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“Na ombra par tutti”: da una tradizione veneta nasce una rete di solidarietà per i bambini e le famiglie delle Cure Palliative Pediatriche dell’Ospedale di Padova, raccolti circa 5.000 euro dal nuovo format solidale nato sui Colli Euganei (Padova)

Quasi 5.000 euro raccolti, due serate, tante persone, volontari e imprese del territorio unite attorno a un’idea tanto semplice quanto profondamente veneta: trasformare il piacere di ritrovarsi per “un’ombra” in un gesto concreto di solidarietà. È il risultato della prima edizione di “Na ombra par tutti”, nuovo format solidale nato da un’idea di Massimiliano Rossetto, presidente del circolo culturale e ricreativo Drio al Monte di Teolo (Padova) e costruito insieme a Braccio di Ferro RfE – Ricky for Ever ETS, associazione presieduta da Elisa Grenci.

Le due serate del 26 giugno e dell’11 settembre scorso, ospitate da Drio al Monte sui Colli Euganei, hanno portato a una raccolta complessiva di 4.647 euro, destinata a Braccio di Ferro per sostenere i propri progetti rivolti ai bambini e alle famiglie delle Cure Palliative Pediatriche dell’Hospice pediatrico di Padova. Ma dietro a questo numero c’è soprattutto la storia di un territorio che ha risposto all’appello. A rendere possibile questo risultato è stata infatti una rete di aziende e realtà venete che hanno scelto di sostenere il progetto non soltanto economicamente, ma mettendo a disposizione prodotti, materie prime e specialità di alta qualità espressione del territorio, insieme alle proprie competenze, al proprio tempo e alla voglia di essere parte attiva dell’iniziativa.

Un coinvolgimento che ha permesso di trasformare due semplici serate conviviali in qualcosa di molto più grande: un progetto capace di creare comunità e di restituire valore al territorio attraverso la solidarietà. Rossetto, ideatore del format, racconta: «L’idea era tanto semplice quanto ambiziosa: partire da qualcosa che appartiene alla nostra terra e al nostro modo di stare insieme e provare a trasformarlo in qualcosa di più grande. Vedere aziende, volontari, amici e tante persone rispondere con questa partecipazione ci dice che la strada è quella giusta. Dietro ai soldi raccolti ci sono soprattutto persone che hanno scelto di esserci”.

Il risultato della prima edizione è stato condiviso venerdì 18 settembre scorso proprio a Drio al Monte, in un momento dedicato agli sponsor e alle realtà che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, con la consegna degli attestati di ringraziamento e una fotografia simbolica della rete che ha reso possibile tutto questo (vedi foto in alto). Ad accompagnare “Na ombra par tutti” fin dalla sua apertura è stata anche la consigliera regionale Eleonora Mosco, che, non potendo essere presente al momento conclusivo, ha voluto far pervenire un proprio messaggio agli organizzatori, ai sostenitori e ai partecipanti. Nella sua nota, Mosco ha evidenziato il valore delle iniziative che nascono dal territorio e riescono a creare comunità attorno a una finalità importante, esprimendo l’auspicio che questa prima esperienza possa rappresentare «l’inizio di un percorso destinato a crescere e a consolidarsi negli anni». Un auspicio che incontra pienamente lo spirito con cui è nato il progetto: fare di “Na ombra par tutti” non soltanto un evento, ma un format capace di crescere e di continuare a mettere attorno allo stesso tavolo persone, imprese e comunità.

Fondamentale, in questa prima edizione, è stato il contributo degli sponsor e dei partner, tutti espressione del territorio veneto: Il Vecchio Fornaio, Area Comm, Ristorante Afazenda, VPocket, Baobab Communication, Azienda Agricola Carraro, Bottega del Gusto, Giuriolo & Pandolfo Assicuratori, Rinaldi – A un sorso da te, Tankard, Pizza 83, Squarcina Padova Srl e Az. Agricola Marco Sambin. Accanto a loro, i volontari di Braccio di Ferro e tutte le persone che hanno scelto semplicemente di partecipare, sedersi insieme, condividere una serata e trasformare quel momento in qualcosa destinato ad arrivare molto più lontano.

Grenci racconta il significato di questo risultato: «Ci sono momenti nella vita in cui non hai bisogno che qualcuno trovi le parole giuste o sappia risolvere ciò che non può essere risolto. Hai bisogno semplicemente di sentire che qualcuno c’è. Che non sei solo. È questo che vedo dentro “Na ombra par tutti”. Dietro al ricavato vedo Massimiliano che ha avuto un’idea e ha deciso di condividerla con noi; vedo aziende del nostro territorio che hanno aperto le loro porte e messo sul tavolo ciò che sanno fare meglio; vedo i nostri volontari che non chiedono mai quanto manca, ma dove c’è bisogno; vedo persone che sono venute a bere un’ombra senza forse sapere che, con quel gesto così semplice, stavano dicendo a una famiglia: “Noi ci siamo”. Ed è questa la cosa che mi commuove di più. Perché quando la vita diventa difficile, sapere che da qualche parte c’è una comunità che si muove per te, anche senza conoscerti, può fare una differenza enorme. Braccio di Ferro, per me, è questo: una mano tesa. E questa volta quella mano non era una sola. Erano tantissime. Tutte insieme. E spero che i nostri bambini e le loro famiglie possano sentirne forte l’abbraccio».

Fonte: Braccio di Ferro RfE – Ricky for Ever ETS

28 settembre, a Mirano (Venezia), il corso di formazione giornalisti “Cambiamenti climatici e argomenti di rilevante attualità: raccontare i nuovi modelli di resilienza urbana nelle città dell’acqua”, organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav

Mercoledì 28 settembre, dalle 9 alle 13, nella sala teatro Villa Belvedere (Parco Villa Belvedere, via Belvedere, 14) a Mirano (Venezia) si svolgerà il corso di formazione giornalisti “Cambiamenti climatici e argomenti di rilevante attualità: raccontare i nuovi modelli di resilienza urbana nelle “città dell’acqua”, organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav (chiusura iscrizioni 25 settembre piattaforma formazione giornalisti, 4 crediti). Il corso è gratuito e il numero massimo di partecipanti ammessi è 100.

Il corso, organizzato in collaborazione con l’ Ordine degli Ingegneri e l’ Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia, è inserito nel programma del Festival dell’Acqua 2026 e vuole fornire un quadro su come, al tempo della crisi climatica, cambia il rapporto fra uomo ed acqua, con particolare attenzione alla vita quotidiana in ambito urbano.

Interventi. Fabrizio Stelluto, giornalista, presidente Argav: “Difendere l’acqua, difendersi dall’acqua: un rapporto complesso”; Massimo Crespi, climatologo; Tullio De Giacomi, ingegnere ambientale: “La meteorologia urbana ed il riscaldamento delle città”; Silvio Parizzi, direttore ANBI Veneto: “Convivere con l’acqua”; Alvise Fiume, ingegnere, coordinatore della commissione difesa del suolo dell’Ordine degli Ingegneri di Venezia: “Un ruolo nuovo per l’ingegneria idraulica”; Andrea Rumor, consigliere Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia: “Pianificare con l’acqua”; Alessandro Bedin, presidente nazionale Associazione Pubblici Giardini e consigliere Argav: “Città e verde urbano per adattarsi alla crisi climatica”; Bruno Ferrarese, imprenditore: “La best practise: “Le isole di freschezza & salubrità in Francia e Svizzera”; Piero Zanette, direttore tecnico Consorzio di bonifica Acque Risorgive: “Mestre e Martellago: quando l’acqua disegna le città”. Coordina: Mauro Poletto, giornalista e consigliere Argav, responsabile ufficio Comunicazione ANBI Veneto.

Caro fertilizzanti. Attivato dal Governo il sostegno europeo agli agricoltori. Bond: “Per contrastare l’aumento dei costi di produzione, in Veneto circa 15 mln di euro alle aziende agricole senza ulteriori pratiche burocratiche”

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“Quello approvato dalla Commissione politiche agricole e ora definito con il Decreto ministeriale, è un aiuto concreto per gli agricoltori che stanno affrontando un nuovo pesante aumento dei costi di produzione. Parliamo di 136,8 milioni di euro complessivi, con quasi 15 milioni destinati alle aziende agricole venete”. Ad affermarlo è l’assessore regionale all’Agricoltura e coordinatore della Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni Dario Bond, commentando l’attivazione del sostegno emergenziale che punta ad arginare l’aumento dei costi dei fertilizzanti.

L’Unione europea, con il regolamento di esecuzione 2026/1894 del 27 luglio 2026, ha infatti attivato la riserva di crisi per sostenere gli agricoltori colpiti dal rincaro dei fertilizzanti legato alla situazione geopolitica in Medio Oriente. All’Italia sono stati assegnati 45,6 milioni di euro, con la possibilità di integrare le risorse nazionali fino al 200%. Il decreto ministeriale porta così la dotazione complessiva dell’intervento a 136.797.600 euro. “Come assessori regionali all’Agricoltura – evidenzia Bond – ci siamo mossi immediatamente chiedendo al Ministero non solo di attivare rapidamente lo strumento europeo, ma anche di utilizzare fino in fondo la possibilità di cofinanziamento nazionale. E’ importante che, di fronte a un aumento così rilevante dei costi dei concimi azotati, fosfatici e potassici, le istituzioni diano un segnale agli agricoltori che ogni giorno garantiscono produzioni, occupazione e sicurezza alimentare”.

Il sostegno è rivolto in particolare alle aziende che coltivano cereali, mais, foraggere non leguminose, barbabietola da zucchero, girasole, colza, olivo e nocciolo, colture nelle quali l’incidenza dell’aumento dei costi delle concimazioni supera la soglia dell’1,5% rispetto al valore della coltura per ettaro. Gli aiuti saranno riconosciuti sulla base delle superfici coltivate, con importi che vanno da 25 euro per ettaro per l’olivo fino a 64 euro per ettaro per il mais da granella.

“C’è poi un aspetto che considero particolarmente importante – aggiunge Bond –: abbiamo ottenuto un intervento semplice, che non costringe l’agricoltore a compilare un’altra domanda. Il sostegno sarà infatti riconosciuto sulla base della Domanda unica PAC 2026 già presentata. In un momento in cui chiediamo alle nostre imprese agricole di essere sempre più competitive, non avrebbe avuto senso aggiungere altra burocrazia per ottenere un aiuto”. Per il Veneto, secondo le stime sulla ripartizione territoriale, la misura porterà circa 15 milioni di euro direttamente agli agricoltori interessati dalle colture ammesse: “Quasi 15 milioni di euro che resteranno sul territorio e andranno alle aziende agricole venete – conclude Bond – sono una cifra importante, anche se sappiamo che non può compensare integralmente l’aumento dei costi. Il documento ISMEA stima infatti in oltre 396 milioni di euro i maggiori costi complessivi sostenuti a livello nazionale per le concimazioni di azoto, fosforo e potassio. Per questo consideriamo questo intervento un primo sostegno concreto e, allo stesso tempo, lavoriamo perché la competitività della nostra agricoltura non venga erosa dall’aumento strutturale dei costi di produzione”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

E’ nato “Villa Maggioni”, progetto vitivinicolo dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero di Padova, che si avvale della collaborazione di Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi

Una tenuta di circa 12 ettari nel contesto dei colli Euganei – dalla scorsa estate riconosciuti Riserva della Biosfera Mab (Man and the Biosphere) dell’UNESCO – una dimora storica ottocentesca ristrutturata e rivitalizzata nell’eleganza degli spazi; un rustico rigenerato a cantina/bottaia per la degustazione dei vini e la valorizzazione e commercializzazione dei prodotti agricoli; duecento nuovi olivi e cinque ettari di terreno destinati alla produzione vinicola. Sono questi in sintesi gli ingredienti che stanno dietro a “Villa Maggioni”. Il nome della magione, catalogata tra le dimore storiche del Veneto, è infatti anche il titolo di un progetto vitivinicolo pensato e voluto dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero della Chiesa di Padova (Idsc Padova), presentato lo scorso 8 settembre nella sede della Diocesi a Padova dal presidente dell’Istituto, don Paolo Rizzato, dal direttore Marco Pastorello e dall’architetto Federico Candian, alla presenza del vescovo mons. Claudio Cipolla (a sinistra nella foto in alto) e con la partecipazione del presidente Assoenologi, Riccardo Cotarella (a destra nella foto in alto), che del progetto si è appassionato e ha scelto di dedicare generosamente le sue competenze.

Di cosa si occupa l’Isdc Padova. Nato nel 1985 per gli effetti della legge 222/1985, “Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi”, l’Idsc ha il compito di valorizzare il patrimonio (fabbricati e terreni) proveniente dagli ex benefici parrocchiali. Nella pianificazione di medio/lungo periodo l’IdscPadova ha rinnovato la strategia di valorizzazione del comparto “terreni”, ottimizzando la produzione agricola con ricadute dirette anche sul territorio e le comunità, che tradotto significa dismissione di terreni a seminativo di piccole dimensioni o di aree di scarsa o nulla redditività per concentrare maggiormente l’attività agricola su coltivazioni di pregio di uliveti in zona Dop (denominazione di origine protetta) “Veneto Euganei e Berici” e di vigneti in zona Doc (denominazione di origine controllata) “Colli Euganei”, fino alla produzione diretta di olio e vino.

In questa logica si colloca il progetto che ruota attorno a Villa Maggioni, tenuta nel territorio del comune di Torreglia (Padova), acquistata nel 2023 dall’Istituto diocesano dove è stata recuperata la dimora ottocentesca e si sta ultimando in queste settimane la riqualificazione dei rustici annessi nell’obiettivo di una produzione iniziale di vino e successivamente di olio. «Il nostro intento – ha sottolineato il presidente dell’Istituto diocesano, don Paolo Rizzato – non è aggiungere un’esperienza di produzione di vino alle molte aziende che già operano in modo eccellente in questo settore, ma offrire ai nostri colli Euganei e alle comunità che li abitano, una stimolante prospettiva valorizzando un luogo di memoria geologica, storica, culturale, dove l’agricoltura e il genio umano hanno saputo raccogliere la forza delle natura e arricchire la sua bellezza. Realizzare questo progetto non significa per noi gestire una proprietà privata, per arricchire, ma valorizzare un bene che appartiene alla comunità e che alla comunità deve essere restituito, convinti che anche una buona economia di mercato è solo una parte della vera ricchezza che deve essere di tutti e di cui abbiamo tutti bisogno»

L’obiettivo dell’intervento sulla tenuta Villa Maggioni – ha aggiunto il direttore dell’Istituto, Marco Pastorello – va oltre il semplice restauro immobiliare o il ripristino colturale. Si configura, infatti, come un’operazione di rigenerazione territoriale integrata, capace di unire la salvaguardia del patrimonio storico-architettonico alla riattivazione di una filiera agricola di eccellenza. ll tutto nell’ottica di una sostenibilità anche ambientale del progetto che vede tra l’altro il recupero delle vigne quali elemento identitario dei colli Euganei, il ripristino – accanto alle nuove piantumazioni – degli ulivi storici – che rischiavano il deperimento a causa degli anni di incuria – oltre ai filari di mandorli e marasche tipici di questa zona». «Il recupero della dimora storica – ha illustrato l’architetto Federico Candian – oltre al rinnovo impiantistico, si è concentrata sulla rivitalizzazione degli ambienti, nel rispetto dell’impianto architettonico e delle finiture originarie, riproponendo materiali e finiture riconducibili alla tradizione costruttiva veneta, dal terrazzo alla veneziana agli intonaci a base di calce e finitura a marmorino e le murature in conci di pietra naturale. Le pertinenze sono state invece ristrutturate per la realizzazione di una cantina/bottaia per l’affinamento del vino e la creazione di un punto vendita dotato di spazi adeguati alla degustazione e alla valorizzazione dei prodotti ottenuti dall’attività agricola della tenuta».

Il progetto ha intercettato l’attenzione di Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, che attraverso lo studio Cotarella & Chiasso, accompagnerà lo sviluppo e la selezione dei vitigni. «Ho sempre amato i colli Euganei probabilmente più con il cuore che con la ragione. Li ho frequentati, ne ho bevuto i vini, ne ho seguito le vicende – ha raccontato l’enologo – ma oggi, attraverso Villa Maggioni, mi viene offerta una possibilità diversa: quella di conoscerli davvero. E conoscere davvero un territorio, per chi fa il mio mestiere, significa innanzitutto avere l’umiltà di ascoltarlo. Io non credo nell’enologo che arriva in un luogo portando con sé una ricetta. Credo, al contrario, che il primo compito di chi si occupa di vino sia quello di fare silenzio. Osservare. Camminare nei vigneti. Capire i suoli. Seguire le esposizioni, le pendenze, i venti. Conoscere le uve, anche quelle che nel tempo abbiamo considerato minori. Parlare con le persone che quella terra l’hanno coltivata prima di noi. E poi aspettare che sia il territorio stesso a suggerirci quale vino può diventare. Per questo considero Villa Maggioni una sfida particolarmente affascinante. Non dobbiamo inventare i colli Euganei. Sarebbe presuntuoso anche solo pensarlo. Dobbiamo semmai provare a leggere alcune delle loro pagine che forse non sono state ancora scritte fino in fondo. Queste colline hanno una storia geologica eccezionale, una biodiversità straordinaria, una molteplicità di esposizioni e di microambienti che raramente s’incontrano concentrati in uno spazio così raccolto». L’obiettivo, ha sottolineato il presidente Assoenologi, «non è produrre vini che assomiglino ai grandi vini di altri territori», ma «produrre vini che non potrebbero nascere in nessun altro luogo. Villa Maggioni deve partire da qui».

Due le sottolineature del vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, al termine della presentazione. In primis la capacità di lavorare in spirito di comunione tra tutte le Chiese, di cui è un esempio l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, nel suo compito e missione. Il secondo aspetto sottolineato dal vescovo è stata l’attenzione alla cura del  Creato: «Nel nostro territorio questa sensibilità nei confronti del Creato vive, esiste, anche se spesso ce ne dimentichiamo. La vocazione che abbiamo è quella di vivere dentro, sopra questa terra, con questa terra che, secondo la Sacra Scrittura, ci è stata affidata e deve essere custodita. L’amore per la terra e anche il contributo di ingegno e di creatività dato dagli operatori e dalle persone competenti, affinché il nostro territorio migliori e sia sempre più adeguato, rappresentano un contributo al territorio, ma anche alla politica e a un modo di pensare, custodire e preparare il futuro».

Fonte: servizio stampa Diocesi di Padova

Trento. Co.Di.Pr.A. ottiene dal Masaf il riconoscimento come soggetto gestore del primo Fondo IST Uva d’Italia


viti valle dei Laghi (TN)
Con decreto del 10 giugno 2026, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (Masaf) ha ufficialmente riconosciuto Co.Di.Pr.A. Trento quale soggetto gestore del Fondo settoriale di stabilizzazione del reddito “Fondo IST Uva”. Si tratta di un passaggio di grande importanza che rende pienamente operativo quello che rappresenta il primo Fondo di stabilizzazione del reddito interamente dedicato al comparto vitivinicolo in Italia.

L'iter. Co.Di.Pr.A. e il sistema Asnacodi Italia hanno richiesto con determinazione ed ottenuto l’ammissione del prodotto uva da vino fra i prodotti ammissibili stabiliti dal Piano di Gestione dei Rischi 2026 (PGRA 2026). Il riconoscimento ministeriale arriva al termine dell’istruttoria prevista dalla normativa nazionale ed europea e consente al Fondo di entrare a pieno titolo tra gli strumenti di gestione del rischio previsti dalla Politica Agricola Comune, con la possibilità di beneficiare dello straordinario sostegno comunitario con una percentuale di aiuto che può arrivare sino al 70%. Il Fondo IST Uva è il terzo fondo di stabilizzazione del reddito attivato dal Consorzio che, già dal 2019, agli albori dell’introduzione della normativa, grazie alla straordinaria visione e capacità di interpretare le nuove esigenze delle imprese agricole, aveva attivato questo innovativo strumento per il settore melicolo e lattiero caseario.

Il Fondo IST Uva si affianca alle polizze assicurative agevolate e agli altri fondi mutualistici già attivi, intervenendo quando il reddito aziendale registra una riduzione significativa rispetto alla media storica. L’obiettivo è garantire una maggiore stabilità economica alle imprese viticole, rafforzandone la capacità di affrontare scenari sempre più complessi. Con oltre 100 milioni di euro di valore produttivo annuo espresso dal comparto viticolo provinciale, il Fondo IST Uva si candida a diventare un elemento strategico per la resilienza delle aziende agricole trentine e un modello di riferimento a livello nazionale. Questo nella piena convinzione che l’impegno degli agricoltori che affrontano quotidianamente le sfide produttive ed economiche debba essere tutelato con ogni strumento che possa contribuire a trasferire fiducia, tranquillità e visione. Le adesioni sono aperte attraverso il sito di Co.Di.Pr.A. (www.codipra.it), mentre prosegue il confronto sul territorio con i viticoltori.

Fonte: servizio stampa Co.Di.Pr.A.

L’Asiago Dop Prodotto della Montagna, il formaggio più prezioso d’Italia, festeggia i suoi primi vent’anni a Made in Malga (11-13 settembre)

Ha un valore stimato dagli esperti internazionali che va dai 350 ai 400 euro al chilogrammo la forma di Asiago Dop Prodotto della Montagna stagionata dieci anni aperta (foto in alto) in occasione di Made in Malga, la rassegna nazionale dedicata alle eccellenze casearie prodotte sopra i 600 metri, che torna per il secondo fine settimana (11-13 settembre) nell’Altopiano dei Sette Comuni. Tra gli appuntamenti in programma del Consorzio di tutela formaggio Asiago c’è la masterclass di sabato 12 settembre, alle ore 11:00 con L’Asiago Dop incontra i vini di montagna del Trentino.

La quotazione colloca l’Asiago Dop Prodotto della Montagna al vertice della produzione casearia mondiale di altissima gamma e conferma il valore di questa produzione di nicchia e delle lunghe stagionature. La forma aperta a Made in Malga è stata prodotta con solo latte di pascolo alpino il 21 settembre 2016, giornata nella quale si celebra San Matteo Apostolo, patrono di Asiago, ed è stata “allevata” per dieci anni, riposta su tavole di abete rosso, rigirata quotidianamente a mano e valutata da un esperto fino a raggiungere il grado di stagionatura ottimale.

Già riconosciuto tra i dieci formaggi più preziosi al mondo fin dal 2017 e miglior formaggio vaccino in assoluto ai Luxury Cheese, rassegna mondiale dei formaggi più rari, questo formaggio è un riferimento per intenditori e alta cucina d’autore. Una rarità che nasce ogni anno in poche migliaia di forme nelle malghe e nei caseifici di montagna sopra i 600 metri delle sole province di Vicenza e Trento. In un territorio naturale ricco di biodiversità, con oltre 700 specie diverse, il latte da cui lo si produceproviene da vacche al pascolo alimentate con erba e fieno, senza Ogm e insilati, e porta nel formaggio 100% naturale le caratteristiche dei luoghi, dove essenze, fiori ed erbe mutano a seconda dell’altitudine, dell’esposizione e del periodo di monticazione. La lavorazione conserva e tramanda tecniche antiche, come l’impiego nelle malghe di caldaie in rame alimentate ancora a legna che, unite alla manualità e all’esperienza del casaro, rendono ogni forma unica. Un processo nel quale il tempo è parte integrante della qualità e dà vita a un formaggio dall’aroma complesso, gradevole e intenso, con note di frutta secca tostata, noci e spezie, insieme a sentori di frutti di bosco, di erbe e fiori di montagna dove all’esplosione sensoriale in bocca si associa una persistenza gustativa senza eguali.

Nel 2026 l’Asiago Dop Prodotto della Montagna celebra vent’anni dalla sua introduzione nel disciplinare di produzione, una scelta per valorizzare la filiera legata ai luoghi d’origine sopra i 600 metri d’altitudine, rafforzarne la sostenibilità economica e tutelare il territorio e la biodiversità che la esprime offrendo ai consumatori garanzie sulla provenienza e la qualità del formaggio. Nel primo trimestre, la sua produzione è aumentata del 7,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Un andamento che si inserisce in un trend costante: tra il 2015 e il 2025, le forme sono passate da 52.802 a 68.555, con un incremento del 29,8%. Il dato conferma la vitalità di questo prodotto e il suo ruolo per l’economia locale, sostenuto anche dall’ingresso di nuove malghe nella compagine dei soci, grazie al costante lavoro del Consorzio di Tutela. “I risultati ottenuti in vent’anni dall’istituzione dell’Asiago Dop Prodotto della Montagna – afferma Fiorenzo Rigoni, presidente del Consorzio Tutela Formaggio Asiago – mostrano l’efficacia di pianificazioni e scelte di lungo periodo. La sfida dei prossimi vent’anni sarà quella di creare le condizioni affinché questa produzione possa continuare a mantenersi in buona salute, affrontando i cambiamenti con la resilienza che è propria della nostra filiera e preservando il patrimonio di conoscenze, saperi e paesaggio che la rende unica”.

Fonte: servizio stampa Consorzio tutela formaggio Asiago

Agosto 2026 in Veneto: un mese da record, tra ondate di calore senza precedenti e permafrost ormai scomparso

(di Giuseppe Pomarico, geologo e climatologo). Il Veneto chiude l’estate meteorologica 2026 con un agosto che si colloca a un soffio dal leggendario 2003, confermando una tendenza che ormai da tre mesi consecutivi (giugno, luglio, agosto) non lascia spazio a dubbi interpretativi: la regione sta attraversando una fase climatica di eccezionale e persistente anomalia termica. I dati diffusi da Arpav nel report meteoclimatico agosto 2026, restituiscono un quadro che merita una lettura non solo cronachistica, ma propriamente geoclimatologica.

Un’estate che supera, seppur di poco, il 2003

Il dato di sintesi è di per sé una notizia climatologica di rilievo: la temperatura media del trimestre giugno-luglio-agosto 2026 sembra aver superato, sia pure lievemente, quella della celebre estate 2003, a lungo considerata insuperabile. Agosto da solo si è classificato come il secondo più caldo mai registrato dalla rete Arpav, con un’anomalia media regionale di +3,2 °C rispetto alla norma 1991-2020, preceduto solo dal 2003. Il trend di lungo periodo, statisticamente significativo, è di +0,75 °C per decennio sulle temperature medie e di +0,78 °C per decennio sulle minime — un segnale coerente con l’intensificazione del riscaldamento osservata a scala regionale negli ultimi trent’anni. Dal punto di vista dinamico, il mese è stato dominato nella prima metà da un promontorio anticiclonico sub-tropicale persistente, la terza grande “bolla di calore” della stagione dopo quelle di giugno e luglio, mentre nella seconda parte impulsi di origine atlantica hanno favorito un temporaneo riequilibrio termico, interrotto a fine mese da una nuova, breve avvezione calda nord- africana (26-28 agosto) accompagnata da polveri sahariane in quota, responsabili dell’aspetto lattiginoso del cielo tra il 27 e il 28.

Il dato più significativo: l’ondata di calore più lunga mai registrata

Dal punto di vista bioclimatico, l’elemento di maggiore interesse scientifico riguarda il disagio fisico da caldo-umido misurato attraverso l’indice Humidex. Se le due ondate di calore “tradizionali” di agosto (29 luglio-7 agosto e 9-16 agosto) risultano formalmente separate da una breve pausa l’8 agosto, l’analisi in termini di Humidex mostra che tale pausa si annulla completamente: l’umidità relativa elevata ha mantenuto l’Humidex medio giornaliero sopra la soglia critica dei 35 °C anche in quel giorno, configurando un’unica ondata di forte disagio fisico ininterrotta durata 18 giorni, dal 27 luglio al 13 agosto — la più lunga e intensa mai registrata in Veneto, che supera il primato appena stabilito a giugno 2026. Il 2026 entra così, con tre distinti episodi (giugno, luglio, agosto), nella classifica delle dieci peggiori ondate di sempre per stress termico. Punte di Humidex superiori a 50 °C sono state misurate a Roverchiara (53,7 °C), Villorba e Porto Tolle-Pradon (51,6 °C), Codevigo (51,4 °C) e Chioggia-Sant’Anna (51,1 °C).

Geomorfologia e criosfera alpina: il permafrost del Piz Boè

L’aspetto più rilevante sotto il profilo geomorfologico riguarda la criosfera dolomitica. Al sito di monitoraggio del permafrost del Piz Boè (2900 m), a fine agosto non risulta più presente terreno gelato: un degrado totale che segna un punto di non ritorno rispetto alla situazione rilevata nel 2011, quando lo spessore del permafrost si estendeva per circa 5 metri di profondità fino a fondo pozzo (30 m). Il dato conferma la prosecuzione, per l’intero mese, della fusione di ghiacciai, rock glaciers e permafrost, in un contesto in cui lo zero termico ha oscillato tra i 3480 m (22 agosto) e i 4805 m (27 agosto). Le immagini della Marmolada, con ghiaccio scuro e ricoperto di detrito, restituiscono visivamente l’entità del degrado in atto, con implicazioni dirette sulla stabilità dei versanti in alta quota e sul rischio di crolli rocciosi legati al disgelo del permafrost — un tema che meriterebbe monitoraggi geotecnici mirati nei prossimi anni.

Precipitazioni: deficit disomogeneo e dissesti idrogeologici localizzati

Sul fronte pluviometrico, agosto chiude con un deficit regionale del -12%, ma con una distribuzione fortemente disomogenea: -30% sulla fascia pedemontana, -15% su area alpina e prealpina, mentre la pianura ha chiuso sostanzialmente in pareggio grazie a eventi estremi localizzati (Veronese, Padovano, Veneziano). Lo SPI a 6 e 12 mesi conferma una siccità di lungo periodo moderata-severa sulle aree montane e di alta pianura, aggravata — secondo lo SPEI, che integra anche l’effetto della temperatura — proprio dalle alte temperature stagionali che hanno incrementato l’evapotraspirazione potenziale (+8 mm di anomalia media in pianura). Non sono mancati fenomeni di instabilità idrogeologica: il 1° agosto un flash flood ha interessato un torrente tra Giralba e Reane (Auronzo di Cadore), con case investite da acqua e detriti; il 5 agosto allagamenti tra Ponte nelle Alpi e Soverzene e un ulteriore dissesto idrogeologico in Val d’Oten. L’evento più severo dal punto di vista dell’intensità di precipitazione e della ventosità resta però quello del 28 agosto, con sistemi temporaleschi grandinigeni tra Prealpi/Pedemontana e pianura, cumulati fino a 54,2 mm a Mira (VE) in poche ore, e raffiche di vento eccezionali: 200 km/h sulla Marmolada, 180 km/h nella rilevazione del Bellunese, 108 km/h alle Pale di San Martino, oltre 100 km/h in diverse località di pianura.

Notti tropicali e giornate estive: indicatori di un cambiamento strutturale

Completano il quadro due indicatori bioclimatici in forte crescita: le notti tropicali (minima ≥20 °C), con una media di 18 giornate in pianura — secondo valore più alto della serie storica, sei volte superiore alla media degli anni ’90 — e le giornate estive (massima >30 °C), con 26 giorni medi in pianura (+9 rispetto alla norma), terzo valore più alto di sempre. Entrambi i parametri, letti in serie storica, mostrano una traiettoria di crescita che va ben oltre la variabilità interannuale attesa, rafforzando l’ipotesi di un cambiamento strutturale del regime termico regionale piuttosto che di un’anomalia episodica.

Considerazioni conclusive

Il quadro che emerge da questo report Arpav conferma, dal punto di vista geoclimatologico, una convergenza di segnali che non può essere ignorata: allungamento e intensificazione delle ondate di calore, degrado accelerato della criosfera alpina, incremento della frequenza di eventi pluviometrici a elevata intensità oraria a fronte di un deficit cumulato di lungo periodo, e un trend termico di fondo statisticamente robusto. Il caso del permafrost del Piz Boè, in particolare, rappresenta un indicatore geomorfologico di soglia superata che meriterebbe un approfondimento specifico nei prossimi mesi, anche in relazione alla stabilità dei versanti dolomitici.

Corte dei conti europea: Il “superbonus 110” italiano? “Un uso inefficiente dei fondi UE”

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Gli edifici residenziali contribuiscono a circa un quarto (25 %) del consumo energetico dell’UE. Dal 2021, il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF) per la ripresa dal Covid, che impiega il 37% dei finanziamenti UE, destinato ad obiettivi relativi al clima e all’energia, ha offerto agli Stati membri l’opportunità di promuovere il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici residenziali. Inoltre, nella proposta di bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 la Commissione europea prevede l’opzione di continuare a finanziare le ristrutturazioni. Ebbene, le misure di ristrutturazione intraprese utilizzando questi fondi hanno consentito di ottenere solo modesti risparmi energetici. 

È questa la principale conclusione della relazione pubblicata lo scorso 7 luglio dalla Corte dei conti europea. Sono stati finanziati per lo più progetti facili da realizzare, a scapito dei lavori di ristrutturazione più profondi che produrrebbero più risultati sul lungo periodo. Senza misure più mirate - un’esplicita focalizzazione sui risultati e un monitoraggio più intenso -, la spesa futura potrebbe non consentire di raggiungere gli obiettivi dell’UE in materia di clima ed energia, raggiungibili con edifici più efficienti.

Due terzi dell’energia consumata per riscaldare e raffrescare gli edifici è però prodotta ancora con combustibili fossili e quasi tre quarti degli edifici in tutta l’UE è tuttora inefficiente dal punto di vista energetico. Per ridurre i consumi energetici e tagliare le emissioni è quindi essenziale ristrutturare le abitazioni esistenti, soprattutto mediante progetti di ristrutturazione “profonda” che consentono di risparmiare oltre il 60% dell’energia, fondamentali per creare un parco immobiliare altamente efficiente.

A giudizio della Corte, questo approccio può generare due tipi di problemi. Innanzitutto, le misure di ristrutturazione di media intensità possono bloccare la prestazione energetica degli edifici a bassi livelli per anni, rendendo futuri miglioramenti addirittura più difficili e costosi da realizzare. In secondo luogo, gli investimenti realizzati non sono probabilmente la scelta ideale ai fini della decarbonizzazione a lungo termine. La Corte ha in effetti riscontrato che vi è una forte domanda per le misure semplici, come la sostituzione delle finestre o l’installazione di pannelli solari, mentre i lavori di costruzione che assicurano una maggiore efficienza energetica sono meno richiesti.

La Corte è inoltre critica sul modo in cui vengono verificati i risultati. La maggior parte delle misure di ristrutturazione finanziate dall'Unione Europea si focalizza sulle realizzazioni (output), come il numero di abitazioni ristrutturate o l’estensione delle superfici ristrutturate. Pochissime misure si concentrano sui risultati effettivi, come la riduzione del consumo energetico: su 111 misure di ristrutturazione esaminate, solo tre includevano obiettivi di risparmio energetico. Per stimare il risparmio energetico, i Paesi dell’UE sono incoraggiati a utilizzare gli attestati di prestazione energetica. La Corte giudica però tali informazioni non sufficientemente affidabili e confrontabili e quindi non idonee per un adeguato monitoraggio, per due ragioni. La prima è che gli attestati sono basati sui consumi stimati e non rispecchiano i consumi reali di energia, che dipendono dal modo in cui le persone riscaldano o raffrescano le proprie abitazioni e dai parametri di utilizzo delle stesse. La seconda è che gli attestati contengono spesso errori, per cui i risparmi sono sovrastimati o sottostimati. 

La relazione evidenzia infine come non si tenga conto del rapporto costi-efficacia degli interventi: diventa così difficile individuare i casi di uso inefficiente dei fondi e adottare misure correttive durante l’attuazione dei progetti. L’analisi della Corte, che prende in esame diverse tipologie di interventi, edifici e scelte d’intervento, mostra che il costo dei risparmi ottenuti per unità di energia varia enormemente da uno Stato membro all’altro se esaminato in maggiore dettaglio. A tale proposito, il regime italiano del Superbonus, che da solo dovrebbe ricevere quasi un terzo di tutti i finanziamenti dedicati alle ristrutturazioni (14 miliardi di euro) nell’ambito dell’RRF, costituisce un esempio particolarmente eloquente. I costi per unità di energia risparmiata sono risultati essere quattro volte superiori a quanto inizialmente previsto. Inoltre, il regime copre fino al 110 % dei costi delle ristrutturazioni, il che significa che il sostegno pubblico può essere superiore ai costi effettivi. A giudizio della Corte, si tratta manifestamente di un uso inefficiente dei fondi dell’UE.




		

	

Sicurezza alimentare e trasparenza: OI Intercarneitalia sostiene lo stop dell’UE all’importazione di carne bovina dal Brasile. E invita i consumatori a sostenere la filiera della carne bovina italiana

L’Organizzazione interprofessionale della carne bovina in Italia (OI Intercarneitalia) esprime il proprio pieno, fermo e incondizionato plauso nei confronti della recente presa di posizione dell’Unione Europea, che ha stabilito il blocco delle importazioni di carne bovina proveniente dal Brasile a causa di gravi e reiterate criticità legate alla sicurezza alimentare. Questa misura, a lungo attesa e costantemente sollecitata dai rappresentanti della filiera zootecnica continentale e nazionale, non è soltanto un doveroso atto di salvaguardia sanitaria, ma rappresenta un ripristino di giustizia, equità e coerenza per l’intero mercato agroalimentare europeo. Da anni, infatti, le nostre aziende denunciano una situazione di asimmetria inaccettabile: mentre agli allevatori italiani ed europei vengono richiesti, giustamente, sforzi colossali ed enormi investimenti economici per garantire i massimi livelli di sicurezza, di benessere animale e di sostenibilità ambientale, le frontiere comunitarie sono rimaste colpevolmente permeabili a prodotti provenienti da Paesi terzi che non offrono – e storicamente non hanno mai offerto – le medesime e rigorose garanzie.

Il nodo invalicabile della sicurezza alimentare

Il fulcro centrale di questa vicenda è, e deve rimanere, la tutela assoluta e intransigente del consumatore finale. Il sistema di controlli europeo, e in modo particolare quello italiano, è unanimemente riconosciuto dalla comunità scientifica e veterinaria come il più severo, capillare e avanzato al mondo. Nel nostro Paese, il percorso della carne bovina è meticolosamente tracciato in ogni suo singolo passaggio, in piena aderenza alla logica del “dal campo alla tavola” (farm to fork). Il nostro sistema di anagrafe zootecnica informatizzata – la Banca dati nazionale – non ha eguali a livello globale: ogni singolo capo è registrato, monitorato e tracciabile. L’utilizzo di ormoni promotori della crescita è categoricamente e severamente vietato da decenni; l’impiego di antibiotici è sottoposto a una drastica e rigorosa riduzione preventiva (per combattere la piaga dell’antibiotico-resistenza) ed è costantemente monitorato attraverso l’uso stringente della ricetta veterinaria elettronica. Al contrario, i report delle autorità ispettive internazionali e le cicliche emergenze sanitarie hanno evidenziato come il sistema produttivo e di macellazione brasiliano presenti lacune sistemiche spaventose. La mancanza di un sistema di tracciabilità individuale affidabile per i bovini dalla nascita al macello, unita a standard igienico-sanitari e operativi che spesso non risultano conformi ai rigidi parametri europei e all’uso di sostanze da noi tassativamente proibite, crea un mix di fattori pericolosissimo. OI Intercarneitalia ribadisce con forza che non possiamo permettere, sotto alcun pretesto di natura commerciale, che finisca sulle tavole delle famiglie italiane ed europee un prodotto che non garantisce la medesima purezza, salubrità e sicurezza di quello autoctono.

Il principio di reciprocità come regola di mercato

Accogliamo dunque con il massimo favore il blocco deciso da Bruxelles, perché sancisce finalmente il trionfo del principio di reciprocità. La nostra Interprofessione ribadisce da tempo un concetto logico, basilare e non negoziabile: chiunque voglia vendere i propri prodotti alimentari all’interno dell’Unione Europea deve sottostare esattamente alle stesse, identiche e stringenti regole che governano la produzione interna degli Stati membri. È una pura questione di leale concorrenza e di rispetto verso chi lavora. L’allevamento bovino italiano sostiene ogni giorno costi di produzione elevatissimi proprio per adempiere alle direttive comunitarie in materia di biosicurezza, corretta gestione dei reflui, qualità ineccepibile dell’alimentazione animale e condizioni di stabulazione rispettose dell’etologia dell’animale. Consentire l’ingresso indiscriminato di carni a basso costo, prodotte in sistematica deroga a questi principi etici e sanitari, significa non solo mettere a repentaglio la salute pubblica comunitaria, ma anche condannare al collasso migliaia di aziende agricole e zootecniche italiane. Questa vicenda deve necessariamente farci riflettere in modo critico anche in merito agli accordi commerciali internazionali, in primis le trattative con i Paesi dell’area Mercosur. Qualsiasi trattato di libero scambio non può e non deve in alcun modo essere ratificato se non prevede clausole vincolanti, immediate e sanzionatorie sul totale rispetto dei nostri standard igienico-sanitari.

Oltre la sicurezza: ambiente e sostenibilità sociale

Sebbene il provvedimento odierno verta specificamente sulla prioritaria sicurezza alimentare, è impossibile non allargare lo sguardo al modello produttivo nel suo complesso. L’approccio “One Health”, ormai promosso e riconosciuto a livello globale dall’Organizzazione mondiale della sanità, ci insegna che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema sono indissolubilmente legate e dipendenti l’una dall’altra. L’espansione incontrollata dei pascoli in Sud America, attuata troppo spesso a scapito della foresta Amazzonica, del Cerrado e di altri biomi di inestimabile valore, rappresenta un disastro ecologico e climatico che l’Europa non può e non deve finanziare indirettamente acquistandone i prodotti derivati a basso costo. In Italia, la zootecnia da carne genera un valore economico fondamentale e dà lavoro a decine di migliaia di addetti, ma fa molto di più: rappresenta un presidio ambientale irrinunciabile. Parliamo di un tessuto socio-economico radicato in aree rurali, marginali, alto-collinari e montane, dove l’allevamento costituisce spessissimo l’unica vera difesa contro lo spopolamento umano e il dissesto idrogeologico del territorio. Scegliere la carne prodotta in Italia significa pertanto sostenere un modello che preserva il paesaggio e garantisce una zootecnia equilibrata e perfettamente integrata con il ciclo della natura.

L’appello di OI Intercarneitalia

Alla luce di questa coraggiosa, sensata e doverosa scelta della Commissione Europea, OI Intercarneitalia lancia oggi un duplice e chiaro appello. Alle istituzioni europee e al Governo italiano chiediamo di mantenere una linea di assoluta fermezza e di non cedere ad alcun tipo di futura pressione diplomatica, politica o commerciale. La riapertura delle frontiere dovrà avvenire esclusivamente qualora, in un futuro, vengano fornite garanzie ferree, terze, verificabili sul campo e durature nel tempo sull’adeguamento totale e incondizionato degli standard produttivi brasiliani a quelli comunitari. I controlli ai posti di ispezione frontaliera europei dovranno inoltre essere innalzati ai massimi livelli di allerta fin da subito, per scongiurare triangolazioni commerciali fraudolente o l’ingresso elusivo di lotti già in viaggio ma potenzialmente a forte rischio sanitario. Ai consumatori, infine, rivolgiamo un accorato invito alla consapevolezza delle proprie scelte. Il momento dell’acquisto quotidiano non è un gesto banale, ma un atto di fondamentale importanza economica, sanitaria e culturale. Leggere attentamente le etichette, verificare sempre l’origine della carne al banco o nella ristorazione, preferire e premiare i prodotti della filiera italiana significa portare in tavola sicurezza alimentare, gusto e salute per le proprie famiglie. Significa, al contempo, riconoscere e sostenere il lavoro tenace di chi opera quotidianamente nel pieno rispetto della Legge, della salute collettiva, dell’ambiente e del benessere degli animali anche con l’utilizzo di certificazioni degli allevamenti previste dal Sistema di qualità nazionale zootecnia, riconosciuto dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e dalla Commissione europea. OI IntercarneItalia continuerà a vigilare, a dialogare con le istituzioni e a lavorare senza sosta a difesa della filiera nazionale, affinché il fondamentale patto di fiducia e trasparenza tra i nostri allevatori e i cittadini italiani rimanga saldo, protetto e indissolubile.

Fonte: servizio stampa OI IntercarneItalia

Da fine luglio c’è il fermo pesca in Adriatico, ma nei banchi vendita si può trovare ancora il pescato nazionale di stagione

A partire dal 31 luglio scorso è scattato il fermo pesca in Adriatico con il blocco delle attività a strascico da Trieste ad Ancona. A darne notizie è Coldiretti Pesca, sottolineando che il blocco cade in un periodo di forti preoccupazioni per il settore e di profonda incertezza per il proprio futuro, in vista della definizione del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 e della riforma della Politica comune della pesca, senza dimenticare l’aumento dei costi energetici e gli effetti dei cambiamenti climatici. Dal 16 agosto al 29 settembre lo stop si estenderà da San Benedetto del Tronto a Bari. Dal 1° al 30 ottobre la sospensione interesserà Brindisi, San Cataldo e Otranto così come il resto d’Italia, dallo Ionio al Tirreno, fino alle isole.

Nonostante il blocco temporaneo delle attività nelle aree interessate, sulle tavole non mancherà il pesce italiano – sottolinea Coldiretti Pesca – grazie ai prodotti provenienti dagli altri segmenti della flotta nazionale, come la piccola pesca, le draghe idrauliche, l’acquacoltura e la pesca a strascico effettuata nelle zone non ancora soggette a fermo. Il consiglio è sempre quello di controllare attentamente le etichette nei banchi di vendita delle pescherie e dei supermercati, così da distinguere il prodotto nazionale da quello estero, ormai dominante sul mercato nazionale. Di anno in anno infatti la dipendenza dall’import è sempre più forte, toccando il record storico di 1,1 miliardi di chili di pesce straniero arrivati nel nostro Paese nel 2025, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Di contro, la produzione interna della flotta italiana rimane ferma a meno di 130 mila tonnellate.

Per il pesce fresco vige l’obbligo di indicare l’origine, ma l’informazione non è sempre immediata. Invece della dicitura “Italia”, si trova in etichetta la zona di cattura (identificata come “Fao 37” per il Mediterraneo), seguita da altri numeri che ne indicano le sottozone; mentre per i prodotti di acquacoltura la normativa prevede l’indicazione del Paese di origine. Ancora più complesso è recepire le informazioni di provenienza nei ristoranti, dove il pesce non è accompagnato da alcuna etichetta.

Un consiglio per imparare a capire la provenienza dei prodotti ittici è abituarsi a seguire la stagionalità del pesce in vendita. In questo periodo, ad esempio, il nostro mare offre specie come alici, sarde, sgombri, sugarelli, ricciole, cefali, triglie, gallinelle, scorfani, oltre a seppie, calamari e polpi. Più difficile è reperire merluzzi, naselli, sogliole e rombi nostrani, per i quali aumentano le probabilità di provenienza estera.

Fonte testo e foto: Coldiretti Rovigo