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Nel mondo si conoscono circa 25.000 specie di api, 1054 soltanto in Italia, e insieme agli altri insetti impollinatori, garantiscono la riproduzione di gran parte della flora terrestre. Da qui parte il seminario di Paolo Fontana, ricercatore della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento), naturalista, entomologo, apidologo, apicoltore, scrittore, divulgatore e premio Argav 2017, che mercoledì 28 ottobre dalle 17:30 alle 19, rinnova l’appuntamento con “Bee&Green”, il ciclo di incontri a ingresso libero dedicato al verde urbano e periurbano e alla tutela degli insetti impollinatori.
Dalla riproduzione della flora terrestre alla nascita della metallurgia, fino al modello sociale che per secoli ha ispirato filosofi e scienziati: Paolo Fontana racconta come l’ape mellifera abbia accompagnato il cammino dell’uomo per almeno cinquemila anni. Quando si parla di api spesso ci si riferisce ad una sola specie e cioè l’ape mellifera ma le api sono tante. Se ne conoscono circa 25.000 specie a livello mondiale, in Europa circa 2.000 ed in Italia ad oggi le specie note sono 1054. Le api, ovvero gli Apoidei antofili, assieme a molti altri insetti sono fondamentali per la conservazione degli equilibri naturali dal momento che con la loro azione di impollinazione garantiscono la riproduzione di una grande parte della flora terrestre.
L’ape mellifera è gestita dall’uomo da diversi millenni (almeno 5 o 6) e questo insetto ha accompagnato quindi la storia dell’uomo per un lungo tratto contribuendo non solo al suo sostentamento e benessere attraverso i suoi prodotti come miele e propoli, ma ha contribuito anche al progresso tecnologico dal momento che la metallurgia si è basata sin dalle sue origini in larga parte sulla tecnica della cera persa. Ma l’ape mellifera, grazie soprattutto alla sua straordinaria organizzazione sociale, ha costituito anche un modello morale o addirittura spirituale nel corso dei secoli. Meno noto è poi il fatto che l’ape mellifera abbia accompagnato lo sviluppo della scienza dalle sue origini ai giorni nostri ( al termine di ogni incontro viene rilasciato, su richiesta, un attestato di partecipazione; ai Dottori Agronomi e ai Dottori Forestali sono inoltre riconosciuti i crediti formativi professionali).
(di Antonio Verni, giornalista socio Argav) Polesine come terra di mezzo fra Adige e Po, che i due fiumi, con le innumerevoli alluvioni, avvenute nel corso di tanti secoli, hanno modellato e formato. E grazie all’intervento umano, con il Taglio di Porto Viro, del 1604, si è persino creato l’attuale Delta del Po.
Di volta in volta le popolazioni hanno adottato diverse e nuove strategie di resilienza per far fronte ai cambiamenti e orientarsi negli scenari addivenienti, ricche di riscontri al Museo dei Grandi fiumi di Rovigo: dalle palafitte e dai villaggi dell’età del Bronzo, fino alle grandi opere di bonifica degli Etruschi, dei Romani, dei Benedettini e del Rinascimento. Acqua non soltanto come minaccia, ma come risorsa primaria, per il cibo e per i commerci, attorno alla quale organizzare la vita delle comunità, promuovere il culto, sviluppare le attività quotidiane. E’ quanto ha voluto mostrare il Gruppo remiero Adigetto, nato a Villanova del Ghebbo, ma con sede nella Conca fluviale di Canda, in località Vallalta, comune di Bagnolo Po, ai colleghi rematori della ‘Navigatio’ di Santander, in Spagna, intervenuti con una delegazione a questa giornata di promozione del Polesine.
A far da anfitrione al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, Raffaele Peretto, geomorfologo, poliedrica figura della cultura polesana, uno dei suoi padri fondatori e direttore fino al 2007. Il Museo ha sede nell’ex monastero Olivetano di San Bartolomeo. I monaci di Monte Oliveto Maggiore arrivarono nel 1475, per essere allontanati a seguito delle disposizioni napoleoniche nel 1810. Nel 1844 subentrò il Comune di Rovigo, che convertì il complesso in un centro di assistenza per anziani, fino al 1978. Con il trasferimento della Casa di riposo in una sede più consona, si decise di destinare la struttura ad attività museali. Nacque il Museo civico della civiltà in Polesine.
L’obiettivo originario era quello di raccogliere testimonianze archeologiche, etnografiche e naturalistiche provenienti dall’intera provincia. Si tirarono le somme e nel 2001 fu ufficialmente inaugurato il Museo dei Grandi Fiumi, volto, come si legge nella presentazione, “alla valorizzazione e divulgazione del patrimonio archeologico, etnografico, culturale e ambientale del territorio polesano”. Reperti che coprono circa 3.500 anni di storia polesana, dall’età del Bronzo al Rinascimento, provenienti da scavi e ritrovamenti dell’intera provincia.
Qual è il grande valore antropologico di questo museo? Risiede nella capacità di narrare attraverso le esposizioni ciò che gli archeologi hanno trovato nel sottosuolo, dedotto e intuito, in relazione a come l’uomo ha strutturato la società e ha modellato la propria cultura e la propria esistenza in un rapporto simbiotico con l’acqua del Po, dell’Adige e dei cento canali di collegamento, protagonisti di un ecosistema particolarmente instabile.
Chi entra nel museo si accinge a compiere un viaggio nell’antropologia culturale e sociale, camminando per oltre tre millenni. Grazie alla creatività di Gabbris Ferrari e dei suoi collaboratori, e dei padri fondatori, il visitatore, attraverso le “ambientazioni scenografiche, installazioni multimediali, diorami e plastici” rivive i principali periodi storici. Inoltre, “le riproduzioni lungo il percorso consentono di toccare, vivere e comprendere i reperti originali custoditi nelle vetrine. Le cinque sezioni presentano le conoscenze archeologiche sul Polesine dal secondo millennio a. C. all’età rinascimentale, anche attraverso continui rimandi alle coeve realtà insediative di aree limitrofe ed europee”.
Con particolare vezzo storico e personale, Raffaele Peretto ha ricordato che “dal VI secolo a. C. il Delta padano è soggetto a una articolata riorganizzazione territoriale ad opera degli Etruschi. Tale processo porterà all’affermarsi degli empori di Adria e di Spina e alla nascita di insediamenti diffusi principalmente lungo le vie d’acqua e terrestri, come a San Cassiano”. In relazione a questo ha fatto notare quanto gli archeologi apprezzino le foto aeree e che in quella esposta fosse stata ripresa anche la sua casa natale a San Cassiano.
Simbolo del museo sono uno stilizzato, immaginario volto di Fetonte sovrapposto al sole. Quel sole che rivestiva di colori ambrati le foci del Po intorno ad Adria al tramonto. Atria, la porta della valle del Po, se la si rapporta alla parola etrusca ‘atrium’. Giorno, luce, posta a levante, a oriente. Ecco, Adria era la città a oriente, verso il sole nascente, la più vicina al mare, la prima che vedevano i Greci quando arrivavano.
Dopo il Museo dei Grandi fiumi, il piccolo gruppo di rematori rodigini, insieme al presidente Eligio Garbo, di Giorgio Pavan, consigliere Argav e alla rappresentanza spagnola, si sono diretti in visita a una mostra micologica al Palazzo del Corpo di Guardia ed al Tempio della Beata Vergine del Soccorso, da tutti chiamata La Rotonda. Quindi, nel pomeriggio, hanno raggiunto Badia Polesine per ammirare il Teatro Sociale Eugenio Balzan e l’annessa Collezione Balzan: 49 dipinti di pittori italiani del XIX e del XX secolo. Poi qualche decina di minuti li hanno trascorsi all’Abbazia della Vangadizza, per comprenderne il valore storico, anche in relazione alle ultime scoperte.
Hanno collaborato alla giornata il Comune di Rovigo, con gli assessorati competenti; il Comune di Badia Polesine, con il sindaco, Giovanni Rossi, ed il Sodalizio Vangadicense con il presidente, Paolo Aguzzoni; il Comune di Bagnolo di Po, con il sindaco, Amor Zeri, e la Pro Loco. Gli ospiti spagnoli hanno portato alcune specialità della loro terra al convivio, tenutosi nella sede del Gruppo remiero Adigetto. Tutti i presenti hanno partecipato al giro in barca nelle acque del Canalbianco.
(di Giuseppe Pomarico, geologo) Nelle Dolomiti venete il ghiaccio che cementa le fratture della roccia sta perdendo la sua funzione strutturale, e l’estate 2026, la più calda mai misurata in quota sulle Alpi, ha reso il fenomeno più evidente. Per valutare il rischio non bastano più i modelli geomeccanici statici: vanno integrati i parametri termici e idrogeologici del sottosuolo.
Il ghiaccio nelle fratture e la stabilità delle pareti
Gli ammassi dolomitici e calcareo-dolomitici del Veneto orientale sono rocce fortemente tettonizzate, con una fitta rete di discontinuità: piani di strato, faglie, diaclasi. Oltre i 2.500 m la stabilità di queste pareti è stata garantita per millenni dal permafrost di parete, cioè dal ghiaccio interstiziale e di riempimento dei giunti, mantenuto a temperature negative. Quel ghiaccio lavora come un connettivo strutturale. Quando la roccia si avvicina alla soglia del warm permafrost, tra −1 e 0 °C, la resistenza al taglio lungo le discontinuità cala drasticamente (ice-bonding loss; Krautblatter et al., 2013). Il quadro si aggrava con l’acqua di fusione, che si accumula nelle fessure trattenuta da tappi di ghiaccio più profondi: ne derivano picchi di pressione neutra (u) che possono innescare scivolamenti di blocchi, crolli e rock avalanches, soprattutto con piogge in quota (rain-on- snow). Parallelamente si approfondisce lo strato attivo, e a mobilitarsi sono volumi di roccia sempre più grandi e profondi (Gruber & Haeberli, 2007).
Effetti idrogeologici e carsici
La scomparsa del ghiaccio occludente riapre condotti carsici e fratture prima sigillate, modificando i tempi di corrivazione e di ricarica degli acquiferi basali. Nelle cavità d’alta quota, dalle Pale di San Martino al Sella e all’Ampezzano, cambiano i flussi d’aria termo-convettivi, che a loro volta trasferiscono calore dall’esterno verso il cuore del massiccio. Il maggiore percolamento altera inoltre il chimismo delle acque di stillicidio (Ca2+, HCO3−) e la cinetica di deposizione carbonatica: gli speleotemi diventano così un archivio e un indicatore dell’accelerazione termica in corso.
L’estate 2026: un test su scala reale
L’estate 2026 ha messo il permafrost dolomitico sotto uno stress termico senza precedenti recenti, con effetti che si leggono sia nei dati atmosferici sia nei siti di monitoraggio. Lo zero termico è misurato in libera atmosfera con i radiosondaggi di Payerne e non coincide con la temperatura della roccia. Indica però per quanto tempo l’energia termica è stata disponibile per penetrare nei versanti, e il calore si propaga nell’ammasso con ritardo: più del singolo picco conta il bilancio cumulato. Un’estate di questo tipo ha precedenti nel 2003, quando la forte attività di crollo da pareti ritenute stabilmente ghiacciate portò per la prima volta il tema all’attenzione generale. Lo ha ricordato per il Pelmo il presidente del Comitato scientifico del CAI, Gianni Frigo: le settimane di zero termico molto elevato avrebbero favorito la fusione del ghiaccio interno alla roccia, con effetti che sui versanti nord possono manifestarsi dopo un periodo prolungato di accumulo termico. Lo stesso CAI invita a non attribuire ogni distacco al permafrost. Anche gli indicatori di campo vanno nella stessa direzione. Secondo Legambiente, al Piz Boè non risulta terreno gelato a nessuna profondità. Il dato non descrive direttamente le Dolomiti bellunesi, ma conferma il trend e rafforza la richiesta di estendere il monitoraggio a Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane. Lo scarso innevamento e il caldo prolungato hanno inoltre eliminato gli effetti di isolamento e riflessione che normalmente rallentano il riscaldamento di roccia e ghiaccio.
Verso una gestione del rischio integrata
LiDAR (telerilevamento) e InSAR (strumento per visualizzare la deformazione della superficie terrestre) descrivono bene la cinematica dei versanti, ma non bastano senza sensori termometrici in fessura e in cavità, che misurano ciò che accade nel sottosuolo. Estati come la 2026 mostrano che la pericolosità non dipende più solo dalla geometria dell’ammasso, ma dal suo regime termico e idrico. Servono quindi modelli che integrino parametri geomeccanici, termici e idrogeologici, e reti di monitoraggio capaci di leggere il ritardo tra forzante climatica e risposta del versante. Il degrado del permafrost è una delle manifestazioni più dinamiche del cambiamento climatico nel territorio veneto, e va trattato come tale nella pianificazione.
Il 21 ottobre è la prima Giornata regionale dei cammini veneti, un appuntamento che nasce per scoprire i 13 cammini della Rete dei cammini veneti. Dalle montagne al mare, dai laghi alle colline, fino alle pianure, l’iniziativa è un invito a vivere il territorio in un’ottica di sostenibilità e autenticità. Il cuore dell’evento sarà nel fine settimana del 24 e 25 ottobre con un programma diffuso di attività lungo i 13 Cammini veneti realizzato in collaborazione con Unpli Veneto. Sarà un weekend per camminare, esplorare e scoprire il territorio del Veneto, con escursioni e passeggiate accompagnati da professionisti abilitati. In tutto sono in programma 20 attività, per più di 30 turni di esperienze, tra escursioni, visite guidate, degustazioni, organizzate in collaborazione con gli enti gestori dei 13 cammini rientranti nel Registro dei cammini del Veneto, con il supporto di Regione del Veneto (info sugli eventi in programma il 24 e 25 ottobre e le indicazioni per prenotarsi disponibili sul portale Veneto.eu e attraverso una pagina ad hoc sul sito www.unpliveneto.it).
Per la Giornata del 21 ottobre è in programma un convegno dedicato ai Cammini veneti, alla loro evoluzione e alle prospettive di sviluppo del prodotto turistico, seguito da una tavola rotonda rivolta ai soggetti gestori e alle Destinazioni Turistiche. “Non esiste un solo tipo di turismo, esistono turismi diversi e il turismo del camminare è uno di questi. È un modo per scoprire il Veneto autentico, attraverso i suoi paesaggi, la sua storia, i suoi borghi, la cultura e le tradizioni dei territori. I Cammini permettono di vivere il Veneto in modo diverso, con tempi e modalità di fruizione adatti a pubblici diversi e durante tutto l’anno. Il nostro obiettivo è continuare a valorizzare questa rete, mettendo in relazione i territori, i soggetti gestori e le destinazioni e facendo dei Cammini una componente sempre più riconoscibile dell’offerta turistica veneta”, afferma Lucas Pavanetto, vicepresidente e assessore al Turismo della Regione Veneto.
“L’offerta dei cammini – aggiunge Pavanetto- rientra nelle strategie regionali che puntano a un’offerta turistica sostenibile, attenta all’ambiente, disponibile tutto l’anno e lontana dai grandi flussi. È una proposta che incontra un sempre più rilevante segmento della domanda turistica con viaggiatori interessati a vivere esperienze all’aria aperta, a contatto con la natura e capaci di far vivere loro i luoghi attraverso esperienze autentiche che coniugano paesaggio, cultura, enogastronomia. La Rete dei Cammini Veneti costituisce in questo senso una rete di itinerari accessibili e inclusivi, aperti a famiglie, anziani, persone con disabilità, che attraversa il territorio regionale e mette in relazione città, borghi, paesaggi e patrimoni culturali, offrendo modalità diverse di conoscere il Veneto e di raggiungere le sue destinazioni”.
Nel complesso, la Rete dei Cammini Veneti comprende: 13 cammini riconosciuti e iscritti al Registro regionale (circa 5.391 chilometri di percorsi), toccando tutte le 7 province del Veneto e attraversando 11 destinazioni turistiche venete. Questi sono: Cammino Romea Strata – soggetto gestore: Fondazione Homo Viator – San Teobaldo. Cammino Via Claudia Augusta – soggetto gestore: Associazione Via Claudia Augusta Italia A.P.S. Cammino Via Romea Germanica – soggetto gestore: Associazione Italiana Via Romea Germanica. Cammino di Sant’Antonio – soggetto gestore: Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali. Cammino del Beato Enrico – soggetto gestore: Compagnia di Santiago e del Beato Enrico da Bolzano. Cammino di Adelaide – soggetto gestore: Associazione Eco Prospettive APS. Cammino Cimbro di Santa Margherita – soggetto gestore: Unione Montana Pasubio Piccole Dolomiti. Cammino delle Colline del Prosecco – soggetto gestore: Associazione per il Patrimonio delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Cammino delle Dolomiti – soggetto gestore: Centro di Spiritualità e Cultura Papa Luciani. Cammino Alta Via dei Berici – soggetto gestore: IPA – Associazione Comuni Area Berica. Cammino Fogazzaro Roi – soggetto gestore: Associazione Cammini Veneti. Cammino Alta Via Grande Guerra – soggetto gestore: Provincia di Vicenza. Cammino Rigoni Stern – soggetto gestore: Associazione Cammini Veneti3. Cammino Via Romea Germanica2. Cammino di Adelaide
Sarà il Veneto a ospitare nel 2027 la quinta edizione del Congresso Nazionale del Fiore di Coldiretti. L’annuncio è arrivato a Torre del Lago Puccini (Lucca), in occasione del IV Congresso nazionale, con il simbolico passaggio del testimone da Coldiretti Toscana a Coldiretti Veneto, che si prepara ad accogliere il prossimo appuntamento dedicato a uno dei comparti strategici del Made in Italy.
“Accogliere il Congresso nazionale del Fiore sarà un’opportunità importante per valorizzare le nostre imprese e dare visibilità a un settore che rappresenta una componente significativa dell’agricoltura veneta – dichiara Carlo Salvan, presidente di Coldiretti Veneto –. Vogliamo arrivare a questo appuntamento portando all’attenzione nazionale il lavoro che stiamo facendo per rispondere alle esigenze concrete dei florovivaisti, sostenere la competitività delle aziende e riconoscere il ruolo del verde nella qualità ambientale e nella valorizzazione dei territori”.
Il florovivaismo veneto conta 1.300 imprese per una superficie di quasi 2.500 ettari di superficie e un valore della produzione di oltre 225 milioni di euro, secondo i dati di Veneto Agricoltura. Padova è la prima provincia per numero di aziende, con circa 400 imprese, pari al 30% del totale regionale. Numeri che testimoniano il peso economico e produttivo del comparto e il contributo delle aziende venete alla filiera nazionale del verde, della floricoltura e del vivaismo.
A livello nazionale, il florovivaismo rappresenta una realtà di primo piano del Made in Italy, con circa 19mila imprese, 30mila ettari di superficie e un valore della produzione superiore a 3,5 miliardi di euro nel 2025. Nello stesso anno, l’export italiano di piante e fiori ha raggiunto il record storico di quasi 1,3 miliardi di euro, confermando le potenzialità del settore sui mercati internazionali. Un risultato che rende ancora più importante sostenere la competitività delle imprese, favorire l’apertura di nuovi mercati e investire in innovazione, ricerca e sostenibilità.
Le tensioni geopolitiche e le difficoltà delle rotte commerciali mostrano quanto il settore sia esposto a fattori esterni. L’aumento dei costi di fertilizzanti, gasolio e materie plastiche pesa sui bilanci aziendali, mentre i rallentamenti dei trasporti penalizzano soprattutto le produzioni altamente deperibili. Per questo Coldiretti sottolinea la necessità di sostenere l’internazionalizzazione, semplificare le procedure di accesso ai mercati esteri e garantire strumenti adeguati per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Fondamentali sono anche gli investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e formazione, insieme alla difesa delle imprese da costi e oneri impropri.
In questo contesto si inserisce il lavoro di Coldiretti Veneto, impegnata nel confronto con le istituzioni regionali per dare risposte alle esigenze delle imprese. Tra le priorità c’è l’aggiornamento dei parametri per il riconoscimento dei consumi di gasolio agricolo alle aziende florovivaistiche, affinché tengano conto dell’evoluzione delle tecniche produttive e dei reali fabbisogni aziendali. Accanto al sostegno economico, l’organizzazione lavora per promuovere il verde e rafforzare il ruolo del vivaismo nella pianificazione dei territori. Su iniziativa di Coldiretti Veneto è stato infatti depositato in Consiglio regionale un progetto di legge per incentivare la piantumazione di alberi nei piccoli Comuni, attraverso contributi dedicati. L’obiettivo è favorire la diffusione del verde urbano e periurbano, rafforzare le filiere forestali e migliorare la qualità ambientale e paesaggistica, creando nuove opportunità anche per le imprese del settore.
Il mese di settembre 2026 conferma una grave e persistente carenza idrica in Veneto. Secondo i dati Arpav analizzati da Anbi Veneto nel proprio bollettino sulla disponibilità di risorsa a settembre, le piogge mensili (media di 89 mm, -19% rispetto al valore medio dei 30 anni) sono state disomogenee e insufficienti: mentre la costa veneziana orientale ha registrato localizzati violenti rovesci che hanno causato anche allagamenti, il deficit è rimasto acuto in Polesine e nel Delta del Po. L’intero anno idrologico (ottobre 2025 – settembre 2026) si chiude con appena 872 mm di pioggia, segnando un deficit del 23%.
Nella fase conclusiva della stagione irrigua, tutti i principali corsi d’acqua della regione presentano portate fortemente sotto la media storica: il crollo più critico riguarda il Bacchiglione (-69%), seguito da Adige (-57%), Po (-43%), Livenza (-42%) e Brenta (-28%). Le falde sotterranee restano in sofferenza senza benefici apprezzabili derivanti dalle piogge di fine estate. Ancora elevate le temperature, con un valore medio di 21,7 °C e un’anomalia termica di +1,6 °C.
Le proiezioni per ottobre 2026 elaborate dal Centro di sperimentazione per l’innovazionei Irrigua (Ce.Sp.I.I) Consorzio Leb indicano un Veneto diviso in due. Nel settore occidentale e settentrionale prosegue la scarsità di pioggia con bilancio idrico negativo e terreni asciutti che complicano le semine autunno-vernine; si raccomandano lavorazioni superficiali e conservative. Al contrario, l’area centro-meridionale attende piogge abbondanti e sopra la media che richiederanno attenzione allo sgrondo delle acque per evitare ristagni e compattamento del terreno. L’evapotraspirazione colturale si manterrà generalmente elevata a causa di temperature superiori alla norma, pur rimanendo contenuta tra i 53 e i 64 mm.
Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto: “Dopo una stagione irrigua difficile è necessario sostenere concretamente le aziende agricole, ma la risposta non può essere soltanto economica. Dobbiamo accelerare sui progetti multifunzionali per l’accumulo dell’acqua e sviluppare interventi di ricarica delle falde. Allo stesso tempo, tecnologia e ricerca devono aiutarci a utilizzare l’acqua in modo sempre più efficiente, garantendo le esigenze di agricoltura, ambiente e paesaggio”.
Torna sabato 17 e domenica 18 ottobre in centro storico a Jesolo (Venezia) l’appuntamento con “M’illumino di Spezie”, manifestazione a ingresso gratuito ideata da Veneto a Tavola e dalla storica della gastronomia Carla Coco in collaborazione con il Comune di Jesolo e il supporto di partner d’eccellenza. L’evento, giunto alla quinta edizione e inserito nell’ambito della tradizionale Festa d’Autunno in programma nello stesso fine settimana nella cittadina veneziana, trasformerà piazza Primo Maggio in un vivace palcoscenico di profumi, sapori e cultura, celebrando il legame profondo tra la storia della Serenissima, i prodotti d’eccellenza del territorio e l’arte speziata.
Il fil rouge dell’edizione 2026 si rinnova profondamente: l’esposizione principale (all’Hotel Udinese) è organizzata come percorso olfattivo guidato, lasciando spazio a una classificazione basata sui profili aromatici e sulle proprietà delle spezie (riscaldanti, balsamiche, terrose e agrumate). Due le mostre allestite: una con 250 varietà di essenze anche rare e l’altra con 200 tipi di peperoncini provenienti da tutto il mondo. Sarà un vero e proprio “viaggio interattivo” che richiama le antiche tradizioni fitoterapiche e culinarie.
Il tema culturale è incentrato sulla straordinaria figura del vicentino Antonio Pigafetta, viaggiatore attento che all’inizio del Cinquecento arrivò alle Molucche – leggendarie Isole indonesiane delle Spezie- con la spedizione di Magellano e che da uomo di lettere ha lasciato una inestimabile Relazione della sua navigazione fatta attorno al Mondo. Tra le grandi novità di quest’anno spicca il consolidamento della sinergia con i produttori e i consorzi italiani di eccellenza, in particolare il Consorzio Liquirizia di Calabria. Significativo il coinvolgimento corale di 24 esercizi di food&beverage jesolani che “adotteranno” una spezia per dare vita ad un percorso di gusto diffuso con snack gourmet, gelati, dolci e cocktail.
Molte le iniziative in programma: spazio e importanza avranno le masterclass e gli show cooking d’autore, incontri di approfondimento culturale, liquoristico e gastronomico con esperti e brand storici come Distilleria Bonaventura Maschio e Distilleria Varnelli, esplorando l’evoluzione degli aperitivi e degli amari tradizionali con erbe e spezie. La prima giornata, sabato ore 18.30, si chiuderà con l’attesissima finale nazionale del Campionato Italiano Super Hot curata dal Jack Pepper Group: tappa del circuito nazionale dove sarà eletto il vincitore con sfide a base di varietà estreme come il piccantissimo Carolina Reaper.
Domenica show cooking in piazza con lo chef Alessandro Menditto del ristorante sardo “Il Fuoco Sacro di San Pantaleo” (una stella Michelin); preparerà un risotto con zucca e fava tonka macerata nel rum. A seguire, Elisa Carraro della pasticceria Zamatteo di Jesolo, presenterà il suo pâte de fruits alla mela e vaniglia. Prevista una piccola degustazione finale gratuita.
Per avvicinare i più piccoli al mondo degli aromi ci sarà “Il piccolo cartografo”: giocoso laboratorio ispirato alla figura di Fra’ Mauro che nel 1459, senza mai lasciare il suo monastero di Venezia, seppe disegnare il mondo.
Non un mero archivio di dati, ma uno strumento per monitorare lo stato dell’olivicoltura veneta, come sta cambiando e dove è necessario intervenire. In attuazione della legge regionale 9/2026, la Giunta regionale ha istituto l’Osservatorio Olivicolo Veneto, affidandone le funzioni a Veneto Agricoltura. Il programma dell’Osservatorio, che ha preso avvio a ottobre e si concluderà il 31 dicembre 2028, mette a disposizione complessivamente 1,05 milioni di euro, pari a 350 mila euro l’anno: 250 mila euro annui per le attività dell’Osservatorio, 90 mila per la promozione e valorizzazione del patrimonio olivicolo e 10 mila per le iniziative di sensibilizzazione dei consumatori.
“L’olivicoltura veneta – sottolinea l’assessore all’Agricoltura Dario Bond – è parte del nostro paesaggio e della nostra economia rurale. Se un oliveto viene abbandonato, scompare parte dell’identità di una comunità: per questo abbiamo bisogno innanzitutto di sapere con precisione che cosa abbiamo e dove lo abbiamo. L’Osservatorio nasce per questo: mettere a sistema le informazioni e trasformarle in politiche agricole più puntuali e più utili alle aziende”.
In Veneto sono stimati oltre 4.100 olivicoltori attivi, ma soltanto il 65% risulta censito attraverso il fascicolo aziendale. La dimensione media delle aziende è di circa 1,2 ettari, con una gestione media di circa 230 piante per azienda. Una struttura produttiva fortemente frammentata, che rende ancora più importante disporre di una fotografia aggiornata del patrimonio olivicolo regionale. A questo si aggiunge la progressiva contrazione delle aziende: secondo i dati richiamati nella legge regionale, nel 2013 erano 7.042 le aziende venete dedite alla coltivazione dell’olivo, mentre nell’ultimo decennio il numero si è ridotto di circa il 39,4%. Anche la resa in olio evidenzia una situazione da monitorare: dai valori medi del 15% degli anni precedenti si è scesi sotto il 10%, con un dato del 9,8% nel 2024.
“Abbiamo migliaia di olivicoltori, tante piccole realtà familiari e un patrimonio che in molte zone è strettamente legato alla conformazione collinare del territorio – aggiunge Bond -. Dobbiamo mettere queste aziende nelle condizioni di essere più visibili, più organizzate e più competitive, senza perdere la specificità che rende riconoscibile la nostra olivicoltura”. L’Osservatorio realizzerà quindi una mappatura georeferenziata degli oliveti veneti, integrando immagini satellitari, banche dati Avepa, Sian e Agea, e informazioni provenienti dai Consorzi di tutela delle DOP Garda e Veneto. Il sistema permetterà di associare alle superfici le principali informazioni agronomiche, fitosanitarie, produttive e qualitative e, dove possibile, anche gli elementi storici e culturali degli oliveti di particolare pregio.
L’Osservatorio non si fermerà però alla fotografia dell’esistente. I dati raccolti saranno utilizzati per costruire nel tempo modelli previsionali sulle produzioni e sulle principali problematiche fitosanitarie, arrivando anche a una vera e propria zonazione olivicola del Veneto. Tra le varietà oggetto di particolare attenzione figurano Rasara, Favarol, Matosso, Casaliva e Grignano. La mappa dell’Osservatorio servirà anche a individuare le superfici collinari abbandonate a rischio di dissesto. La stessa legge regionale individua infatti nel contrasto all’abbandono una delle finalità della nuova politica olivicola. Il programma prevede inoltre un censimento degli oliveti monumentali, storici e di particolare pregio, anche attraverso il confronto con la cartografia storica e il coinvolgimento di enti locali, parchi, università e associazioni culturali. Questi elementi potranno successivamente entrare nei percorsi di oleoturismo regionale.
Per la prima volta la mosca orientale della frutta (Bactrocera dorsalis) è stata riscontrata in Veneto. La presenza dell’insetto, classificato dall’Unione Europea come organismo nocivo da quarantena prioritario, è stata individuata dal Servizio Fitosanitario regionale nel corso delle attività di monitoraggio svolte nel comune di Venezia, nella zona di Favaro Veneto (Venezia). La Regione del Veneto ha avviato quindi le attività di controllo previste dalla normativa europea, con la delimitazione dell’area interessata e avviato un progetto biennale realizzato insieme al Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, con l’obiettivo di verificare l’effettiva presenza e consistenza della popolazione dell’insetto, monitorarne l’eventuale diffusione, ricostruirne l’origine e individuare le aree maggiormente esposte al rischio.
“Abbiamo riscontrato per la prima volta la presenza di questo organismo in Veneto a fine 2025 e ci siamo mossi immediatamente, come previsto dalle disposizioni europee per gli organismi nocivi da quarantena prioritari – sottolinea l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond -. Non è il momento di creare allarmismi, ma nemmeno di sottovalutare il fenomeno. La Bactrocera dorsalis può colpire numerose specie frutticole e orticole e la prevenzione, in questi casi, è la prima forma di tutela per il nostro patrimonio agricolo. Per questo abbiamo attivato subito il monitoraggio e ora mettiamo in campo un protocollo ancora più avanzato, che unisce il controllo sul territorio alla ricerca scientifica e alle nuove tecnologie di analisi”.
L’insetto
La Bactrocera dorsalis, conosciuta come mosca orientale della frutta, è di origine tropicale e subtropicale (in particolare dal SudEst asiatico) considerato tra i fitofagi più dannosi per le produzioni agricole. La sua pericolosità è legata alla capacità di svilupparsi a carico di un elevato numero di specie di piante ospiti, comprese colture frutticole e orticole. Le larve si sviluppano all’interno dei frutti, provocandone il deterioramento e compromettendone la commerciabilità, ed è così che è arrivata in Veneto. La specie è già stata rinvenuta in Italia in Campania ed Emilia-Romagna. In Veneto, gli esemplari sono stati individuati nell’ambito del monitoraggio svolto nel 2025 a Favaro Veneto. Le catture sono state registrate tra il 17 luglio e il 18 novembre e le indagini hanno evidenziato una dinamica compatibile con il susseguirsi di quattro generazioni, con una diffusione stimabile in un raggio di circa 10 chilometri.
Il nuovo piano regionale per il biennio 2026-2027 concentrerà l’attenzione sull’area del focolaio e sui principali punti potenzialmente esposti all’introduzione dell’organismo, come porti, aeroporti e centri agroalimentari. Attorno al luogo del ritrovamento verrà individuata una potenziale zona infestata con un raggio di 500 metri, accompagnata da una zona cuscinetto di 7 chilometri. Nell’area interessata saranno intensificate le attività di trappolaggio, cattura massale e campionamento, mentre il monitoraggio proseguirà sull’intero territorio regionale. “Dobbiamo capire con precisione e nel più breve tempo possibile se siamo di fronte a un’introduzione occasionale oppure alla presenza di una popolazione che sta tentando di insediarsi stabilmente – prosegue Bond -. E per farlo non basta individuare un insetto in una trappola: dobbiamo seguirne la dinamica, analizzarne l’origine, conoscere le condizioni che potrebbero favorirne la diffusione e intervenire sulle aree più esposte”. Accanto alle attività sul campo, il progetto prevede infatti un’importante componente scientifica. Gli esemplari eventualmente catturati saranno sottoposti a caratterizzazione genetica, con analisi molecolari finalizzate a confrontare le popolazioni venete con quelle già presenti in altre aree italiane e internazionali. L’obiettivo è ricostruire le possibili vie di introduzione dell’insetto e individuare eventuali collegamenti tra i diversi focolai.
Il progetto durerà fino al 31 dicembre 2027 e avrà un costo complessivo di 132 mila euro: 120 mila euro saranno messi a disposizione dalla Regione del Veneto, con 60 mila euro per il 2026 e altrettanti per il 2027, mentre 12 mila euro saranno a carico dell’Università di Verona. L’accordo tra Regione e Università consentirà di integrare le attività di monitoraggio previste dalla normativa fitosanitaria con strumenti avanzati di diagnostica molecolare, caratterizzazione genetica e modellazione del rischio, per verificare se la presenza rilevata nel territorio veneziano sia riconducibile a un episodio occasionale o rappresenti l’avvio di un possibile insediamento della specie.
Fonte testo e foto: servizio stampa Regione Veneto
L’Associazione culturale Borgo Baver, nelle Case Dal Cin presso la chiesa di San Biagio a Baver Pinzano (Treviso), in collaborazione con la libreria Il Punto di Vittorio Veneto (Treviso) organizza domenica 11 Ottobre 2026, alle ore 16, l’incontro a ingresso libero con Danilo Gasparini, autore del libro Dal banchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra Medioevo ed età contempranea.
Attraverso un’analisi approfondita di fonti storiche, ricettari, diari e cronache, Gasparini esplora i mutamenti dei regimi alimentari urbani e contadini legati alle congiunture economiche e sociali del tempo. Vengono così raccontati banchetti aristocratici, pasti monastici, abitudini contadine e la nascita di una cucina veneta oggi celebrata in sagre, festival e confraternite.
Dalla polenta, simbolo della dieta contadina, al baccalà alla vicentina, fino al trionfo del Prosecco, il libro svela come gli alimenti abbiano plasmato l’identità culturale e sociale del territorio. Un viaggio che unisce storia, cultura e gastronomia, offrendo uno sguardo unico sul legame fra cibo e territorio e sulla costruzione di una tradizione che continua a evolversi e a influenzare il presente. Ulteriori info: www.baver.it – info@baver.it – cell. 3534317106