• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

18 febbraio 2019, vigneti e vini resistenti protagonisti a Montebelluna (TV)

piantine di Glera resistenti del Crea

Le varietà di viti resistenti alle malattie registrate in Europa sono 370 e anche l’Italia comincia a compiere grandi passi in avanti. Le viti resistenti si stanno moltiplicando nei vigneti sperimentali, nei vivai e anche nelle aziende che commercializzano i primi vini prodotti da viti resistenti (e quindi senza trattamenti) con un ottimo successo, soprattutto all’estero. Un segnale che il futuro della vite è tracciato, come si spiegherà nel convegno “Vite: il futuro è resistente?” promosso da Confagricoltura Treviso, che si svolgerà lunedì 18 febbraio alle 16 a Villa Luisa Francesca, a Montebelluna (TV).

Interventi. L’introduzione sarà affidata a Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Treviso. Quindi Riccardo Velasco, direttore del Crea di Conegliano, parlerà di “L’origine delle varietà resistenti”, Giovanni Pascarella, di Extenda Vitis, si soffermerà sugli aspetti viticoli, Alexander Morandell, del vivaio Tutzer e Daniele Ceccon, dei vivai Rauscedo, sugli aspetti vivaistici e l’enologo Emanuele Serafin sugli aspetti enologici; Michele Zanardo, presidente del Comitato nazionale vini, approfondirà gli aspetti legislativi e l’inquadramento normativo; infine Robert Spinazzè, fondatore in Friuli Venezia Giulia della costola regionale dell’associazione internazionale Piwi e Daniele Piccinin, dell’azienda Le Carline, racconteranno le loro esperienze in campo e commerciali. In chiusura si potranno degustare alcuni dei vini prodotti con varietà tolleranti.

Tematiche. Verranno presentati in anteprima i risultati del vigneto sperimentale dell’istituto agrario Sartor di Castelfranco Veneto, avviato nel 2014, dove sono presenti una ventina di varietà di viti resistenti tra uva bianca e nera, selezionati dalle Università di Friburgo e Udine, che vengono seguite anche dagli studenti a scopo didattico. Dai dati emergerà qual è il loro effettivo grado di resistenza alle malattie, quali sono i parametri qualitativi dell’uva e del vino e come i vitigni si sono comportati sul territorio trevigiano. Questi vitigni, al termine della sperimentazione, potrebbero essere impiegati sia nell’ambito della viticoltura biologica, sia nei vigneti convenzionali soprattutto nei siti sensibili come scuole, asili e abitazioni. Ci saranno anche le esperienze dei vivaisti, che stanno facendo sperimentazione andando incontro a una domanda crescente di vitigni resistenti, un ramo che in Italia sta diventando sempre più importante. Presente pure l’azienda agricola Le Carline, con un vigneto sperimentale autorizzato dalla Regione Veneto che ha già prodotto 30.000 bottiglie di vino “resistente” e che quest’anno debutterà con il primo spumante dolce. Vini che hanno un grande appeal all’estero e che sono considerati alla stessa stregua dei biologici, in quanto esenti da trattamenti per quanto riguarda peronospera e oidio. Un movimento che sta crescendo, come racconterà un viticoltore, presentando anche l’associazione internazionale Piwi, che raccoglie produttori e ricercatori che si stanno dedicando alle varietà di viti resistenti alle crittogame.

Progetto Gleres. Si parlerà anche del lavoro di sperimentazione del Crea-Ve – Centro di ricerca, viticoltura ed enologia, che quest’anno metterà in campo le prime piantine ottenute dagli incroci con i parentali resistenti alle malattie nell’ambito del programma Gleres, promosso da Confagricoltura Treviso, progetto che punta a produrre piantine di Glera resistenti a malattie come la peronospera e lo oidio.
Infine saranno offerti in degustazione i vini dell’etichetta Resiliens, prodotti da uve ottenute dopo diversi incroci tra vitigni del Nord Europa e vitigni antichi del territorio venetoe dell’azienda Terre di Ger, con vigneti resistenti in Friuli e a Mansuè, attualmente tra le prime in Italia nel settore con 20 ettari in produzione che raddoppieranno entro un anno. “Il futuro sarà sempre più resistente”, riassume Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Treviso e Veneto . “La vitivinicoltura dovrà essere sempre più attenta alla tutela degli ecosistemi e delle risorse naturali e in questo senso le nuove varietà resistenti alle malattie, ottenute da incroci con parentali e non geneticamente modificate, sono la risposta ottimale. Potranno infatti ridurre le perdite produttive in modo sostenibile e diminuire i costi di gestione del vigneto”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Treviso

Ex discarica di Sant’Elena di Robegano a Salzano (Ve), bonifica entro fine 2019

da sx Piccin, Marcato, Vadalà

Partiranno a giorni i lavori per la messa in sicurezza permanente e di bonifica dell’ex discarica di Sant’Elena di Robegano nel comune di Salzano (Venezia), sito che rientra fra quelli oggetto della procedura di infrazione comunitaria nei confronti dell’Italia sulle discariche abusive. Sono stati presentati ieri a Palazzo Balbi dall’assessore regionale allo sviluppo economico e alla legge speciale per Venezia Roberto Marcato, dal gen. Giuseppe Vadalà nella sua veste di Commissario straordinario nominato dal Consiglio dei Ministri per la realizzazione degli interventi necessari all’adeguamento alla normativa vigente delle discariche abusive presenti sul territorio nazionale e dal col. Alberto Piccin, comandante regionale dei Carabinieri forestali.

Tra febbraio e marzo i lavori saranno avviati e si concluderanno entro l’anno. Erano presenti anche l’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin, rappresentanti del comune di Salzano, della Città Metropolitana di Venezia, di Arpav e di Veneto Acque, la società “in house” a cui la Regione ha affidato la gestione dell’intervento di bonifica, con un investimento di 2,5 milioni di fondi della Legge speciale per Venezia. Veneto Acque ha sviluppato il progetto definitivo ed esecutivo e ha esperito le procedure di gara per l’affidamento dei lavori che sono stati assegnati all’Associazione di Imprese composta dalla capogruppo Adriatica Strade Costruzioni generali S.r.l. di Castelfranco Veneto (Treviso) e dalla Cos.Idra S.r.l. di Padova. Il contratto è stato sottoscritto il 28 gennaio scorso.

Lavoro in sinergia. L’assessore Marcato ha sottolineato che la discarica, rimasta in attività dal 1979 al 1985, è “una piaga ereditata da anni” ed uno dei siti per i quali anche il Veneto rientra nella procedura di infrazione comunitaria. “Oggi però – ha detto l’assessore – siamo felici di aver trovato una soluzione che restituirà il terreno bonificato al comune di Salzano. E voglio esprimere la grande soddisfazione per la collaborazione con il Commissario straordinario, il gen. Giuseppe Vadalà, e con il col. Alberto Piccin, con cui abbiamo concordato fin da subito sugli obiettivi e sull’operatività. Lo scorso dicembre abbiamo presentato insieme un analogo intervento per la riqualificazione ambientale dell’ex discarica comunale di Val da Rio a Chioggia (Ve). Stiamo lavorando bene e i risultati si vedono e vanno a beneficio anche del bacino scolante e della laguna di Venezia”. Da parte sua il gen. Vadalà ha messo un evidenza l’accelerazione che è stata data agli interventi di bonifica del territorio che hanno un rilevante significato anche sul fronte della prevenzione dell’inquinamento e della salubrità dell’ambiente. Il Veneto è uno degli obiettivi principali su cui si sta lavorando, con interventi importanti sia dal punto di vista tecnico che economico. Le aziende che hanno vinto l’appalto si sono impegnate anche al rispetto degli oneri per la legalità.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

16 febbraio 2019, tutti a Bosco Nordio a Sant’Anna di Chioggia (Ve) al calar della sera per la notte della civetta

Si avvicina la Primavera e il regno animale si sveglia! E gufi e civette sono tra i primi a sentire il richiamo della bella stagione! La proposta di Aqua e Veneto Agricoltura è questa: accompagnati da un esperto ornitologo ci si potrà inoltrare tra i sentieri della riserva naturale integrale dell’Agenzia regionale “Bosco Nordio” (Sant’Anna di Chioggia-Venezia) al calar della sera, cercando di cogliere il canto di questi splendidi uccelli e carpirne i segreti e le curiosità.

L’attività inizia alle ore 16.30 e prevede una camminata fino al Centro Visite di Veneto Agricoltura, dove i partecipanti potranno assistere a una proiezione sui rapaci notturni, in attesa che il sole tramonti. Successivamente, verso le 18.00, la guida accompagnerà i partecipanti all’interno del bosco, che nel buio esprime un fascino magico e misterioso. I canti dei rapaci notturni renderanno magica l’atmosfera!Costi: euro 5.00 Cad. Prenotazione Obbligatoria. Info: 345.2518596.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

L’enoturismo in Italia: 14 milioni di accessi 
e oltre 2,5 miliardi di euro il giro d’affari. Tra le regioni più attrattive d’Italia, il Trentino-Alto Adige.

Brda, il Collio sloveno

E’ stato presentato alla Borsa Internazionale del Turismo 2019 a Milano, l’anteprima del XV Rapporto sul Turismo del vino in Italia. Oltre alla figura specialistica dell’enoturista appassionato (circa 150 euro la spesa giornaliera) spuntano i nuovi escursionisti del vino: viaggiano in giornata e spendono mediamente 85 euro. Dopo l’accordo con le Città dell’Olio si apre una finestra anche sul turismo tra uliveti e frantoi.

Criticità. Secondo il XV Rapporto le stime consolidate sui 14 milioni di accessi enoturistici annuali e gli oltre 2,5 miliardi di euro di fatturato annuali (per l’intera filiera del turismo del vino) sono valutazioni prudenti. In secondo luogo, dai Comuni emergono segnali di disagio a livello “infrastrutturale”: valutazioni insufficienti riguardano sia la qualità dei collegamenti (anche e soprattutto strade) sia la funzionalità degli organismi territoriali come Strade dei Vini e/o dei Sapori. 
Inoltre, tra i servizi su cui bisognerebbe maggiormente investire emerge la criticità della comunicazione (alcuni si spingono alla vera e propria “pubblicità”). Tuttavia, l’aggregazione territoriale sembra ancora poco perseguita, se non in pochissimi casi eccellenti. In tal senso, si è sempre più convinti del ruolo strategico che può svolgere l’Associazione Nazionale Città del Vino sui territori, a partire dal rafforzamento dell’Osservatorio del Turismo del Vino tramite la collaborazione con enti istituzionali (in primo luogo, il MIPAAFT) e con enti associativi (costituiti da operatori pubblici e/o privati).

Toscana il territorio di vino più amato dagli enoturisti. Risultati incoraggianti sono emersi dai due sondaggi, in particolare da quello rivolto alle aziende, che segnalano, con tutti i limiti di un sondaggio esplorativo, di erogare un’offerta ormai consolidata di servizi essenziali e accessori per l’enoturismo. Rimangono tuttavia da sanare alcuni ritardi per l’accessibilità di persone disabili a vigneti, cantine e degustazioni. Quest’impegno sui servizi, accompagnato al fascino del binomio vino/territorio è adeguatamente compensato dagli enoturisti, i quali, dal sondaggio esplorativo, spendono in media circa 85 euro se escursionisti senza pernottamento e circa 150 euro al giorno se turisti con pernottamento. Il turismo del vino in Italia, pertanto, cresce di anno in anno nei numeri e nei servizi, in particolare in Toscana, come emerge da entrambi i sondaggi esplorativi. Quasi il 50% delle aziende che hanno risposto al sondaggio è toscana e quasi il 50% degli enoturisti la ritengono la regione italiana più attrattiva.

Riflettori puntati anche sul turismo dell’olio. Il focus su questo comparto ha registrato evidenze di notevole interesse, a testimonianza della validità dell’intuizione della partnership strategica tra l’Associazione Nazionale Città del Vino e l’Associazione Nazionale Città dell’Olio. Comuni, cantine ed enoturisti sono molto interessati soprattutto in una prospettiva di collaborazione tra i due comparti per la valorizzazione del territorio, la promozione dell’offerta e la commercializzazione del prodotto. Nello specifico, la collaborazione strategica tra le due Associazioni Nazionali è ritenuta dagli enoturisti importantissima (quasi un plebiscito). Gli ulteriori sviluppi istituzionali della partnership sembrano trovare terreno molto fertile.

Risultati fondamentali emersi dall’indagine 1/Comuni. Dei rispondenti, almeno 1 Comune su 2 (52,78%) non prevede tassa di soggiorno. Il livello medio dei servizi offerti dagli operatori del settore enoturistico (cantine, ristoratori, albergatori, ecc.) agli enoturisti che arrivano nel territorio comunale è giudicato discreto (7,18 in media), con più del 40% che si spinge a riconoscere un voto pari o superiore a 8. L’attività su cui dovrebbero investire gli operatori del settore per migliorare i servizi offerti agli enoturisti che arrivano nel territorio comunale è in generale la formazione del personale (33,33% in tutto), seguita dalla pubblicità (27,78%). Quasi 3 Comuni su 4 (73,61%) hanno realizzato nel 2018 uno o più progetti per promuovere l’attrattività enoturistica del territorio e/o per migliorare i servizi offerti agli enoturisti. Gli enoturisti che arrivano nel territorio comunale, in termini di percentuale sul fatturato delle aziende vitivinicole della zona, sembrano incidere in media per il 26,95%. Gli enoturisti che arrivano nel territorio comunale, in termini di percentuale sul fatturato delle altre aziende della filiera enoturistica (ristoratori, albergatori, altri produttori tipici, ecc.), sembrano incidere in media per il 35,98%. La qualità delle infrastrutture di collegamento della singola zona d’interesse è giudicata inadeguata/insufficiente (5,48 in media). 2 Comuni su 3 (65,28%) sono inseriti e/o hanno rapporti con la Strada del Vino e/o dei Sapori del territorio: il funzionamento di questo organismo è giudicato inadeguato/insufficiente (5,85 in media). Circa 6 Comuni su 10 (58,33%) non hanno un Ufficio Turistico: quando c’è, non si procede a stime ragionate delle presenze enoturistiche (ossia il 70% circa; soltanto 5 “stimano” su 42 rispondenti “Sì”).
Per ben più dell’80% dei rispondenti il flusso degli arrivi in cantina e il fatturato dell’enoturismo nel 2018 sono aumentati o almeno rimasti stabili, anche rispetto alle stime di “Città del Vino” (circa 14 milioni di accessi enoturistici nel 2017 per un fatturato di almeno 2,5 miliardi di euro): queste evidenze/stime sembrano ormai salde e lasciano intravedere in realtà probabili tendenze in crescita. Circa il 20% (19,44%) dei Comuni rispondenti appartiene anche all’Associazione Nazionale delle “Città dell’Olio”.

Risultati fondamentali emersi dall’indagine 2/Cantine e aziende. Le Aziende rispondenti al sondaggio sono diffusamente distribuite sul territorio nazionale tra Nord – Centro – Sud – Isole, ma emerge con prepotenza anche in questo caso (oltre alla tradizionale reputazione enoturistica e all’altra evidenza che emergerà dal sondaggio sugli Enoturisti) il contributo della Toscana al turismo del vino in Italia, essendo “toscane” quasi la metà delle aziende/cantine rispondenti (19 su 42). Al di là dei valori medi, che trattandosi di un sondaggio esplorativo non possono che essere meramente indicativi, anche perché probabilmente si tratta di rispondenti già fisiologicamente sensibili al turismo del vino, emergono tre attività su tutte nello svolgimento della “normale” offerta enoturistica: vendita diretta in cantina, degustazioni e visita in cantina (che assieme “cubano” quasi il 65% di quanto svolto in azienda per il turismo del vino). Sembrano molto interessanti i livelli di servizio offerto, come emerge dall’indagine su servizi di logistica, di accoglienza e accessori. Emerge purtroppo ancora qualche ritardo nell’accessibilità per i disabili ai vari servizi enoturistici. Più della metà dei rispondenti produce anche olio e già è impegnato (per circa un terzo) nell’oleoturismo, riconoscendo come strategica la collaborazione tra “Città del Vino” e “Città dell’Olio” (più del 70% dei rispondenti).

Risultati fondamentali emersi dall’indagine 3/Enoturisti. Il turista del vino in Italia, dal sondaggio esplorativo, si conferma prevalentemente escursionista, avendo ricavato circa un 60% dei rispondenti, probabilmente già sensibili al turismo del vino, che in un modo o in un altro rientrano a casa nell’arco della giornata. Questa evidenza conferma inoltre la validità dell’assunzione alla base delle stime dei Rapporti dell’Osservatorio di “Città del Vino”, che combinano insieme turisti in senso stretto (visita in cantina con pernottamento sul luogo) ed escursionisti in senso più largo (visita in cantina senza pernottamento sul luogo). La Toscana si conferma regione enoturistica più attrattiva d’Italia, con quasi la metà delle preferenze globali (48,41%). Seguono Piemonte, Trentino-Alto Adige e Campania. Al di là dell’offerta enoica di questi territori, è da notare anche che sono di per sé territori molto attrattivi da un punto di vista turistico in generale, con il turismo del vino che potrebbe essere ulteriore motivo di piacevole esperienza turistica. Dal sondaggio esplorativo, con tutti i limiti ripetutamente summenzionati, emerge una spesa media di circa 85 euro per gli escursionisti e circa 160 euro per i turisti, sempre a livello di servizio complessivo dell’esperienza enoturistica lungo tutta la filiera (viaggio, vitto, alloggio, acquisto bottiglie in cantina, acquisto in loco di prodotti tipici, ecc.), non necessariamente soltanto in cantina. Il turista del vino, pertanto, si conferma disposto a spendere bene per un’esperienza enoturistica di qualità. 2 rispondenti su tre sono interessati anche al turismo dell’olio e tra questi un quasi plebiscitario 94,12% ritiene strategica la collaborazione tra l’Associazione Nazionale delle “Città del Vino” e l’Associazione Nazionale delle “Città dell’Olio”. Al link seguente XV Rapporto Turismo Vino – Anteprima BIT Milano 2019 – Presentazione

Fonte: Servizio stampa Associazione Nazionale Città del Vino

 

 

 

Uragano Vaia, riflettori accesi sulla rinascita della montagna bellunese

Il vento, la pioggia e ora la neve: Santo Stefano di Cadore attende con ansia l’arrivo della Primavera per poter dare il via alla rinascita, alla ricostruzione dopo il passaggio dell’uragano Vaia, che tra fine ottobre e i primi giorni di novembre 2018 ha devastato e trasformato il paesaggio e le montagne bellunesi.

Prioritaria la questione legno e boschi. Una ricostruzione che vedrà “partner” del Comune anche il Sindacato giornalisti Veneto che, oltre alla donazione di mille euro fatta lo scorso 20 dicembre, si è impegnato a mantenere accesi i riflettori sul dopo-disastro. La neve dell’inverno del Comelico sta rallentando i lavori, ma la macchina operativa è sempre in azione: prioritaria resta la questione legno e boschi, vero patrimonio naturale, ambientale, turistico ed economico della montagna comeliana. La sindaca, Alessandra Buzzo, è stata nominata dalla Regione Veneto “soggetto attuatore”, quindi è lei a dover coordinare e monitorare gli interventi: un ruolo fondamentale, il suo, in un territorio che vede anche la presenza importante delle quattro Regole, che detengono le proprietà collettive di boschi e pascoli.

Tante le questioni da chiarire: chi può intervenire nella pulizia dei boschi? Dove stoccare il legname? Come trattarne la vendita? Chi coinvolgere nelle operazioni? Proprio per gestire questo delicato equilibrio, nelle ultime settimane si sono tenuti numerosi incontri che continuano in questi giorni, per farsi trovare pronti all’arrivo della Primavera, che vedrà anche importanti interventi di bonifica su prati a servizio delle aziende agricole.

Ampia mobilitazione. Intanto, anche Veneto Strade ha assicurato il suo impegno per garantire il transito ai mezzi autorizzati che dovranno intervenire sul territorio, a Campolongo e in Val Visdende: la distruzione del bosco tra Santo Stefano e Sappada è uno dei simboli tragici del passaggio di Vaia; le immagini della distesa di alberi schiantati dalla forza del vento hanno fatto il giro del mondo. L’arrivo della bella stagione in Comelico significa anche turismo: tolti gli sci, la primavera porta le due ruote, così anche il Genio Civile si è impegnato per la sistemazione della ciclabile che da Santo Stefano porta a Campitello. A tre mesi dal disastro, l’emergenza non è ancora finita: in attesa della ricostruzione, si lavora “dietro le quinte” e Sgv continuerà a seguire da vicino la rinascita di questo territorio.

Fonte: Sindacato giornalisti del Veneto

Stasera al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Pd) si riunisce il direttivo Argav

Alle 18:30 di stasera, mercoledì 13 febbraio 2019, il direttivo Argav si riunisce al circolo Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Pd) con il seguente ordine del giorno: approvazione verbale di dicembre 2018 e gennaio 2019, comunicazioni del Presidente, comunicazioni della Segretaria, domande iscrizione nuovi soci, programmazione prossime attività 2019, varie ed eventuali.

 

Trivellazioni in Alto Adriatico, secondo Anbi “bisogna evitare di ripetere errori che si pagano ancor oggi”

Non si può rifinanziare, grazie ad un impegno politico trasversale da noi sollecitato, la cosiddetta Legge Ravenna, con lo stanziamento di 26 milioni di euro dal 2018 al 2024 per mitigare le conseguenze della subsidenza e contestualmente rischiare di riaccenderne le cause, creando le condizioni per trivellazioni anche nell’Alto Adriatico”: a dichiararlo è Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI), aderendo all’invito dei presidenti dei Consorzi di bonifica rodigini Adige Po e Delta del Po, i cui presidenti, Mauro Visentin e Adriano Tugnolo, dichiarano: “Non vogliamo più alluvioni, non vogliamo più che il territorio si abbassi. Le conseguenze sono state disastrose per il Polesine”.

Un po’ di storia. “I territori delle province di Rovigo, Ferrara e del comune di Ravenna – ricorda Giancarlo Mantovani, direttore dei Consorzi di bonifica polesani – sono stati interessati dallo sfruttamento di giacimenti metaniferi dal 1938 al 1964; l’emungimento di acque metanifere innescò un’accelerazione, nell’abbassamento del suolo, decine di volte superiore ai livelli normali: agli inizi degli anni ‘60 raggiunse punte di 2 metri ed oltre, con una velocità stimabile fra i 10 ed i 25 centimetri all’anno; misure successive hanno dimostrato che l’abbassamento del territorio ha avuto punte massime di oltre 3 metri dal 1950 al 1980. Successivi rilievi effettuati dall’Università di Padova hanno evidenziato un ulteriore abbassamento di 50 centimetri nel periodo 1983-2008 nelle zone interne del Delta del Po”.

Il Polesine ha già dato. L’ “affondamento” del Polesine e del Delta Padano ha causato un grave dissesto idraulico e idrogeologico, nonchè ripercussioni sull’economia e la vita sociale dell’area; il sistema di bonifica è attualmente costituito da un numero importante di centrali idrovore, che continuano a garantire l’indispensabile pompaggio per “sollevare” l’acqua verso il mare: 201 nel rodigino, 170 nel ferrarese e 144 impianti nel ravennate. La conseguenza dell’alterazione dell’equilibrio idraulico fu lo sconvolgimento del sistema di bonifica. Tutti i corsi d’acqua si trovarono in uno stato di piena apparente, perché gli alvei e le sommità arginali si erano abbassate, aumentando la pressione idraulica sulle sponde ed esponendo il territorio a frequenti esondazioni. Gli impianti idrovori cominciarono a funzionare per un numero di ore di gran lunga superiore a quello precedente (addirittura il triplo od il quadruplo), con maggior consumo di energia e conseguente aumento delle spese di esercizio a carico dei Consorzi di bonifica. Si è reso inoltre indispensabile il riordino di tutta la rete scolante così come degli argini a mare.“I territori del delta del fiume Po – concludono all’unisono i presidenti di ANBI e dei Consorzi di bonifica polesani – da oltre mezzo secolo stanno subendo le conseguenze di una scelta sbagliata; il Polesine ha già dato e le conseguenze sono note a tutti”.

Fonte: Servizio stampa Anbi

Filiera dello zucchero italiano a rischio, ma al momento, salva la produzione in Veneto ed Emilia. Si mira però ad estendere la coltivazione della barbabietola, coltura che gode di incentivi, non è attaccata dalla cimice asiatica e resiste ai cambiamenti climatici

Un’inversione di tendenza che permetta di aumentare la coltivazione di barbabietola e valorizzare lo zuccherificio di Pontelongo, in provincia di Padova, uno dei due stabilimenti da cui esce l’autentico zucchero “made in Italy”. E’ il piano a cui stanno lavorando i produttori di Coldiretti Padova con l’obiettivo di invertire la serie negativa che negli ultimi anni ha portato ad una sensibile riduzione della superficie coltivata a barbabietole, a causa della politica europea dei prezzi e alle manovre dei grandi gruppi esteri a danno del mercato italiano.

Obiettivo, una crescita di produzione del 30/40 per cento. Ora ci sono tutte le condizioni per dare una svolta al settore dello zucchero made in Italy, grazie ad una filiera certificata, e garantire un futuro allo stabilimento padovano di Pontelongo, con Minerbio, in Emilia-Romagna, uno dei due zuccherifici gestiti dalla cooperativa Coprob. “Partiamo dalla buona notizia dell’avvio della campagna bieticola 2019 per entrambi gli stabilimenti – spiega Ettore Menozzi Piacentini, consigliere di Coldiretti Padova e di Coprob – per lavorare ad un sensibile incremento della superficie coltivata a barbabietole nella nostra provincia. L’obiettivo è quello di favorire una crescita di circa il 30-40% , portando nella nostra provincia la superficie coltivata nel 2020 a2 circa 13 mila ettari”.

Impegno per migliorare la sostenibilità della produzione. Continua Piacentini: “Le condizioni ci sono tutte e i nostri imprenditori hanno la possibilità di fare la propria parte per consolidare una filiera di qualità come quella dello zucchero, a cui teniamo molto. Non possiamo permetterci di vanificare gli sforzi di questi anni in difesa del vero zucchero made in Italy, sostenuto anche da una forte mobilitazione popolare. Con Coprob abbiamo messo a punto una efficace strategia per dare maggiore competitività alla nostra filiera certificata bieticolo saccarifera. Grazie all’apporto della nuova genetica e di tecnologie innovative la coltivazione della bietola è preziosa per il nostro territorio, anche per consentire ai nostri terreni una maggiore efficienza e sostenibilità nella coltivazione di cereali”.

Contributi. Da sottolineare poi l’interessante opportunità di integrazione del reddito con gli incentivi del contributo di base e del contributo accoppiato che consentono di superare i 700 euro ad ettaro per chi sceglie di coltivare barbabietola. E’ una coltivazione che ha tutte le caratteristiche agronomiche ideali per tornare in auge nella nostra campagna e arricchire i nostri terreni. Non va sottovalutata poi la resistenza ai cambiamenti climatici e anche agli attacchi di insetti alieni come la cimice asiatica che sta minacciando numerose coltivazioni. Piantare barbabietola aiuta pertanto a limitare la diffusione di questo parassita che sta creando fin troppi danni alla nostra agricoltura.

Veneto in controtendenza. E’ di questi giorni la notizia che Sadam del Gruppo Maccaferri ha sospeso la campagna bieticola  nello stabilimento di San Quirico (Parma), che coinvolge Lombardia ed Emilia, per la scarsità di semine. Inoltre a livello europeo continua la “guerra” dei prezzi che ha contraccolpi sulle quotazioni. In Veneto invece l’intenzione è quella di andare nella direzione opposta, restituendo valore e reddito alla filiera. “In queste settimane – conclude Piacentini – stiamo incontrando gli imprenditori agricoli proprio per invitarli a cogliere questa opportunità di arricchire la varietà colturale della nostra campagna e di contribuire concretamente a salvare lo zucchero al cento per cento italiano e di qualità, investendo anche sul biologico”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

11 febbraio 2019, incontro serale a Battaglia Terme (Pd) aperto alla cittadinanza, al centro del dibattito il futuro prossimo del Parco regionale dei colli Euganei

Lunedì 11 febbraio alle 20.45 nel centro Bachelet in via A. Manzoni 19 a Battaglia Terme (PD), il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Parco Colli invita la cittadinanza a partecipare all’incontro “Il Parco deve ripartire, ma quale Parco?“.  Alla domanda sono stati chiamati a rispondere Cristiano Corazzari, assessore regionale al Territorio, i rappresentanti di Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Strada del vino Colli Euganei, i rappresentanti dell’Odg Terme-Colli, Ascom e Confesercenti. A coordinare l’incontro sarà il giornalista Nicola Cestaro. Precisa in una nota il Coordinamento: “Dopo oramai quasi 30 anni dalla sua istituzione, 7 anni dalla proposta regionale di riorganizzazione dei parchi, 3 anni dal suo commissariamento sono necessarie risposte concrete”.

Fonte: Coordinamento Associazioni Ambientaliste Parco Colli

Il Mipaaf(t) “acquista una t finale” e assume le funzioni del dipartimento Turismo

Dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato, il 31 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il DPCM che disciplina l’organizzazione del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. Si completa così definitivamente il passaggio del dipartimento turismo dal MIBAC al MIPAAFT iniziato lo scorso luglio.

Le competenze. Il Dipartimento Turismo avrà la funzione di coordinare le linee di azione del Ministero in materia di turismo, anche al fine di favorire una politica integrata di valorizzazione del made in Italy e di promozione coerente e sostenibile del Sistema Italia, in raccordo con i diversi Ministeri ed enti competenti; curare il monitoraggio dell’andamento dei mercati in raccordo con le competenti Direzioni generali del Ministero dello sviluppo economico e gli enti competenti in materia; nell’ambito di competenza del Ministero, svolgere attività di promozione delle eccellenze simbolo della qualità della vita e delle attrattive del territorio Italia.

Fonte: servizio stampa Mipaaft