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Campagna olearia 2020, bene al Centro Nord, forte contrazione al Sud, alta qualità in tutta la Penisola

Campagna olearia veneta in controtendenza. Secondo le stime di Aipo (Associazione interregionale dei produttori olivicoli) sul territorio regionale si produrranno 26mila tonnellate di olio d’oliva data la produzione di 200 mila quintali di olive. A livello nazionale Coldiretti parla di un crollo del 30% sulla base dell’aggiornamento previsionale elaborato dall’Ismea e Unaprol per la campagna 2020/21. Presupposti favorevoli rispetto all’annata precedente– commenta Daniele Salvagno, presidente di Coldiretti Veneto e titolare del frantoio Redoro di Grezzana nel veronese che precisa, inoltre, che sono 5mila gli ettari totali vocati ad ulivo e quasi un milione le piante.

A condizionare la raccolta quest’anno è soprattutto l’andamento in Puglia, Calabria e Sicilia che fanno registrare contrazioni rispettivamente del 43%, 38% e 15%. Al Centro Nord si rilevano, invece, incrementi del 31% in Toscana, 8% nel Lazio, 70% in Umbria e del 100% in Liguria, dopo gli scarsi livelli del 2019. In generale, comunque, ci si attende in tutta la Penisola un olio di elevata qualità grazie all’ottima fioritura, a condizioni meteo non avverse e ai limitati attacchi della mosca olearia. 

Sul fronte del mercato, la minor produzione 2020 e la domanda delle famiglie sta spingendo in alto i listini nelle ultime settimane, con aumenti che riguardano anche gli oli Dop/Igp italiani. L’andamento dei prossimi mesi dipenderà come di consueto dalla situazione internazionale con la produzione mondiale stimata in linea a quella dello scorso anno ed i prezzi in Spagna, Grecia e Tunisi che mostrano tendenze al rialzo. La Spagna è di gran lunga il principale produttore mondiale seguito dall’Italia mentre sul podio al terzo posto si trova la Grecia.

L’andamento della raccolta è importante dal punto economico ed occupazionale per una filiera che conta oltre 400 mila aziende agricole specializzate in Italia ma anche il maggior numero di oli extravergine a denominazione in Europa (43 Dop e 4 Igp), con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, il più vasto tesoro di biodiversità del mondo. Una situazione produttiva preoccupante a fronte dell’aumento del 9,5% degli acquisti delle famiglie italiane che con l’emergenza Covid sono tornate a fare scorte in cucina con i prodotti base della dieta mediterranea, secondo i dati relativi al primo semestre dell’anno. In Italia 9 famiglie su 10 consumano olio extravergine d’oliva tutti i giorni – sottolinea Coldiretti – con una crescente attenzione verso il prodotto di qualità che ha favorito la nascita di corsi e iniziative.  L’Italia è il primo consumatore mondiale di olio di oliva con una media negli ultimi 5 anni di 504 milioni di chili, seguita dalla Spagna con 483 milioni di chili e dagli Stati Uniti con ben 320 milioni di chili. A sostenere la domanda mondiale sono certamente gli effetti positivi sulla salute associati al consumo di olio di oliva provati da numerosi studi scientifici che hanno fatto impennare le richieste di quel segmento di popolazione che nel mondo è attento alla qualità della propria alimentazione.

Provincia Superficie olivetata ha Numero piante d’olivo Produzione stimata di olive q.li
Verona 3.500,00 665.000,00 152.950,00
Padova 460,00 82.800,00 18.216,00
Vicenza 610,00 115.900,00 24.339,00
Treviso 430,00 77.400,00 17.802,00
  5.000,00 941.100,00 213.307,00
Elaborazione Aipo su dati Regione del Veneto

Fonte: Ufficio stampa Coldiretti Veneto

Trentino. In Valsugana gli “alieni” sbarcati possono causare gravi danni

Visone in Valsugana_1 (foto Doriano Stefani)

(di Giancarlo Orsingher, socio Argav, articolo pubblicato anche su ilcinque.info) Una gita in bici o una passeggiata nel fondovalle della Valsugana, magari nella zona della Riserva naturale provinciale Fontanazzo di Grigno, può portare a degli incontri inaspettati. Nel giugno scorso c’era stato l’avvistamento eccezionale dell’orso “acrobata” di Calliano, in trasferta lungo il fiume Brenta, ma con un po’ di fortuna ci si può imbattere in qualche altro animale strano, sicuramente non tipico della nostra zona; un animale, appunto, “alieno”.

E’ il caso del visone americano (Neovison vison), un mustelide parente della puzzola che, come dice il nome, è nativo dell’America settentrionale. Di questa specie si era parlato di sfuggita nella primavera scorsa, quando un esemplare venne catturato all’interno di uno stabilimento di Borgo Valsugana per poi venir dato in custodia a un privato e morire infine non avendo resistito alla cattività. Ma la presenza di questo mustelide in Valsugana risale ormai ad alcuni anni fa, come ci racconta Gerri Stefani, laureato in scienze naturali di Tezze di Grigno, profondo conoscitore del territorio e soprattutto dell’asta del fiume Brenta verso il confine con il Veneto. “Il mio primo avvistamento di visone americano risale al 2013 o 2014 nella zona fra Grigno e Tezze quando ne vidi un esemplare nel fiume Brenta. Più tardi ne venne anche trovato uno morto alle foci del rio Resenzuola. Da allora gli incontri con questo mustelide sono stati più di uno, il più recente qualche settimana fa nella zona del biotopo Fontanazzo quando, in occasione di un’escursione guidata, ne abbiamo visti due.”

Come è arrivato da noi questo animale? Per capire come è arrivato dobbiamo andare indietro fino attorno al 1970 quando, in una frazione del Comune di Lusiana Conco, qualche chilometro a nord ovest di Bassano, viene fondata l’azienda “Savi”, un allevamento di visoni americani, animali da pelliccia. Nel 2005 un blitz animalista arreca gravi danni all’azienda senza però intaccare i circa 15.000 capi presenti. Tra il 2008 e il 2010 altri due blitz nell’allevamento di Lusiana Conco hanno portato allo scassinamento delle gabbie e alla liberazione di alcune migliaia di visoni, che in parte sono morti perché incapaci di sopravvivere in libertà, in parte sono stati ricatturati, ma in parte si sono inseriti nell’ambiente, allontanandosi gradualmente dalla zona di Lusiana, arrivando al Brenta e cominciando a colonizzarlo sia a monte che a valle del bassanese. Il visone americano infatti è un animale carnivoro che vive lungo i corsi d’acqua e anche in acqua; è capace di immergersi fino a cinque metri di profondità e di nuotare per alcune decine di metri sott’acqua; è un predatore che si nutre di piccoli roditori, pesci, anfibi e può causare danni ai nidi degli uccelli acquatici. La presenza di questa specie aliena è quindi un problema non indifferente per la biodiversità del nostro territorio e del nostro ambiente fluviale in particolare. Nel maggio 2017 in risposta ad un’interrogazione sulla presenza del visone americano lungo il Brenta trentino, l’allora assessore provinciale Michele Dallapiccola affermava che “ad oggi sembra che si tratti di un solo esemplare e, non essendoci allevamenti in zona, tutto lascia supporre che il problema rientrerà da solo con il tempo, anche se la questione non va sottovalutata”.

Visone in Valsugana (foto Doriano Stedani)

La situazione è cambiata negli ultimi tre anni? Intanto c’è da dire che l’allevamento di Lusiana Conco, che con circa 30.000 capi era arrivato ad essere uno dei più grandi d’Italia, ha chiuso i battenti nel 2018 per motivi ambientali: i titolari avrebbero dovuto effettuare la bonifica dell’amianto presente nei capannoni che però, probabilmente, hanno considerato troppo onerosa; inoltre il mercato delle pellicce si è ridotto di molto rispetto al passato e quindi l’attività non è stata forse considerata più sufficientemente remunerativa. Il rischio di ulteriori “rilasci” perciò non c’è. Di sicuro attualmente la presenza del visone americano nel tratto del Brenta trentino non è limitata a un solo esemplare, ma non è possibile dire quanti ce ne siano perché non è mai stato fatto un monitoraggio specifico, che sarebbe estremamente utile attivare per poi pensare a delle azioni di gestione della specie. E’ assolutamente necessario fermare questo animale prima che risalga il Brenta fino ai laghi di Levico e Caldonazzo perché i danni alla fauna locale che potrebbe arrecare lì sono ancora maggiori. Già nella zona dell’Ampliamento Biotopo Sorgente Resenzuola, poco sopra Tezze la sua attività predatoria potrebbe mettere a rischio l’esistenza di specie molto significative come il martin pescatore, lo scazzone, il gambero di fiume e quella che è forse la popolazione più interessante del Trentino di lampreda padana.

Che cosa si dovrebbe fare? Come detto, il primo intervento dovrebbe essere un monitoraggio puntuale della presenza del visone americano in zona, magari prendendo spunto da quanto fatto negli anni passati nel vicino Veneto. Possono essere sicuramente utili le esperienze di altre iniziative legate alle specie aliene, come il progetto europeo LIFE “ASAP- Alien Species Awareness Program” coordinato dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale” e concluso nell’estate scorsa (lifeasap.eu). Sarebbero poi importanti azioni di divulgazione, informazione, didattica per far capire alla popolazione i problemi causati da questa e da altre specie aliene invasive, sia animali che vegetali, alcune delle quali vengono immesse nell’ambiente -accidentalmente o volontariamente- proprio dai cittadini, come ad esempio le tartarughe e i pesci rossi. Marco Olivari, direttore dell’Ufficio distrettuale forestale di Borgo Valsugana, conferma la presenza di alcuni esemplari di visone americano lungo l’asta del Brenta, segnalati soprattutto da guardiapesca, pescatori e dalla guardia ittico-venatoria. E’ stato ritrovato anche qualche individuo morto. Per il momento il punto più a ovest dove sicuramente il mustelide è arrivato è Borgo, alla confluenza del Moggio con il Brenta. Una quantificazione precisa della presenza dell’animale non è facile, ma comunque si tratta di qualche individuo, non di una popolazione consistente; questo comunque -prosegue Olivari- non significa che si debba abbassare la guardia, tutt’altro. La presenza del visone americano potrebbe diventare pericolosa per la fauna locale (ittica e non), a causa della sua adattabilità al territorio e della sua dieta “generalista” che comprende piccoli pesci, rane, crostacei, molluschi, uccelli acquatici, roditori.

La balsamina (Impatiens glandulifera), foto Gerri Stefani

Altre specie aliene. Se il visone americano è una specie aliena che può creare problemi al nostro territorio, ce ne sono altre che oltre ad essere aliene sono anche invasive e che problemi ne creano sicuramente. Ad esempio il gambero della Louisiana e la tartaruga palustre americana -inserite a differenza del visone nella lista delle specie aliene invasive di importanza a livello di Unione europea- presenti piuttosto diffusamente nei corsi d’acqua il primo e nei laghi di Caldonazzo e Levico la seconda. La tartaruga in particolare è arrivata in questi specchi d’acqua perché chi la teneva in casa come animale “da compagnia” se ne è voluto disfare, arrecando inconsapevolmente un grave danno all’ambiente: questi animali sono infatti carnivori e si cibano di girini, molluschi e piccoli pesci impoverendo la biodiversità delle nostre acque. Oltre a quelle inserite nella lista europea, ci sono altre specie aliene e invasive che stanno creando non pochi problemi in determinati territori e per quanto riguarda la nostra zona possiamo ricordare ad esempio la zanzara tigre e la lumaca rossa oppure la Drosophila suzukii e la cimice asiatica che ben conoscono i nostri frutticoltori. Se pensiamo alle piante presenti lungo l’asta del fiume Brenta, inserite o meno nella lista europea, possiamo ricordare ad esempio il poligono del Giappone o la balsamina, quel bel fiore rosa che costeggia la linea ferroviaria della Valsugana. Infine ricordiamo anche che alcune specie aliene invasive sono diffuse in Europa in maniera così ampia e da così tanto tempo che non vengono quasi più considerate tali; è il caso della comunissima robinia (Robinia pseudoacacia), originaria degli Stati Uniti sud-orientali, fu introdotta nel 1601 in Francia come albero ornamentale dai giardinieri del re Luigi XIII ed è stata poi usata in tutta Europa sia nei giardini che per il consolidamento dei terreni. Fra gli animali ricordiamo il pesce siluro, oggi presente in moltissimi fiumi italiani; originario dell’Europa Orientale e dell’Asia Occidentale, fu introdotto in Italia dall’inizio degli anni Cinquanta in poi per la pesca sportiva. 

Mercoledì 18 Novembre 2020 su 7 Gold Plus in collegamento dall’Uganda il Polesano Costantino Tessarin racconterà la sua battaglia per la foresta di Bugoma

Costantino Tessarin, operatore polesano di turismo sostenibile, il protagonista della puntata della trasmissione “Approfondimenti” in programma, mercoledì 18 Novembre prossimo, sulle frequenze di “7 Gold Plus” (canale dgt 92). 

In collegamento da Kampala, capitale dell’Uganda, l’ospite dialogherà con il conduttore, il presidente Argav Fabrizio Stelluto, raccontando la vicenda che lo vede fondatore e leader dell’Associazione per la Conservazione della Foresta di Bugoma, un’importante area tropicale, “santuario degli scimpanzè”, a rischio scomparsa per fare spazio a coltivazioni di canna da zucchero. 

La battaglia di Tessarin, al quale Argav ha dato voce in un webinar svoltosi a luglio scorso, è appoggiata dalla popolazione locale e sta coagulando una crescente pressione internazionale.  

La messa in onda della puntata è prevista alle ore  7.15 / 7.45 / 8.15/ 12.45 / 13.15 / 13.50/ 17.45 /  /19.15/ 19.45/ 20.15/ 21.00/ 23.30/ 1.00/  1.20 / 3.15 / 4.45 / 6.30 e sarà anticipata da un”lancio” alle ore 15.15/ 20.30/ 1.25 ca. di oggi, martedì 17 Novembre. 

L’agricoltura di domani sarà “conservativa flessibile”

Bloccare la continua perdita di carbonio dei terreni attraverso nuove tecniche che consentano di alzarne progressivamente i livelli: è una delle sfide cruciali per migliorare le prospettive future della qualità della nostra vita. È indispensabile perciò riportare, bloccandola nel terreno, l’anidride carbonica presente nell’aria, per garantire produzioni di cibo sostenibili e contrastare l’effetto serra.

In questa “battaglia globale” è impegnata anche Veneto Agricoltura che negli ultimi anni ha avviato nelle sue aziende sperimentali di pianura uno dei progetti più significativi mai realizzati su scala reale riguardante gli effetti dell’agricoltura conservativa, che prevede tra l’altro la non o minima lavorazione del terreno, per preservarlo ed aumentarne il contenuto di sostanza organica.

L’applicazione di questa tecnica ha tuttavia evidenziato alcune problematiche quali, per esempio, la contrazione delle rese, il difficile controllo delle infestanti e l’aumento del compattamento dei suoli.

Per evitare o ridurre i problemi ed esaltare gli effetti positivi di tale pratica, Veneto Agricoltura ha individuato come soluzione l’agricoltura conservativa flessibile, che prevede l’applicazione dei principi dell’agricoltura conservativa tradizionale (non inversione degli strati, copertura continua, rotazione delle colture) in modo, appunto,  flessibile: ad esempio attraverso la non lavorazione o minima lavorazione del terreno a seconda delle condizioni agronomiche e della coltura e il frequente uso del decompattatore, nonché l’applicazione dell’agricoltura di precisione.

L’esperimento di confronto fra questa nuova agricoltura e quella convenzionale basata sull’aratura, che interessa l’intera superficie a seminativo delle aziende di pianura di Veneto Agricoltura (oltre 600 ettari), intende dunque fornire utili risposte su come affrontare il nostro futuro. Colture, terreni, macchine sono sempre visitabili da parte degli operatori grazie all’iniziativa “Azienda aperta – protocolli aperti”.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Individuata una nuova proteina alternativa ai prodotti fitosanitari per proteggere la vite

immagini di dischetti fogliari di vite, con e senza il trattamento con NoPv1 (la muffa bianca è la peronospora), foto FEM

La vite (Vitis vinifera L.) è una coltura dal grande valore economico in tutto il mondo. Basti pensare che nel 2018 sono stati prodotti in Europa, primo produttore mondiale, oltre 29 milioni di tonnellate di uva. L’Italia, con 8 milioni di tonnellate, si è assicurata un posto da primatista tra i paesi UE ed è il secondo produttore al mondo (dati ricavati da FAO STAT relativi all’anno 2018). Una produzione di questa portata è resa possibile dall’uso di prodotti fitosanitari per contrastare diverse malattie, tra le quali spicca per importanza e diffusione la peronospora della vite, causata dall’oomicete (un organismo simile ad un fungo) Plasmopara viticola. In assenza di trattamenti e in condizioni ambientali favorevoli, la peronospora può colpire fino al 75% delle colture di vite in una singola stagione, causando ingenti riduzioni della produzione.

Progetto GrAptaResistance. Cinque anni fa, i gruppi di ricerca del prof. Paolo Pesaresi, del dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano, e della dott.ssa Silvia Vezzulli, della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (TN), hanno iniziato a studiare una nuova strategia che potesse consentire di sviluppare alternative a basso impatto ambientale ai fungicidi convenzionali.  Il progetto GrAptaResistance, finanziato dalla Fondazione Cariplo, ha permesso di sviluppare una nuova strategia nel settore degli agrofarmaci, che consente di isolare piccole proteine, costituite da 8 aminoacidi, assolutamente naturali, in grado di inibire enzimi chiave dei patogeni e quindi di contrastarne le infezioni.

La tecnica. “Nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports – spiega Pesaresi – abbiamo individuato la proteina NoPv1 (No Plasmopara viticola 1) capace di bloccare sul nascere l’infezione di foglie di vite da parte del patogeno. NoPv1 inoltre, non danneggia in alcun modo la crescita di altri microorganismi presenti nel suolo e benefici per la vite, oltre a non essere nociva nei confronti di cellule umane”. Seppur i risultati ottenuti siano preliminari, questa strategia rappresenta un importante passo in avanti nella ricerca di alternative a basso impatto ambientale agli agrofarmaci. “La tecnica -aggiunge Silvia Vezzulli- potrà essere utilizzata per identificare proteine naturali in grado di contrastare le infezioni causate da diversi patogeni vegetali ”. La Fondazione Mach esprime soddisfazione per i risultati di questo studio che si aggiunge alle altre azioni di ricerca FEM finalizzate alla lotta sostenibile alla peronospora. Gli ambiti riguardano l’uso di microrganismi attivi nella lotta ai patogeni, l’attività di miglioramento varietale, sia attraverso le tecniche di breeding tradizionale che hanno portato, ad esempio, alla creazione di quattro varietà tolleranti alla peronospora recentemente iscritte nel Registro nazionale delle varietà di vite, sia esplorando e studiando le nuove tecnologie di miglioramento genetico (new breeding technologies), le cosiddette “forbici molecolari”.

Fonte: Servizio stampa Unimilano – FEM

12 novembre 2019, ad un anno dall’alluvione, omaggio alla città di Venezia con un docu-film in streaming gratuitamente

Ad un anno esatto dall’alluvione di Venezia, la casa di produzione Ginko Film in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia e Venice Science Gallery rendono omaggio alla città con il documentario “Città delle Sirene” diretto da Giovanni Pellegrini. 

Il film sarà disponibile on line gratuitamente giovedì 12 novembre dalle 18 alle 24.00 sul canale youtube di Ginko Film e dura 52 minuti. 

Produzione 2020 kiwi verde penalizzata da inverno mite e basse temperature primaverili

foto Verde Intesa

Con l’avvio della raccolta, la cooperativa mantovana Verde Intesa stila un primo bilancio sulla campagna del kiwi verde dei soci in Piemonte e Veneto. “È iniziata la raccolta e si può già capire che quest’anno, causa le temperature miti dei mesi invernali e il clima rigido della stagione primaverile che ha bruciato le gemme, si registrerà una forte contrazione della produzione del kiwi verde”, ha dichiarato l’agronomo Paolo Segalla, dell’OP con sede a Goito (MN) che annovera più di 60 aziende associate per 1600 ettari coltivati. 

In Veneto produzione bio e biodinamica. Continua Segalla: “La contrazione è stata ancor più significativa, con la resa per ettaro precipitata da un valore medio di 400 quintali a quella stimata per il 2020 oscillante tra i 150 e i 200 quintali. Gli eccessi termici potrebbero essere alla base del fenomeno della “moria del kiwi”, patologia che sta devastando le coltivazioni italiane di kiwi negli ultimi anni. Nello stesso tempo però, va ricordato che l’intera produzione di kiwi verde della componente veneta di Verde Intesa proviene da agricoltura biologica, in parte biodinamica, a conferma della grande attenzione che l’OP mantovana pone nella qualità della propria offerta commerciale, ma anche delle rese produttive inferiori. Lo stesso packaging utilizzato per il kiwi è 100% riciclabile e prodotto da fonti rinnovabili. 

Fonte: Servizio stampa Verde Intesa

Focolai di peste suina in Germania, Commissione Europea ferma la movimentazione degli animali fino a gennaio 2021

La Commissione europea ha bloccato la movimentazione di animali dalla Germania dove si sono verificati focolai di peste suina. Lo rende noto Coldiretti dopo la pubblicazione della decisione di esecuzione 2020/ 1645 che inserisce la Sassonia nella lista delle zone da cui è vietata l’importazione di suini e materiale germinale ai fini di scambi intracomunitari fino al 31 gennaio 2021.

Tutelare l’allevamento suinicolo veneto fatto di 700mila capi destinati alla produzione di prosciutti Dop. Era questo il monito di Coldiretti in merito al diffondersi di casi di peste suina in Germania, per cui invocava di fermare immediatamente le importazioni di animali vivi provenienti o in transito dalle zone interessate per difendere un patrimonio zootecnico che vale a livello regionale 200milioni di euro e coinvolge 300 allevamenti. 

C’era infatti molta preoccupazione anche tra gli allevatori veneti  per la peste suina africana (PSA) che si sta diffondendo in diverse parti della Germania e che – ricorda la Coldiretti –  può colpire cinghiali e maiali ed è altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, ma non è, invece, trasmissibile agli esseri umani.  Questo virus può passare facilmente da un animale all’altro attraverso stretti contatti tra individui, o con attrezzature contaminate (camion e mezzi con cui vengono trasportati gli animali, stivali, ecc.) o attraverso resti di cibo che trasportano il virus e abbandonati dall’uomo.

Un possibile veicolo di contagio possono essere peraltro i cinghiali il cui numero negli ultimi anni si è moltiplicato in Italia dove si stima la presenza di circa 2 milioni di esemplari e altrettante migliaia di presenze  su territorio regionale.  Un pericolo denunciato recentemente dalla stessa virologa Ilaria Capua che ha parlato del rischio effetto domino se oltre al coronavirus la peste suina passasse in Italia dagli animali selvatici a quelli allevati. Considerata dunque la facilità di trasmissione – conclude Coldiretti – il rischio che il contagio possa essere esteso agli allevamenti italiani rappresenterebbe un gravissimo danno economico per le imprese e per la pubblica amministrazione, con costi di decine di milioni di euro per procedere ai necessari interventi di prevenzione.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti

Direttivo Argav oggi alle 19 in modalità on line

Il direttivo Argav è convocato per oggi, giovedì 5 novembre, alle ore 19 in modalità “da remoto” sulla piattaforma Zoom nel rispetto delle attuali disposizioni socio-sanitarie.

All’ordine del giorno: comunicazioni del Presidente; comunicazioni della Segretaria; nuove iscrizioni; attività; varie ed eventuali. 

Vaia, due anni dopo, la risposta dei Consorzi di Bonifica del Veneto, 71 cantieri per 75 milioni di euro

“Due anni fa, gli uomini dei Consorzi di Bonifica del Veneto, in coordinamento con Protezione Civile, Genio e Comuni, erano impegnati nel fornire soccorso alle popolazioni di montagna colpite dalla tempesta Vaia, operando pertanto al di fuori dei propri comprensori, tutti situati in pianura”. A ricordare quei tre giorni che sconvolsero il Veneto tra il 28 e il 30 ottobre 2018 è Francesco Cazzaro, il presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce i Consorzi di Bonifica e Irrigazione, tra i protagonisti silenziosi di quei giorni.

Danni. “Abbiamo tutti davanti agli occhi le immagini degli alberi schiantati dal vento ma non dobbiamo dimenticare che Vaia scaricò sulle montagne venete ben 715 mm di pioggia in tre giorni – spiega Cazzaro -, se la rete idraulica in pianura, sempre mantenuta in efficienza, non fosse stata preventivamente svuotata per accogliere le ondate di piena dei fiumi i danni sarebbero stati maggiori. In questo contesto, in funzione di prevenzione, il lavoro dei Consorzi di Bonifica, che gestiscono oltre 27mila km di canali irrigui e di scolo e 400 idrovore, è stato sicuramente determinante. Ma fondamentale è stato anche il lavoro prestato in montagna con squadre impegnate giorno e notte, in ambienti ben diversi da quelli di pianura, per ripristinare strade e opere di difesa idraulica, rimuovere alberi e portare aiuti alle popolazioni nelle contrade alpine rimaste senza acqua e luce elettrica”. 

Francesco Cazzaro

Lavoro svolto. Anche in virtù di questa pronta reazione, il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia, in qualità di commissario straordinario della Protezione Civile per l’Emergenza Vaia, ha riconosciuto nei Consorzi i soggetti attuatori degli interventi post tempesta, anche in relazione ai danni subiti in pianura dalla rete idraulica e dalle opere in loro gestione. I Consorzi sono così stati destinatari, tra il 2019 e il 2020, di oltre 75 milioni di euro (€ 48.752.000 nel 2019, € 26.700.00 nel 2020) per ripristinare, efficientare e migliorare la sicurezza idraulica della rete di canali, sulla base di progetti predisposti, approvati e appaltati in tempo record e in moltissimi casi già ultimati. 71 i cantieri, 48 nel 2019 e 23 nel 2029, tra arginature, risezionamenti di canali, manutenzioni straordinarie e potenziamenti di impianti idrovori. 

Rischio idraulico. “Vaia è stato un ulteriore esempio di come i mutamenti climatici in atto possano avere conseguenze devastanti per tutti, e non solo per i territori direttamente colpiti”, chiosa il presidente di Anni Veneto. “I lavori realizzati dai Consorzi con i fondi del post Vaia rappresentano un ulteriore tassello nel vasto piano necessario a mitigare gli effetti di questi mutamenti epocali in una regione a forte rischio idraulico come il Veneto”.

Fonte: Servizio stampa Anbi Veneto