, anche la ricerca scientifica non conosce confini – ha dichiarato Antonia Ricci, Direttrice generale dell’IZSVe – Siamo andati fino in Antartide per cercare l’influenza aviaria, abbiamo aperto un mini-laboratorio e svolto analisi sul campo in tempi record: un risultato straordinario! Questa spedizione dal grande valore scientifico, assume un significato importantissimo anche nel quadro della strategia globale di prevenzione One Health, soprattutto in termini di lavoro di squadra, grazie alle grandissime competenze scientifiche maturate dal nostro Istituto nel corso degli anni e al grande sforzo di preparazione e organizzazione messo in campo dallo staff tecnico-amministrativo. Un’esperienza eccezionale per i nostri ricercatori e per tutto l’Istituto, che ancora una volta ci riempie di soddisfazione e orgoglio”. Al momento non sono previste nuove missioni alla stazione Mario Zucchelli, molto dipenderà dall’evoluzione della malattia, dalla disponibilità di fondi e da altre variabili di tipo logistico. Sicuramente il virus H5N1 (clade 2.3.4.4b) non sembra trovare argini alla sua espansione geografica. La tutela dell’habitat antartico e il monitoraggio del virus nella fauna selvatica richiederà uno sforzo continuativo e coordinato a livello internazionale, l’Italia però ha cominciato con il piede giusto.

Intanto, in Italia e in particolare in Veneto, scoperti nei giorni scorsi due nuovi focolai di influenza aviaria nel Veronese

Si tratta di un allevamento di tacchini da carne a Sona e uno di galline ovaiole a Isola della Scala, che portano il totale dei casi, da ottobre, a 55, con il Veneto che allunga il passo rispetto alla Lombardia. “Questi nuovi focolai ci indicano che l’infezione, purtroppo, si sta spostando verso Est – sottolinea Diego Zoccante, presidente degli avicoltori di Confagricoltura Verona -. E questo ci preoccupa, perché, oltre a non arrestarsi, il virus potrebbe diffondersi ulteriormente, nonostante le misure di biosicurezza adottate. D’altra parte la presenza degli uccelli selvatici, in questo periodo, è molto alta, e perciò facilita la propagazione della malattia negli allevamenti. La buona notizia è che a Roma, in un incontro di pochi giorni fa con il Ministero, è emersa un’apertura nei confronti del vaccino da adottare principalmente per le galline ovaiole e poi per i tacchini. Non è l’unica arma che dovremo utilizzare per difenderci, ma sarà un passo in avanti per provare ad uscire da questa situazione, che a ogni autunno causa danni enormi alle aziende agricole” (oltre a uccidere migliaia di galline e tacchini, ndr).

Fonte: servizi stampa IZSVe/Confagricoltura Verona

 

Galzignano Terme (Padova), fino al 16 febbraio incontro tra arte e vino nei Colli Euganei con la mostra WineArt al MuCE. Il 7 febbraio in programma l’AperiMuCE con i produttori del territorio

Sarà aperta fino al 16 febbraio a Galzignano Terme (Padova), all’interno del Museo dei Colli Euganei (MuCE), la mostra “WineArt”, dedicata alle opere dell’artista Pietro Barbera. L’esposizione rappresenta un connubio tra arte figurativa e mondo enologico. Utilizzando il vino come pigmento, Barbera riesce infatti a trasmettere la ricchezza delle emozioni umane su tele che parlano della gioia, dell’amore e della vita quotidiana. Le sue opere non sono solo rappresentazioni visive, ma si accompagnano a forme letterarie per un racconto che riesce a trasformare il vino in uno strumento di comunicazione e di sensibilizzazione (giorni e orari di visita: mar-dom, 9-18, ingresso libero).

“WineArt” ha già suscitato l’interesse dell’Istituto scuola di agraria Duca degli Abruzzi di Padova, dove hanno preso forma l’idea e quei contenuti che ne definiscono gli scopi divulgativi, e ora il MuCE offre una nuova ambientazione all’iniziativa, apportando anche alcune variazioni ai soggetti esposti, per arricchire ulteriormente l’esperienza di visita. L’idea è piaciuta anche al Consorzio dei Vini dei Colli Euganei che si è reso disponibile come partner dell’iniziativa, visto che l’esposizione apre la possibilità di un dibattito e di un approfondimento sul tema dell’enologia euganea. L’area dei Colli Euganei – del resto – è da anni in ascesa nel panorama vitivinicolo italiano. I suoi vigneti, caratterizzati da un terroir unico e da pratiche viticole attente alla qualità, hanno portato a una produzione di vini distintivi, sempre più apprezzati a livello nazionale e internazionale, come il Fior d’Arancio DOCG o il Serprino, la bollicina euganea per eccellenza. L’ambiente naturale e i valori pedoclimatici, influenzati dalla formazione vulcanica delle colline, contribuiscono a creare un contesto ideale per la di alta qualità. I Colli Euganei, in questo modo, hanno la possibilità di posizionarsi come una delle aree vinicole più promettenti d’Italia, contribuendo in modo significativo all’economia locale e all’attrattiva turistica della zona.

In particolare, venerdì 7 febbraio sarà l’occasione per unire in dialogo le arti visive con le produzioni enologiche dell’area di Galzignano, secondo la formula già sperimentata dell’AperiMuCE (ore 18, ingresso libero). Si tratta di una degustazione organizzata anche con la collaborazione dell’Associazione Culturale ArtEuganea.Net, che avrà tra i protagonisti gli stessi produttori vitivinicoli. Dunque: le opere di Pietro Barbera, oltre a trovare un dialogo con le esposizioni permanenti nel Museo dedicato al territorio, troveranno approfondimento anche negli assaggi e nei valori proposti dalle cantine che prenderanno parte all’iniziativa. Un connubio che promette un’atmosfera viva e dinamica, permettendo ai visitatori di godere di un’esperienza multisensoriale che stimola sia l’apprezzamento dell’arte che quello delle produzioni enologiche locali.

Pietro Barbera  “artista di_vino”

“Cerco di portare freschezza e leggerezza nel mondo dell’arte con una tecnica innovativa: la pittura con il vino, un genere che ho battezzato con il nome di WineArt, dipingendo “vinarelli” su cartoncino. Il mio approccio alla pittura è un’ode all’inventiva e alla sperimentazione – continua – utilizzando il vino come mezzo espressivo cerco di creare opere d’arte intrise di ricchezza cromatica e profondità emozionale, usandolo da solo e/o arricchendolo con altri colori acrilici o acquerelli. Cerco  di combinare tonalità e sfumature attraverso le sue varietà, solitamente uso i rossi più intensi,  ottenendo un effetto visivo unico, rendendo ogni dipinto un’esperienza sensoriale avvincente. Oltre all’aspetto visivo, l’uso del vino aggiunge un livello di simbolismo e significato alle opere, trasmettendo la storia e la cultura di questo nettare italiano.”

Il messaggio di WineArt

“Ho voluto rendere omaggio al vino, un elemento così comune nella cultura italiana, trasformandolo in un medium artistico complesso. Attraverso le mie opere, vorrei comunicare l’amore per la tradizione vinicola italiana, ma anche sfidare le convenzioni artistiche tradizionali. Penso di possedere la capacità di fondere l’arte e la cultura del vino in modo armonioso  tanto da essere degna di ammirazione.”

Fonte: servizio stampa MuCE