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Energie rinnovabili: “Piano Regolatore delle Città del Vino”

Si’ all’eolico ed al fotovoltaico, ma senza eccessi, perche’ se il risparmio energetico e’ un obiettivo importante su cui puntare per il futuro, bisogna stare attenti che questo non comporti un eccessivo ”consumo” del territorio: i sindaci dei territori del vino concordano nella necessita’ di inserire nel ”Piano Regolatore delle Citta’ del Vino” un regolamento ad hoc perche’ gli impianti delle energie rinnovabili siano rispettosi del paesaggio, senza che un’installazione indiscriminata possa deturpare vigneti o colture.

In Italia gli impianti installati nel 2009 sono stati circa 71.300, per una produzione di oltre 1.140 megawat. ”Quello delle energie rinnovabili e’ un tema che interessa sempre piu’ da vicino i territori rurali – spiega il presidente delle Citta’ del Vino Giampaolo Pioli – ma, in un momento difficile per l’agricoltura come quello che stiamo vivendo, si corre il rischio che sostituire un vigneto con un impianto fotovoltaico o installare pale eoliche al posto di colture o vicino ad edifici di interesse storico e culturale, possa essere considerato solo una forma di reddito alternativa, senza considerare i gravi danni di immagine per il paesaggio e le pesanti ripercussioni sul turismo.

Energie alternative: meglio in territori poco produttivi e svantaggiati. L’obbiettivo e’ quello di dare ai sindaci dei territori del vino regole e misure per la gestione urbanistica degli impianti. Siamo assolutamente favorevoli al diffondersi delle energie alternative – conclude Pioli – ma e’ necessario che gli strumenti urbanistici dei comuni si facciano carico di scegliere le porzioni di territorio aperto meno produttive e svantaggiate, le aree industriali o di cava dismesse”. Di fronte alle nuove problematiche legate alle energie rinnovabili e al loro impatto sulla gestione del territorio, le Citta’ del Vino hanno deciso di lavorare ulteriormente al loro Piano Regolatore – lo strumento urbanistico dei comuni del vino italiani, dove anche il ”territorio rurale aperto” e’ oggetto di attivita’ pianificatrice da parte dell’ente pubblico – approfondendo i problemi che l’uso indifferenziato, al di fuori della pianificazione, dei pannelli fotovoltaici, o degli impianti eolici, comportano, in termini di impatto paesaggistico, ma anche in relazione al loro smaltimento, che non sara’ semplice ne’ poco invasivo per l’ambiente, anche quando si renderanno necessarie sostituzioni con nuovi modelli.

(fonte Asca)

Presentato il Tavolo Italiano “Agricoltura Biologica per il Clima”

L’agricoltura è responsabile del 12% del totale dei gas serra di natura antropica, ovvero dovuti ad attività umane. Ma anche del 47% del totale delle emissioni di metano che derivano principalmente dagli allevamenti (73%) e dalla gestione dei fertilizzanti organici (26%), e di circa il 58% delle emissioni europee di N2O, il pericoloso protossido di azoto. Queste sostanze sono la causa principale della più importante emergenza ambientale odierna: i cambiamenti del clima e il conseguente riscaldamento del pianeta (Fonte: dati IPCC – Intergovernamental Panel on Climate Change).

Un “Tavolo Italiano” presente a livello internazionale. Ridurre le emissioni, ma anche valutare – dati alla mano – gli effetti che queste produrranno sulle attuali coltivazioni e sull’allevamento, per non farsi cogliere impreparati tra qualche anno, sono tra i principali obiettivi del primo Tavolo Italiano “Agricoltura Biologica per il Clima”, promosso dal Comitato Clima di ICEA (Istituto Certificazione Etica e Ambientale). Non a caso l’Istituto aveva già promosso nel 2009 – insieme a FAO, FiBL (CH), ICROFS (DK), IFOAM, KRAV (SE), Organic Federation of Australia, Rodale Institute (USA), Soil Association (UK) – la costituzione del Roundtable on Organic Agriculture and Climate Change (RTOACC), iniziativa internazionale di cui il neo nato Tavolo italiano entra a far parte.

Clima che cambia: riscontrabili i mutament anche su scala locale. L’iniziativa italiana – alla quale aderiscono tra gli altri Federbio, Coop Italia e CNR – coinvolge associazioni di settore e singole aziende, istituti di ricerca, imprese di distribuzione, istituzioni ed è stata presentata nei giorni scorsi a Bologna. I mutamenti climatici sono riscontrabili anche su scala locale: in Emilia Romagna, ad esempio, si notano dei chiari segni di cambiamento sia per quanto concerne le temperature, sia per le piogge. Le temperature massime mostrano un’impennata dall’inizio degli anni ’80 sino ad oggi, con una crescita di quasi 2°C in poco più di 40 anni (circa 0,5°C in più ogni 10 anni). Quali sono gli scenari futuri? Sul territorio regionale per il periodo 2030-2050 si prevedono temperature più elevate, precipitazioni più concentrate e un aumento dell’intensità e durata degli episodi estremi di caldo e siccità; nel trentennio 2070-2100, poi, il termometro nella stagione estiva potrebbe segnare un aumento di circa 5°C rispetto alle temperature stagionali attuali (Fonte: Arpa Emilia-Romagna – Servizio Idrometeo, giugno 2008).

Agricoltura biologica, sostenibile intrensicamente. In una condizione in cui l’agricoltura si trova a subire i cambiamenti climatici e ad esserne in parte artefice, il Tavolo rilancia il ruolo di un’agricoltura sostenibile, capace di contribuire a combattere i cambiamenti climatici. In che modo? Riducendo le emissioni di CO2 grazie a tecniche di coltivazione a ridotto impatto ambientale, ma anche sottraendo la CO2 atmosferica mediante la fotosintesi e fissandola, attraverso il parziale o totale interramento della biomassa, nel suolo sottoforma di sostanza organica (SO). Da questo punto di vista, infatti, la sostenibilità dell’agricoltura biologica è intrinseca nel suo metodo: secondo i dati raccolti in vari programmi di ricerca (tra cui i risultati del Consorzio PICCMAT), essa ha un potenziale di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti e di sequestro del carbonio nei suoli, legato a pratiche agronomiche come l’impiego di fertilizzanti organici, sovesci (interramento di colture per aumentare la fertilità del terreno) o idonei avvicendamenti colturali.

(fonte Icea)


Adige: più acqua per dare più sicurezza e avere meno costi

paesaggio con fiume Adige

Alzare il livello del fiume Adige, migliorando sicurezza idrogeologica ed ambiente: è il progetto presentato a Legnago dal presidente del Consorzio di bonifica Veronese, Antonio Tomezzoli, all’assessore all’ambiente della Regione Veneto, Maurizio Conte.

L’Adige è il secondo fiume d’Italia e la prima risorsa idrica del Basso Veneto, ma sta “morendo” a causa del continuo abbassamento del fondale: in media, ben 6 metri in circa 50 anni (in alcune zone anche oltre 8 metri!); tale fenomeno sta avendo importanti conseguenze sulle attività agricole, dato che l’acqua irrigua deve essere pompata dal fiume con notevoli costi e non più semplicemente derivata dai sifoni (a costo zero), come accadeva una volta. Inoltre ci sono gravi problemi di sicurezza idraulica: l’erosione dell’alveo mina, infatti, la stabilità delle fondazioni dei ponti, come è già accaduto a Legnago e sta ora accadendo ad Albaredo.

Obiettivo: stabilizzare il fondo del fiume. L’ente consortile ha così predisposto uno studio di fattibilità per “stabilizzare” il fondo del fiume, riportandolo al livello del 1996, mediamente 2 metri più alto rispetto all’attuale quota. Il progetto pilota prevede la realizzazione di una o più “soglie”, cioè muraglioni subacquei in pietra, che attraversano l’alveo e ne stabilizzano il fondo. “ E’ un progetto, che certo dovremo prendere in considerazione – commenta l’assessore Conte – Si potrebbe ampliarlo, creando salti d’acqua per produrre energia idroelettrica.” Lo studio di fattibilità delle prime 2 soglie è stato già approvato dall’Autorità di Bacino dell’Adige, ma ora è fermo in attesa di uno studio di fattibilità, esteso a tutto il tratto di fiume da Zevio fino al mare. “L’Adige – spiega il direttore, Roberto Bin – di fatto non è più un fiume: è diventato un vero e proprio canale regolato, giacchè tutta l’acqua proviene da bacini idroelettrici del Trentino Alto Adige. Ne è stata così modificata la struttura e la vita naturale: venendo meno l’apporto di detriti provenienti da monte, il fondo si è sempre più abbassato nel tratto di pianura.” Il progetto ora presentato prevede la costruzione di una prima soglia in pietrame nella zona di Legnago; qualora i risultati non fossero soddisfacenti, la briglia potrà essere rimossa senza alcun danno ambientale.

(fonte Asterisco Informazioni)

Il gracidio delle rane e il canto del gallo mandano in tilt il turista

Le cronache recenti raccontano di turisti esasperati dal gracidare delle rane o dal canto del gallo, soprattutto di turisti che perdono la vita nei boschi dove sono andati a raccogliere funghi. Si tratta – secondo Agriturist (Confagricoltura) – di preoccupanti testimonianze di un’involuzione culturale cui, lodevoli quanto estemporanee raccomandazioni al senso della misura e alla prudenza, difficilmente potranno porre argine. Occorre una riflessione seria su quanto sta accadendo investendo soprattutto la scuola di un compito educativo che in passato era assicurato da spontanei trasferimenti di esperienza dagli adulti ai ragazzi.

Ansia e protesta per ogni forma diversa da quella umana. “Noi agricoltori che proponiamo l’agriturismo – dichiara Vittoria Brancaccio, presidente di Agriturist – registriamo di anno in anno una sempre più frequente intolleranza degli ospiti verso le manifestazioni concrete della natura. Ogni forma di vita diversa da quella umana, invece che suscitare curiosità e interesse, rappresenta piuttosto motivo di ansia e di protesta, anche quando occupa legittimamente il proprio habitat naturale. Le escursioni piacciono sempre di più ma sono affrontate, a volte, con disarmante superficialità”.  La diffusione delle vacanze in campagna, secondo Agriturist,  propone ormai gli stessi problemi delle vacanze al mare o in alta montagna: si affronta la natura come se fosse “costruita” dall’uomo e ad esclusiva misura dell’uomo, senza documentarsi sui possibili pericoli, sottovalutando i consigli dei più esperti, con la pretesa che ci sia sempre qualcuno pronto ad intervenire in caso di difficoltà.

Il rimedio? Vacanza obbligatoria in agriturismo! “Si dovrebbe – prosegue provocatoriamente il presidente di Agriturist – prescrivere a tutti almeno una settimana di vacanza in agriturismo, per abituare al silenzio e ai “rumori” della natura; per imparare a conoscere gli insetti, gli uccelli e gli ormai pochi altri animali selvatici con cui conviviamo, rispettandone la presenza e trattandoli responsabilmente. E saper distinguere, con il consiglio di chi, come gli agricoltori, la natura la vive quotidianamente, una semplice passeggiata di qualche centinaio di metri da una escursione lunga e impegnativa, per la quale si richiede una adeguata attrezzatura e preparazione”.

(fonte Confagricoltura)

Nuovi strumenti di ricerca all’ateneo bolzanino per la salvaguardia dell’ambiente

La Facolta’ di Scienze e Tecnologie della Libera Universita’ di Bolzano ha acquistato di recente un nuovo spettrometro di massa isotopica. Si tratta di una strumentazione altamente innovativa e di elevata precisione, con applicazioni in diversi settori di interesse per il territorio, tra cui l’ecologia, la fisiologia vegetale ed animale, l’idrologia, le scienze degli alimenti. Lo strumento sarà disponibile anche per altri enti di ricerca ed aziende e sara’ utile ai ricercatori per instaurare nuove collaborazioni con istituti di ricerca internazionali. Al centro della ricerca della Facolta’ di Scienze e Tecnologie, la piu’ giovane dell’Universita’ altoatesina, ci sono l’acquisizione ed il trasferimento del sapere scientifico nei settori agrario, ambientale, energetico e nell’ingegneria logistica  e dei materiali.

(fonte Ansa)

Dopo i 100 Watt, dismissione delle lampadine da 75

Lampadina a incandescenza

Dopo i 100 Watt ora tocca ai 75. Vanno progressivamente in pensione le lampadine a incandescenza: nei paesi dell’Unione Europea quelle da 75 Watt potranno essere vendute solo fino a che non saranno esaurite le scorte rimaste in magazzino e, nel giro di pochi mesi, potrebbe essere praticamente impossibile trovarne una sugli scaffali dei negozi.

Nell’arco di qualche anno, totale dismissione delle lampadine a incandescenza. La decisione di sostituire le vecchie lampade con prodotti più moderni ed efficienti, come le lampade a risparmio energetico fluorescenti o a led, è stata presa dall’Unione Europea che, un anno fa (il 1/o settembre 2009), aveva tolto dal mercato quelle da 100 Watt. Tra un anno toccherà alle lampadine a incandescenza da 60 Watt, poi a quelle da 40 e da 25 Watt nel settembre 2012.  L’Ue stima che, sostituendo tutte le lampadine di vecchia generazione con quelle nuove si potrebbero risparmiare fino a 40 miliardi di KW/h l’anno, con conseguente risparmio 15 milioni di tonnellate di CO2. Per fare un paragone, il consumo di uno stato come la Romania in un anno intero.

(fonte Ansa)

Api: Galan, richiesta conferma sospensione impiego insetticidi

“Allo scopo di salvaguardare il patrimonio apistico nazionale e la sicurezza per gli operatori,  è stato chiesto al Ministero della Salute di confermare la sospensione dei neonicotinoidi e del fipronil, insetticidi utilizzati per la concia del mais.La richiesta è motivata dal fatto che le modifiche apportate alle macchine seminatrici non hanno fornito sufficienti garanzie per la salvaguardia delle api, che hanno manifestato una serie di effetti non letali, come disorientamento e perdita di memoria olfattiva, soprattutto in corrispondenza della semina di ampie superfici di mais”.

I risultati del progetto ApeNet. Così il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Giancarlo Galan ha commentato i risultati ottenuti dal progetto di ricerca ApeNet, finanziato dal Ministero ed attuato da una serie di istituti di ricerca coordinati dal Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra). Il progetto Apenet ha infatti confermato una serie di evidenze sperimentali, emerse già nel corso del 2009, i cui elementi essenziali possono essere così riassunti: 1. la rete di monitoraggio nazionale istituita grazie ad Apenet non ha rilevato, nella primavera 2010, anomali fenomeni di mortalità delle api; 2. i test di polverosità sul seme conciato hanno confermato i progressi compiuti con le più moderne tecniche di concia; 3. la modifica apportata alle seminatrici di mais attraverso l’istallazione di un “deflettore” ha generato un abbattimento medio delle concentrazioni delle sostanze attive rilevate del 50% circa rispetto alle macchine tradizionali; 4. le prove con le macchine seminatrici in pieno campo hanno evidenziato che con l’aumentare dell’estensione della superficie seminata, aumenta anche il livello di contaminazione delle zone limitrofe.

Ancora insufficienti le garanzie per la salvaguardia delle api. I dati di ApeNet hanno dunque evidenziato che le modifiche apportate alle seminatrici per ridurre la dispersione delle polveri durante la fase di semina non hanno fornito sufficienti garanzie per la salvaguardia delle api – che, come è noto, rappresentano delle vere cartine di tornasole sulle condizioni reali dell’ambiente -, le quali hanno manifestato una serie di effetti non letali, soprattutto in corrispondenza della semina di ampie superfici di mais. “Proprio per intervenire con maggiore efficacia sulle macchine seminatrici, ho chiesto al Cra, conclude il ministro Galan, di potenziare la parte ingegneristica della ricerca, in modo da ridurre al minimo il rischio di contaminazione a seguito della dispersione delle polveri durante la semina”.

(fonte Agricoltura italiana on line)

Energia rinnovabile lungo l’asse del Brennero

La Provincia di Bolzano e il Tirolo del Nord hanno sottoscritto un protocollo d’intesa che li impegna a sostenere la creazione di una rete di ricambio delle batterie per le auto elettriche. L’accordo fa parte di un piu’ ampio progetto di E-Mobility che si muove lungo i due assi Vienna-Bregenz e Monaco-Venezia, e che coinvolge circa 30 partner fra governi regionali, istituzioni locali e nazionali, universita’ e imprese.

(fonte Ansa)

La Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario ha sequenziato il genoma del melo

Dopo la decodifica del genoma della vite, la Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige consegue un altro importante risultato. I ricercatori del Centro ricerca e innovazione hanno effettuato, infatti, l’intera sequenza del genoma del melo, per l’esattezza della varietà Golden Delicious. I risultati del progetto, durato due anni e finanziato dalla Provincia autonoma di Trento, sono riportati in un articolo scientifico firmato da 85 autori pubblicato su Nature Genetics, prestigiosa rivista scientifica che all’importante risultato di portata mondiale dedicherà anche la copertina della versione cartacea di ottobre.

Il progetto. Nel corso del 2007 e 2008 sono state prodotte le sequenze del DNA di melo (circa 13 miliardi di nucleotidi sequenziati) e nel 2009 i ricercatori hanno effettuato l’assemblaggio e la ricostruzione del contenuto ordinato dei geni dei 17 cromosomi del melo. Le sequenze coprono 17 volte il genoma del melo con oltre l’82% del genoma assemblato nei cromosomi ed oltre il 92% dei geni ancorati ad una precisa posizione dei cromosomi. Le sequenze del DNA saranno disponibili da lunedì 30 agosto sulle banche dati internazionali, liberamente consultabili da parte della comunità scientifica.

Le scoperte.  Il sequenziamento del genoma del melo ha consentito di fare nuove scoperte e aumentare il grado di conoscenza sulla pianta del melo e sulla sua storia. In particolare:
– il melo coltivato è stato addomesticato 3-4000 anni fa a partire da un progenitore selvatico recente, Malus sieversii, specie ancora diffusa nei boschi tra il Kazakistan e la Cina;
-il genoma del melo ha subito una duplicazione databile a circa 50 milioni di anni fa, che ha portato i suoi cromosomi dai 9 dell’antico progenitore americano ai 17 attuali;
-il numero dei geni, 57 mila, è il più elevato riportato per i genomi di piante finora considerate. Tra questi geni la pubblicazione individua il completo assetto dei 992 geni responsabili della resistenza alle malattie: un arsenale potenzialmente molto utile al miglioramento genetico;
– è disponibile un elenco di tre milioni di posizioni del genoma (marcatori molecolari) utilizzabili come riferimento per orientarsi nel genoma e scoprire le funzioni dei suoi geni;
– sono state identificate alcune famiglie di geni correlabili con lo sviluppo del pomo, nome botanico del frutto del melo e dei suoi parenti stretti (ad es. pero, cotogno, sorbo).

Le ricadute. Il risultato è di portata mondiale. Si potranno ottenere in tempi rapidi nuove varietà di melo, accelerando i tempi del miglioramento genetico convenzionale e ottenendo piante che si autodifendono dalle malattie e dagli insetti e in grado di produrre frutti più salubri e gustosi. L’obiettivo è costituire varietà di mele che riducano gli interventi agrotecnici, realizzando così una frutticoltura più sostenibile: un filone di ricerca che l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige persegue da alcuni anni. Il sequenziamento del genoma del melo amplifica di almeno mille volte le nostre conoscenze relativamente a questa importante pianta agraria, in particolare le sue proprietà nutrizionali, l’impatto ambientale, l’esplorazione della biodiversità, gli studi filogenetici ed evolutivi.

Una mela su cinque in Italia è trentina. La mela è il frutto più importante delle regioni temperate. Delle 3000 varietà note circa dieci coprono oltre il 70 per cento della produzione mondiale. L’Italia è il sesto produttore al mondo, il secondo il Europa, con 2,2 milioni di tonnellate di mele prodotte. La scelta di sequenziare il genoma di Golden Delicious è stata dettata dall’importanza che questa varietà, originaria della Virginia, riveste a livello mondiale (è la seconda più diffusa al mondo) e, in particolare, in Trentino. Che, territorio tra i più vocati per la frutticoltura di qualità, dedica alla produzione della mela una superficie di circa diecimila ettari per un totale di circa 450 mila tonnellate (2009), rappresentando il 21 per cento del mercato nazionale (una mele su cinque consumate in Italia è trentina) ed raggiungendo assieme all’Alto Adige oltre il 60 per cento della produzione italiana.

Le collaborazioni. Il progetto coordinato dal Centro Ricerca e Innovazione di San Michele è stato realizzato in collaborazione con altre istituzioni internazionali: Myriad Genetics inc., Salt Lake City, Utah (USA), 454/Roche, Branford, Connecticut (USA), Amplicon Express, Pullman, Washington (USA), Washington State University, Pulllman, Washington (USA), University of Washington, Seattle, Washington (USA), INRA Anger (Francia), Plant and Food Research (New Zealand), Università di Gent, Gent, (Belgio), Parco Tecnologico Padano, Lodi (Italia), Università di Padova e Milano (Italia).

(fonte: Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige)

Il turismo subacqueo veneto scopre le “tegnue” di Venezia

foto Tegnueveneziane.it

Sulla base di un progetto finanziato da Regione, Comune di Venezia e Cam idrografica, al largo del Lido di Venezia sono stati attivati due siti in cui e’ possibile visitare le cosiddette ‘tegnue’‘, affioramenti caratteristici della morfologia del golfo di Venezia, con le loro dune e substrati solidi che interrompono l’andamento pressoche’ regolare dei fondali di sabbie e fanghi. Nei due siti sono state posizionate boe per evitare l’ancoraggio e fornire supporto per i subacquei. Altrettanti affioramenti saranno attrezzati entro pochi mesi. Per visitare le tegnue, non sono in previste spedizioni organizzate, ma e’ possibile recuperarne le coordinate on line, sul sito www.tegnuevenezia.it, o nei due centri informativi attivi a terra, presso il Palazzo del Podesta’ del Lido o il piccolo Museo della Laguna sud di Pellestrina.

Da scoprire sott’acqua: i resti del campanile di San Marco, relitti e galee.Al momento, invece, manca un’offerta relativa al turismo dell’archeologia subacquea. ”L’attivita’ archeologica subacquea – spiega il presidente del gruppo Argo, Alessandro Tagliapietra – e’ ricca, ma nessun sito e’ attualmente aperto e fruibile da parte dei subacquei, nemmeno attraverso guide”. Eppure, come spiega Tagliapietra, i reperti non mancherebbero: dai resti del campanile di San Marco crollato nel 1902, agli otto relitti individuati attraverso i lavori per la costruzione del Mose, ai diversi resti di galee presenti in laguna (anche se, in questo caso, l’eventuale visitabilita’ sarebbe complicata dalla limitatissima visibilita’, misurabile in pochi centimetri, sotto le acque della laguna). ”In Veneto – conclude – manca ancora questa cultura, che mi auguro si affermi al piu’ presto, anche se i tempi non possono essere dettati da noi, ma dal ministero. Nel frattempo, cio’ a cui miriamo, anche attraverso i nostri corsi di archeologia subacquea, e’ di sensibilizzare i subacquei ad adottare i corretti codici di comportamento in caso di un non impossibile ritrovamento. Piu’ che il recupero, in questi casi, e’ importante la segnalazione e la documentazione”.

(fonte Ansa)

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